venerdì 3 luglio 2009

Sante cittadinanze



Quanto scritto non voglio che sia considerato un appoggio al ddl sicurezza approvato dal Parlamento; tuttavia Bossi ha ragione, pienamente ragione¹.
Al Vaticano si presenta comunque una magnifica occasione per dimostrarsi concretamente cristiano: accogliere tutti gli immigrati irregolari e dar loro la cittadinanza dello Stato Pontificio. Potrebbero moltiplicare i passaporti vaticani come i famosi pani e pesci. Ma temo che, questa volta, il miracolo non avverrà.
Io credo, in fondo, che se adottasse tale politica, il Vaticano avrebbe nel giro di pochi mesi, numerose conversioni. Conveniente no? O ci sarebbe il rischio di simonia?

1. Bisogna smetterla di tirare le casule episcopali a seconda della convenienza politica.

giovedì 2 luglio 2009

Invettive

Dire: “Pagliaccio”, “buffone”, “pezzo di merda”, “farabutto”, “pidocchio” è talmente liberatorio, catartico, veritativo, democratico, che essere tacciati come facinorosi dalle truppe perlusconiane ha un certo fascino: significa che tali severe critiche, alti moniti, peggiorativi ad personam toccano un nervo scoperto del potere mediatico del Principe Perlusconi. L'unica critica che si può muovere a tali giusti sfoghi necessari è di essere semmai pronunciati con acredine, con disprezzo, con cattiveria. Qui non si tratta di essere sprezzanti o cattivi o rancorosi, macché! Si tratta di esprimere con gioia incazzata una necessaria presa d'atto di fronte all'uomo piedistallo. Lui va lì per prendere in mano la cosa... mavattenea...

P.S.
Ringrazio G.O.D. (per il video) e nonunacosaseria (per il suo post).
Infine: quest'uomo intervistato assomiglia a mio suocero...

Perché Perlusconi è un piranha del popolo

«La ragione è facile a intendere; perché non il bene particulare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città. E senza dubbio, questo bene comune non è osservato se non nelle republiche; perché tutto quello che fa a proposito suo, si esequisce; e quantunque e' torni in danno di questo o di quello privato, e' sono tanti quegli per chi detto bene fa, che lo possono tirare innanzi contro alla disposizione di quegli pochi che ne fussono oppressi. Al contrario interviene quando vi è uno principe; dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città; e quello che fa per la città, offende lui. Dimodoché, subito che nasce una tirannide sopra uno vivere libero, il manco male che ne resulti a quelle città è non andare più innanzi, né crescere più in potenza o in ricchezze; ma il più delle volte, anzi sempre, interviene loro, che le tornano indietro. E se la sorte facesse che vi surgesse uno tiranno virtuoso il quale per animo e per virtù d'arme ampliasse il dominio suo, non ne risulterebbe alcuna utilità a quella republica, ma a lui proprio: perché e' non può onorare nessuno di quegli cittadini che siano valenti e buoni, che egli tiranneggia, non volendo avere ad avere sospetto di loro. Non può ancora le città che esso acquista, sottometterle o farle tributarie a quella città di che egli è tiranno: perché il farla potente non fa per lui; ma per lui fa tenere lo stato disgiunto, e che ciascuna terra e ciascuna provincia riconosca lui».

Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio

Sentieri nel bosco

Così m'incamminavo nella fangosa mulattiera sconquassata da numerosi viaggi di trattori carchi di legna da ardere - come ardevi tu, come ardevamo noi legna e fuoco entrambi. Il ciglio della strada permetteva volute tra rovi e ginestre, e ogni tanto una morbida bacca di rosa canina suggevo contemplando della valle l'orizzonte sciupato da qualche laida costruzione industriale. Pensavo al maggio, alle tue tiepide carezze che più non torneranno a cimentare polvere e ricordi del transito di questo io affaticato in cerca di compimento. Tu non eri più così com'io non ero quello che avresti desiderato che fossi, non ero, non ero. E pensavo altresì alle mie mani che scrivevano sul tuo grembo di musa, mentre annusavi l'inchiostro misto a sangue col quale scolpivo la materia grezza del nostro amore. Perché mi soffermo tanto su te - perché non lo so e non rispondo. So solo che il mar Caspio è lontano, si restringe e si riempie di mafiosi miasmi e penso a questo nonostante abbia davanti i magnifici merli spezzati di questo castello che non riesco ad abbandonare. Riprendo a camminare, mi sbaglio di strada. Un divieto d'accesso causato da un muro pericolante devìa i miei passi verso il giardino nel quale sperai un tempo catturare la tua essenza femminea. Ma basta così, è meglio non camminare sopra i ricordi troppo a lungo e con questo fango: si rischia di cancellare le tracce di quello ch'è stato. È meglio che torni in città, ripercorrere vie consuete in zone bluastre; è meglio mi fermi in qualche caffè a prendere un tè senza limone, senza zucchero, senza te - eppure te di nuovo presente mentre pago alla cassiera che mi guarda con aria indifferente, la stessa aria vaga con la quale eri solita disprezzarmi mentre mi parlavi e io non c'ero.

mercoledì 1 luglio 2009

Una struttura piramidale



Chissà cosa si diranno ad Astana, in Kazakhstan, dentro questa spettacolare piramide (Palace of Peace and Accord), al Congresso delle Religioni mondiali e nazionali.
Che spettacolo se Malvino potesse parteciparvi come un'insigne personalità laica e farci un resoconto! Il Vaticano mi pare vi invii il Cardinal Roger Etchegaray.
Quello che più mi colpisce è il fatto che, nella graduatoria delle personalità presenti, sua Eminenza figuri soltanto al dodicesimo posto.

I piedi a terra 2.

Su Giornalettismo il mio secondo articolo.

Pensieri apocalittici.

martedì 30 giugno 2009

La memoria al di sopra della storia

«Il monoteismo si è retrodatato spontaneamente poiché così imponeva l'ordine della genealogia. Lotta per il primato e lotta per l'anteriorità sono la stessa cosa. Il lignaggio fa titolo, in un mondo nel quale non vi è nulla che possa essere recente e al tempo stesso degno di venerazione. La cronologia è l'argomento di autorità per eccellenza, il mezzo più efficace per sottomettere i nuovi venuti o gli antichi, che il bisogno della causa induce a considerare tali. Retrodatiamo per essere i più forti, e il più forte è colui che può dimostrare ai vicini (e a se stesso) che era là prima degli altri, nel vuoto Primordiale più prossimo all'origine. È in questo modo che, uomo o dio, si arriva a produrre, sotto la pressione degli eventi e con i mezzi di bordo, i certificati di preesistenza necessari. Ci si sorprende non poco quando si apprende, dagli specialisti dell'esegesi storico-critica, che Abramo non era che un piccolo eroe meridionale salito di grado e di anzianità grazie all'intervento di abili redattori. [...]
L'oggetto da trasmettere [...] non esiste anteriormente al processo della sua trasmissione. È il suo percorso che trasforma un discorso in ciò che esso è. [...]
La tradizione inventa, in perfetta buona fede, ciò di cui essa si fa latrice, o, meglio ancora: essa autentica la propria narrazione cancellandosi come racconto (il medium tende sempre a cancellare se stesso, ed è a questa condizione che riesce ad avere successo). La metamorfosi [...] adempie a una funzione vitale per la comunità che ne è, al tempo stesso, materia e motore, enunciatrice ed enunciato. La riscrittura del passato è dinamica, orientata verso il futuro. Il suo compito è quello di conferire significato al presente offrendo un invidiabile centro di attenzione a una comunità che avrebbe buone ragioni per dubitare del proprio avvenire. È per questo che ogni episodio delle Scritture (la cui redazione si prolunga per sette o otto secoli) parla la lingua del secolo in cui è stato scritto, e non quella del momento in cui si suppone si svolgano gli eventi».


Régis Debray, Dio, un itinerario. Per una storia dell'Eterno in Occidente, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2002 (pag. 47-48)

Mi si perdoni la lunghezza del brano riportato, ma mi stava a cuore rileggere queste parole dopo la lettura di un significativo post malviniano.

Idee regalo

«La prova che quello del regalo è un autentico rito ci viene data dalle regole ferree che lo governano. Tali regole esigono un tatto straordinario nell'esecuzione, per la buona ragione che sono, in fin dei conti, contraddittorie. Esse cercano di conciliare l'imperativo della reciprocità e dell'uguaglianza con l'imperativo della differenza che non è meno essenziale.
I grandi imperativi del dono definiti da Mauss sono sempre presenti nel regalo contemporaneo: dare-ricevere-rendere. Se uno dei due regali ha un costo maggiore dell'altro, la parte sfavorita non osa manifestare il suo disappunto, ma questo non fa che aggravarlo. La parte favorita, a sua volta, non è più contenta, e si domanda se il valore superiore del regalo ricevuto non costituisca una critica indiretta da parte di chi l'ha donato. Ci si sente sospettati di tirchieria.
Se la differenza tra i regali riflette una forte disuguaglianza economica tra le persone che se li scambiano, il risultato sarà ancora peggiore. Lungi dall'essere soddisfatta, la parte economicamente più svantaggiata sarà divorata dal risentimento. Avrà l'impressione che la si sia voluta umiliare.
La prudenza esige che vi sia fra i regali che ci scambiamo un'equivalenza non meno rigorosa di quanto richiede un baratto. Bisogna imitarsi con il massimo scrupolo, ma dando un'impressione di estrema spontaneità. Ognuno deve convincere la sua controparte di aver obbedito, nello scegliere il regalo che è stato fatto, a un impulso irresistibile, a un'ispirazione folgorante, del tutto scevra dei miserabili calcoli della comune umanità».

René Girard, La pietra dello scandalo, Adelphi, Milano 2004 (pag. 38-39)

Sono preoccupato di quello che potrà regalare Berlusconi ai vari leaders e relative mogli al prossimo G8.

domenica 28 giugno 2009

Situazione

La forza del luogo comune,
dolorosa.
Lo zampillo della pompa nell'erba
sospiro inavvertito.
Il giardino all'imbrunire.
Seggiole in tondo, sdrai.
Sguardi noti s'incrociano: uno solo evasivo.
Generalmente calmi.

Sul rovescio del luogo comune
le campane del vespero. Inascoltate.
Da secoli e secoli a quest'ora
una spoglia ancora calda
di sangue e senso.
E attorno le rondini a migliaia.

Sono io tutto questo, il luogo
comune e il suo rovescio
sotto la volta che più e più s'imbruna.
Ma non può nulla contro un solo sguardo
di altri, sicuro di sé che si accende
dello sguardo mio stesso
contro gli occhi colpevoli
contro i passi furtivi che ti portano via.

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani - da Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1986

sabato 27 giugno 2009

Fare politica




Premessa.
Questo sotto sarebbe dovuto essere un "breve" commento a questo ottimo post di nonunacosaseria. Dato che è venuto un po' lungo, ne faccio un post.


Non essendoci in Italia una vera e propria scuola di formazione politica (come in Francia, ad esempio), dal dopoguerra fino a pochi anni fa si diventava politici soprattutto (e quasi esclusivamente) attraverso le scuole dei vari partiti. Il problema principale è che i partiti non sono più degli efficaci selezionatori di un'accettabile classe dirigente. Col senno di poi, persino la scolastica democristiana era qualcosa di più dignitoso dell'attuale situazione; persino i peggiori e oscuri padrini democristiani, al confronto di molti politici odierni, erano dei giganti della Politica.

Se da un lato (a destra) abbiamo l'esempio primo di colui che, da imprenditore, “s'è prestato alla politica” (per rimanerci incollato, purtroppo) – da cui ne consegue, costitutivamente (basti pensare a ciò ch'era ed è Forza Italia), che molti quadri del “partito” derivano dall'esempio fondatore; dall'altro lato (sinistra) abbiamo – dopo le varie rivoluzioni-involuzioni partitiche – il goffo tentativo di seguire, per mimesi d'appropriazione, l'esempio berlusconiano che tanto successo ha avuto ed ha.

Quindi, che fare? Chi può (e come si può) oggi fare politica e farla bene? Chi ne ha la voglia, la forza, il coraggio debitamente depurati da qualsivoglia arrivismo personale che non pregiudichino il fine principale di servizio alla polis?

Io no. Io ho già dei problemi ad amministrare me stesso, figuriamoci il prossimo. Se poi questo quasi quotidiano esercizio di scrittura possa essere considerato “politico” non posso e non voglio essere io a dirlo e a giudicarlo.

L'unica volta che mi sono impegnato politicamente è stata una quindicina d'anni fa in una lista civica (di sinistra) alle elezioni comunali del paese ove abito. Era il 1993, la DC stava crollando in ogni dove. Si presentarono due liste, la nostra (il Leone Rampante) e quella della DC. Arrivammo secondi. Fui eletto in corso di “legislatura” (per la prematura morte del nostro capolista – a proposito: un saluto, caro Mario e un ricordo affettuoso) come consigliere comunale. L'unica cosa di cui mi occupai in quel periodo era di affiggere aforismi nella nostra piccola bacheca di lista situata nel borgo del paese. Tenevo una specie di blog all'aperto antelitteram per capirsi. Mi diverto più ora, anche se a leggermi saranno meno persone. Ho capito ch'era inutile (o quasi) per i cittadini trovare frasi di Platone o Karl Kraus. Ma io mi divertivo a esporre i miei samidzat politici che non c'entravano nulla con i marciapiedi da rifare o le fognature comunali da completare. Eppure sarebbe bastato prendessi all'epoca una tessera di partito qualunque e profondessi, insieme allo studio universitario, un po' d'impegno, un po' di attivismo e, credo (forse presuntuosamente, ma non troppo) che a quest'ora sarei almeno un consigliere provinciale. Non l'ho fatto, non me ne pento. Era solo così per dire, per far capire che fare politica oggi, seriamente, onestamente, e con un briciolo d'intelligenza è tremendamente difficile.

Una escort



[a Patrizia D'Addario]

Una che si svestiva con molta docilità
deponendo in bell'ordine gli indumenti
uno sull'altro senza alcuna impudicizia
e tuttavia senza il minimo dramma di pudore

Ma appena commentando con ironia e con tenerezza
prima perché sapeva essere quello il rituale
e poi perché la pazienza è nelle donne virtù
che più di noi le frena lungo la china della morte

Una che conosceva tutte le lingue del silenzio
e per questo soffriva gli errori delle parole
anche se la parola non è essenza
ma paura d'assenza nell'uomo che la parla

Una che amava il sole e l'oro
e per questo portava tutto il grigio dei doveri
come chi per mancanza di denaro abbia lasciata
sul banco la bella cosa a lungo soppesata*

«Accompagnatrice escort di lusso, exclusive vip companion, bella, sensuale, colta, elegante e raffinata, dotata di sense of humor, disponibile per gentlemen di elevato livello socioculturale ed economico. Posso accompagnarti per pomeriggi, serate, cene, viaggi, incontri di lavoro e di svago. Sensibile e versatile, abile nelle pubbliche relazioni. Mi piace coccolare e adoro tutto ciò che ruota intorno al buon gusto, ciò che mi distingue è la classe, l'educazione e la capacità di adattarmi a qualsiasi ruolo...»

Non sono un esperto, dacché purtroppo (o per fortuna) non ho potuto sperimentare tali prestazioni. Tuttavia, con un rapido giro tra i vari siti dove si reclamizzano le varie escort, soprattutto quelle di lusso e classe, si viene a sapere che esse saranno a tua completa disposizione per qualsiasi tuo desiderio, anche quello di farci credere di essere meglio di Richard Gere o George Clooney. Quindi, va da sé, che quando S.B. dichiara spudoratamente che lui non ha mai pagato una donna in vita sua perché ciò lo avrebbe privato del piacere della conquista, è di per sé una dichiarazione fasulla; ancor più perché per lui 10.000 euro equivalgono ai miei 10 centesimi. E se io potessi portare a letto una come Patrizia D'Addario con 10 centesimi crederei anch'io di averla conquistata col mio fascino da trombeur des femmes.

