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domenica 16 maggio 2021

Per non essere schiavi



Il faut être toujours ivre. Tout est là : c'est l'unique question. Pour ne pas sentir l'horrible fardeau du Temps qui brise vos épaules et vous penche vers la terre, il faut vous enivrer sans trêve.

    Mais de quoi ? De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise. Mais enivrez-vous.

    Et si quelquefois, sur les marches d'un palais, sur l'herbe verte d'un fossé, dans la solitude morne de votre chambre, vous vous réveillez, l'ivresse déjà diminuée ou disparue, demandez au vent, à la vague, à l'étoile, à l'oiseau, à l'horloge, à tout ce qui fuit, à tout ce qui gémit, à tout ce qui roule, à tout ce qui chante, à tout ce qui parle, demandez quelle heure il est ; et le vent, la vague, l'étoile, l'oiseau, l'horloge, vous répondront : « Il est l'heure de s'enivrer ! Pour n'être pas les esclaves martyrisés du Temps, enivrez-vous sans cesse ! De vin, de poésie ou de vertu, à votre guise. »

Charles Baudelaire, Le Spleen de Paris, XXXIII
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P.S.
Avrei voluto dedicare il poemetto a Roberto Speranza, ma non l'ho fatto ché egli sceglierebbe sicuramente la virtù.

martedì 24 aprile 2012

Gli ci voleva il ricordo

« È, oltre l'indifferente spettacolo della vita presente, ritrovare improvvisamente nel ricordo risuscitato del passato, il sentimento che lo animava, un incanto dell'immaginazione che ci lega definitivamente alla vita e ce la incorpora, come se il nostro passato, che il godimento ha lasciato fuggire, che il nostro pensiero non ha compreso, che la nostra memoria ci presenta così incerto, fosse per sempre riafferrato dalla contemplazione. Sono quelle le ore belle nella vita di un poeta, quando il caso pone sul suo cammino una sensazione che racchiude un passato e promette alla immaginazione sua di far conoscenza col passato che non aveva conosciuto, che non era caduto sotto il suo sguardo e che l'intelligenza, lo sforzo, il desiderio, nulla, avrebbe potuto fargli conoscere. Gli ci voleva il ricordo, non proprio il ricordo ma la trasmutazione del ricordo in una realtà direttamente percepita. »

Marcel Proust, Jean Santeuil, Einaudi, Torino 1976 (pag. 236, traduzione di Franco Fortini).

Questo brano, sottolineato anni fa quando lessi tal libro per un esame di letteratura francese in lingua italiana (misteri dell'università italiana), l'ho ripescato per caso e prosegue il mio imbarazzato tentativo di scrivere cose già scritte, mirabilmente, da Proust.
Ma con questa aggiunta: attraverso la narrazione¹, lo «spettacolo della vita presente» riacquista il suo pieno valore, giacché, raccontando - spolverando la patina grigia dell'indifferenza che rende i giorni tutti uguali e, apparentemente, inutili -, la memoria riporta alla luce vissuti, esperienze che vivendoli/e  non abbiamo conosciuto appieno. Infatti, quando parlo a te di me e tu di te a me, l'indifferenza lascia il posto alla partecipazione². Ed è quando ci si sente partecipi, non solo del proprio spettacolo ma altresì dello spettacolo altrui, che il palcoscenico della vita si illumina, le quinte si aprono, si entra in scena e non si recita a soggetto, ma secondo il copione scritto della propria vita, perché si diventa soltanto ciò che si è ².


Note.
¹ Bloggheristica, o altro.
² È il rapporto che lega narratore e lettore in una complicità partecipata. Baudelaire nel suo celebre poemetto Au lecteur, invoca la complicità del lettore, come suo simile e fratello. Gli dà anche dell'ipocrita, ok, ma ironicamente, se questi si ostinasse a non riconoscere la necessità del racconto e dell'ascolto per sconfiggere il Mostro della Noia, il quale «Il ferait volontiers de la terre un débris / Et dans un bâillement avalerait le monde» se io e te, amico lettore, rinunciassimo a raccontare la nostra storia.
³ A volte anche degli stronzi, autentici ma pur sempre.


domenica 8 agosto 2010

L'Ennemi

Ho penato e goduto due giorni a pensare, scrivere, correggere, riscrivere, aggiungere, tagliare una specie di articolo. Fatica, ma ripeto mi piace rimasticare il René Girard ch'è dentro di me, tirarlo fuori per vedere se funziona, se ho capito qualcosa della sua lezione, soprattutto per liberarlo dalle pastoie del conservatorismo cattolico e restituirlo a quelle chiare scoperte umanistiche che fanno brillare gli occhi di luce per aver capito come funzionano certe cose nascoste.

