mercoledì 16 settembre 2026

Potere o amore: la domanda che manca al dibattito sull'intelligenza artificiale

Negli ultimi mesi tre voci influenti hanno dato forma pubblica alla paura (o alla speranza) collettiva sull'intelligenza artificiale. Peter Thiel evoca il Leviatano: teme che il timore di un Armageddon tecnologico venga usato per costruire uno stato regolatore globale, un potere unico e totale che sopprime la libertà in nome della sicurezza. Elon Musk, all'opposto, teme la cosa stessa che dice di costruire: un'intelligenza artificiale generale più pericolosa delle armi nucleari, capace di sfuggire a ogni controllo. Dario Amodei, alla guida di uno dei laboratori che quell'intelligenza la sviluppano davvero, propone una via di mezzo: prendere sul serio il rischio senza cedere né al panico né all'euforia, restare alla guida della corsa proprio per poterne orientare la direzione.

Tre posizioni distanti, quasi opposte nei toni. Eppure, a guardarle bene, condividono una premessa che nessuna delle tre mette in discussione: il problema dell'intelligenza artificiale è un problema di potere — quanto concentrarne, dove limitarlo, chi deve poterlo esercitare, con quale contrappeso. Si discute se il rimedio sia più potere di controllo o meno, ma non si esce mai dal recinto del potere. Ed è proprio in questo recinto, mi pare, che si può trovare quanto manca.

C'è un episodio, non troppo ricordato, nella storia del cristianesimo: già nei primi secoli dopo Cristo l'uomo veniva pensato come composto di corpo, anima e spirito; poi, con una decisione conciliare altomedievale, questa tripartizione fu di fatto ridotta a corpo e anima soltanto, e lo spirito — come dimensione autonoma e riconosciuta — uscì dall'antropologia ufficiale della Chiesa. Da allora la cultura che ne è derivata, inclusa quella scientifica moderna che pure a quella matrice cristiana si oppone, ha ereditato l'abitudine a pensare l'uomo, e le sue creazioni, su due soli piani: quello materiale e quello psichico. Manca il terzo termine. E quando manca il terzo termine, ogni dibattito, per quanto acceso, finisce per muoversi solo fra le prime due dimensioni — fra la macchina e la paura che ne abbiamo.

È a questo punto che mi torna in mente una pagina che ho riletto proprio in questi giorni: una lezione di Giuseppe Leonelli, medico e pensatore di formazione antroposofica, tenuta quasi trent'anni fa a un convegno di formazione medica a Roncegno, nel giugno del 1997. Leonelli parte da un'idea che a prima vista sembra un azzardo: lo spirito della scienza — la ricerca disinteressata della verità — è, nella sua essenza più autentica, una delle espressioni più alte del messaggio cristiano, quello Spirito di Verità che nel Vangelo di Giovanni viene promesso come consolatore. E individua nella storia un nodo tragico: nel Cinque-Seicento furono le istituzioni giuridiche della cristianità a non riconoscere questo spirito nella scienza nascente, arrivando a bruciare Giordano Bruno e a processare Galileo. Ma il nodo, dice Leonelli, si sta riproponendo oggi in forma rovesciata: è la scienza stessa, ormai divenuta a sua volta istituzione e apparato dogmatico, a rischiare di non riconoscere più in se stessa quello che ne è il vero fondamento — non il dominio sull'oggetto, ma l'amore per esso.

Ed è qui il punto decisivo. Per Leonelli la ricerca della verità non è altro, in fondo, che amore per ciò che si vuole conoscere: il rispetto che lascia all'oggetto la possibilità di mostrarsi, anche quando questo costa sacrificio a chi conosce. Il potere fa esattamente il contrario: piega l'oggetto, lo deforma, lo trascina in quella che chiama sub-natura — un termine che riprende da Steiner, il quale lo usava per le forze sottratte al regno minerale e messe al servizio della tecnica, a partire dall'elettricità. E chi crede di dominare l'oggetto, avverte Leonelli, viene a sua volta trascinato dentro quella sub-natura che ha contribuito a creare. Impressionante, rileggendola oggi, la sua immagine profetica di trent'anni fa: un futuro prossimo in cui manipolare il materiale genetico sarebbe diventato accessibile come un videogioco, disponibile a chiunque, senza più bisogno di grandi laboratori. Non parlava d'intelligenza artificiale — parlava di clonazione — ma la struttura è identica: una potenza un tempo riservata a pochi specialisti che si democratizza a tal punto da poter essere maneggiata da chiunque, con leggerezza, come si maneggia un giocattolo. Se allora era la vita biologica a diventare materiale di gioco, oggi è il linguaggio, il pensiero stesso, il pattern che ci costituisce come esseri pensanti, a diventare la materia prima estratta e rimessa in circolo dalle macchine.