* Giovanni Giudici, O beatrice, Mondadori, Milano 1972

venerdì 26 giugno 2009

Beato solipsismo

A volte mi piacerebbe essere affetto da solipsismo. Dire: esisto solo io, gli altri non ci sono. O meglio: gli altri esistono solo se li penso. E così, da stasera, seduta stante, Berlusconi lo faccio sparire. Non lo penso, né lo dico più. Non c'è nessun uomo chiamato così. Ah, che soddisfazione, mi dico, da stasera non farò più esistere lo scandalo permanente di questa nostra serva Italia.
Bello contento, mi preparo per andare a letto quando, sul divano, scorgo un libro di fiabe filosofiche che tempo fa regalai alle mie figliole. Chi Po e lo stregone: racconto cinese per bambini e filosofi. In tal libro «c'è una scena in cui il ragazzo, Chi Po, prende lezioni di pittura dallo stregone Bu Fu. A un certo punto questi dice: "No, no! Tu ti limiti a dipingere ciò che esiste! Chiunque può dipingere ciò che esiste; il vero segreto è dipingere ciò che non è!". Chi Po, costernato, ribatte: "Ma che cosa c'è che non è?".»¹
Berlusconi!

1. In realtà, il libro sul divano è una mia invenzione. Però il libro succitato esiste davvero (Oscar Mandel, Chi Po and the Sorcerer: A Chinese Tale for Children and Philosophers, Tokio, 1964) anche se, credo, non vi sia una traduzione italiana. Ho saputo della sua conoscenza tramite Raymond Smullyan, 5000 anni avanti Cristo, Zanichelli, Bologna 1987 (pag. 104).

Sampietrini muliebri



Iran: le donne in prima linea della contestazione

A bocca chiusa



S.B. sulla crisi dichiara: «Ai catastrofisti bisogna chiudere la bocca» e aprire il.

«Catastrofe è la messinscena dell'umiliazione di un individuo usato come una marionetta. Il protagonista, indicato dalla lettera P, è un uomo ridotto allo stremo delle forze, totalmente sottomesso al volere di un regista-burocrate (R) e della sua scattante assistente (A). L'obiettivo di R è quello di suscitare emozione attraverso l'ostentazione di quest'uomo privato della propria dignità, con la premura di non eccedere troppo nell'esposizione del corpo dell'attore per non scandalizzare il pubblico.
Quando il tecnico delle luci (L) punta il riflettore su P, ritto su un cubo nero affinché siano visibili anche i piedi nudi, simbolo di debolezza, dal pubblico parte un convinto, scrosciante applauso. E' a questo punto che P compie un gesto impercettibile ma possente: solleva il capo - che fino a quel momento era stato costretto a tenere chino secondo le indicazioni di R - e fissa il pubblico. Lentamente l'applauso scema e l'invisbile platea scompare in un imbarazzato silenzio»*.

giovedì 25 giugno 2009

Siamo cristiani fino al midollo

«I fatti sono chiari: le guerre occidentali sono appoggiate dal Dio cristiano, e alla sua chiamata alle armi non ci possiamo sottrarre perché siamo tutti cristiani, indipendentemente dalla fede che seguiamo, dalla chiesa che frequentiamo o anche dalla nostra professione di ateismo. Puoi essere ebreo oppure musulmano, puoi rivolgerti al tuo dio con i riti della Santeria, puoi fare parte della Wicca, ma se vivi nel mondo occidentale, psicologicamente sei cristiano, marchiato indelebilmente con il segno della croce nel cuore e nella mente e in ogni fibra del corpo. Il cristianesimo è dappertutto, nelle parole che usiamo, nelle bestemmie che pronunciamo, nelle rimozioni che rafforziamo, nello stordimento che cerchiamo, nella eredità di assassini religiosi della nostra storia: l'assassinio degli ebrei, l'assassinio dei cattolici, l'assassinio dei protestanti, dei mormoni, degli eretici, dei dissidenti, dei liberi pensatori... Se pensi che la tua anima personale sia distinta dal mondo esterno e che consapevolezza e coscienza morale siano localizzate in quell'anima (e non nel mondo esterno) e che perfino il gene egoista sia individualizzato nella tua persona, allora, psicologicamente, sei cristiano. Se la tua prima reazione a un sogno, a una notizia, a un'idea è di operare immediatamente una divisione tra bene e male morali, allora, psicologicamente, sei cristiano. Se associ il peccato alla carne e ai suoi impulsi, ancora una volta, psicologicamente, sei cristiano. Se noti quando un presentimento si realizza, se prendi le sviste come segnali e credi nei sogni, ma poi ti affretti a liquidare queste intuizioni come "superstizione", sei cristiano, perché quella religione mette al bando ogni forma di comunicazione con l'invisibile che non sia Gesù. Quando volti le spalle ai libri e allo studio, per cercare nei tuoi sentimenti intimi risposte semplici a problemi complessi, sei cristiano, perché il cristianesimo dice che il Regno di Dio e la voce del suo vero Verbo sono nell'interiorità. Se la tua teoria psicologica designa certi stati dell'anima con espressioni come ambivalenza, io debole, scissione, crollo, confini incerti, e ne ha paura considerandoli malattie, allora sei cristiano, perché quei concetti esprimono l'adesione a un'autorità centrale, unica e potente. Se pensi che i dati apparentemente casuali della storia abbiano una finalità, segnino in qualche modo un'evoluzione, e che la speranza sia una virtù e non un'illusione, allora sei cristiano. E sei cristiano quando credi che alla fine del tunnel delle umane disgrazie ci attenda la risurrezione della luce invece che la tragedia irrimediabile o il caso o la sfortuna. E, in particolare, sei un cristiano americano quando idealizzi una tabula rasa di innocenza infantile come se fosse la condizione più vicina a Dio. Non possiamo eludere duemila anni di storia, perché noi siamo la storia incarnata, ciascuno di noi è stato gettato sulle spiagge occidentali dello hic et nunc dalle mareggiate di tanto tempo fa.
Possiamo disconoscere la presa del cristianesimo sulla nostra psiche, ma che altro è l'inconscio collettivo se non gli schemi emotivi inveterati e i pensieri non pensati che ci riempiono di pregiudizi che ci piace chiamare scelte? Siamo cristiani fino al midollo. Nelle nostre distinzioni si nasconde san Tommaso, alle nostre buone azioni presiede san Francesco, e migliaia di missionari protestanti di ogni setta immaginabile concorrono nel darci l'innata certezza di essere superiori a tutti e capaci di aiutare gli altri a vedere la luce».

James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano 2005 (pag. 231-232)

I piedi a terra



Gentili lettrici e lettori che visitate questo luogo marginale della rete, vi comunico con sommo gaudio e grande letizia (senza Noemi ahimè!) che Giornalettismo ha pubblicato un mio elzeviraccio dal titolo «Piccoli borghesi crescono».
Buona lettura.

P.S.
Ringrazio tutta la redazione e il direttore di Giornalettismo di questa opportunità, in particolare Alessandro D'Amato. Piedi a terra è il titolo della rubrica che spero di riuscire a coprire più o meno settimanalmente (e degnamente).

Segnalazione



Vorrei averle scritte io queste dettagliate cronache.

mercoledì 24 giugno 2009

La verità dei fatti.



«Che definizione si può dare della verità?»

«Della verità? La verità è... la verità. Quando Pilato domanda a Cristo, Cristo non dà risposta su cos'è la verità... però la verità esiste, c'è. Ci sono i fatti, naturalmente anche nei fatti c'è l'ambiguità, c'è la possibilità di interpretarli, di sfaccettarli come si vuole, di dissoverli anche, pirandellianamente... Però un fatto è un fatto. E qui vengono proprio mistificati i fatti. Non si riesce più ad avere un'idea del fatto [...] Per me l'esempio più straordinario di giornalismo, di onestà professionale del giornalismo, è quello che racconta quel vecchio inviato del New York Times, Mattews. Lui racconta che una volta i corrispondenti che erano dalla parte di Franco durnate la guerra di Spagna diedero come conquistato da Franco un paese che a lui risultava invece essere ancora in mano ai repubblicani. Mattews prese una macchina, andò in quel paese e fece da lì un telegramma al New York Times; mentre usciva dall'ufficio postale le avanguardie di Franco entravano dall'altro capo del paese. Però lui intanto aveva smentito la notizia falsa: il giorno prima Franco non c'era. Ecco la verità dei fatti. E un potere della verità c'è, lo si può esercitare anche così. Questo dovrebbe essere il giornalismo, dare il fatto del momento. Il giornalismo è come un tribunale in prima istanza, dove hanno valore i fatti. Invece oggi si pratica un giornalismo come cassazione, dove i fatti scompaiono, quello che gli avvocati chiamano "il merito" scompare, ed esiste soltanto la forma...»

Leonardo Sciascia, La palma va al Nord, Gammalibri, Milano 1982 (pag. 176)

La rosa bianca




ad A.E. per il suo compleanno

Coglierò per te
l'ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l'hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent'anni,
un po' smemorata, come tu sarai allora.

Attilio Bertolucci, Fuochi in novembre.

À bout de souffle

Berlusconi: «La Daddario pagata per parlare».
Poverina, come faceva a parlare con qualcosa in bocca?

martedì 23 giugno 2009

Medicina sociale

Mi piace andare a pescare. In biblioteca. Getto l'amo tra scaffali accessibili e libri direttamente consultabili. Oggi ho pescato un libro di Norbert Elias, Coinvolgimento e distacco, Il Mulino, Bologna 1988. Titolo meraviglioso, vero? Sfoglio l'introduzione dell'Autore, leggo queste domande che faccio subito mie, tanto già mi abitavano ma che ancora non sapevo esprimere (ma ciò che non si sa esprimere esiste? Boh!).

«Perché alla maggioranza della gente pare impossibile e non auspicabile che gli esseri umani imparino a liberarsi dai pericoli che essi stessi costituiscono per gli altri e per sé, allo stesso modo in cui appresero a liberarsi dalla maggior parte dei pericoli con i quali la natura non umana minacciava gli uomini in epoche lontane - o perlomeno limitarli? Eppure tali pericoli erano non meno incontrollabili di quelli da essi stessi creati e che oggi li minacciano. Non è forse vero che la minaccia di una nuova epidemia, in larga parte provocata da agenti non umani, oggi viene affrontata mediante la mobilitazione degli scienziati di buona parte del mondo? Ognuno ritiene del tutto ovvio che trovare una spiegazione, magari un rimedio, per questa nuova minaccia mortale non sia al di là delle possibilità umane. Ma nel caso di guerre o rivoluzioni - disastri umani non certo inferiori anzi spesso superiori alle grandi inondazioni o epidemie - pochissimi penserebbero di ricorrere agli scienziati sociali [aggiungo: filosofi, psicologi, antropologi, economi, letterati, artisti vari, blogger...] per averne aiuti e consigli; e, se lo facessero, questi scienziati potrebbero offrire consigli che ben pochi sarebbero disposti ad accettare e perfino ad ascoltare».

Ragioniamo per assurdo e proviamo ad ammettere (e concedere) che, per un periodo limitato (un anno o due) il Potere politico-economico-finanziario accetti seriamente di mettere i pratica i consigli degli scienziati sociali, consigli volti a far progredire e a migliorare le condizioni di vita della società in generale e dei cittadini in particolare. Bene: esistono dei consigli, delle ricette, delle formule che possano davvero far guarire la società umana dai mali che la tormentano? Esiste davvero la possibilità di scoprire un vaccino contro la stupidità, la cattiveria, l'avidità umane così come gli scienziati medici hanno scoperto dei vaccini contro terribili malattie? Quali medicine possono curare e guarire il corpo malato della nostra società?
Da modesto filosofuccio di provincia quale sono, lancio la mia formula magica, il mio abracadabra: tenere a bada il desiderio.

P.S.
Qualcuno mi aiuta a riempire un'ipotetica cassetta di pronto soccorso umanitario? Non è un compito facile, lo so. Comunque meno difficile che trovare una cura per il Partito Democratico.

Niente

«Dunque, succede: niente. Questo niente, tuttavia, bisogna dirlo. Come dire: niente? Ci troviamo qui dinanzi a un grande paradosso dello scrivere: niente può solo dirsi niente; niente è forse la sola parola della lingua che non ammette nessuna perifrasi, nessuna metafora, nessun sinonimo, nessun sostituto; infatti dire niente altrimenti che con il suo puro denotante (la parola “niente”), sarebbe già colmare il niente, smentirlo: come Orfeo che perde Euridice voltandosi verso di lei, niente perde un po' del suo senso ogniqualvolta lo si enuncia (lo si de-nuncia). Bisogna dunque barare. Il niente può essere preso dal discorso solo di sbieco, di striscio, con una sorta di allusione captante».

Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Einaudi, Torino 2003 (pag. 169).

Lettera a un direttore



Leggete (e diffondete) questa lettera.

lunedì 22 giugno 2009

Perché alla fine...

«Perché alla fine che cos'è
tutto il genere umano a paragone
della natura e della universalità delle cose?»
I ragazzi corrono senza fiato.
Le pinete scricchiolano al sole.
Di qui la società è invisibile.
Ma se continuiamo a non volere la verità
sarà terribile la nostra via.
È bene che lo sappiamo una volta per sempre.
La battaglia ebbe luogo prima del bivio
dove la strada fa una larga svolta.
Il nome lo rammenta Livio, lo storico antico.
E non guardare dove le stelle si riproducono? Non volete
nemmeno osservare le piccole persone
che stridono sotto le nostre scarpe?
Come l'agonizzante diventa un sasso lo sapete.
Come si butta via
die Leiche il cadavere spezzato l'avete visto.

Franco Fortini, Paesaggio con serpente (Poesie 1973-1983), Einaudi, Torino 1984

domenica 21 giugno 2009

Un meccanismo di difesa

«La rimozione o la negazione della violenza, anche se si manifesta con caratteri spesso apertamente ideologici o in base a strumentalizzazioni politiche e suggestioni religiose, è parte integrante della psicologia individuale e collettiva di fronte a informazioni terribili, minacciose, inquietanti. È un meccanismo di difesa che è parte integrante di ogni nazionalismo (“Il nazionalista,” ha scritto George Orwell, “non solo non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare”) e probabilmente di ogni ideologia fortemente strutturata, certamente di ogni fondamentalismo religioso o etnico. È una modalità con cui i colpevoli giustificano a sé e agli altri le proprie azioni; è la risposta a una “minaccia cognitiva” che rischia di frantumare certezze e credenze. È sempre lo stato, infatti - o comunque un'autorità riconosciuta - ad autorizzare, incoraggiare, organizzare la violenza, dopo aver favorito la costruzione di una visione dle mondo in cui la presenza di altri non è prevista se non come nemici. Ed è per questo che la più ricorrente giustificazione è quella di aver agito per difesa, per reazione, per paura e per la propria sicurezza, considerandosi in questo modo la vera vittima - più di quelle che lo sono state davvero - della situazione violenta»

Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo, Feltrinelli, Milano 2005, pag. 113.

Fatte le debite distinzioni, mi pare che il meccanismo di difesa berlusconiano segua questo schema.

Duro come un cencio

Escort d'Italia, unitevi e rallegratevi. Tiene duro.

sabato 20 giugno 2009

Edelweiss



Non potendo disporre, come il Minculpop, della quasi totalità dei media, il potere berlusconiano ha operato in modo tecnicamente più subdolo e adatto alle moderne democrazie occidentali. Da buon manicheo, Berlusconi oltre ad aver individuato nella sinistrata Sinistra il responsabile di tutti i mali del mondo e delle sue magagne politiche e sessuali, ha creato uno spartiacque tra i media stessi gettando discredito e proclamando l'inattendibilità di tutti quei media che osano mettere in dubbio, criticare, riportare i misfatti del suo operare non solo politico ma anche esistenziale.

Sempre più chiaramente si nota che, secondo lui, non esiste una posizione terza. Qualsiasi critica, qualsiasi registrazione del suo malaffare è Sinistra, è Odio, è Invidia e questo nonostante l'acclarata oggettività dei fatti riportati. Questa sua opinione poi diventa, grazie alla forza dei “suoi” media, Scudo, Contrattacco, Verbo da diffondere. Infatti, i suoi scagnozzi mediatici, professionisti delle tecniche persuasorie, mettono in atto una campagna militare di aggressione preventiva e, insieme, una superba Maginot che consente loro di offrire al suo pubblico (la maggioranza degli italiani) l'immagine di un leader per l'ennesima volta vittimizzato dalle orde dei suoi famelici nemici. E dacché passare per vittima è l'unico modo possibile per vincere nella nostra società pseudo-cristianizzata, molto cattolica e kitsch, ecco che un escremento imbellettato si erge a piccola povera edelweiss (*) da difendere strenuamente da coloro che cercano di estirparla dal suol patrio.

Ma chi vuole realmente buttar giù questo governo? Chi e con che diritto visto che, obtorto collo, esso è stato democraticamente eletto? Possibile che il mostrare comportamenti, pubblici e privati, sia da considerare un atto golpistico? La Sinistra fa pena? Fa pena forse perché non ha niente di concreto da proporre in caso (remoto) di dimissioni e di elezioni anticipate, questo sì. Spazzatura? Ma la spazzatura è dentro le ville e le dimore del potere e non c'è verso di poterla riciclare. Serve davvero un buon inceneritore. La ditta Alfano ne ha congegnato uno con molto lodo.


*È incredibile. Cercando una foto di una stella alpina vo su Google e digito la parola edelweiss. Ecco chi è apparso. Mica male però, non la conoscevo. Cercherò il suo numero quando avrò i soldi per una escort.

venerdì 19 giugno 2009

Un'antica professione



«SIGNORA WARREN: ... Per cosa è educata una ragazza rispettabile se non per colpire la fantasia di un uomo ricco e trarre beneficio dal suo denaro sposandolo? [...] Oh! l'ipocrisia di questo mondo mi dà la nausea! Liz e io abbiamo dovuto lavorare e risparmiare e calcolare proprio come le altre persone; altrimenti saremmo povere come qualsiasi altra buona a nulla che beve e sperpera e pensa che la sua buona fortuna durerà in eterno. Io disprezzo quella gente: non ha carattere; e se c'è una cosa che detesto in una donna, è proprio la mancanza di carattere.

VIVIE: Via mamma: francamente! Non credi rientri in ciò che tu chiami carattere di una donna il suo disprezzo per quel sistema di far denaro?

SIGNORA WARREN: Ma certo. A nessuno piace dover lavovare e guadagnare; eppure tutti lo devono fare: Anch'io molte volte ho compianto una povera ragazza, stanca e avvilita, costretta a cercare il piacere a un uomo del quale non importa un accidente... un cretino mezzo ubriaco il quale crede di rendersi gradito quando prende in giro, infastidisce e disgusta una donna, al punto che non esiste denaro che basti a ripagarla di tanta sopportazione. Ma lei deve sopportare le cose sgradevoli e prendere il ruvido col liscio, proprio come l'infermiere di un ospedale o chiunque altro. Non è un lavoro che una donna possa fare per il suo piacere, Dio solo lo sa; ma a sentire i discorsi della gente pia c'è da credere che sia un letto di rose.

VIVIE:
Eppure ritieni che valga la pena di farlo. Rende.

SIGNORA WARREN: Certo che vale la pena per una povera ragazza, se sa resistere alla tentazione, ed è bella e ben guidata e giudiziosa. È molto migliore di qualsiasi altro impiego che le si presenti...
»

George Bernard Shaw, La professione della Signora Warren, Atto II, (1898-1902), Mondadori, Milano 1966.

giovedì 18 giugno 2009

Cultura e potere

«Il problema della cultura e del potere è, oggi, come sempre, quello dei rapporti tra uomini di cultura e uomini al potere. Supponiamo di scegliere i cento uomini più potenti d'America* (presi da ogni settore del potere) e di metterli tutti in fila; supponiamo poi di scegliere i cento uomini più colti (presi da ogni settore della cultura) e di metterli tutti in fila anche loro. Quanti dovrebbero stare tanto in un gruppo quanto in un altro? Naturalmente la nostra scelta dipenderebbe da ciò che intendiamo noi per potere e per cultura (soprattutto da quel che intendiamo per cultura). Ma se ci atteniamo al significato più o meno comune delle parole, non c'è dubbio che nell'America di oggi si trovano pochissime persone che dovrebbero stare tanto in un gruppo quanto nell'altro, e certamente se ne sarebbero trovate molte di più al tempo in cui furono fondati gli Stati Uniti: nel XVIII secolo, in quella che pure era una zona coloniale periferica, gli uomini al potere si preoccupavano della loro cultura, e spesso uomini di cultura salivano al potere. A questo riguardo io credo noi si sia avuto un grave declino».

Charles Wright Mills, Le élite del potere, (New York, 1956), Feltrinelli, Milano 1959 (pag. 330)

*Ero tentato di sostituire "America" con "Italia" e "Stati Uniti" con "Repubblica Italiana", ma il parallelo salta in mente senza nemmeno questa forzatura.

mercoledì 17 giugno 2009

È successo davvero



Dopo il libro di Luzzatto su Padre Pio, leggo in questi giorni Patria 1978-2008 di Enrico Deaglio e Andrea Gentile (Il Saggiatore, Milano 2009). Perché queste letture mi gettano nello sconforto? Perché alla nostra patria, appunto, è toccata questa sorte? Più leggo, più mi strazio, riprovando lo stesso sgomento che ebbi nella lettura de L'affaire Moro di Sciascia. Nel '78 avevo undici anni. Del sequestro Moro ho un ricordo vivido. Ricordo persino che noi ragazzetti per un periodo smettemmo di andare nei boschi vicino casa per paura d'incontrare i brigatisti. Del 1978 poi ricordo Kempes, Ardiles (centrocampista, giocava col numero 1), Fillol (portiere n°5) Luque, Tarantini, Passarella, Bertoni, e altri calciatori che emulavamo nelle piccole partite nella piazza del paese. Ricordo mio fratello che portò in casa un ciclostile con le notizie e le illustrazioni delle terribili torture della dittutura argentina. Perché? Perché è successo tutto questo? Andreotti e Cossiga sono ancora vivi, pieni di onori e di rispetto, Licio Gelli idem (forse con meno onori e rispetto, ma comunque). Berlusconi e il blocco sociale che lo sorreggono sono l'esito naturale di tutto questo sfacelo, sono il frutto di ciò che il potere in Italia ha seminato trent'anni fa. Ma perché non leggo qualcos'altro? Cosa m'impedisce d'iscrivermi ai Circoli culturali di Marcello Dell'Utri, di scrivere versi alla Gelli (appunto) o alla Bondi (nooo)? Cosa m'impedisce di non accettare tutto questo come cosa buona e giusta? Perché i miei occhi guardano alla storia della nostra Repubblica e piangono invece che ridere ed essere contenti? Non esiste una pillola che mi faccia diventare un Capezzone di provincia?

Guadagnare, adagiarsi o viceversa?

«Daniel Spitzer afferma: “Il tenore di vita dei coniugi X. è piuttosto elevato; secondo alcuni il marito deve avere guadagnato molto ed essersi poi un po' adagiato, secondo altri è invece la moglie che si è un po' adagiata e così ha guadagnato molto.”»

Sigmund Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l'incoscio, (1905) ed. Boringhieri, 1972.

martedì 16 giugno 2009

Homo consumens



«La vita del consumatore è una vita di continuo apprendimento; e, parimenti, di rapido oblio. [Ciò che contraddistingue di più] la vita del consumatore è l'essere in continuo movimento. Se Max Weber ha visto giusto, laddove sosteneva che il principio etico della vita produttiva era la dilazione della gratificazione¹ [...] allora il principio etico che sta alla base della vita consumatore [...] dovrebbe essere il seguente: è illegittimo sentirsi soddisfatti. Per una società che vede nella customer satisfaction la motivazione di fondo e l'obiettivo a cui tendere, l'idea stessa di un consumatore "soddisfatto" non ha nulla né di una motivazione, né di uno scopo: si tratta, semmai, della più terribile delle minacce. [...] I bisogni non devono mai avere fine [ma] non è la creazione di nuovi bisogni [...] ciò che costituisce la maggiore preoccupazione [...] della società dei consumatori. È piuttosto la sistematica tendenza a minimizzare, con toni di disprezzo, i bisogni di ieri, a rappresentarli come imbruttiti, inutili, "sorpassati", e più ancora a screditare l'idea stessa che la vita del consumatore debba essere guidata dalla soddisfazione dei bisogni: è tutto questo che mantiene in vita il consumismo e l'economia dei consumi».

Zygmunt Bauman, Homo consumens, Erickson, Gardolo (TN), 2007 (pag. 23-25)

1 «Ritardare: i piaceri vanno sempre ritardati» G. Gaber, La masturbazione.

Superare la vita nella forma

«Attorno alla mummia di Dio, al di sopra delle acque che battono contro la fortezza, va errando una figura mostruosa: ai margini del vuoto, giallo e colmo di simùn, sta morto il castello del deserto, i tralci sulla parete. Quattromila anni di umanità sono passati, e felicità e infelicità sono state sempre uguali: volgiti via dal tuo prossimo, questo sarà l'insegnamento se adesso risuonerà la colonna di Memnone. Certo, vi siete amati, vi siete appoggiati l'uno all'altro - ma ovunque giriate lo sguardo, cruccio e peso nel cuore. Ma se noi insegnassimo a scorgere la danza a cerchio e a superare la vita nella forma, allora la morte non sarebbe l'ombra, azzurra, in cui stanno immerse le felicità?
La dolcezza del finire, l'ebbrezza del caduco; attraverso a ogni sera il baluginio dell'ultima, attraverso ogni ora lo spossamento orfico, il brivido dell'affondare, la felicità orrida del Sé

Gottfried Benn, “L'io moderno”, da Lo smalto sul nulla, Adelphi, Milano 1992 (pag. 19-20).

lunedì 15 giugno 2009

La salvezza è in noi



«Nella state del 1943 gli italiani erano giunti in fondo alla via che essi avevano scelto ventun'anni prima. Su quella via, breve e diritta, erano balenati dinnanzi ai loro occhi imperi, fortune e grandigie; ma poiché quella via significava la rinuncia degli italiani alla dura lotta, al diuturno sforzo, al rischio continuo in favore della chimera della sicurezza, della pace, della tranquillità, della prosperità assicurata e promessa da altri, quella via doveva necessariamnte fatalmente condurre sull'orlo dell'abisso. Chiunque fosse stato il salvatore, il messia, qualunque fosse stato il verbo, il vangelo, quella era la meta alla quale si doveva arrivare. A quella stessa meta si giungerebbe di nuovo, fra dieci, fra vent'anni, [fra cinquant'anni], se nuovamente gli italiani, ansiosi di trarsi indietro dall'abisso al quale oggi sono affacciati, si affidassero ad un uomo, ad un partito, ad un mito, ad una forza venuta dal di fuori: russa, inglese, americana. Dobbiamo, sì, recitare il mea culpa; ma dobbiamo anche orgogliosamente affermare: La salvezza è in noi e soltanto in noi!»

Luigi Einaudi, Il buongoverno, Laterza, Bari 1955.

Questo passo di uno dei più degni padri della nostra storia repubblicana, un vero liberale, rivela tra le righe una delle ragioni sociologiche più profonde per le quali l'Italia non sarà mai un paese autenticamente liberale. Perché essere liberali nel profondo significa assumere interamente la propria responsabilità personale di fronte alla collettività, significa diventare, ciascuno, re di se stesso - compito questo che l'idea stessa di repubblica sottindente. Essere parte di una repubblica comporta impegno, partecipazione, esercizio responsabile della libertà. Ma la via più breve, più facile è sempre quella maggiormente gradita da noi italiani. Sì, perché essere sudditi è molto più facile che essere cittadini.

domenica 14 giugno 2009

Un critico intermittente

Stamattina mi son svegliato con un'idea: fare il critico militante. Per criticare che? Beh, il mondo com'è e in cui vivo, le cose che mi circondano, per provare a dipanare la matassa di fili che legano la mia esistenza ad altre esistenze, ad altri fatti che non siano miei. Ma ho altresì pensato che per fare il critico militante occorre, necessariamente, un certo impegno e subito sono entrato in crisi. M'è tornato in mente, a proposito d'impegno, un titolo di uno spettacolo di Gaber: «Dialogo tra un impegnato e un non so». E io non so chi sono, o meglio: mi sono accorto che sono solo un misero intellettuale disfatto che ha fatto divorziare, dentro sé, pensiero e azione; sono solo un misero poetucolo pitocco di provincia (allitero bene, vero?) che si è chiuso nella propria fantasia e minima intelligenza e che ha occhi troppo spesso incantati all'orizzonte per accorgersi che sta inciampando; io sono un mezzo uomo che esaurisce la propria vita spirituale dentro l'esercizio di attività intellettuali astratte, a volte remote e prive di qualsiasi nesso con la realtà; io sono uno spiantato, uno letterato che ha provato inutilmente a mettere in pratica la propria passione, ma che ben presto si è accorto che tali passioni è preferibile esaurirle sulla pagina o su questo schermo; io sono un prodotto bastardo del mio tempo: un antifascista naturale, frutto casuale dei geni di chi ha fatto la Resistenza, ma che, tuttavia, non osa resistere appieno per timore della specie da cui spesso e volentieri si vorrebbe allontanare, diventare altro.
Perché io non mi appartengo, non ho alcuna appartenenza. Io non educo, non costruisco, non cerco devoti ammiratori, non fo nulla affinché l'uomo si diriga verso un futuro migliore o diverso. Io mi disfo nelle pagine degli altri, nei pensieri sublimi che tanta parte della nostra storia letteraria (in senso lato) ha espresso. Io vorrei essere solo quel pensiero, quell'intuizione, quel lampo, quel brivido lungo la schiena che ti fa fratello di chi pensa e tiene dritta la spina dorsale dell'umanità.
No, dunque. Nonostante le buone intenzioni io non farò il critico militante. Io mi traggo in disparte, rifiuto l'agone, ho il magone. Io concepisco il mio minimo dovere di esistere solo come spettatore. Certo, avrò occasione ancora d'indignarmi, di aver voglia di prender le armi contro il mare di guai e, combattendo, finirli. Ma sarà solo un grido afono il mio, un soffocato vaffanculo.

sabato 13 giugno 2009

La legittimazione

«Chi detiene il potere cerca di giustificare il suo dominio sulle istituzioni collegandolo, come se si trattasse di una conseguenza necessaria, con simboli morali, emblemi sacri e formule giuridiche largamente accettate e riconosciute. Queste concezioni centrali possono riferirsi ad una divinità o a più divinità, al "voto della maggioranza", alla "volontà del popolo", alla "aristocrazia dell'ingegno e della ricchezza", al "diritto divino del re", o alla pretesa investitura straordinaria del governante. Gli scienziati sociali, seguendo Weber, chiamano queste concezioni "legittimazioni" o anche, a volte, "simboli di giustificazione"».

