domenica 1 novembre 2026

Abbassate le armi, alzate i salari

Ieri un'amica mi ha mandato una foto scattata alla manifestazione di Genova. In mezzo alla folla un uomo regge un foglio scritto a mano: «Abbassate le armi, alzate i salari!!». Leggendolo ho provato una sensazione stridente. Mi è parso uno slogan vecchio, carico di un'ideologia che si trascina da più di un secolo senza aver risolto niente. Anzi, ha aggravato vieppiù i problemi, perché è proprio in forza di parole come queste che la società non si evolve e lo Stato resta al centro della scena, come cardine indispensabile della comunità umana.

Provo a spiegarmi, prendendo le due frasi una alla volta.

Abbassate le armi

Chi non lo dice? Credo che perfino l'amministratore delegato di Leonardo, o quello della Beretta, sarebbe d'accordo, e lo direbbe volentieri in pubblico: abbassiamo le armi. E ammettiamo che le armi vengano abbassate davvero, finalmente. Che cosa dovranno dire quegli stessi amministratori alle loro maestranze, davanti al crollo improvviso di commesse e ordini? «Dobbiamo abbassarvi i salari»? O peggio: «Dobbiamo licenziarvi»? (E lascio da parte il fatto che Leonardo è partecipata dallo Stato, e che i maggiori clienti dell'industria degli armamenti sono proprio gli Stati, cioè coloro che detengono, e meno male, l'uso esclusivo della forza, perché non si torni al bellum omnium contra omnes.)

Ecco che le due metà dello slogan, appena le si prende sul serio, si contraddicono. Il punto non è che le armi facciano bene all'economia: chi lo pensasse avrebbe un'idea piuttosto macabra della prosperità. Il punto è che in un ordinamento in cui il reddito di una famiglia dipende da ciò che il suo lavoro produce, anche l'operaio di una fabbrica d'armi ha interesse, suo malgrado, che le commesse non finiscano mai. Lo slogan non vede questo nodo. Anzi, lo stringe.

Alzate i salari

Il salario è il compenso che un lavoratore riceve in cambio della cessione della propria forza lavoro, fisica o intellettuale. Non sono un conoscitore di Marx, e chi lo ha studiato a fondo potrà correggermi. Ma c'è una sua frase, trovata quasi per caso, che non ho più dimenticato. Nel 1865, in una conferenza poi pubblicata col titolo Salario, prezzo e profitto, invitava gli operai a non scrivere più sulla loro bandiera «un equo salario per un'equa giornata di lavoro», ma «abolizione del sistema del salario». Se l'ho capita bene, Marx vedeva già allora che il problema non era soltanto la misura del salario, ma il salario stesso. E centosessant'anni dopo, a Genova, ci si ferma ancora a chiederne uno più alto.

Non so dire quanto e come il pensiero che si è richiamato a Marx sia rimasto fedele a quella frase; lascio il giudizio a chi ne sa più di me. Mi pare però che la storia del Novecento abbia cercato la soluzione soprattutto nel cambiare i rapporti di proprietà, e che lo abbia fatto quasi sempre attraverso lo Stato. In questo modo si è rimasti, mi sembra, dentro la stessa logica: il lavoro come merce che si compra e si vende, solo a un prezzo migliore.

Con Steiner ho scoperto che è proprio qui il vero vulnus della questione sociale. Già nel 1905 egli formulava quella che chiamava la legge fondamentale sociale. Lo faceva dal punto di vista della scienza dello spirito, cioè della conoscenza dei mondi sovrasensibili, che il linguaggio del tempo chiamava «occultismo»:

«La fondamentale legge sociale che può venir indicata dall'occultismo è questa: La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisfatti dalle sue prestazioni, ma da quelle degli altri.

Tutte le istituzioni entro una comunità di uomini che contraddicono questa legge, alla lunga producono in qualche modo miseria e dolore.

