mercoledì 29 luglio 2009

Europa cavalca un toro nero

Vi invito a leggere, con un piccolo sforzo, questi versi di straniamento, così attaccati alla realtà d'oggi, alle sue tragedie pubbliche e private, al dolore provocato dal caso, dal caos, dalla matta bestialitade umana. Nessuna spiegazione, nessun riferimento storico, salvo la data finale riportata anche nel libro. Non oso spiegare i versi, ho sempre detestato le parafrasi. La poesia è un frutto che si coglie e si mangia subito, necessariamente, presi da una fame atavica di capire la realtà e non capirla. Fare spazio alla poesia dentro se stessi richiede il vuoto, il digiuno da ogni preconcetto. La poesia salva l'anima o non la salva: è la cosa più inutile, più improduttiva, ma proprio per questo più indispensabile. Buona lettura.

1.
Attento abitante del pianeta,
guardati! dalle parole dei Grandi
frana di menzogne, lassù
balbettano, insegnano il vuoto.
La privata, unica, voce
metti in salvo: domani sottratta
ti sarà, come a molti, oramai,
e lamento risuona il giuoco dei bicchieri.

2.
Brucia cartucce in piazza, furente
l'auto del partito: sollevata la mano
dalla tasca videro forata.
Tra i giardini sterili si alza,
altissimo angelo, in pochi
l'afferrano e il resto è niente.

3.
In su la pancia del potente
la foresta prospera: chi mai
l'orizzonte oltre l'intrico scorgerà!
Fruscia la sottoveste sul pennone,
buone autorità, viaggiano in pallone,
strade e case osservano dall'alto,
gli uomini sono utili formiche,
la folla ingarbugliata, buone
autorità, cervello di sapone,
sopra le case giuocando scivolate.

4.
Un incidente, dicono, ogni ora,
una giornata che c'era scuola nell'aria
un odore di detriti, crescono
sulla piazza gli aranci del mercante.
Il pneumatico pesantissimo (tale
un giorno l'insetto sfarinò)
orecchie livella occhi voce,
le scarpe penzolano dal ramo,
evapora la gomma nella frenata.

5.
Il treno, il lago, gli annegati,
i fili arruffati. Il ponte nella notte:
di là quella donna. Il viola
nasce dall'unghia e il figlio
adolescente nell'ora prevista dice:
«Usa il tuo sesso, è il comando.»
Dentro la ciminiera, gonfio di sonno
precipita il manovale, spezzata la catena.

6.
Cani azzannano i passanti, uomini
raccomandabili giudicano l'assassino,
fuori, presto, scivoli.
Negri annusano il vento.
Ambigua è la sciagura,
le sentinelle, i poliziotti.
I due voltarono le spalle.
Rete, sacco: volati
in basso come pompieri.
Spari, vibra l'asfalto,
alla porta di una casa il tonfo.

7.
Con le mani la sorella egli
spinge sotto il letto. Un piede
slogato dondola di fuori.
Dalla trama delle calze sale
l'azzurro dell'asfissia. Guarda,
strofina un fiammifero, incendia
i capelli bagnati d'etere
luminoso. Le tende divampano
crepitando. Li scaglia nel fienile
il cuscino e la bottiglia di benzina.
Gli occhi crepano come uova.
Afferra la doppietta e spara
nella casa della madre. Gli occhi
sono funghi presi a pedate.
Mani affumicate e testa
grattugiata corre alla polveriera,
inciampa, nel cielo lentamente
s'innalza l'esplosione e i vetri
bruciano infranti di un fuoco
giallo; abitanti immobili,
il capo basso, contano le formiche.

8.
Osserva l'orizzonte della notte,
inghiotte la finestra il gorgo del cortile,
l'esplosione soffiò dal deserto
sui capelli, veloce spinta al terrore:
tutto male in cucina, il gas
si espande, l'acqua scroscia,
la lampada spalanca il vuoto.
Richiude la porta dietro a sé,
e punge gli occhi il vento dell'incendio,
corre sugli asfalti, cosparso d'olio:
saltano i bottoni alla camicia estiva,
la ferita si colora, legume
che una lama rapida incide.

9.
Vide dal suo posto le case
roventi incenerirsi e in fondo alla città
i denti battono sotto le lenzuola
e guizzano i corvi all'ombelico.
L'A è finestra e oltre
si agita la pianura di stracci.
L'O si apre e chiama
lago ribollente fango.
«Galoppate a cammello nel deserto!»
Fa acqua l'animale sventrato
dal taxi furibondo: si ricordò
d'avere atteso tanto, la gola
trapassa il sapore dei papaveri:
cala veloce nelle acque dentro
l'auto impennata, volontario
palombaro, con un glù senza ricambio.

10.
Un coro ora sono, ondeggianti
nel prato colmo di sussulti.
«Lo zoccolo del cavallo tradisce,
frana la ragione dei secoli.»
Urla una donna, partorisce,
con un bambino percosso dalle cose.
Con un colpo di uncino mette a nudo
l'escavatrice venose tubature,
e radici cariche di schiuma
nel vento dell'albero antico,
spasimano, gigante abbattuto.
Quattromila metri di terriccio
premono le schiere, e un minatore
in salvo ha mormorato:
«Là è tutto pieno di gas.»
Un attimo prima di scivolare
nella fogna gridò: Sì.

1958


Antonio Porta, I rapporti (1958-1964), da Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2009

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