Charles Wright Mills, L'immaginazione sociologica, Il Saggiatore, Milano 1962, (pag. 16)

Una settimana fa, circa 2.700.000 elettori tra i quasi 50 milioni di aventi diritto (uomini e donne cittadini italiani come me e te, o gentile lettore), sono andati a votare scrivendo il nome Berlusconi. Molti commentatori hanno visto in questo una parziale sconfitta, dacché il Presidente del Consiglio auspicava di superare la soglia dei 3 milioni di preferenze. Io invece, e purtroppo, vi scorgo un'ulteriore conferma di legittimazione. Il blocco sociale del centrodestra (vedi analisi malviniane, fra cui questa) fa ancora perno su quest'oscena figura. Ed è naturale: se fosse questo galantuomo ad esserne il leader, molti elettori del Pdl si sentirebbero smarriti. E smarrita, soprattutto, si troverebbe anche la C.E.I.

venerdì 12 giugno 2009

Educazione civica

«I giornali [la televisione] sono e saranno il principio del male nel mondo moderno: nella loro sofistica essi non conoscono limiti, perché possono scendere sempre più in basso nella scelta dei lettori [dei telespettatori]. Con questo essi dragano la fanghiglia degli uomini che nessun governo potrà più dominare [ovvero potrà meglio dominare]. Saranno sempre pochi quelli che in verità vedono la falsità che c'è nell'esistenza dei giornali [delle televisioni], e di questi pochi solo pochissimi avranno il coraggio di esprimerlo: perché per un uomo è addirittura un martirio il rompere con la maggioranza e la diffusione, che poi lo perseguiterà e lo maltratterà senza posa. [...]
L'effetto demoralizzante dei giornali [della televisione] lo si può vedere anche nel modo seguente.
Chissà se in ogni generazione si trovano una decina, i quali - socraticamente - temano più di tutto d'avere un'opinione sbagliata; ci sono invece migliaia e milioni che anzitutto hanno paura di starsene soli, anche se lo starsene soli fosse l'opinione più giusta.
Ma basta che una cosa sia scritta in un giornale [o vista alla televisione], e si può eo ipso esser sicuri che c'è sempre un buon numero che avranno o manifesteranno la stessa opinione: ergo, puoi benissimo anche tu avere quest'opinione.
In verità, se i giornali di oggi [le televisioni] dovessero, come gli altri negozianti, mettere fuori un'insegna, essa dovrebbe portare la scritta: Qui si demoralizzano gli uomini nel più breve tempo possibile, secondo la più grande misura e al prezzo più basso possibile!»

Søren Kierkegaard,
Diario, Rizzoli, Milano 1992, (pag. 181 e 199-200)

giovedì 11 giugno 2009

Un privilegio geopolitico

*

Anni di studio e di duro lavoro, analisi e controanalisi per studiare e riflettere sulla varie vicende geopolitiche del pianeta e, d'un tratto, scoprire che tutto questo sforzo è stato vano. Egregio Lucio Caracciolo, bastava telefonare a Silvio per tenere in piedi la sua prestigiosa rivista: non c'era bisogno nemmeno di scomodare un intervento di Stefania Craxi.


«Ogni tanto, per Silvio, sfiora l’agiografia. “Umano, troppo umano”, “Miniera di saggezza”… Cosa ha imparato da lui?
»
«Moltissimo. Le dinamiche fra i potenti della terra, per esempio. Cose che normalmente ti paiono lontanissime. Ha presente Sei gradi di separazione? Ecco, se sei ricettivo, ascoltando Berlusconi capisci tante cose dei rapporti umani fra i grandi. Ti pare di cogliere i sismi della geopolitica e nella sfera più privata. Come quando visiti la centrale della Nasa: anche se non sei nello spazio avverti una certa ebbrezza. E poi si impara anche dagli errori… Vicino a lui, comunque, ho sempre avuto la sensazione di stare vivendo un privilegio»*.

L'insufficienza della felicità

Una delle possibili analisi del berlusconismo può partire dal suo ostentato ottimismo e forzata joie de vivre. Vivere nel continuo proclama che tutto va bene, che la vita è bella

«è diventato pura idiozia da quando è strombazzato dall'onnipresente réclame [...] Come gli individui hanno troppo poche, e non troppe inibizioni, senza essere per questo di un briciolo più sani, un metodo catartico che non trovasse il proprio criterio nell'adattamento e nel successo economico, dovrebbe condurre gli uomini alla coscienza dell'infelicità, dell'infelicità generale e della propria, indissolubilmente connessa alla prima, e toglier loro le soddisfazioni apparenti attraverso le quali l'ordine odioso si riproduce e si conserva dentro di essi, come se già non li tenesse in pugno dall'esterno. Solo nel disgusto dei falsi godimenti, nella resistenza all'offerta, nel sospetto dell'insufficienza della felicità, anche dove questa felicità esiste ancora, e tanto più dove è acquistata a prezzo della rinuncia alla resistenza - dichiarata morbosa - contro il suo surrogato artificiale, potrebbe affiorare l'idea di una vera esperienza»*.

si potrebbe, cioè, rimpossessarsi della realtà, riconoscere i propri limiti e difetti, farsene una ragione, non cercare d'imporre i nostri miseri io alla (forzata) attenzione degli altri. Abitare la terra...

*Theodor W. Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1979 (pag. 63-64)

Titolismo fallico

Br(ivido) Fallico: "Dobbiamo fare qualcosa di grosso".

mercoledì 10 giugno 2009

Il mito è tra noi

«Che il corso delle cose sia proceduto "dal mito al logos" è una costruzione, oltre che falsa, pericolosa, perché ci induce a credere che in qualche punto nella lontananza del passato sia stato compiuto l'irreversibile balzo in avanti in seguito al quale qualcosa fu definitivamente ricacciato dietro di noi, mentre per il futuro restavano da fare solo passi in avanti»*.

Guardiamo il mondo, guardiamo noi. Se ipotizzassimo (impropriamente) un derby tra le due entità mito e logos, chi sarebbe in vantaggio in questa interminabile partita? Il mito, il nascondimento, abita ancora la nostra realtà. Non tutto è decifrabile, poco prevedibile. Gli sguardi umani sono ancora troppo protesi verso un cielo che abbiamo ripopolato di nuovi dèi. E questi dèi odierni sono ancora più temibili e subdoli, giacché più che esigere un'adorazione incondizionata vogliono che li si imiti. "Fate come noi, siate noi" - gridano, e tutti a correre dietro i loro stessi desideri ingaggiando una corsa sfrenata per salire sul loro scranno. Anche chi cerca di resistere stoicamente mettendone in risalto i difetti non fa che amplificare la loro potenza, la loro indubbia superiorità. La critica, spesso (ma non sempre), diventa un alleato inconsapevole di questo nuovo pantheon.
Occorre allora un nuovo gesto prometeico che smascheri definitivamente l'inganno dell'imitazione e del risentimento (le due facce della stessa medaglia): un gesto che spenga la falsa luce che fa brillare questi nuovi miti. Ogni volta che un uomo si erge a dio di un altro uomo, il logos svanisce dietro l'orizzonte. E il tramonto della ragione... li ha già generati, i mostri.

*Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, Il Mulino, Bologna 1991 (pag. 52)

martedì 9 giugno 2009

Scrivere sull'acqua


Sopra Le Philosophe lisant di Jean-Baptiste-Siméon Chardin (Musée du Louvre, Paris)

Sono qui e cito. Sono qui e mi rifugio nei pensieri, nelle parole degli altri. Ma perché non fuggo da questa costrizione, perché non mi tuffo in questa impellente primavera in cerca di un pensiero, di una parola autentica, di una parola mia che sia esente dal lampo del già detto, dalle formule icastiche che mi visitano e a cui do voce? Questo pensavo stasera, camminando col cane fuori nei dintorni. Poi, d'improvviso, ho sentito sopra me uno svolazzìo attutito di pipistrello; ne ho osservato quindi il volteggio. Erano in due, nel crepuscolo. I pipistrelli, in realtà, non c'entrano nulla. Rientro in casa, prendo un libro a caso, Nessuna passione spenta, di George Steiner (Garzanti, 1997). Sfoglio e trovo tre versi, fulminanti, di un poeta americano, Ben Belitt tratti dalla sua poesia This Scribe, My Hand

«All is precarious. A maniac
waits on the streets. Nobody listens. What

must I do? I am writing on water.»


«[Tutto è precario. Un maniaco
aspetta nelle strade. Nessuno ascolta. Cosa
debbo fare? Scrivo sull'acqua.]»

Scrivere sull'acqua mi richiama subito alla mente Gesù mentre scriveva sulla sabbia quando tentavano di lapidare una prostituta. Scrivere sull'acqua, scrivere sulla sabbia. Io scrivo qui, lo mando in onda e mi metto all'angolo della strada indossando un classico impermeabile: sotto, la mia anima messa a nudo. Ecco chi è in realtà il maniaco, l'esibizionista. Fino a che punto però potrò essere sincero con me stesso e aprire del tutto il paletot?

Getto lo sguardo sulla pagina successiva e leggo una mia sottolineatura: «lo slogan radicale degli studenti sessantottini dell'università di Francoforte: "Aboliamo le citazioni"».
Cazzo, dovrei abolire il blog, dovrei abolire me stesso.

lunedì 8 giugno 2009

Distrazione e intrattenimento

«Resta il fatto che a dar[e a Berlusconi] un minimo di tranquillità è la mancanza di un’alternativa credibile al suo infausto modo di gestire i problemi reali del paese, che ancora ha in pugno grazie ad una indubbia capacità di distrazione e intrattenimento.»

Così Malvino chiosa un post di lungimirante analisi politica.

Distrazione e intrattenimento: le due armi principali con le quali Berlusconi si tiene ancora in piedi. Perché la maggioranza degli italiani ha bisogno, evidentemente, di essere distratta e intrattenuta. E chi meglio di colui che possiede e controlla la quasi totalità dei media televisivi, di molti della carta stampata; chi meglio di colui ch'è proprietario (vi ricordate come ha fatto a diventarlo?) della più grande casa editrice italiana; insomma, chi meglio di colui che è il principe dell'industria culturale italiana può riuscire a compiere quest'opera di distrazione e intrattenimento, ovvero di nascondimento (della realtà) e persuasione (pseudo-occulta)?

Magre consolazioni



Non è un merito, ci sono nato. Ma sono proprio contento di abitare in Toscana.
(Benché non abbia alcuna intenzione di fare banzai)

Distratte coincidenze

60.

raccomando ai miei posteri un giudizio distratto, per i poeti del mio tempo:
(perché fu il tempo, dicono, della distratta percezione):
è inutile pensare, adesso,
ai neostrutturalisti dannunziani (e a tutti gli “orecchini” che verranno, se verranno):
(come è inutile diagnosticarli, rigidi, questi sciamani di Lucifero, e le loro squisite
disperazioni, tra le fedi e le speranze dell'ultima spiaggia borghese, tra i lampi
ardenti dell'apologetica indiretta apocalittica):
io non sono così, e non voglio
essere così: (e l'altra sera potevo concludere, all'Italsider, confessandomi chierico):
sono un chierico rosso, e me ne vanto:
(e oggi, guarda, mi sorprendo che canticchio,
facendomi la barba, all'improvviso: “Montale, gli ottant'anni ti minacciano...”):

Edoardo Sanguineti, Segnalibro (Postkarten LXVII poesie, 1972-1977), Feltrinelli, Milano 1989

A volte le coincidenze (letterarie) m'inseguono e sorprendono. Leggendo questa poesia, per esempio. Stamani ho ritrovato una vecchia cartellina con dei ritagli di giornale tra i quali scopro un'intervista a Sanguineti (Repubblica, 13 settembre 2000 a cura di A. Gnoli) dal titolo "Io, Edoardo chierico rosso". Di poi, leggendo un saggio di Berardinelli, L'eroe che pensa, Einaudi, trovo citato di passaggio il saggio di D'Arco Silvio Avalle su Gli orecchini di Montale (1965) che fu uno dei primi, e dei migliori esempi, di critica strutturalistica. E di Montale poi, infine, il rimando sarcastico al suo Falsetto con l'Esterina e i suoi vent'anni. Sanguineti, è tanto che non ti vedo: ma prova tu a prendere in mano i resti di questa sinistra sparpagliata insufflandole un po' di genio.

domenica 7 giugno 2009

Dio è amore, eccetera

Tra l'infinitamente grande (macro-universo) e l'infinitamente piccolo (micro-universo) ci siamo noi nel mezzo, nel centro, infinitamente stronzi.

Sì, Dio è amore eccetera. Ma, Dio caro, perché oltre all'amore v'è anche qualcos'altro di non tanto amorevole come l'amore, tipo: malattia, dolore, violenza eccetera?

Lo so che l'amore è quella cosa che ti far stare bene, che ti fa pensare all'esistenza di qualcosa che ti supera, che ti dà la sensazione precisa che davvero ci sia un significato nell'universo: il tenero abbraccio materno, la stretta di mano paterna, le prime amicizie, i primi amori, i primi inaspettati pompini¹, la donna (o l'uomo) a cui giuri amore eterno, l'amicizia vera, la nascita dei propri figli e il vederli crescere sani e felici, vedere i propri genitori invecchiare in relativa salute fisica e mentale eccetera. Ma tutto questo amore “confinato”, grande e splendente, meraviglioso quanto si vuole, quest'amore è sufficiente a dire che Dio è solo amore e ad ammetterne per ciò stesso l'esistenza? È questo che garantisce l'autorità terrena del Papa, del Pope, dell'Imam, del Rabbino, del Dalai Lama eccetera? Perché che cazzo c'entra l'amore sopra detto con tali Autorità e con le religioni che essi rappresentano? Non sono le religioni un limite a tale amore, dei fallaci tentativi di regolamentarlo?

Non so perché, ma non capisco (o meglio capisco) perché tanti fedeli religiosi queste domande non se le pongano, soprattutto non le pongano a coloro i quali essi ritengono, appunto, autorevoli rappresentanti di Dio in terra.


1. «Lo sai perché dovremmo provare pena per un ateo? Perché quando gli fanno un pompino non ha nessuno da invocare» cit. in Jim Holt, Senti questa, ISBN, Milano 2009

Ho sperato di rinascere

53.

mi accorgo che ho sperato di rinascere: e che la forma giusta, invece, per me, era poi questa
che mi porto addosso:
la mia evoluzione si è arrestata a uno stadio di piedi sudaticci,
di narici eccessive (e, in più, eccessivamente irritabili), di costole distorte
come costolette troppo cotte, di forfore, di gibbosità varie: (il resto, se ci tieni,
te lo aggiungi da sola, qui):
sono arrivato a queste conclusioni in un locale che si chiama
“Gobulìe cupolà”, perché si tiene le sue cupole blu, in effetti, in testa,
e che è una ciai-canà (e insomma una casa da tè), dove ho discusso con un Predrag
della catena cosmopolitismo-nazionalismo-imperialismo (e dell'internazionalismo alternativo):
al telegramma, invece, ho rinunciato:
perché mi accorgo che morire, adesso, non mi serve:


Edoardo Sanguineti, Segnalibro (Postkarten LXVII poesie, 1972-1977), Feltrinelli, Milano 1989

Un sano esibizionismo



Riflessioni a margine di un post di Malvino.

Ma non era questa la vera essenza della democrazia? Ossia, che un giorno tutti i cittadini fossero stati coscienti del proprio potere, della propria uguaglianza, della propria libertà? E di cosa si lamentano questi piccoli servi del potere se non rimpiangere i bei tempi andati in cui un'aristocrazia pensava e rifletteva mentre il popolo bue foraggiava le loro facezie?

