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sabato 20 febbraio 2016

Eros e Thanatos

«Ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare». U.E.

Protagonisti
Una madre seduta su una poltrona che guarda un telegiornale del pomeriggio. 
Un figlio che è andato a trovarla per la consueta breve visita.

Scena. 
Un salotto.

Madre: «Vedi un po': quello che è morto aveva la mia età.»

Figlio: «Ma tu sei ancora viva.»

Madre: «Come?»

Figlio: «Niente. Se vuoi ti cambio il filtrino dell'apparecchio.»

Madre: «Sì. Probabilmente sarà sporco.»

Figlio: «Come me.»

Madre: «Come?».

Figlio: «Niente. Ecco fatto. [Restituisce l'apparecchio acustico alla madre]. Cosa ti fai per cena?»

Madre: «La solita minestrina dell'amore.»

Figlio: «Sarebbe?»

Madre: «Brodo di dado, pastina e una bella grattata di parmigiano.»

Figlio: «E basta?»

Madre: «Sì, tanto di fame non muoio».

Figlio: «Appunto: mangia.»

Madre: «Mangio, mangio: non ti preoccupare».

Figlio: «No, non mi preoccupo. Buonanotte. A domani.»

Madre: «Buonanotte. A domani.»

domenica 4 marzo 2012

Aria condizionata


Lorenzo Mattotti, Stanze.

Mi sono svegliato prima dell'alba, verso le cinque. Mi sono alzato e messo a leggere una storia sull'isteria di Freud, in cui questi, per curare una paziente, ricorreva sovente all'ipnosi. Dopo mezz'ora il sonno è ritornato con forza, ipnotico, e – dato che oggi è domenica – mi sono ri-coricato.
E ho sognato, nell'ordine:
Una sparatoria, tipo film americano, dentro un palazzo con più di dieci piani. Io, per cercare di scampare alle pallottole, mi rifugio dentro l'ascensore e vado su e giù, ma ad ogni piano si sente lo scontro a fuoco.
Di essere a casa, solo. E d'improvviso, vedere fuori in giardino un sacco di gente, giovani indignati soprattutto, venire verso casa imbracciando assi di legno che inchiodano alle persiane dopo avermele chiuse. Buio. Hanno tolto la luce. Il telefono non fa. Accendo il computer portatile, inserisco la chiavetta e, con quella poca batteria che mi resta, chiedo aiuto sul blog, per non fare la fine di Ugolino (anche se, nel sogno, non ho prole da mangiare).
Infine, altra scena, altra casa, molto più grande della mia, molto lussuosa, ordinata, signorile. Proprio mentre stavo mettendo le mani sul culo dell'inserviente extracomunitaria (inconsciamente, si vede, sono uno sporco razzista) suonano alla porta: è il professor Giorgio Agamben². Lo ricevo con sommo garbo e lo faccio accomodare nello studio. Gli cedo la sedia più comoda della scrivania e gli domando cosa siano, in realtà, i sogni: «Aria condizionata», risponde.

Mi sveglio. È giorno fatto. Mi sento tutto costipato, ho la gola in fiamme. