Negli ultimi mesi tre voci influenti hanno dato forma pubblica alla paura (o alla speranza) collettiva sull'intelligenza artificiale. Peter Thiel evoca il Leviatano: teme che il timore di un Armageddon tecnologico venga usato per costruire uno stato regolatore globale, un potere unico e totale che sopprime la libertà in nome della sicurezza. Elon Musk, all'opposto, teme la cosa stessa che dice di costruire: un'intelligenza artificiale generale più pericolosa delle armi nucleari, capace di sfuggire a ogni controllo. Dario Amodei, alla guida di uno dei laboratori che quell'intelligenza la sviluppano davvero, propone una via di mezzo: prendere sul serio il rischio senza cedere né al panico né all'euforia, restare alla guida della corsa proprio per poterne orientare la direzione.
Tre posizioni distanti, quasi opposte nei toni. Eppure, a guardarle bene, condividono una premessa che nessuna delle tre mette in discussione: il problema dell'intelligenza artificiale è un problema di potere — quanto concentrarne, dove limitarlo, chi deve poterlo esercitare, con quale contrappeso. Si discute se il rimedio sia più potere di controllo o meno, ma non si esce mai dal recinto del potere. Ed è proprio in questo recinto, mi pare, che si può trovare quanto manca.
C'è un episodio, non troppo ricordato, nella storia del cristianesimo: già nei primi secoli dopo Cristo l'uomo veniva pensato come composto di corpo, anima e spirito; poi, con una decisione conciliare altomedievale, questa tripartizione fu di fatto ridotta a corpo e anima soltanto, e lo spirito — come dimensione autonoma e riconosciuta — uscì dall'antropologia ufficiale della Chiesa. Da allora la cultura che ne è derivata, inclusa quella scientifica moderna che pure a quella matrice cristiana si oppone, ha ereditato l'abitudine a pensare l'uomo, e le sue creazioni, su due soli piani: quello materiale e quello psichico. Manca il terzo termine. E quando manca il terzo termine, ogni dibattito, per quanto acceso, finisce per muoversi solo fra le prime due dimensioni — fra la macchina e la paura che ne abbiamo.
È a questo punto che mi torna in mente una pagina che ho riletto proprio in questi giorni: una lezione di Giuseppe Leonelli, medico e pensatore di formazione antroposofica, tenuta quasi trent'anni fa a un convegno di formazione medica a Roncegno, nel giugno del 1997. Leonelli parte da un'idea che a prima vista sembra un azzardo: lo spirito della scienza — la ricerca disinteressata della verità — è, nella sua essenza più autentica, una delle espressioni più alte del messaggio cristiano, quello Spirito di Verità che nel Vangelo di Giovanni viene promesso come consolatore. E individua nella storia un nodo tragico: nel Cinque-Seicento furono le istituzioni giuridiche della cristianità a non riconoscere questo spirito nella scienza nascente, arrivando a bruciare Giordano Bruno e a processare Galileo. Ma il nodo, dice Leonelli, si sta riproponendo oggi in forma rovesciata: è la scienza stessa, ormai divenuta a sua volta istituzione e apparato dogmatico, a rischiare di non riconoscere più in se stessa quello che ne è il vero fondamento — non il dominio sull'oggetto, ma l'amore per esso.
Ed è qui il punto decisivo. Per Leonelli la ricerca della verità non è altro, in fondo, che amore per ciò che si vuole conoscere: il rispetto che lascia all'oggetto la possibilità di mostrarsi, anche quando questo costa sacrificio a chi conosce. Il potere fa esattamente il contrario: piega l'oggetto, lo deforma, lo trascina in quella che chiama sub-natura — un termine che riprende da Steiner, il quale lo usava per le forze sottratte al regno minerale e messe al servizio della tecnica, a partire dall'elettricità. E chi crede di dominare l'oggetto, avverte Leonelli, viene a sua volta trascinato dentro quella sub-natura che ha contribuito a creare. Impressionante, rileggendola oggi, la sua immagine profetica di trent'anni fa: un futuro prossimo in cui manipolare il materiale genetico sarebbe diventato accessibile come un videogioco, disponibile a chiunque, senza più bisogno di grandi laboratori. Non parlava d'intelligenza artificiale — parlava di clonazione — ma la struttura è identica: una potenza un tempo riservata a pochi specialisti che si democratizza a tal punto da poter essere maneggiata da chiunque, con leggerezza, come si maneggia un giocattolo. Se allora era la vita biologica a diventare materiale di gioco, oggi è il linguaggio, il pensiero stesso, il pattern che ci costituisce come esseri pensanti, a diventare la materia prima estratta e rimessa in circolo dalle macchine.
Tornando a Thiel, Musk, Amodei: nessuno dei tre nomina l'amore come categoria pertinente al problema. Non potrebbero, dentro il linguaggio in cui si muovono: Thiel oppone potere a potere temendo il Leviatano; Musk chiede più potere regolatorio per arginare un potere tecnico che teme incontrollabile; Amodei propone di amministrare il potere con misura, restando alla guida per poterlo orientare. Restano, tutti e tre, sul piano del corpo e dell'anima — la forza e la paura — senza il terzo termine.
Questo non significa che la via della misura, quella che Amodei per primo incarna, sia da scartare. Anzi. Ma è genuina solo se non si riduce a una gestione prudente del rischio: nella cosmologia di Steiner la figura che presiede a questo equilibrio, Michele, non è un amministratore cauto sospeso fra due eccessi, ma un'intelligenza già interamente compenetrata d'amore — la sintesi vivente, non il compromesso. La via di mezzo che vale è quella che nasce da questa qualità, non quella che si limita a dosare la potenza con più attenzione.
Novalis diceva, con una frase che Leonelli amava citare: l'amore compie miracoli. Forse è proprio questa la domanda che manca, in tutte le sedi in cui si discute oggi del destino della tecnica: non quanto potere darle o toglierle, ma se il modo in cui la costruiamo — e in cui costruiamo noi stessi insieme a essa — sia ancora, in qualche misura, un atto d'amore per la verità che vogliamo conoscere.
Spunto da una lezione di Giuseppe Leonelli, Lezioni Ordinate, vol. 1 ("La conoscenza e il cammino del medico"), tenuta al convegno di formazione medica di Roncegno, giugno 1997.