Il punto fondamentale è che, bene o male, e salvo rare eccezioni, chi si prende la briga di riflettere, commentare, argomentare, discutere, fare agorà, ossia essere vero cittadino è cosa sgradita al potere, a qualsiasi potere, dacché tale cittadino ha preso coscienza, è uscito dalla caverna, dalla “stalla” e si vuole individuo, si vuole re di se stesso, unica cosa legittima e auspicata nei vari regimi democratici.

Il problema è semmai che ancora troppo pochi cittadini pensano, argomentano, sfruttano le meraviglie dell'alfabetizzazione. Pochi sanno in fondo che chiunque può essere intellettuale, basta lo voglia. Chimici, fornai, commessi, maestri, macellai, spazzini, cineasti, assessori, muratori, medici, informatici, agricoltori, commercianti, industriali, operai, telefonisti, vigili urbani, disoccupati, poliziotti eccetera eccetera: tutti siamo intellettuali, tutti possiamo prendere coscienza di questa possibilità. Basta volerlo. Non si corre il pericolo di essere “esibizionisti” a cercare di pensare. Ci si può anche permettere di pensare a cazzo: questo richiede comunque uno sforzo maggiore che nell'esibirlo come il nostro cugino bonobo.



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sabato 6 giugno 2009

Egomania



«Viene naturalmente all'idea "critica" dell'ego unico centro e perno di verità assunta come dogma (cioè presa a controsenso) e volgarizzata. Da una tale idea dell'ego è impossibile passare al riconoscimento dell'altro e della nostra "comunità" con gli altri.
Una volta presi nel vortice dell'egocentrismo è poi evidentemente impossibile trovare un limite qualsiasi all'espansione illimitata e casuale dell'io.

Invece, tutta la morale possibile per chi abbia, come noi, abbandonato la morale cristiana consiste proprio in questo: ritrovare il senso del limite
».

Nicola Chiaromonte, Che cosa rimane - Taccuini 1955-1971, Il Mulino, Bologna 1995 (pag. 84).

Ma come fa a trovare senso del limite il malato di egomania se, tutt'intorno, soffiano a guance piene per tener ben gonfio e sollevato nell'aere tale smisurato "io"? Un io che quando incontra le folle osannanti che gli stringono o baciano le mani sente scendere, su di lui, come accadeva ai re taumaturghi, un alone divino che lo porta a ritenersi in "odore di santità"?
Berlusconi ha una sola, grande fortuna: di vivere in una società in cui la vittimizzazione è diventata una parodia: qualora un domani smettesse di soffiare il vento favorevole del consenso non subirà nessuna espulsione a Colono, nessuna decapitazione, nessuna piazzale Loreto, nessun lancio di monetine.

venerdì 5 giugno 2009

Armati di manico



«Il povero manico che oggi vedete ingloriosamente giacere in quell'angolo dimenticato, io so che un giorno fu fiorente in una foresta; era pieno di linfa, pieno di foglie, pieno di rami; ma ora invano il solerte artificio dell'uomo tenta di gareggiare con la matura, legando quel fastello di ramoscelli secchi al suo arido tronco; nella migliore delle ipotesi esso è ora il rovescio di quello che era un tempo, un albero capovolto con i rami a terra e le radici per aria: maneggiato da qualunque sudicia donnetta, e destinato a eseguire il suo faticoso lavoro, deve, per capriccio della sorte, far pulite le altre cose e sporcare se stesso; infine, ridotto a un moncherino dalle serve, viene buttato fuori dalla porta o condannato come ultimo uso ad accendere il fuoco. Quando io mi accorsi di ciò guardai bene e dissi fra me: certamente l'uomo è un manico di scopa. La natura lo ha creato forte e vigoroso, in floride condizioni, con i capelli in testa, che sono rami appropriati a questo vegetale ragionevole, finché l'ascia dell'intemperanza non gli tagliato via i verdi rami e non lo ha ridotto un arido tronco. Allora egli ricorre all'arte e si mette una parrucca, stimandosi in base a un innaturale fastello di capelli, tutto coperto da una polvere che mai la sua testa produsse; e adesso questo nostro manico di scopa vorrebbe comparire in scena, orgoglioso di quelle spoglie di betulla che mai aveva portate, e tutte coperte di polvere, sebbene spazzata e raccolta dalla camera della signora più raffinata; e noi osiamo anche deridere e disprezzare la sua vanità, giudici parziali come siamo delle nostre squisite virtù, e dei difetti altrui. Ma una scopa è il simbolo di un albero che sta in piedi sulla testa: mentre un uomo che cosa è, di grazia, se non una creatura capovolta, con le facoltà animali che continuamente scavalcano le razionali, con la testa al al luogo dei piedi, un essere che striscia in terra, e pure si erge, con tutti i suoi difetti, a universale riformatore e correttore degli abusi, a oppressore delle angherie: che fruga in ogni sudicio angolo della natura, portando alla luce le corruzioni nascoste, e una gran polvere dove prima non c'era prendendo intensamente e incessantemente parte proprio a quelle porcherie che pretende di spazzar via? I suoi ultimi giorni sono spesi al servizio delle donne, e generalmente delle meno degne. Finché, ridotto al moncone, come la sua sorella scopa, non sarà messo a calci fuori la porta, o adoperato per accendere il fuoco, al quale altri possono scaldarsi».

Jonathan Swift, Meditazioni su un manico di scopa

La necessaria oscurità del mito

«L'oscurità del mito in generale non risiede nella sua forma espressiva: si fonda da una parte sul mistero della sua origine, e dall'altra sull'importanza vitale dei fatti che il mito simboleggia. Se questi fatti non fossero oscuri, o se non ci fosse qualche interesse a oscurarne l'origine e la portata per sottrarli alla critica, non vi sarebbe bisogno di mito. Ci si potrebbe accontentare d'una legge, d'un trattato di morale, o anche d'una storiella che assolvesse il compito di riassunto mnemotecnico. Niente mito fin tanto che sia lecito attenersi all'evidenza e esprimerla in una guisa manifesta o diretta. Per contro, il mito compare allorché sarebbe pericoloso o impossibile confessare chiaramente una certa categoria di fatti sociali o religiosi, o di rapporti affettivi, che tuttavia si ha caro conservare, o che distruggere è impossibile. Non abbiam più bisogno di miti, ad esempio, per esprimere le verità della scienza: difatti le consideriamo in modo perfettamente "profano", e pertanto esse han tutto da guadagnare dalla critica individuale. Ma abbiamo bisogno di un mito per esprimere il fatto oscuro e inconfessabile che la passione è legata alla morte, e ch'essa porta con sé la distruzione per coloro che vi si abbandonano con tutte le forze. La verità è che noi vogliamo salvare questa passione, e che amiamo teneramente questa sventura ad onta che le nostre morali ufficiali e la nostra ragione le condannino. L'oscurità del mito ci pone dunque in grado di accogliere il suo contenuto dissimulato e di goderne una consapevolezza abbastanza chiara perché scoppi la contraddizione. Si riesce così a porre al riparo dalla critica certe realtà che sentiamo e intuiamo fondamentali. Il mito esprime queste realtà, a soddisfazione delle esigenze del nostro istinto, ma al tempo stesso le occulta in quanto la piena luce e la ragione le potrebbero minacciare».

Denis de Rougemont, L'Amore e l'Occidente, (Paris, 1939), trad. it. Rizzoli, Milano 1977

giovedì 4 giugno 2009

Del suicidio



Avevamo tredici-quattordici anni e, io e un mio caro amico, avremmo voluto essere lui, l'eroe di Kung-fu.

Il filosofo siciliano Manlio Sgalambro definisce il suicida: un «magnifico esecutore degli ordini del fato»; ma appunto perché si muore, ineluttabilmente, quale prigione invalicabile, quale dolore insormontabile, quale gioia suprema, portano un essere pensante alla morte? Leggiamo questa lettera, per la quale credo, in passato, lo stesso Sgalambro fu accusato di istigazione al suicidio (se non ricordo male, ma non chiedetemi le fonti, ricordo a braccio).

«Cara amica, scrive Anatol, voi mi chiedete, in nome della più spietata clarté, che mi autorizzate ad adoperare anche contro di voi, di rispondervi su una questione sempre urgente come quella del suicidio che, voi notate, non trova udienza particolare nella filosofia odierna. [...] Procurerò dunque di rispondervi, brevemente com'è decenza in queste cose. Capisco il vostro giovanile wertherismo. Ma rispondetemi: sino a che punto c'è causalità nel dolore? Ricordatevi, il dolore è una cosa passata. Il segno che resta nella coscienza mentre il corpo ha già dimenticato. Ascoltatemi, trattate i moti dell'animo come i moti dell'intestino. Un giorno bisognerà certo spararsi, ma per intanto viviamo. ("Io sono" non significa "io esisto", secondo la dabbenaggine di Descartes, ma io non mi sono ancora ucciso. Nell'epoca della fine del mondo questo è cartesianismo). Quanto al nostro discorso, sappiamo entrambi che per l'eroe morale esso è sempre possibile, egli ha sempre aperte le porte del mondo, da cui uscire come per una passeggiata. Sorride e tira alla tempia. Via autorizzo a uccidervi, sì, ma solo in un momento di gioia.»¹

Il dolore è nel ricordo, in esso vive e si trascina con noi e, terribile, si ripresenta di quando in quando con tutta la sua forza; per questo, con crudele ironia, Sgalambro ci invita a paragonare i moti dell'animo (il dolore) ai moti dell'intestino; ma ancora più terribile e sarcastico l'invito a uccidersi per realizzare la pienezza del proprio io. Suona un po' come il suicidio di Kirillov, nei Demoni, il suicidio voluto per proclamare l'Arbitrio della propria volontà alla luce della morte di Dio. «Se Dio non c'è, io sono un dio» grida il personaggio dostoevskiano sostenendo la necessità di uccidersi per proclamare con forza la propria assoluta libertà.

«“...tutta la volontà è diventata mia. Possibile che nessuno su tutto il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell’arbitrio, osi proclamar l’arbitrio, nel senso piú completo? È come un povero che abbia ricevuto l’eredità e si sia spaventato, e non osi avvicinarsi al sacco, stimandosi impotente a possederlo. Io voglio proclamar l’arbitrio. Sia pure da solo, ma lo farò [...]Io sono obbligato a uccidermi, perché il momento piú alto del mio arbitrio è uccidere me stesso.”»

E a chi gli chiede che esistono altri suicidi, Kirillov replica che lui sarà l'unico ad uccidersi «senza alcuna ragione, ma solo per l’arbitrio» e in questo consisterà la sua unicità. Unicità però resa impossibile dalla pretesa kirilliana di perseguire diabolicamente, un'autentica imitatio Christi. Cristo è il modello affascinante per eccellenza dei demoni. Kirillov si uccide cercando di ripetere, come un calco negativo e infernale (demoniaco appunto) il dramma della Croce.

Ma la vera via per imitare Gesù è un altra, da lui stesso indicata. Siate perfetti come perfetto è il vostro Padre nei cieli, come a dire: non imitate me, imperfetto e sconclusionato, imitate Colui che è, l'Essere di questo mondo così come è ora, frutto di una evoluzione; uno strano Essere che si trasforma e che non sa dove vada, sballottato da venti polari e interstellari. Siamo qui in questo spazio tempo, viviamo la nostra vita come possiamo, non facendo di essa una “stucchevole estranea” (Kavafis). Le nostre cellule spariscono quotidianamente, il nostro corpo si trasforma, moriamo un po' tutti i giorni. Che la nostra mente non sbatta come una farfalla contro la luce nera del nulla: questo è l'augurio, cara amica. Non fidarti troppo dei filosofi che cercano di stupire con la loro sagacia. Non sarà molto chiaro e forse sarà un po' disonesto quello che ti dico; ma preferisco porgerti un leggero inganno, come una carezza, perché so - m'illudo di sapere - che un abbraccio è più forte del secondo principio della termodinamica.

Sono addolorato, caro David, profondamente addolorato che in quella stanza d'albergo non ci sia stata nessuna mano amica a te vicino.

(P.S. del giorno dopo. Gioco autoerotico? Scusate l'ingenuità: che vuol dire? Per avere un tiramento ci si mette la corda al collo?)

1. Manlio Sgalambro, Anatol, Adelphi, Milano 1990, pag. 91-92

In corpo democratico



Ho aperto una porta segreta e ho scoperto

che il cielo racconta più di quello che mostra

se gli si offre una formula giusta esso dice

che il tempo è uno specchio e la luce è un inganno.

Allora ho chiuso la porta in fretta e furia

perché il riscontro del vento cominciava

a frugarmi le tasche a farmi freddo nel cuore:

meglio non sapere mi son detto e continuare

a vivere dentro quello che sembra essere

la propria storia personale e soffocare il lamento

inopportuno di chi talvolta si mette a pensare

a qualcosa che lo sorpassa che lo supera

che lo stende a tappeto che lo addormenta

e invece di sogni leggeri li rende pesanti.

Non voglio riavvolgere nessun nastro del tempo

non voglio sapere niente, voglio far finta di essere

sano, inconcludente, beato sorriso di chi

non soffre le pene del dopo, del prima

e beve tutto quello che la realtà gli passa

cochecole ghiacciate spaccastomaco

vomitevoli volti alla tv e tutto diventa rifiuto

indifferenziato niente che si ricicli nel ciclo

delle proprie vite soddisfatte di essere inconsapevoli.

Domani vado a votare: ci sono dodici elezioni

e voto col vuoto nel cuore ma non importa.

È il mio momento, è il momento in cui io

m'impossesso del mio impotente potere

e mentre son lì solo dentro la cabina nascosto

dalla tendina di finto velluto marrone

ecco che mi apro i pantaloni e mi tocco e vengo

sulla scheda elettorale: lascio il segno su di te

democrazia, unico mio modo d'impossessarmi

del tuo corpo vilipeso da tanti stupratori seriali

schizofrenici che abusano da tempo immemore

della tua finzione.

mercoledì 3 giugno 2009

Il puerilismo



«Chiameremo puerilismo l'atteggiamento di una società che si comporta più infantilmente di quello che le concederebbe il grado del suo discernimento, di una società che invece di allevare il ragazzo innalzandolo a uomo, abbassa sé ai comportamenti della puerizia. L'espressione non ha nulla a che fare col concetto di "infantilismo" della psicanalisi. Riposa su constatazioni e accertamenti di carattere culturale, storico, sociologico, che sono palesi. Non vi collegheremo nessuna ipotesi piscologica»
Huizinga prosegue dicendo che «un certo grado di puerilismo» è sempre esistito in tutti i periodi di civiltà. Tuttavia «c'è una grande diversità tra la follia d'una volta e la puerilità di oggi». La diversità consiste nel fatto che, un tempo, lo spazio del giuoco aveva un precipuo carattere sacro ed era confinato dentro le attività del rito e del culto «in un punto limitato dello spazio e del tempo. [...] Entro questi limiti la vita ordinaria è temporaneamente sospesa. La realtà al di fuori del luogo dello spettacolo per il momento dimenticata, ci si abbandona a un'illusione collettiva, il giudizio libero è messo da parte». Questo accadeva perché «il carattere essenziale di ogni giuoco, sia esso culto, rappresentazione, gara o sagra - sta in ciò, che a un determinato istante esso finisce. Gli spettatori vanno a casa, gli attori depongono la maschera, la rappresentazione è finita. Ed ecco rivelarsi a questo punto la menzogna del tempo nostro: il giuoco in certi casi non finisce mai, non è dunque un vero giuoco. Ha preso piede. È avvenuta una vasta contaminazione di giuoco e di serietà. Le due sfere si confondono». Questa contaminazione, secondo Huizinga, si ritrova nel corso di ogni società umana. Tuttavia «è però assai dubbio privilegio dell'odierna civiltà occidentale d'avere mescolato a un grado estremo queste due sfere di attività. In infiniti uomini, colti o incolti, l'atteggiamento di giuoco di fronte alla vita, che è proprio del fanciullo, diventa permanente [...] Permanente puerilismo. Esso si distingue per una mancanza di sensibilità e rispetto a quello che è conveniente e umano, per una mancanza di dignità personale, di rispetto verso gli altri e le altrui opinioni, per un'eccessiva concentrazione nella propria personalità. L'universale indebolimento del giudizio e della critica crea il suolo propizio a questa condizione. La massa si trova a suo perfetto agio in uno stato di semilibera esaltazione. È uno stato che, grazie al rilassamento di quelle inibizioni che derivano da un forte convincimento morale, può, da un momento all'altro, diventare pericolosissimo».