Tornando a Thiel, Musk, Amodei: nessuno dei tre nomina l'amore come categoria pertinente al problema. Non potrebbero, dentro il linguaggio in cui si muovono: Thiel oppone potere a potere temendo il Leviatano; Musk chiede più potere regolatorio per arginare un potere tecnico che teme incontrollabile; Amodei propone di amministrare il potere con misura, restando alla guida per poterlo orientare. Restano, tutti e tre, sul piano del corpo e dell'anima — la forza e la paura — senza il terzo termine.

Questo non significa che la via della misura, quella che Amodei per primo incarna, sia da scartare. Anzi. Ma è genuina solo se non si riduce a una gestione prudente del rischio: nella cosmologia di Steiner la figura che presiede a questo equilibrio, Michele, non è un amministratore cauto sospeso fra due eccessi, ma un'intelligenza già interamente compenetrata d'amore — la sintesi vivente, non il compromesso. La via di mezzo che vale è quella che nasce da questa qualità, non quella che si limita a dosare la potenza con più attenzione.

Novalis diceva, con una frase che Leonelli amava citare: l'amore compie miracoli. Forse è proprio questa la domanda che manca, in tutte le sedi in cui si discute oggi del destino della tecnica: non quanto potere darle o toglierle, ma se il modo in cui la costruiamo — e in cui costruiamo noi stessi insieme a essa — sia ancora, in qualche misura, un atto d'amore per la verità che vogliamo conoscere.


Spunto da una lezione di Giuseppe Leonelli, Lezioni Ordinate, vol. 1 ("La conoscenza e il cammino del medico"), tenuta al convegno di formazione medica di Roncegno, giugno 1997.

sabato 17 gennaio 2026

Quando l'Antropocrazia?

