lunedì 21 luglio 2014
È necessario che si dica subito «io»
sabato 14 agosto 2010
L'esperienza del volto umano
THIJS BERMAN. Le chiedo: ci sono elementi dell'ideologia nazista penetrati nel pensiero di persone del XX secolo, che però non si considerano affatto naziste?
EMMANUEL LÉVINAS. È un problema del tutto empirico. Certo questo non è un momento in cui queste idee trionfano, ma possono rinascere, ritornare, non mi stupirebbe. Altrimenti, davvero, il Messia sarebbe venuto. E forse non verrà mai. Ma dobbiamo capire che il bene non è ricompensato, che esso costituisce una ricompensa di per sé. La religione è senza promesse. Riprendo qui l'idea di Fackenheim, un filosofo ebreo che vive in Israele, che dice: molti ebrei che erano nei campi [di sterminio nazisti] hanno visto che Dio non è intervenuto. È forse una ragione per abbandonare la Torah, per farsi beffe della legge? L'umanità si trova oggi in una situazione estremamente strana, con tutti quelli che sono morti, con il trionfo del male. Ma la sofferenza non è una ragione per abbandonare l'obbligo al bene.
BERMAN. Ciò mi sembra molto vulnerabile.
LÉVINAS. Ma è assolutamente evidente. Per il fatto di essere usciti dai campi, ci si deve ora legare agli assassini? Non c'è happy end.
BERMAN. E se la criticassero dicendo che lei offre un'etica da cui non si possono trarre immediate conseguenze politiche?
LÉVINAS. Il politico richiama l'idea del numero e di conseguenza io non posso dare tutto al primo venuto, non è vero? Devo pensare alla distribuzione. E se penso alla distribuzione ecco che subito appaiono tutte le letture di tutti i saperi, tutte le idee generali che sono necessarie. Ma la necessità di operare una distribuzione presuppone, malgrado tutto, questa prima esperienza che io chiamo l'esperienza del volto umano, a cui si deve tutto. Parlargli è già l'universo.
Intervista di Thijs Berman a Emmanuel Lévinas, “Lévinas. Heidegger e il nazismo”, Alfabeta n° 107, aprile 1988 (traduzione di Luisa Cortese).
Nonostante ora ci sia un urgente bisogno di una politica puttana che sputtani e sotterri definitivamente l'immondizia che ci governa, quanto sarebbe bello pensare a prossimi futuri candidati politici, di qualsivoglia parte democratica, che ritengano indispensabile sottomettersi a «questa prima esperienza che io chiamo l'esperienza del volto umano».
mercoledì 29 aprile 2009
Prostituzione
"Ora il figlio di una donna israelita e di un egiziano uscì in mezzo agli Israeliti; nell'accampamento, fra questo figlio della donna israelita e in israelita, scoppiò una lite. Il figlio della israelita bestemmiò il nome del Signore, imprecando; perciò fu condotto da Mosè. La madre di quel tale si chiamava Slòmit, figlia di Divri, della tribù di Dan" (Lv. 24,10-12).
Da che cosa si capisce che si trattava di una prostituta? Rasi lo deduce dal suo nome, Slòmit che viene da salom (buongiorno) e Divri da davar (parola). E l'esegeta francese spiega: "Ella chiaccherava senza sosta, buongiorno ad uno, buongiorno all'altro, buongiorno a tutti...".
Rasi, commenta il filosofo, schernisce così la chiacchera, il fatto di parlare a tutti, senza responsabilità. La ridondanza della parola, la parola gratuita o la parola eccessiva, è il principio della prostituzione.»
Salomon Malka, Emmanuel Lévinas. La vita e la traccia, Jaca Book, Milano 2003 (pagg. 125-6)