Dall'alto della sua «esperienza del mondo del lavoro maturata nell’arco di ormai quasi mezzo secolo» il giuslavorista Pietro Ichino (molto gius e poco lavorista) ha scritto una lettera al direttore del Corsera per «proporre una riflessione» intorno al tema della produttività dei lavoratori e relativa contrattazione sindacale.
Egli rileva che, se negli anni Settanta dello scorso secolo, tra l'operaio e l'impiegato più produttivi e quelli meno produttivi il dislivello di produttività era contenuto...
«fatta 100 la produttività standard di un operaio-tipo, quello che in concreto aveva una produttività inferiore si attestava intorno a quota 90, raramente si arrivava al limite minimo di 80, mentre quello più produttivo poteva arrivare a 130, 140, raramente a 150. In altre parole, il rapporto tra il più e il meno produttivo non arrivava neppure a 2. All’incirca la stessa cosa di poteva dire degli impiegati con funzioni esecutive, che si trattasse di dattilografia, mansioni inerenti alla contabilità aziendale, segreteria d’ufficio, reception o centralino».
...oggi, invece, la situazione è totalmente cambiata e la differenza di produttività espressa dai lavoratori (anche nello stesso settore di produzione), a volte può raggiungere livelli esorbitanti, che vanno da 100 a 10.000.
Ad esempio:
«tra chi sa soltanto confezionare o recapitare una pizza e chi sa individuare i suoi potenziali consumatori e gli ingredienti della stessa pizza a loro più graditi, come raccoglierne in modo più efficiente le ordinazioni e i pagamenti e come organizzare le consegne, si è determinata una distanza molto maggiore nel mercato del lavoro rispetto a quella che separava cinquant’anni fa, o anche solo venticinque, il pizzaiolo o il fattorino più produttivo da quello più imbranato.»
Spazio ai meritevoli, dunque. Contratti nazionali collettivi al macero, ordunque. Solidarietà di classe, un cazzo. Soluzione? Formazione continua dei lavoratori: a lezione di giuslavorismo.
Queste, stringi stringi, il sunto delle conclusioni di iChino (non è un refuso).
Istintivamente, uno potrebbe replicare al giuslavorista così come Vincenzo De Luca ha replicato a Rosy Bindi («infame», «da uccidere»). Ma siccome De Luca non siamo, noi luchi, ispirati da altre considerazioni apprezzabili del governatore della Campania, proponiamo a iChino di ragionare intorno alla produttività di quei “lavoratori” che lo stesso De Luca “ingaggia” e sprona per la ricerca della massima produttività clientelare («Fate votare Sì. Renzi manda un fiume di soldi. Che vi piaccia o no, me ne fotto»)
«"Fai quello che cazzo vuoi, ma porta 4mila persone a votare. Li voglio vedere in blocco, armati, con le bandiere andare alle urne a votare il Sì. Franco [Alfieri], vedi tu come Madonna devi fare, offri una frittura di pesce, portali sulle barche, sugli yacht, fai come cazzo vuoi tu, ma non venire qui con un voto in meno di quelli che hai promesso”.»
Orbene: fatta 100 la produttività standard di un sindaco tipo, se il sunnominato Franco Alfieri riuscisse veramente a far votare Sì come richiesto, su quale mostruoso livello di produttività egli si attesterebbe? 4000?