« Il Progetto Antropocratico è stato creato per consentire agli Esseri Uma-
ni di valutare la realtà sociale dal punto di vista delle loro vere esigenze e
con tale fine viene diffusa.
Se i Politici e tutti coloro che detengono il potere, sulla base delle loro
esperienze sociali, si orienteranno verso di essa, metteranno in atto tutte
quelle azioni necessarie alla sua rapida attuazione.
Al Cittadino cosa è possibile fare per spingere la realtà sociale verso
l’Antropocrazia?
Tutti coloro che sono dotati di pensiero immaginativo e sono animati
dal desiderio di contribuire al riassetto sociale, meditando sui pensieri for-
niti dall’Antropocrazia, potranno creare quella base di opinione sociale che
faciliterà altri verso la comprensione culturale dei contenuti antropocratici.
Le vie, attraverso le quali, la Storia conduce il progresso sociale sono
misteriose, ma non è pensabile che in tale cammino non abbiano impor-
tanza i pensieri e le azioni degli Esseri Umani. Chi, essendone in condi-
zione, si rifiuti di collaborare allo sviluppo generale, pecca verso se stesso,
verso i propri contemporanei e, soprattutto, verso le nuove generazioni. Se
ciascuno mediterà sulla sovrabbondanza dei benefici ricevuti, in rapporto
ai propri sacrifici, sentirà, prima o poi, la necessità di restituire, almeno in
parte, quanto ricevuto.
L’Antropocrazia non è un progetto politico che si debba affermare con
lotte tra schieramenti, ma un progetto scientifico, capace di unire tutti gli
Uomini di buona volontà, per il bene comune. Essa è stata concepita in spi-
rito di servizio e con tale spirito viene diffusa. La sede della valutazione dei
contenuti antropocratici non è quindi il solo intelletto, ma anche il cuore.
Il punto di partenza della concezione antropocratica della vita sociale è,
da un lato, la certezza della bontà del Progetto Divino, e, dall’altro, la con-
vinzione che la realizzazione di tale Progetto preveda, come indispensabile,
la cosciente e libera collaborazione degli Esseri Umani. Noi non veniamo
in questo Mondo solo per godere o soffrire dell’esistente, ma anche per col-
laborare alla sua evoluzione, partendo dalle nostre esperienze.
Chi venga a conoscenza dell’Antropocrazia e ponga le domande sul
come e sul quando della possibile attuazione, parte di tali domande dovreb-
be porle alla propria riflessione. Il contributo verso l’accelerazione della re-
alizzazione antropocratica può essere fornito da chiunque, anche attraverso
semplici riflessioni, che per l’Universo non cadono mai nel nulla. Partendo
da tali premesse possiamo aprire il discorso sulle ragionevoli speranze che
possano nascere in noi a partire dalle valutazioni della problematica sociale
che stiamo vivendo.
Partiamo dall’Italia in cui viviamo.
Tutti assistiamo al verificarsi di fenomeni sociali patologici che sono l’e-
satto opposto di quanto le ideologie del passato avevano prospettato ed il
cui costante regredire fa volgere quasi con nostalgia lo sguardo ai precedenti
periodi, tanto quelli successivi si dimostrano disastrosi. Tali fenomeni sono
stati tutti generati dalla progressiva chiusura dei residui spazi di libera Cre-
atività. Mali quali la disoccupazione, l’insicurezza economica e giuridica,
il ricorso a sostanze droganti, il degrado ambientale, la dissolutezza dei
costumi, l’allontanamento dal Trascendente, il crollo delle famiglie, l’isola-
mento degli individui, il diffondersi della delinquenza, la recrudescenza di
gravi malattie e l‘impotenza di fronte ad esse, la disaffezione verso le scuole,
la sterilità delle ricerche mediche e biologiche, la mancanza di basi su cui
costruire le proprie speranze e quindi il crescere delle condizioni di dolore
nelle coscienze, sono tutti ascrivibili al progressivo soffocamento legislativo
della Creatività umana.
Non è quindi da meravigliarsi se risulterà sempre più difficile realizzare
aggregazioni governative in un tale contesto sociale, giacché tutti additano
ai mali ma nessuno presenta un progetto concreto che possa divenire base
di una sana riflessione umana.
Solo il Progetto Antropocratico, fornirà la via d’uscita da questo precipi-
tare, che sembra inarrestabile.
Per ciascuno dei mali sopra accennati, nel proseguire di questa disamina
antropocratica, se ne indicherà l’eziologia sociale, partendo dalle singole
patologie, cioè si indicheranno cause e rimedi.
Sulla base della chiarezza del quadro che ne emergerà, sarà facile poi
cercare e trovare quelle intese allargate, per passare poi alla realizzazione.
Si è pienamente coscienti che il passaggio dalle diagnosi alle terapie sia
estremamente urgente, ma si è anche certi che se non si trovano soluzioni
valide, cioè conformi a Verità, qualsiasi intervento frettoloso, non avvicinerà
ma allontanerà il risultato auspicato».