Johan Huizinga*, La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962

Disonestà intellettuali

«Una delle peggiori disonestà intellettuali è di giocare sulle parole, di presentare il cristianesimo come una dottrina che non impone quasi nessun sacrificio alla ragione, e, con l'aiuto di tale astuzia, di attirarvi delle persone che non sanno nulla di quello che accettano a fondo. È questa l'illusione dei cattolici laici che si dicono liberali. Ignorando la teologia e l'esegesi, costoro fanno dell'accesso al cristianesimo una semplice adesione a una consorteria. Prendono e lasciano; ammettono questo dogma, respingono quest'altro, e poi si sdegnano quando gli si dice che non sono dei veri cattolici».

Ernest Renan, Souvenirs d'enfance et de jeunesse (1884), trad. it. "Ricordi d'infanzia e di giovinezza". Estratto da André Gide, Diario 1914-1927, Bompiani, Milano 1950

martedì 2 giugno 2009

Par condicio



disegno di Saul Steinberg

Addio sotto la pioggia

a un carissimo amico

Poteva piovere oggi per rendere più conveniente, più credibile questo nostro addio. Poteva piovere e infatti è piovuto, così tutto è parso più facile: riempire le valigie a casaccio, prendere giusto due o tre cose per sopravvivere nei primi giorni. Lo so: chi decide è sempre colui che mette in moto l'inevitabile meccanismo della separazione. Ma la macchina l'abbiamo costruita in due sia pure inconsapevolmente. Solo ci rifiutavamo di crederlo, di vederlo, di sentire i primi rumori della sua messa in moto. Sono salito, il motore era acceso, e tutto sembra ora filare liscio, non devo nemmeno fermarmi per fare il pieno tanto carburante era stato inserito. Così percorro migliaia di chilometri lontano dal tuo amore, dal nostro amore. Amore che trasporto lontano per scaricarlo oltre confine, oltre la nostra possibile immaginazione. Oh come vorrei poterlo nascondere, farmelo rubare, non poter più rammentare ch'è stato la causa di questa terribile sofferenza. Perché io soffro, sono accasciato dal dolore al solo pensiero di saperti lì sola a disperarti. E cerco di giustificarmi dicendomi che tutto questo serve per il bene di noi. Che ingenuo, che incredibile coglione a non vedere che nessun bene uscirà fuori da questo delirio, da questa presa di coscienza, da questo atto supremo di libertà. Sarebbe stato meglio, molto meglio continuare a ingannare il mio destino facendo finta che nulla fosse accaduto fra noi, che tutto era un quieto vivere bastante, una ragione sufficiente per vivere tranquillo, sereno, sorridente, soddisfatto appunto della mia, della nostra sorte. E invece no. Invece ho creduto in questa notte, ho creduto a ciò che essa mi ha detto, mi ha prospettato, mi ha fatto vedere: ho visto un muro davanti a me crescere a dismisura. Ho visto una prigione che si proiettava sulle nostre vite così ho dovuto evadere dal nostro amore presente e da quella scarsa parvenza che sarebbe stato nel nostro futuro. Ho voluto scappare da te, da me, da noi dalla nostra storia costruita vivendo al cinque per cento. Nelle mie vene stanotte ho sentito che la vita è qualcos'altro, è un tuffo al quale dobbiamo sottrarci, pena diventare prigionieri e carcerieri di se stessi. Ti lascio dunque, vado via, anche se vorrei non partire non ferirti non farti piangere non accrescere il dolore del mondo. La porta è quella lo so. Riportami indietro, ho paura ad essere libero. Non farmi partire, spengi quel fottuto motore, abbracciami. Cominciamo ad odiarci, forse sarà più facile partire domani.


Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l'ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

- Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest'orrida
e fedele cadenza di carioca? -

Eugenio Montale, Le occasioni *

Nepotismo

Corea del Nord: il leader nordcoreano Kim Jong-il ha scelto il figlio più giovane come suo erede al potere.
Buone speranze per Luigi.

La parabola involutiva



Una straordinaria sintesi storica

Reperita qui e qui grazie a Questo non è un tumblr

Il mio teschio nudo

51.

sono pieno di sangue di bue ungherese, di insalata della capitale, di rimorsi:
scoppio di sonno, di solitudine, di anniversari: eppure l'ho fatto ridere abbastanza,
in un mio mezzo inglese, il geofisico sovietico, fornito di pacchi e pacchetti
da Aeroflot, proclamando che ci vuole una piccola rettorica, per un piccolo io:
(e non ti sto a ripetere, adesso, a proposito di chi l'ho detto, e di che):
mi ha citato,
credo, il sonotto LXVI di Shakespeare, ma non ne so niente veramente: (e le ore sono volate,
nel volo comunque): (e c'è un chiasso di treni e di luci, che si arrampica su da questa
finestra, in questo albergo comsomolesco di Mosca, mentre aspetto che mi squilli il telefono,
dove cercherò la tua voce): (e c'è un mazzetto di tenere asiatiche, che mi agita,
inagibile e agile, dalla camera accanto): e io ho deciso di ingrassarmi, ormai,
che mi sono visto il mio teschio nudo, dentro lo specchio del bagno:

Edoardo Sanguineti, Segnalibro (Postkarten LXVII poesie, 1972-1977), Feltrinelli, Milano 1989

Le contraddizioni



«La giornata. Grosse contraddizioni nella mia vita non ce ne sono, direi che le ho mancate tutte per difetto d'immaginazione. Così, non sono mai caduto sulle vie di Damasco, ma nel corso di una sola giornata posso contraddirmi, come il savio, settanta volte. Le contraddizioni, in un indeciso della mia specie (assai comune), sono un po' di moto e quindi l'equilibrio. Cambio di umore e di idee seguendo il corso del sole. La mattina odio la società, la sera la amo. Al mattino, leggendo i giornali, tutto mi è di peso: la commozione delle classi medie, l'insolenza degli estremisti, la beatitudine dei governanti. Col trascorrere delle ore mi sento più portato a comprendere gli altri punti di vista, persino a tollerare e a sorridere. Scende infine la sera: ma sì, tutto va meglio, l'Italia è il mio paese, gli italiani sono simpatici con tutti i loro difetti, la rivoluzione può essere rinviata. L'indomani sono daccapo: solitudine totale, rinuncia, o tuffo nella realtà? Dovrò compiere altre rivoluzioni attorno al mio asse, in ventiquattro ore».

Ennio Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986

lunedì 1 giugno 2009

Conversazioni con una nuvola



Ho chiesto a una nuvola di piovere
e lei l'ha fatto perché debitrice di un pensiero
di una forma immaginaria, di un senso.
Io gliel'ho dato perché l'ho chiamata
dandole un nome perfetto: lei mi ha piovuto
addosso come un'innamorata ti piove
addosso baci finché innamorata resta:
dopo no, dopo l'alito cattivo è una scusa
per allontanarsi, per bere un bicchier d'acqua,
lavarsi i denti e pensare ch'è meglio
fare qualcos'altro nella vita che baciare.
La nuvola è rimasta tutto il giorno sopra me
a piovere, a parlare, a innaffiare salvia:
ne ho preso una foglia e me la sono
passata sulle gengive e mi è spuntato un bacio
in bocca e un fiore e un desiderio.
Chissà perché finché si resta innamorati
si digerisce tutto e dopo no, tutto resta
sullo stomaco. La cena è pronta, la nuvola resta
sopra me per avere un nuovo nome
questa notte. Lo cercherò sul dizionario on line
e sarà come un battesimo, una circoncisione
un ingresso nella comunità di chi resiste.

domenica 31 maggio 2009

Il canto del gallo



Leggendo come sempre Malvino, stasera mi sono chiesto (forse un po' confusamente): ma cosa vogliono le gerarchie cattoliche in fondo oltre che perpetuare il loro potere mondano? Qual è il fine ultimo, l'orizzonte definitivo della Chiesa? La Parusia? Ne dubito, in quanto la loro azione politica - che si svolge con il loro continuo, incessante giudizio sulle vicende umane - s'impone diventando a tutti gli effetti una delle varie Potenze e Principati che dominano il mondo.
Domanda: qualora l'Italia (facile), l'Europa (meno facile), il pianeta intero (difficilissimo) fossero ispirati e mossi dai dettami della Chiesa Cattolica e seguissero i precetti catechistici attenendosi ad essi scrupolosamente, cosa succederebbe? Si assisterebbe all'avvento di una società perfetta, al ritorno del paradiso in terra?
Aldilà della verità storica di tale affermazione, la Chiesa Cattolica mi pare davvero fondata su Pietro, con una differenza fondamentale però: l'apostolo, al canto del gallo, che gli ricordò le parole del suo Maestro, si ravvide di aver rinnegato Gesù e pianse amaramente; la Chiesa, il Vaticano invece, nonostante che a cantare sia un intero pollaio, fa finta di niente e non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Passi indietro da gigante

50.

ho fatto passi indietro da gigante, in questi mesi:
il mio cervello
trema come marmellata marcia, moglie mia, figli miei:
il mio cuore è nero, peso 51 chili:
ho messo la mia pelle
sopra i vostri bastoni: e già vi vedo agitarvi come vermi: adesso
vi lascio cinque parole, e addio:
non ho creduto in niente

Edoardo Sanguineti, Segnalibro (Postkarten LXVII poesie, 1972-1977), Feltrinelli, Milano 1989

sabato 30 maggio 2009

Il voto di Dio

Se davvero fosse Dio a eleggere il papa, credo che questa sarebbe un'ennesima prova della sua imperfezione.

Una verità e mezzo

«Il Vaticano è la nostra Cina, l'Italia il suo Tibet»

Guido Ceronetti, Insetti senza frontiere, Adelphi, Milano 2009

Nota: il titolo si rifà al celebre detto di Karl Kraus: «L'aforisma non coincide mai con la verità; o è una mezza verità o una verità e mezzo».

venerdì 29 maggio 2009

Sfuggire al giudizio

«Certo, conoscevo le mie debolezze, e me ne pentivo. Continuavo però a dimenticarmene con meritoria ostinazione. [...] Capisco, la cosa urta. Forse pensa che non sia logico? Il problema è di scivolar via, e soprattutto, oh! sì, soprattutto evitare il giudizio. Non dico evitare il castigo. Il castigo senza giudizio è sopportabile, e d'altronde ha un nome che garantisce la nostra innocenza: sventura. No, si tratta invece di sfuggire al giudizio, di evitare d'esser sempre giudicati, senza che mai venga pronunziata la sentenza. [...] Siccome sfuggirvi è difficile, mentre riuscire a far ammirare e insieme scusare la propria natura è buona creanza, cercano tutti di essere ricchi. Perché? Se lo è mai chiesto? Per essere potenti, certo. Ma soprattutto perché la ricchezza sottrae al giudizio immediato, ti libera dalla folla della metropolitana per chiuderti in una carrozzeria nichelata, isola in vasti parchi ben custoditi, caro amico, non è ancora l'assoluzione, è la condizionale, che fa sempre comodo».

Albert Camus, La caduta, Bompiani, Milano 1958

giovedì 28 maggio 2009

La percezione del tiranno

Se qualcuno dovesse rimproverarmi perché non mi occupo e non scrivo dei veri tiranni del mondo - da Kim Jong-il a Chavez, da Ahmadinejad a Putin, da Gheddafi a Mugabe, dal Comunismo cinese a quello cubano eccetera - sappia che il motivo è perché «le dittature degli altri non [mi] danno fastidio» (Flaiano).

La ripugnanza maggiore che il regime berlusconiano provoca in me non è dovuta tanto alla sua azione (o non azione) di governo, alla sua politica tout court (tutte cose queste che, pur non approvandole, rientrano in una normale dialettica democratica), quanto al fatto che tale regime mi obbliga pressoché quotidianamente a pensare all'esistenza di Berlusconi, così che questi diventa un pensiero dominante che contamina la mia di esistenza. Nel costringermi - volente o nolente - a pensarlo, nell'abbassare cioè i miei pensieri alla sua "miseria", ecco: in questo senso Berlusconi è per me un tiranno. È di questa tirannide che io sono esausto, preoccupato; e ancor più rammaricato giacché questa è una percezione che riguarda soltanto una minoranza (cospicua minoranza) di italiani.

P.S.
Sia detto per inciso: io non odio Berlusconi, né lo invidio. Penso soltanto in modo diametralmente diverso da come lui pensa la vita, le cose. Vorrei solo diventasse un po' meno percepibile, un po' meno rompicoglioni.

Nostalgia del passato

«Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sull'uomo, gli accade di provar nostalgia per i primati. Quelli non hanno pensieri reconditi»

Albert Camus, La caduta, Bompiani, Milano 1958

mercoledì 27 maggio 2009

La fine della pedagogia

Caro Dario, il problema non è «fareste educare i vostri figli da Berlusconi?», ma il fatto che i nostri figli, Lui, li ha già educati, li sta ancora educando.

En honneur de

Selva piccola autunnale
E corona a un rosso sole
Assaporo il tuo sapore
Madremare con più sale

Alle dita il tuo tepore
Liscio sguscia umida sera
Mio respiro è il tuo odore
Lingua tacita e segreta

Di pensieri ti circonda
Ognuno dei cinque sensi
Alla duplice colomba
Del tuo seno li dispensi

Poi ti volti e sei la luna
Bianco pane del tuo dorso
Solco e filo che risalgo
Alla dura intatta cruna

Alla gloria dei capelli
Al bel gelo che mi fende
Dai tuoi occhi alla tua bocca
Che mi pènetra e mi prende

Che non sono più me stesso
E in te sola mi converto
Nel tuo corpo nel tuo pari
Perdo il segno del mio sesso

Nella pace del tuo altare
A cui prego genuflesso
Nella perla del tuo volto
Nel pulsare del tuo petto

Buia tana vegetale
Nella morte del tuo odore
Ti conosco mi conosco
Nell'amaro del tuo sale

Giovanni Giudici, Il ristorante dei morti, Mondadori, Milano 1981

P.S. Una delle più belle poesie d'amore del Novecento. Da leggere sottovoce a chi si ama, prima dei pasti.

martedì 26 maggio 2009

Un paese che conserva

«Italia, paese di porci e di mascalzoni. Il paese delle mistificazioni alimentari, della fede utilitaria (l'attesa del miracolo a tutti i livelli) della mancanza di senso civico (le città distrutte, la speculazione edilizia portata al limite) della protesta teppistica, un paese di ladri e di bagnini (che aspettano l'estate) un paese che vive per le lotterie e il giuoco del calcio, per le canzoni e per le ferie pagate. Un paese che conserva tutti i suoi escrementi».
[1969?]

Ennio Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986

La via più facile

Nel post precedente ho chiesto a Fabristol (che ringrazio vivamente) d'illustrare le ragioni evoluzionistiche che hanno portato al trionfo dell'attuale modello femminile. Il commento è talmente illuminante che mi pare doveroso riportarlo.