Questa legge fondamentale vale per la vita sociale con tale esclusività e necessità, come ogni legge naturale vale per uno specifico campo della natura. Non si deve però pensare che basti dar valore a questa legge in un senso genericamente morale, oppure che la si voglia più o meno trasformare nel senso che ognuno lavori al servizio dei propri simili. No, in realtà la legge vive come deve, soltanto se a una comunità di uomini riesce di creare istituzioni tali che mai qualcuno possa trattenere per sé i frutti del suo lavoro, ma che questi vadano a vantaggio della comunità, possibilmente senza residui. In cambio ognuno deve a sua volta venir mantenuto dal lavoro dei suoi simili. Il punto è cioè che siano due cose del tutto distinte il lavorare per i propri simili e il conseguire determinate entrate.»

L'errore, dunque, non sta tanto nel fatto che i salari siano bassi, ma nel fatto stesso che esistano. È ancora invalsa l'idea che un essere umano, per vivere, debba vendere il proprio lavoro in cambio di un salario (a meno che non appartenga alla ristretta cerchia di chi vive di rendita). Finché gli si impone un salario per sopravvivere, egli resta schiavo, e non lo sa. Non lo sapevano gli schiavi dei Greci, non lo sapevano i servi della gleba. Del resto Steiner vedeva nel lavoro trattato come merce l'ultimo residuo della schiavitù antica: allora si vendeva l'uomo intero, poi una parte di lui, oggi la sua forza lavoro. È questa mentalità a far credere ancora che certi slogan funzionino.

E poi, ammettiamolo: come si pensa di alzare i salari senza una concreta ripresa economica? Tassando i ricchi, cioè l'economia produttiva e finanziaria? Lo sanno anche i sassi che i capitali tassati in uno Stato, o in un'unione di Stati, vanno a stabilirsi altrove. Nell'Unione Europea c'è perfino il paradosso del Lussemburgo e dell'Irlanda. E se si tassa la produzione per aumentare salari e stipendi, dove si scaricano queste tasse? Sui prezzi. E chi patisce di più l'aumento dei prezzi? I salariati. È un cane che si morde la coda, o no?

Torno allo slogan. Non mi sono mai piaciute le manifestazioni, e non ho mai tenuto molto a essere «popolo». Lo dico con delicatezza e senza offesa, perché molti amici e colleghi ci vanno ancora. Credo però che gli assembramenti ottundano il pensare libero a favore del pensiero di massa (Elias Canetti ne sapeva qualcosa). Ma ciò che più mi rattrista è un'altra cosa. Tanta fantasia, tanto sentimento, tanto desiderio di cambiare le cose e migliorare il mondo restano incatenati a idee che non stanno dentro la realtà del mondo. Sono pensieri sbagliati che si continuano a gridare perché mettono la coscienza in pace, contro il potere cattivo e il governante di turno.

Non vorrei però che queste righe sembrassero soltanto una critica, e per giunta di chi guarda dalla finestra mentre gli altri scendono in piazza. Se lo slogan è vecchio, non è perché sia sbagliato il desiderio che lo muove, ma perché è sbagliata la domanda. Chiedere salari più alti significa accettare che il lavoro umano sia una merce, e discutere soltanto del suo prezzo. La domanda nuova è un'altra: come costruire istituzioni in cui lavorare per gli altri e ricevere di che vivere siano, finalmente, due cose distinte?

Steiner, lo si è visto, non lo chiedeva come un appello morale alla bontà dei singoli. Non basta che ciascuno diventi più generoso, né che lo Stato redistribuisca meglio ciò che prima ha preso. Occorre che l'essere umano riceva i mezzi per vivere perché è un essere umano, e non come prezzo della sua prestazione. E occorre che il frutto del suo lavoro vada alla comunità senza essere venduto come una merce: non per bontà d'animo, ma perché le istituzioni sono costruite così. Allora l'operaio della fabbrica d'armi non avrebbe più bisogno della guerra per mantenere i figli. E la pace non dovrebbe più essere pagata con i licenziamenti.