Nicolò Giuseppe Bellia, Logica e attuazione

giovedì 1 gennaio 2026

Il potere e il diritto

« L’Essere Umano sperimenta personalmente la realtà del potere nel
rapporto con la propria corporeità. In tale rapporto si usa la volontà per
muovere il corpo ed il corpo ubbidisce nei limiti delle sue possibilità. Da
parte del corpo si ricevono sensazioni e impulsi che spesso ci costringo-
no a comportamenti corrispondenti. Sotto questo aspetto noi ci attiviamo
per sfamarci, per difenderci e in altre direzioni. In tale duplice rapporto
si sviluppa la nostra vita nella corporeità. Ogni azione umana cosciente è
preceduta e determinata da una nostra riflessione da cui poi scaturisce il
tipo di attivazione volitiva verso la corporeità. Di tali esperienze l’Essere
Umano conserva il ricordo. Sui ricordi è possibile rivolgere la propria ri-
flessione per comprenderne l’aspetto concettuale, trasformandoli in nostre
rappresentazioni, ed inserirli permanentemente in quello che chiamiamo il
nostro patrimonio conoscitivo. Tale duplice attività, volitiva e rappresenta-
tiva, abbraccia la nostra vita nella corporeità. Da parte della corporeità ci
provengono sensazioni di dolore sia nelle azioni volitive sia nelle situazioni
di disequilibrio. Ci arrivano anche sensazioni di piacere o di benessere. La
riflessione sul piacere e sul benessere ci porta a conseguire le relative rappre-
sentazioni che conserviamo in noi, completando sempre più il nostro patri-
monio interiore. In tale dinamica vi è una condizione di nostro potere di-
retto, negli atti volitivi, ed una condizione di soggezione nei confronti delle
richieste della corporeità, filtrate dalla nostra riflessione. Con il progredire
della nostra evoluzione e con lo sviluppo della nostra Creatività in tale set-
tore, il rapporto tra il nostro potere sulla corporeità e quello di essa su di noi
si modifica a favore del nostro potere. Ma la nostra vita non si esaurisce nel
nostro rapporto con la nostra corporeità, ma si sviluppa anche nei confronti
del mondo esterno. Giunti alla convinzione che il nostro supremo interesse
è quello di poter sviluppare ed esercitare la nostra Creatività, giudicheremo
di tutti i possibili rapporti di potere in cui ci imbatteremo a seconda che essi
siano positivi o meno in funzione del nostro cammino verso la Creatività.
Giudicheremo in tal modo di tutti gli aspetti della nostra vita di relazione e
anche di quella sociale. Dal nostro fondamentale impulso verso la Creati-
vità, che noi sempre più sentiremo come il più importante dei nostri diritti,
giudicheremo anche del contenuto dei Codici e delle leggi dello Stato.

Per quanto riguarda il contenuto dei Codici presto ci convinceremo del-
la loro positività essendo essi scaturiti dalla Scienza del Diritto che è nata e
si sviluppa nella direzione della tutela dei Diritti Individuali, tra cui quello
primario della libera Creatività. Altro è il discorso per le altre leggi create
nel tempo dai vari Governi. Senza entrare nell’analisi approfondita delle
varie ispirazioni che le hanno motivate, limitiamoci a riflettere sui disastri
che hanno provocato e provocano come consta a ciascuno anche per dolo-
rosa esperienza diretta.
La vera fonte dei mali che ci affliggono sta nel potere che lo Stato confe-
risce a tali leggi. Nel rapporto con tali poteri manca la nostra contropartita
di convenienza e quindi essi violano la nostra libertà, impedendoci ogni
Creatività. Il potere, conferito dallo Stato a tali leggi, nasce dall’unico con-
creto potere esistente nella realtà sociale, cioè quello dell’Essere Umano sul-
la propria corporeità. Coloro che affermano che la legittimazione del potere
dello Stato deriva dal voto elettorale, avrebbero ragione se fosse semplice
la creazione di nuovi Partiti rappresentativi della variazione delle opinioni
degli Elettori. Alle forti maggioranze, che non sono d’accordo con le strut-
ture politiche imperanti, non è in pratica consentita l’efficace espressione
delle proprie opinioni e non resta altro che l’astensione dal voto, in assenza
di partiti meritori del proprio consenso. Nel mondo si verificano situazio-
ni politiche assurde in cui spesso piccole minoranze gestiscono il potere,
contrapposte ad altre piccole minoranze provvisoriamente all’opposizione,
mentre le grandi maggioranze sono costrette a subire in silenzio.
Il Progetto Antropocratico nasce dalla volontà umana di porre rimedio
ai mali generati e creare condizioni di sviluppo conformi alle vere esigenze
degli Esseri Umani. I dettagli dei capisaldi della riforma antropocratica, in
campo giuridico, saranno ancora approfonditi in seguito. Qui ci si limita,
per il momento, ad accenni generali.
Il Progetto Antropocratico vuole per ora fornire a coloro, cui rimane
ancora tempo per pensare, contenuti di riflessione tali che attraverso la loro
meditazione nasca in essi un apposito organo di percezione interiore, ca-
pace di smascherare immediatamente tutti gli inganni che i detentori del
potere vanno ponendo in essere, per conservare le loro posizioni di conve-
nienza personale. Per coloro cui non rimane tempo per riflettere sulle loro
dolorose condizioni, deve restare la nostra solidale compassione e il nostro
impegno a lavorare perché presto le cose cambino. »

Nicolò Giuseppe Bellia, Antropocrazia. Logica e attuazione, capitolo V