«Tutte le creature viventi al mondo, inclusi gli umani, cercano la via più facile. Dal punto di vista energetico si intende. Raggiungere il miglior risultato col minor dispendio di energie. È così che si è evoluta la vita sulla Terra.
Ora una ragazzina ha di fronte a se un bivio: ottenere denaro e un uomo con potere che possa darle sicurezza finanziaria per la propria prole; o ottenere quella sicurezza e quel denaro coi propri mezzi, ovvero lavorando, studiando ecc.
Inconsciamente (ma neanche così tanto) molte ragazzine scelgono la prima perché la più facile. Perché non devono fare altro che essere se stesse: cioè femmine seduttrici. La natura mi ha dato un corpo per sedurre ed io lo uso.
Ed è giusto che sia così, dal punto di vista biologico: guai se le femmine non scelgono il maschio che dà loro più sicurezza.
Forse senza il velinismo la razza umana si sarebbe estinta decine di migliaia di anni fa.
Stesso argomento calzerebbe a pennello per i maschi se la natura li avesse dotati di caratteristiche seduttrici simili, ma soprattutto di un bisogno impellente così forte come quello di assicurare ai propri figli sicurezza finanziaria.
Insomma le veline non fanno altro che essere femmine di default. Un po' come i maschi che sfoggiano macchine costose e fanno risse con altri maschi. È un modo istintivo e primitivo di essere Homo sapiens.
La primitività animalesca si elimina solo con l'istruzione, e gli/le italiani/e non brillano certo in questo campo».

lunedì 25 maggio 2009

La copula della destra



Perché esistono pochi blogger di destra? Si chiede Fabristol lasciando spazio ai suoi commentatori di rispondere a questa constatazione. In fondo come si fa a esercitare con onestà, con un minimo di rigore, la propria intelligenza al servizio di un «uomo che parla alle viscere del paese»? La partita è perduta in partenza per chi non vuol essere un guitto o un deficiente.

Tuttavia, a margine di questo interessante dibattito, mi ha particolarmente colpito uno dei commentatori di Fabristol, il quale sostiene che «scrivendo sul blog si scopa poco». Come a dire che chi pensa non tromba. E dacché i blogger di destra sono pochi, si presume che essi copulino in maggior misura. Potrà avere anche ragione, ma allora? È nelle voglie di quell'etto e mezzo di cazzo che deve reggersi una classe dirigente e/o intellettuale? È nel chilometraggio vaginale che si misura l'emancipazione femminile? Possibile che il sesso non divenga, una buona volta, solo una piacevole parentesi (godibilissima, per carità) ma che non "guidi" le umane sorti e progressive? Perché si deve pensare col cazzo, dunque: a cazzo? Perché si devono usare le “viscere” per parlare?

Mi piacerebbe che Fabristol illustrasse (da un punto di vista evoluzionistico) le ragioni che hanno condotto (guidato) la donna italiana (europea?) verso tali bassi livelli di richiamo; cioè, detto miserevolmente: la donna si vuole velina perché l'uomo (di potere) desidera la donna velina?

Ma, limitandosi a lanciare uno sguardo veloce sugli ultimi quarant'anni della nostra storia repubblicana, il modello femminile è sempre stato così? Mi pare di no, anzi. Le principali attrici italiane univano desiderabilità e intelligenza e anche la tv mi pare offrisse canoni più dignitosi. L'intelligenza della donna non era confinata sopra i cubi o intorno a lubrichi pali dove sculettare. La donna desiderabile era un misto di fascino e intelligenza, e anche Edvige Fenech, al confronto con le attuali veline, pareva la Montalcini. Quindi, quale perverso meccanismo ha fatto sì che il modello femminile di riferimento divenisse così squallido (con tutte le misure al posto giusto, ovviamente)?

domenica 24 maggio 2009

A lume spento

Scrive Starobinski in L'invenzione della libertà [citazione tratta da L. Sciascia, La palma va al nord, Gammalibri, Milano 1982]:

«L'uomo dei lumi, nel momento in cui propugna il diritto di opporsi a qualsivoglia autorità, acquisisce il senso della contraddizione. Da quel momento, può anche succedere che si trovi in contraddizione con se stesso: egli diviene, allora, il primo critico delle idee dalle quali è attratto e delle formule che ama, fino al punto di volere tentare l'esperienza del loro contrario».

Vediamo. Domattina, al risveglio, proverò a essere berlusconiano (o clerico-fascista o ateo-devoto, o leghista - per ora limitiamoci alla prima ipotesi). Fedele alla linea del Capo, entrerò in un bar per un caffè e, ai mezzi sorrisi ironici degli astanti sull'attuale, scabrosa, situazione del mio Principale, replicherò con fare capezzoniano; o bondiano; o bonaiutiano; o ghediniano. Meglio ancora sarebbe se restassi in silenzio, sardonico silenzio, giannilettiano. Poi, al lavoro, ai colleghi e alle colleghe che scuoton la testa di fronte a tanto squallore, ribadirò che è tutta una montatura di Repubblica, della Sinistra, dell'ex-fidanzato comunista; dirò che se Silvio non ci fosse bisognerebbe inventarlo, che se non ci fosse non andrei a votare, che è l'unico che può fare le riforme, che è l'unico che può farci contare davvero qualcosa in Europa, che è l'unico dalla parte degli italiani... La sera, al rientro a casa, andrò in bagno, mi laverò le mani e il volto, mi guarderò allo specchio: sempre che lo specchio faccia in tempo a riflettere l'immagine di me stesso offuscata da uno sputo.

Prosegue Starobinski:

«Sotto questa definizione possiamo collocare tutti gli intellettuali: tutti coloro, cioè, che hanno la capacità, i mezzi e il tempo per tener desta la propria intelligenza. Cosa che comporta non il registrare passivamente, ma piuttosto il "criticare" in forma attiva. Vale a dire: tutti gli intellettuali sono stati, o sono, uomini "dei lumi"».

Sì, domani proverò a spengere quel minimo d'intelligenza che possiedo, per vedere l'effetto che fa.

Come un macellaio giù all'angolo

Ieri sera mi lamentavo che in questo paese pare non vedersi nessuna speranza all'orizzonte. Mi sbagliavo: grazie Gino, sei proprio un gran signore.

Nessuna rosa è certa

*


Ogni giorno uscendo verso l'auto

io traverso un giardino
e spesso vorrei che Aristotele
fosse arrivato al-
l'esame del ditirambo,
che fossero rimasti i suoi appunti.

Erba ruvida guasta il prato fine
mentre io guardo a destra e a sinistra
tic toc -
E a destra e a sinistra le foglie
crescono sul pesco di un anno
lungo il tronco snello.

Nessuna rosa è certa. Ciascuna è una rosa
e questa, diversa da un'altra,
s'apre piatta, quasi come un piatto
senza tazza. Ma è una rosa, color
di rosa. La senti ruotare lentamente
sullo stelo di spine.

William Carlos Williams

Cristina Campo, La tigre assenza, Adelphi, Milano 1991

*La stessa rosa fotografata stamani in due scatti in rapida successione (il primo scatto è assolutamente casuale)

sabato 23 maggio 2009

Domande senza costrutto

Se il nostro paese, la nostra Italia, fosse diversa da quella che è, noi blogger nostrani di cosa scriveremmo? Avremmo gli stessi spunti, gli stessi impellenti bisogni di critica, le stesse passioni, le stesse speranze e delusioni? Se ci fosse sottratto, come per incanto, il quadro attuale (Berlusconi, Vaticano, liberalismo deficitario, sinistra insulsa, Democratici né carne né pesce) staremmo qui a elucubrare soluzioni alla deriva plebiscitaria, al gentismo, al populismo, all'assenza di una prospettiva concreta, alla ricerca di un'orizzonte dove nessun Obama sembra apparire? E se anche apparisse e, sempre d'incanto, tutto diventasse normale, civile, democratico e libertario, dove finirebbero i nostri pensieri in una Repubblica autenticamente tale? Ci incammineremmo per i viali peripatetici a porre questioni sul senso ultimo della vita? Saremmo contenti? Soddisfatti? Proveremmo la sensazione di essere finalmente dei "re"?

Queste domande confuse sono scaturite dalla lettura di un post su Bioetica («La Svizzera è agli antipodi») e dal fatto che io, frequentando la Svizzera da alcuni anni (mia moglie è svizzera) tutte le volte che lì mi sono recato sento come una mancanza, uno svuotamento di significato, l'allontanamento da un'idea che mi rende, anche e soprattutto negativamente, parte di una Repubblica, fratello di altri cittadini. Mi fermo. Quest'Italia è sempre più una puttana di cui non posso fare a meno, anche se mi ferisce. Sono un masochista italiano.

Un moscerino

Un moscerino, spinto dal suo inconscio,
cadde nel vino e vi divenne moscio.

Toti Scialoja, Versi del senso perso, Einaudi, Torino 2009

Mature

Dall'ortolano, questa mattina.

Un'anziana signora, credo ultrasettantenne, rivolgendosi al garzone del negozio:

«Giovinotto, mi porteresti le borse [della spesa] in macchina

La proprietaria del negozio con fare scherzoso e confidenziale:

«E se te le porta cosa gli offri?» [intendendo un caffè al bar, credo]

La signora:

«Se fossi più giovane saprei io cosa offrirgli. E invece ora, se gliela offrissi, c'è caso che non mi porterebbe nemmen le borse in macchina».

venerdì 22 maggio 2009

spaccato come una mela



30.


sono spaccato come una mela, tra una mia insonnia per ansia e una mia insolubile

sonnolenza: è certo che certe mie circonvoluzioni cerebrali, annodate come rettili
dentro il nucleo più arcaico della mia testa (tanto per esprimermi così, molto
alla buona), non rispondono ai comandi, si impennano pungenti, e poi,

senza un motivo al mondo, mi sommergono in un mio floscio letargo:
sorrido appena,
con pena, passivo e smorfioso: (da cameriere, come dice mia moglie, con dispetto): e
sono uno sfinito ammasso eterogeneo: (cedo, cerimonioso, il mio passo, a chi è vivo):

Edoardo Sanguineti, Segnalibro (Scartabello XLVII poesie, 1980), Feltrinelli, Milano 1989

giovedì 21 maggio 2009

La classe dell'Avvocato



Stanchezza. Mi torna in mente Gianni Agnelli, la sua classe infinita. Questo ricordo è dovuto a un coriandolo d'intervista che, queste sere, Blob ha offerto, ricavandolo dai famosi faccia a faccia di Mixer di Gianni Minoli. Bene, in tale frammento* l'Avvocato parla di donne. Sagacemente, come sempre, Blob accosta tali parole alla penosa vicenda del Berlusconi tombeur de femmes (proprio una tomba, letteralmente - e pensare che quest'ultimo, prima di diventare l'uomo più ricco d'Italia, venerava Gianni Agnelli come un modello).

Minoli: «Lei è un uomo molto amato dalle donne: che effetto le fa questo?»
Agnelli: «Se è vero non può che farmi piacere.»
Minoli: «
Ma l'amore per le donne cosa rappresenta nella sua vita (se ha rappresentato qualcosa d'importante)?»
Agnelli: «No guardi... ci sono due tipi di uomini: ci sono uomini che parlano di donne e uomini che parlano con le donne. Io, di donne, preferisco non parlare.»

*L'intervista integrale, che consiglio vivamente di vedere, si trova qui.

Il genio italico

Ottima risposta alla crisi occupazionale. Un unico neo: il Sig. Marco Donarini si dichiara esausto e affaticato giacché lavora quasi 24 ore al giorno: perché dunque non assume due impiegati?

Trombare pallido e assorto
presso un rovente muro di box...

mercoledì 20 maggio 2009

Filistei e filisteismo

«Un filisteo è una persona adulta i cui interessi sono di tipo materiale e scontato, e la cui mentalità è formata dalle idee correnti e dagli ideali convenzionali del proprio gruppo o della propria epoca. Ho detto "persona adulta" perché il bambino o l'adolescente che può sembrare un piccolo filisteo è solo un pappagallino che imita i comportamenti dei volgari incalliti, ed è più facile essere un pappagallo che un airone bianco [...]
Il filisteismo è internazionale. Lo troviamo in tutte le nazioni e in tutte le classi [...] Il filisteismo comporta non solo un insieme di idee correnti, ma anche l'uso di frasi fatte, luoghi comuni, banalità, espressi in parole sbiadite. Un vero filisteo non ha altro che queste idee triviali e da esse è totalmente composto [...]
Il filisteo nel suo appassionato desiderio di conformarsi, di inserirsi, di aderire è combattuto tra due aspirazioni: comportarsi come si comportano tutti, ammirare e usare questa o quella cosa perché è così che fanno milioni di persone [...]
Un filisteo non sa niente di arte, letteratura compresa, e non gliene importa niente - la sua natura è fondamentalmente antiartistica - ma cerca informazioni [soprattutto televisive]. Se è un filisteo maschio s'identificherà con l'affascinante dirigente o con qualunque altro pezzo grosso [...] se è un filisteo femmina - una filistea - s'identificherà con la segretaria biondo fragola, una snella ragazzina ma in fondo in fondo una madre, che sposerà quel buon ragazzo del principale [...]
Nel suo amore per l'utile, per i beni materiali, egli diventa facile vittima della pubblicità. Gli annunci pubblicitari possono essere bellissimi - alcuni sono molto artistici - non è questo il punto. Il punto è che tendono a rivolgersi alla fierezza del filisteo quando possiede cose [...] Il sontuoso filisteismo che emana dalla pubblicità non è dovuto al fatto che essa esageri (o inventi) la meraviglia di questo o quel prodotto di consumo, ma al suo suggerire che l'acme della felicità umana è acquistabile e che il suo acquisto nobilita in qualche modo l'acquirente».

Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti, Milano 1994.

Il guaio non è tanto che tutti, più o meno, talvolta ci comportiamo da filistei. No, il dramma, soprattutto italico, è il filisteismo totale, onnicomprensivo e onnipervasivo, che consente al sommo Imbonitore di far credere che Cristo l'è morto da i' sonno.

La fenice nazionale



«
Delle due personae del Novecento italiano, delle due grandi maschere che aprono per noi il secolo, per ragioni anagrafiche è stato d'Annunzio a imitare Virgilio (o Racine) e a farsi interpretare come poeta di regime. Ma si tratta di una parte rubata. Il rapporto col fascismo, sebbene di stretto vicinato, ma di natura manifestamente esteriore e opportunistica, fu esercitato da d'Annunzio senza nessuna convinzione e con la stessa marpioneria usata tanti anni prima nei confronti delle famiglie aristocratiche della Roma di fine secolo. Il caso di Pascoli è diverso. Il fascismo, in Pascoli, è un'esperienza intima, che si offre a un sapere quasi etnologico. Il fascismo pascoliano contiene e prefigura il fascismo ‘storico’, ma non lo esaurisce, continua a rappresentarlo, a metterlo in essere nella sua radice, nella sua aurora, nella sua infinità capacità di metamorfosi e rinascita. [...] Chiunque parli e scriva nella nostra lingua ha conosciuto lungo il secolo, il fascismo prima adulto, poi decrepito e miserabile. Di questa carcassa (di questa fenice nazionale) si vedono in Pascoli, limpidi, i lenti e iniziali movimenti da embrione, i filamenti della cellula. Si può dunque comprendere, se si pensa non al trionfalismo esteriore del Pascoli ‘eroico’ ma all'arco descritto dalla sua intimità più segreta, come il frequentatore dell'opera pascoliana sia preso dal sospetto di trovarsi di fronte a una specie di emblema nazionale. Ma si può anche capire, se si pensa a tutto quel liquido che ne sanguina dolce e oleoso, come una certa antipatia si sia formata verso le lacrime pascoliane, e, soprattutto dagli spiriti forti, sia oggi professata quasi con zelo. Questo libro vuole sottrarsi a questo atteggiamento di superiorità. Esso riconosce nell'esperienza pascoliana un oggetto sgradevole, forse repellente e perverso, ma più importante della sua repulsività».