È un'idea che a molti sembrerà un'utopia. Ma anche l'abolizione della schiavitù, per gli uomini liberi di Atene, sarebbe sembrata un'assurdità economica: chi avrebbe lavorato i campi? Con alcuni amici, sparsi per l'Italia, ci ritroviamo da tempo a studiare questi pensieri, a partire da Steiner e dall'Antropocrazia di Nicolò Giuseppe Bellia. Non abbiamo slogan da offrire, e forse è proprio questo il punto.

E se mai mi capitasse di andare a una manifestazione, cosa di cui dubito, sul mio foglio scriverei qualcosa di meno gridato e forse di più scandaloso: separate il lavoro dal reddito. Ma temo che non ci starebbero i punti esclamativi.

mercoledì 16 settembre 2026

Potere o amore: la domanda che manca al dibattito sull'intelligenza artificiale

Negli ultimi mesi tre voci influenti hanno dato forma pubblica alla paura (o alla speranza) collettiva sull'intelligenza artificiale. Peter Thiel evoca il Leviatano: teme che il timore di un Armageddon tecnologico venga usato per costruire uno stato regolatore globale, un potere unico e totale che sopprime la libertà in nome della sicurezza. Elon Musk, all'opposto, teme la cosa stessa che dice di costruire: un'intelligenza artificiale generale più pericolosa delle armi nucleari, capace di sfuggire a ogni controllo. Dario Amodei, alla guida di uno dei laboratori che quell'intelligenza la sviluppano davvero, propone una via di mezzo: prendere sul serio il rischio senza cedere né al panico né all'euforia, restare alla guida della corsa proprio per poterne orientare la direzione.

Tre posizioni distanti, quasi opposte nei toni. Eppure, a guardarle bene, condividono una premessa che nessuna delle tre mette in discussione: il problema dell'intelligenza artificiale è un problema di potere — quanto concentrarne, dove limitarlo, chi deve poterlo esercitare, con quale contrappeso. Si discute se il rimedio sia più potere di controllo o meno, ma non si esce mai dal recinto del potere. Ed è proprio in questo recinto, mi pare, che si può trovare quanto manca.

C'è un episodio, non troppo ricordato, nella storia del cristianesimo: già nei primi secoli dopo Cristo l'uomo veniva pensato come composto di corpo, anima e spirito; poi, con una decisione conciliare altomedievale, questa tripartizione fu di fatto ridotta a corpo e anima soltanto, e lo spirito — come dimensione autonoma e riconosciuta — uscì dall'antropologia ufficiale della Chiesa. Da allora la cultura che ne è derivata, inclusa quella scientifica moderna che pure a quella matrice cristiana si oppone, ha ereditato l'abitudine a pensare l'uomo, e le sue creazioni, su due soli piani: quello materiale e quello psichico. Manca il terzo termine. E quando manca il terzo termine, ogni dibattito, per quanto acceso, finisce per muoversi solo fra le prime due dimensioni — fra la macchina e la paura che ne abbiamo.

È a questo punto che mi torna in mente una pagina che ho riletto proprio in questi giorni: una lezione di Giuseppe Leonelli, medico e pensatore di formazione antroposofica, tenuta quasi trent'anni fa a un convegno di formazione medica a Roncegno, nel giugno del 1997. Leonelli parte da un'idea che a prima vista sembra un azzardo: lo spirito della scienza — la ricerca disinteressata della verità — è, nella sua essenza più autentica, una delle espressioni più alte del messaggio cristiano, quello Spirito di Verità che nel Vangelo di Giovanni viene promesso come consolatore. E individua nella storia un nodo tragico: nel Cinque-Seicento furono le istituzioni giuridiche della cristianità a non riconoscere questo spirito nella scienza nascente, arrivando a bruciare Giordano Bruno e a processare Galileo. Ma il nodo, dice Leonelli, si sta riproponendo oggi in forma rovesciata: è la scienza stessa, ormai divenuta a sua volta istituzione e apparato dogmatico, a rischiare di non riconoscere più in se stessa quello che ne è il vero fondamento — non il dominio sull'oggetto, ma l'amore per esso.

