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lunedì 11 settembre 2017

Cogliersi in flagrante

All'improvviso mi colse - e fui colto, ma così bene, ma così tanto che mi misi a declamare in latino un'egloga virgiliana, tanto che l'unica ad applaudirmi fu Loredana, mentre il resto del pubblico si girò da un'altra parte a riprendere la vita di sempre, mettere un mi piace all'amico che ha postato qualcosa su facebook, farsi un selfie con un capitone in bocca, sorridere, ruttare, programmare la destinazione del prossimo week-end.
Roba da fiori. Recisi. Così decisi il da farsi. Che fu fatto e basta, cioè: tolsi il disturbo e mi recai all'indomani, luogo dell'incertezza. Arrivato, ebbi una ricaduta: le memoria non tollera che si salti un giorno, perché esso contiene tutti i minuti in sequenza, senza i quali si ha un ammanco. Poi arrivano i revisori dei conti che chiedono che ore sono e sbagli risposta. «Ripassi un altro giorno», e avanti, fino alla fine dei giorni.
Per fortuna, ebbi un soprassalto. Letterale, nel senso che mi saltai addosso. Praticamente mi misi i piedi in capo e la cosa fu notata da scopritori di talenti del Cirque du Soleil. Addio nini. Fui scritturato, partii in tournée, ma una volta a Londra mi venne il torcicollo e fui rispedito al punto di partenza dove venni cotto in fragrante e morso, come una baguette.
Finalmente, dopo anni, la vidi. Mi precipitai ai suoi piedi (la pietra d'inciampo) e le dissi: «Spalmati addosso a me, imburrami». Esitò. Poi, a un dipresso, colse un ramo di salvia. E ci saltammo in bocca.

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lunedì 14 novembre 2011

L'ombra del sogno

Parlare con le ombre. Tu gli chiedi se esistono. A volte esse rispondono di sì, altre meno. A seconda del vento. Oggi ho raccolto numerose ghiande, scegliendo le più belle. Di poi, percorrendo il perimetro di casa, nel terreno umido le ho conficcate. Per una volta mi sono sentito artefice della selezione naturale. Sono stato non troppo ariano, ho scelto secondo la bellezza, non secondo la testadicazzaggine. Chissà se frutteranno. Certo che le loro madri querce erano magnifiche. Ne abbracciai una, un tempo, credendo fossi tu, o perlomeno il tuo avatar. Ti giuro, non lo dico certo per spirito di rivalsa: è stata l'unica volta che ti ho toccato, veramente. E non eri tu. Per cui, se sparisce la tua ombra, cosa piango se non le ghiande che concepimmo in quello splendido abbraccio di un tempo? La quercia era il terzo incomodo, ma a me faceva comodo credere tu fossi quercia così potevo abbracciarti, potevo essere sicuro di ritrovarti lì, mica la tua ombra. Le ombre hanno un unico vantaggio: non possono essere abbattute. Hai provato a calpestare l'ombra di te stesso, a parte nel falso mezzogiorno estivo? Provaci ora, ad autunno inoltrato, se ci riesci. Mi dici che con le ombre della luna sia più facile? La luna non è un sole e tu non sei una quercia. Eppure mi sembravi così vera. Véra, la moglie di Nabokov, l'ho conosciuta in fotografia e so dove andarla a trovare, lei, al cimitero di Montreux, distesa accanto a suo marito. Erano così belli e forse felici a vederli seduti in riva al lago in certe foto d'epoca che vidi in un appartamento poco sopra la ridente cittadina elvetica. Divago nei pressi del ricordo del lago. Ma ora è tardi, la luna alta, il freddo intenso, il letto amico. Chissà se nei sogni le ombre si vedono o, perlomeno, si possono toccare.