Cesare Garboli, Trenta poesie famigliari di Giovanni Pascoli, Einaudi, Torino 1990

Noticina a margine: non so come né in che misura, ma mi pare che questo discorso su Pascoli possa essere esteso alla realtà politica dei nostri giorni, meglio, alla natura politica della maggioranza degli italiani e dall'escrescenza sgradevole rappresentata dal potere berlusconiano.

martedì 19 maggio 2009

Il tragico soffocato

Adesso si è messo un po' in disparte, fa lo statista, il serioso, ripiglia fiato, si ricarica per ricomparire, pronto per tuffarsi nell'arena elettorale. Ogni tanto cerca di smorzare i toni con delle battutine del cazzo, buone per muovere il riso degli stolti e degli scotti. Che rivinca non sarebbe una sorpresa, nemmeno che stravinca e riconfermi il suo gradimento verso gli italiani. Ma io mi chiedo, soprattutto: quando tutto questo sarà finito (perché un giorno finirà, vero?) come si comporteranno gli storici, i letterati, i pittori, i cineasti? Quale traccia resterà, quale vulgata? Quale sarà il giudizio obiettivo, serio, storiografico accertato di questi anni in cui la «la coscienza tragica è stranamente impedita, e dunque la tragedia imperversa affatto cruda e incondita, essendole negata la simbolica liberazione»* artistica? I nostri posteri rideranno di noi? O piangeranno come io piango quando leggo dell'ascesa al potere di Mussolini, della fine della democrazia, del Concordato, del ventennio (clerico)-fascista, delle leggi razziali eccetera? So solo che io mi vergogno di questo stato di cose, e mi sento in parte responsabile perché impotente.

*Giorgio Manganelli, Introduzione a Ennio Flaiano, Frasario essenziale, Bompiani, Milano 1986

lunedì 18 maggio 2009

Il depilatore

La vicenda Berlusconi-Noemi-Veronica assomiglia a una parabola (ebraica). Un uomo aveva due donne «una giovane e l'altra vecchia. La giovane gli strappava i capelli bianchi, la vecchia gli strappava i capelli neri, al punto che divenne calvo dai due lati»*. Ma, purtroppo, quest'uomo non si è rassegnato alla calvizie: s'è fatto ricrescere i capelli e se li è dipinti tutti di nero. Di contro la sua invadenza strappa il pelo pubico di una cospicua minoranza di italiani.

*Parabola tratta da Salomon Malka, Emmanuel Lévinas. La vita e la traccia, Jaca Book, Mipillano 2003 (pag. 132)

domenica 17 maggio 2009

Le comodità dei fanatici



«Capisco che ci sia, da parte dei fanatici, la esigenza di etichettarmi una volta per tutte o come rivoluzionario o come reazionario. I fanatici hanno bisogno di star comodi. Per mia parte, dico di essere semplicemente, in questo momento, un conservatore. Voglio conservare, di fronte allo Stato che se ne è svuotato, la Costituzione. Voglio conservare la libertà e la dignità che la Costituzione mi assicura come cittadino; e la libertà di cui ho goduto come scrittore, e la dignità che come scrittore mi sono guadagnata.
Questa libertà e dignità sento oggi che sono in pericolo. In quanto cittadino capisco - ma non approvo - che molti siano disposti a barattare libertà e dignità per un po' di ordine pubblico, di sicurezza: in quanto scrittore mi batterò affinché questo baratto non si compia. Metto in conto la sconfitta, e anzi la prevedo: ma non posso che battermi, finché avrò un margine, sia pur piccolo, sia pure insicuro. Il ripristino dell'ordine pubblico, da noi è sempre stato pagato caro: a prezzo di un più vero e profondo disordine, che corrode anche le menti più lucide e le coscienze più nette. Ed è già cominciato, a guardar bene».

Leonardo Sciascia, La palma va a nord, Gammalibri, Milano 1982 (brano tratto da un articolo su Panorama, Aprile 1978).

Lausanne metro



Salgo sulla metro che dal lago porta in centro e dietro me sale una giovane signora coi pattini in linea insieme alla sua (immagino) figlia, anch'ella dotata di pattini e con in mano una bambola semisvestita. Io mi seggo su uno dei molti sedili liberi, anche la bambina si siede, di fronte a me; la presunta mamma no: ha paura, forse, di poggiare il suo bel culo sodo e sudato sul probabile sporco dei sedili. La metro parte, con scatto improvviso. La donna perde l'equilibrio e cade tra le mie braccia. Proteggo a fatica lo stomaco e le parti più basse, ed una spontanea madonna m'esce di bocca. Per fortuna siamo a Losanna e nessuno mi conosce e forse nemmeno capisce. La signora s'affretta a scusarsi, imbarazzata. Io accetto le scuse e dico "si figuri, càpita a tutti di sbilanciarsi e cadermi sulle palle. Sapesse quanta gente c'è che mi sta sulle palle" continuo a dire, risentito, del mondo, del tempo, della vergogna che ci governa di là dalle Alpi. La signora comprende e non comprende il mio cattivo francese. Si dice disposta, per farsi perdonare, a offrirmi un caffè da Manora. Ma non è l'ora. Non ora. Non più.

Il bombo



Chiede il bombo: «Perché ronzo?

Perché vado sempre a zonzo

come un gonzo, senza meta?

Perché peso come il piombo
sopra il fiore che si piega?»

Toti Scialoja, Versi del senso perso, Einaudi, Torino 2009

sabato 16 maggio 2009

Corsi e ricorsi

«A partire dal 1926» Benito Mussolini fu un nuovo Cristo, un nuovo Unto. «Preghiere ricalcate sul Credo vennero recitate al suo indirizzo, così come laudi mutuate dalla liturgia medievale del Christus vincit. E al duce più che a chiunque altro fu riconosciuta la capacità di fare miracoli, compresi i miracoli di guarigione. Quanti - nella propaganda di regime - i casi di bambini malati che recuperano la salute grazie a una fotografia di Mussolini posta sotto il guanciale, di sordomuti che ritrovano la parola per giurare fedeltà al fondatore dell'Impero, di gestanti che fissano il ritratto del duce appeso al muro per trasmetterne le virtù alla creatura nel loro grembo! Quanti i miracoli ancora più strepitosi, come quella volta che l'intervento di Mussolini era valso a fermare la lava eruttante dall'Etna... Dietro simili discorsi, il gusto genericamente italiano per i gigantismi, i fenomeni da baraccone, i colpi di scena, ma anche la crescente connivenza ideologica del fascismo con il cattolicesimo: dunque con un'antica cultura del meraviglioso e del soprannaturale, del taumaturgico e dell'escatologico.
Ormai a ridosso della firma del Concordato, i retori di regime prenderanno a descrivere il "gorgo di fedi intorno al Duce" come l'annuncio inequivoco di un "religiosissimo italiano". Canteranno nel fascismo un'ideologia tanto più moderna, in quanto disposta a rilanciare il millenario culto dei santi; mentre saluteranno nel cattolicesimo la forma storicamente più compiuta di una concezione gerarchica della società. E insisteranno sopra il bisogno collettivo - bisogno della patria oltreché della Chiesa - di "scolpirsi in Cristo": quello strano Cristo senza barba né baffi né capelli, il redentore di* [Arcore].»

* “Predappio” nel testo

Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento, Einaudi, Torino 2007 (pag. 192-3)

venerdì 15 maggio 2009

Verba volant

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio.

Mi chiedo se abbia senso pensare a quale sia stata la prima parola pronunciata dalla nostra specie.

Parimenti, mi chiedo quanti scaffali dell'incommensurabile Biblioteca di Babele saranno stati occupati a partire da quella prima parola a quelle pronunciate finora.

Inoltre, mi chiedo se tutto questo insieme di parole pensate, dette e scritte abbia un senso, ovvero se qualcuna di queste parole resisterà alla morte del sole.

Per celia: quali dieci parole vorreste diventassero immortali? (Io ci devo ancora pensare = 5)

Incipit famosi





«Tesoro mio, ricordi la nostra prima notte a Parigi?
Passeggiavamo sotto la pioggia, e tu ti sei bagnata tutta.
Poiché avevo io l'ombrello».

Da un memorabile incipit di Snoopy.

La libertà

«L'amore per la libertà, prima fisica, in seguito spirituale e politica, è la sola idea che non mi ha procurato contraddizioni. È per me un amore tanto naturale, forse biologico, che non me ne faccio un merito (o, qui, dovrei dire: una colpa). Da ragazzo ero anarchico, adesso mi accorgo che si può essere sovversivi soltanto chiedendo che le leggi dello Stato vengano rispettate da chi governa. Da ragazzo amavo la Repubblica come idea, adesso come sostanza. Spesso penso che il nostro paese affronta amare sorprese per un'incapacità dei suoi abitanti a sentirsi liberi, e una tendenza a lasciar correre: a Roma dicono "ad abbozzare". Un giorno, un filosofo, uno di quelli che girano sempre attorno alla verità senza mai potersi fermare, mi rimproverò di credere nella libertà, che non può esistere nello Stato moderno. Una altro giorno, uno storico di sinistra mi ha voluto dimostrare che in Italia l'anticlericalismo è superato storicamente. Vivere in un paese dove i filosfofi e gli storici sono così abbondanti e male informati, è duro: soprattutto se si pensa che sono i soli beati conformisti che mai si contraddicono».

Ennio Flaiano, Frasario essenziale [Le contraddizioni, 1957], Bompiani, Milano 1986

giovedì 14 maggio 2009

Tra due-trecento anni

Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala del Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichìo del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un rèprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.

Angelo Maria Ripellino, Notizie dal diluvio, Einaudi, Torino 1969

Un mare di bene

Riuscirà Berlusconi a far diventare la seconda moglie un'ombra, un'assenza come la prima? E soprattutto: Veronica si vorrà far dimenticare e scivolare nell'oblio? Oppure sarà costretta a sparire dalla scena pubblica e tacere sull'uomo più pubblico d'Italia?
Ancora una volta il re è nudo. Ancora una volta, agli occhi della maggioranza, indossa un blazer perfetto.

mercoledì 13 maggio 2009

La territorialità

Piscia un cane sulle spine
polverose di Fregene.
Cuori di cane, ombra di cane,
spruzzatina a fin di bene.

Toti Scialoja, La mela di Amleto, Garzanti, Milano 1984.

Siamo tutti mammiferi



«Perché questo confinamento dell'Infinito? Forse perché non è sufficiente credere al Cielo per togliersi l'abito smesso del mammifero terrestre. Animale religioso, certo, ma il qualificativo, nella sua gloria, eclissa il sostantivo, che si richiama al nostro luminoso ricordo con una sorta di maligno piacere. L'etologia [...] ci offre ragguagli in merito alle condotte territoriali dei babbuini e delle balene. In base a quale miracolo noi ne saremmo esentati? Tuttavia, le rivolte dell'animalità (nazionalismo, sciovinismo, etnicismo) ci ripugnano al punto che consideriamo patologici dei semplici comportamenti riflessi, poiché riconoscerne l'aspetto zoologicamente banale suonerebbe offensivo per il nostro orgoglio. Appena adesso stiamo cominciando a penetrare i meccanismi biologici che governano, nell'individuo, la conservazione e la difesa dell'integrità del proprio sé di fronte al non-sé (nel trapianto di tessuti, ad esempio, o di fronte a certi virus o batteri). Non ne sappiamo ancora abbastanza circa i marcatori delle personalità collettive, antigeni del noi, risposte immunitarie di fronte al non-noi. Riusciamo soltanto a intravedere che hanno a che fare con la territorialità».

Régis Debray, Dio, un itinerario. Per una storia dell'Eterno in Occidente, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2002, pag. (pag. 142)

martedì 12 maggio 2009

Amore nucleare

Permettimi di appoggiarmi al tuo fianco
ogni qual volta sarò bianco
color della stanchezza.
E il calor tuo m'infonda tenerezza
come una centrale nucleare.
Finché non saremo scoria
l'uno dell'altro scriveremo la nostra storia
particolare.
Stanotte ho visto in sogno
un libro scritto a mezzo
tu le pagine pari
io le pagine dispari:
poi sei sparita e mi vergogno.
A ripensarci provo ribrezzo
del patimento senza prezzo
di cui mi hai fatto dono.
Non ho chiesto nessun perdono:
ho solo sperato
di non lasciare mai nessuno
come te mi hai lasciato.
Perché è meglio trovarsi
tra i perseguitati
che tra i persecutori
anche se questi saranno
i vincitori.
Io voglio perdere
perché la vita la si capisce meglio
si va più vicini al fuoco della Cosa
che brucia Foreste Nere
esseri immaginari e il Niente.
Un giorno di x anni fa è esplosa
l'energia: e tutto è nato
come da un grande parto universale.
L'ostetrica è stata cordiale:
mi ha tutto ripulito, messo una cravatta
e una penna in mano e una giacca
e mi ha detto: «va' indietro non si torna,
se non alla fine, alla morte del sole».
Con la termodinamica non si scherza:
si lotta e basta sia pure come si respira
e digerisce: inconsapevolmente.
La vita è tutto l'insieme di forze
che resistono alla morte.
Bichat non mente.
Apro le porte
le spalanco
ora posso essere stanco
e appoggiarmi al tuo fianco
fintanto che
tu ne avrai voglia. Io starò qui
aspettando il sonno delle rondini:
un pipistrello qui sotto casa passa
striscia foglie di ciliegi e meli
eseguendo con grazia gli ordini
del fato. Sto in silenzio
per rispetto e per disperazione
e perché non voglio disturbare
con fiato perso
la meravigliosa ecolocazione.

Letture



Di Sergio Luzzatto, sto leggendo con passione, Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento.
Ho detto: con passione. Proprio così. Rido e piango, tribolo, m'infervoro, m'incazzo, mi calmo, comprendo (o cerco di comprendere). Capisco (penso di capire) molte cose della nostra storia, da dove veniamo, soprattutto: cosa siamo. Mi rassegno.
Il brodo primordiale di quella cosa chiamata Italia è ancora molto torbido: secoli ci vorranno, forse, per diventare altro da ciò che siamo. E mi sento responsabile, massimamente responsabile perché impotente, inerme di fronte a quello ch'è accaduto e accade; e mi vergogno. Poi penso a quelle menti illuminate, resistenti, che hanno attraversato il nostro Novecento: una cospicua minoranza di persone che hanno saputo, all'occorrenza, dire di no, al potere, alla chiesa, al miracolo. Così comincio questa giornata con un minimo di ottimismo, salutando e ricordando quell'uomo rispettabile e veramente onorabile che fu Vincenzo Trani.

La vita in versi

Metti la vita in versi, trascrivi
fedelmente, senza tacere
particolare alcuno, l'evidenza dei vivi.

Ma non dimenticare che vedere non è
sapere, né potere, bensì ridicolo
un altro voler essere che te.

Nel sotto e nel soprammondo s'allacciano
complicità di visceri, saettano occhiate
d'accordi. E gli astanti s'affacciano

al limbo delle intermedie balaustre:
applaudono, compiangono entrambi i sensi
del sublime - l'infame, l'illustre.

Inoltre metti in versi che morire
è possibile a tutti più che nascere
e in ogni caso l'essere è più del dire.

Giovanni Giudici, La vita in versi, Mondadori, Milano 1970