Ed è qui il punto decisivo. Per Leonelli la ricerca della verità non è altro, in fondo, che amore per ciò che si vuole conoscere: il rispetto che lascia all'oggetto la possibilità di mostrarsi, anche quando questo costa sacrificio a chi conosce. Il potere fa esattamente il contrario: piega l'oggetto, lo deforma, lo trascina in quella che chiama sub-natura — un termine che riprende da Steiner, il quale lo usava per le forze sottratte al regno minerale e messe al servizio della tecnica, a partire dall'elettricità. E chi crede di dominare l'oggetto, avverte Leonelli, viene a sua volta trascinato dentro quella sub-natura che ha contribuito a creare. Impressionante, rileggendola oggi, la sua immagine profetica di trent'anni fa: un futuro prossimo in cui manipolare il materiale genetico sarebbe diventato accessibile come un videogioco, disponibile a chiunque, senza più bisogno di grandi laboratori. Non parlava d'intelligenza artificiale — parlava di clonazione — ma la struttura è identica: una potenza un tempo riservata a pochi specialisti che si democratizza a tal punto da poter essere maneggiata da chiunque, con leggerezza, come si maneggia un giocattolo. Se allora era la vita biologica a diventare materiale di gioco, oggi è il linguaggio, il pensiero stesso, il pattern che ci costituisce come esseri pensanti, a diventare la materia prima estratta e rimessa in circolo dalle macchine.

Tornando a Thiel, Musk, Amodei: nessuno dei tre nomina l'amore come categoria pertinente al problema. Non potrebbero, dentro il linguaggio in cui si muovono: Thiel oppone potere a potere temendo il Leviatano; Musk chiede più potere regolatorio per arginare un potere tecnico che teme incontrollabile; Amodei propone di amministrare il potere con misura, restando alla guida per poterlo orientare. Restano, tutti e tre, sul piano del corpo e dell'anima — la forza e la paura — senza il terzo termine.

Questo non significa che la via della misura, quella che Amodei per primo incarna, sia da scartare. Anzi. Ma è genuina solo se non si riduce a una gestione prudente del rischio: nella cosmologia di Steiner la figura che presiede a questo equilibrio, Michele, non è un amministratore cauto sospeso fra due eccessi, ma un'intelligenza già interamente compenetrata d'amore — la sintesi vivente, non il compromesso. La via di mezzo che vale è quella che nasce da questa qualità, non quella che si limita a dosare la potenza con più attenzione.

Novalis diceva, con una frase che Leonelli amava citare: l'amore compie miracoli. Forse è proprio questa la domanda che manca, in tutte le sedi in cui si discute oggi del destino della tecnica: non quanto potere darle o toglierle, ma se il modo in cui la costruiamo — e in cui costruiamo noi stessi insieme a essa — sia ancora, in qualche misura, un atto d'amore per la verità che vogliamo conoscere.


Spunto da una lezione di Giuseppe Leonelli, Lezioni Ordinate, vol. 1 ("La conoscenza e il cammino del medico"), tenuta al convegno di formazione medica di Roncegno, giugno 1997.

sabato 17 gennaio 2026

Quando l'Antropocrazia?