Ma siccome l'articolo è un po' lungotto e siccome ho trovato la caporedattrice di Giornalettismo in linea alla quale avevo persino mancato, imperdonabilmente, di farle gli auguri su facebook, allora ho pensato di chiederle di accettare questo mio presente e lei ha detto che sì, grazie ma forse domani non ce la farò a metterlo, forse allora martedì... va bene, sono un inattuale.

Mi sono reso conto tuttavia che non sono adatto per tenere una rubrica fissa in qualsivoglia tipo di giornale così per puro sport (direte: e a pagamento? Ma chi mi paga). Preferisco schiavizzarmi da solo sul blog, che già mi vincola abbastanza, ma piacevolmente.

Però non posso non annunciarlo. Parlerò di qualcosa che ha detto l'onorevole Cicchitto mercoledì scorso alla Camera dei deputati in difesa del sottosegretario Caliendo. Qualcosa che mi ha dato chiaramente fastidio. Vedendo poi questa poesia di Bondi riportata da Gians ho provato ancor più fastidio misto a sibilanti imprecazioni di madonne pellegrine e ceri accesi sul far della notte di san Lorenzo. Vi dico: non sarà niente di nuovo o esaltante. Questo post è uno sfogo di scrittura non mediata cioè immediata e di errori probabili piena, corretta dal correttore di bozze. Allora, per l'articolo rimando a domani o dopodomani per vedere se sarà pubblicato su Giornalettismo.

Mia suocera, svizzera, francofona e illetterata, mi ha chiesto se conoscevo un verso di una poesia di Baudelaire che lei amerebbe mettere sulla sua tomba. Mi dice: «Ma vie ne fut qu'un ténébreux orage, traversé çà et là par de brillants soleils». Vado a cercare nella mia edizione dei Fleurs ma non trovo subito l'attacco «ma vie...». In effetti, non è proprio “ma vie” bensì, «ma jeunesse». Trattasi del sonetto L'Ennemi.

Lo riporto, anche per ricordarmi cosa vorrebbe ma belle-mère con una mia infedelissima traduzione a fianco.

Ma jeunesse ne fut qu'un ténébreux orage,

Traversé çà et là par de brillants soleils ;

Le tonnerre et la pluie ont fait un tel ravage,

Qu'il reste en mon jardin bien peu de fruits vermeils.


Voilà que j'ai touché l'automne des idées,

Et qu'il faut employer la pelle et les râteaux

Pour rassembler à neuf les terres inondées,

Où l'eau creuse des trous grands comme des tombeaux.


Et qui sait si les fleurs nouvelles que je rêve

Trouveront dans ce sol lavé comme une grève

Le mystique aliment qui ferait leur vigueur ?


- Ô douleur ! ô douleur ! Le temps mange la vie,

Et l'obscur Ennemi qui nous ronge le cœur

Du sang que nous perdons croît et se fortifie !

Mia giovinezza non fosti che un temporale di tenebra

attraversato a tratti da luminosi rai;

i tuoni e le piogge fecero un gran casino

che pochi frutti adesso si colgono nel mio giardino.


Eccomi qua immerso nell'autunno delle idee

mi occorrono pala e rastrelli per raccattarle

per rimetterle a posto nella mia terra inondata

dove l'acqua scava buche per le tombe (e addio insalata).


E chissà se i nuovi fiori che sogno [o amica]

troveranno in questo suolo lavato come una fica

il viagra che gli renderà vigore?


O cazzo! Cazzo! Il Tempo è un consumatore

e l'oscuro nemico che ci rode il cuore

col sangue che noi perdiamo cresce e si fortifica!