sabato 23 agosto 2008

Il pappagallo azzurro



Il pappagallo azzurro rimbalzando
tra i rivoli e tra i sassi dell'acquitrino
spicca volo improvviso al tentativo
mio d'afferrarlo - il senso - e un giacinto
disteso sull'asfalto contrasta
la molle poltiglia spiaccicata, il midollo
di lumache senza casa spietatamente
uccise da ingordi pneumatici
sospinti da mefitiche marmitte catalitiche.

Tu credevi ormai fosse possibile rendere
Grazie alla téchne e all'evoluzione,
oppure bestemmiare questi salti supposti
in avanti, dietro riflessi di frasche splendidi
di acacia - zac! - interrotti, passa lo scooterino
che spande bruciate promiscuità d'olio
e benzene; le vene mie gioiscono tripudio
e grida che il bosco riceve come pioggia
che picchia e s'assorbe dentro il muschio.

Ma cosa, dimmi, cosa questo teschio d'uomo
persevera col suo aspettare sereno domani
che stringe la respirazione di gole sature -
nessuno che si prometta domani l'altro
di campare campane in funzione di festa
anziché il sordo suono del morto che spezza
qualsiasi ebete sorriso si stampi sulle sicurezze
da contocorrente, antifurto, doppia pensione -
e un ferro da stiro ti si pianta nel collo, imbecille.

Fanno, domani, settecentoventottomilasettanta
giorni dopo la venuta del Vero eppure ancora
fatica a penetrare la Grazia e la Sapienza
in questi cuori ormai pronti a tutto purché possa
essere premuto col telecomando e posto sul video
il messaggio e il massacro che da un comodo sofà
vengono metabolizzati con rutto digestivo.
Sì cara, porta un'altra alka seltzer. No,
non ti preoccupare, lo tiro io lo sciacquone dopo.

In via Aghenolfi, all'angolo con via Ferriera
un'estemporanea discarica riflette l'approdo
di questo genere cui anch'io, sereno, faccio
parte, e fiducioso d'essere riciclato in maniera
differenziata: anima, capelli, avambraccio
destro, il sesso canterino, occhi eccetera
sì che nessun gabbiano grasso in primavera
possa spilluzzicare carne e ricordi del transito
d'un io affaticato in attesa di compimento.

Eppure c'è vicino, lo sento, tra quei vetri rotti,
materassi, lattine arrugginite, escrementi, bucce,
assorbenti, cartoni sfatti, cibi avanzati, cerotti
sanguinolenti, briciole di catrame, letame,
cascame e il puzzo che ammorba e respinge
il fuoco della cosa che il bambino cercava attraverso
il verso che faceva acqua, fochino, fochetto.
Ecco, nonostante il freddo settembre che tinge
d'umido il terreno, qui ci si brucia.

Dietro il proprio Volvo rosso un paesaggista
straniero itinerante completa il cassero
tra i cerri nascosto e del campo arato
finge un prato; su in alto, l'alfabeto
dei gracchi suggerisce rime a me
rivolto a percepire prospettive. Un passero
col suo trillo manifesta il suo esserci:
tutto questo come non può piacermi mentre soffro
di automobili domenicali velenosi spruzzi?

Il regista dei sogni questa sera ha girato
una scena speciale ricostruendo, nei minimi
dettagli, la stoffa fiorita del divano sul quale
abbiamo confuso speranze e speso tempo bene
come mai avremmo immaginato di fare, amica.
Ti volti leggera inclinando la mandibola
e il chiaroscuro lascia spazio al piccolo
brufolo maturo, frutto di grassi vegetali,
serpenti industriali di digestione faticosa.

La rosa nascosta dai lussureggianti gialli
e bianchi crisantemi che il nostro simbolismo
scialbo ha relegato alle nostre ossa - la rosa, dicevo,
di serra boccheggia e trasuda pesticidi:
cinque franchi pesanti di cellophane per darti
un segno, un senso melenso di affetto quando
meglio sarebbe stato porgerti un tarassaco,
due foglie di malva, l'ortica, il gelsomino.

Una trappola, un volo, un salto improvviso,
un'uscita nel nulla. E mi dici parole senza
costrutto e pudore. Sai che il vuoto produttivo
e l'orgoglio dello sviluppo acceca e fa brutto
tutto intorno e rende secco e deserto - tace la scienza
schiava e costretta, appiattita dal capitale
mai più libera forse di slanci verso dolci
stelle, là dove l'occhio supera la cupa coltre
e tocca il nero e il blu tersi del firmamento.

Ci volevano diversi, forse, e più pronti a garantire
continuità d'intrapresa e sempre maggiore profitto
per piscine, aeroplani, orologi, cabriolet.
La moltiplicazione dei minuti si riduce a un vago
rincorrere marche in zeppi scaffali e vetrine.
Ma dimmi, sei sicuro che consumare sia l'essenza
della nostra vita? Non conosci quella fonte
minima che zampilla tra felci e cavolacci,
tutt'ombra e frescura, del Coleottero?

Sai perturbare la mia mente ossessivamente,
pioggia, che riempi i fossi e scrosci forte e le acque
fai marrone - e senza, no, di te non si può stare.
Apprezzo poi l'azzurro cristallino screziato
soltanto da alcuni baffi di nubi sfilacciate. Potrò
mai perdonarmi di non aver collezionato,
dipinto i miei cieli esclusivi, i miei tramonti,
raccontato questo mio passaggio a pie' de' monti
reso merto all'Essere com'altrui piacque?

Avrei dovuto volgere altrove lo sguardo
per catturare la scia dei colori di farfalle
istigatrici di tristezza e oscillazioni
e perpetue indecisioni sulla petraia.
E pongo un problema: può l'uomo vivere
senza i contorni dell'orizzonte, senza
punti di riferimento, agganci spaziali, solo
nel freddo siderale di una nebbia perenne
nell'assoluto silenzio che tamburo fa del cuore?

Incerti eudemonologi stasera hanno discusso
intorno al modo migliore di raccontare
come si è stati felici - fascino universale, lusso
temerario che pochi si permettono, happy few
dinamici a ripensare il fondamento - dici
che sbaglio? Accontentati di poco, credi:
sotto i portici non protette fedi
continuano il cammino verso uno zenith condiviso:
ché non si può esser felici se non si può cantarlo.

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