« Il Progetto Antropocratico è stato creato per consentire agli Esseri Uma-
ni di valutare la realtà sociale dal punto di vista delle loro vere esigenze e
con tale fine viene diffusa.
Se i Politici e tutti coloro che detengono il potere, sulla base delle loro
esperienze sociali, si orienteranno verso di essa, metteranno in atto tutte
quelle azioni necessarie alla sua rapida attuazione.
Al Cittadino cosa è possibile fare per spingere la realtà sociale verso
l’Antropocrazia?
Tutti coloro che sono dotati di pensiero immaginativo e sono animati
dal desiderio di contribuire al riassetto sociale, meditando sui pensieri for-
niti dall’Antropocrazia, potranno creare quella base di opinione sociale che
faciliterà altri verso la comprensione culturale dei contenuti antropocratici.
Le vie, attraverso le quali, la Storia conduce il progresso sociale sono
misteriose, ma non è pensabile che in tale cammino non abbiano impor-
tanza i pensieri e le azioni degli Esseri Umani. Chi, essendone in condi-
zione, si rifiuti di collaborare allo sviluppo generale, pecca verso se stesso,
verso i propri contemporanei e, soprattutto, verso le nuove generazioni. Se
ciascuno mediterà sulla sovrabbondanza dei benefici ricevuti, in rapporto
ai propri sacrifici, sentirà, prima o poi, la necessità di restituire, almeno in
parte, quanto ricevuto.
L’Antropocrazia non è un progetto politico che si debba affermare con
lotte tra schieramenti, ma un progetto scientifico, capace di unire tutti gli
Uomini di buona volontà, per il bene comune. Essa è stata concepita in spi-
rito di servizio e con tale spirito viene diffusa. La sede della valutazione dei
contenuti antropocratici non è quindi il solo intelletto, ma anche il cuore.
Il punto di partenza della concezione antropocratica della vita sociale è,
da un lato, la certezza della bontà del Progetto Divino, e, dall’altro, la con-
vinzione che la realizzazione di tale Progetto preveda, come indispensabile,
la cosciente e libera collaborazione degli Esseri Umani. Noi non veniamo
in questo Mondo solo per godere o soffrire dell’esistente, ma anche per col-
laborare alla sua evoluzione, partendo dalle nostre esperienze.
Chi venga a conoscenza dell’Antropocrazia e ponga le domande sul
come e sul quando della possibile attuazione, parte di tali domande dovreb-
be porle alla propria riflessione. Il contributo verso l’accelerazione della re-
alizzazione antropocratica può essere fornito da chiunque, anche attraverso
semplici riflessioni, che per l’Universo non cadono mai nel nulla. Partendo
da tali premesse possiamo aprire il discorso sulle ragionevoli speranze che
possano nascere in noi a partire dalle valutazioni della problematica sociale
che stiamo vivendo.
Partiamo dall’Italia in cui viviamo.
Tutti assistiamo al verificarsi di fenomeni sociali patologici che sono l’e-
satto opposto di quanto le ideologie del passato avevano prospettato ed il
cui costante regredire fa volgere quasi con nostalgia lo sguardo ai precedenti
periodi, tanto quelli successivi si dimostrano disastrosi. Tali fenomeni sono
stati tutti generati dalla progressiva chiusura dei residui spazi di libera Cre-
atività. Mali quali la disoccupazione, l’insicurezza economica e giuridica,
il ricorso a sostanze droganti, il degrado ambientale, la dissolutezza dei
costumi, l’allontanamento dal Trascendente, il crollo delle famiglie, l’isola-
mento degli individui, il diffondersi della delinquenza, la recrudescenza di
gravi malattie e l‘impotenza di fronte ad esse, la disaffezione verso le scuole,
la sterilità delle ricerche mediche e biologiche, la mancanza di basi su cui
costruire le proprie speranze e quindi il crescere delle condizioni di dolore
nelle coscienze, sono tutti ascrivibili al progressivo soffocamento legislativo
della Creatività umana.
Non è quindi da meravigliarsi se risulterà sempre più difficile realizzare
aggregazioni governative in un tale contesto sociale, giacché tutti additano
ai mali ma nessuno presenta un progetto concreto che possa divenire base
di una sana riflessione umana.
Solo il Progetto Antropocratico, fornirà la via d’uscita da questo precipi-
tare, che sembra inarrestabile.
Per ciascuno dei mali sopra accennati, nel proseguire di questa disamina
antropocratica, se ne indicherà l’eziologia sociale, partendo dalle singole
patologie, cioè si indicheranno cause e rimedi.
Sulla base della chiarezza del quadro che ne emergerà, sarà facile poi
cercare e trovare quelle intese allargate, per passare poi alla realizzazione.
Si è pienamente coscienti che il passaggio dalle diagnosi alle terapie sia
estremamente urgente, ma si è anche certi che se non si trovano soluzioni
valide, cioè conformi a Verità, qualsiasi intervento frettoloso, non avvicinerà
ma allontanerà il risultato auspicato».

Nicolò Giuseppe Bellia, Logica e attuazione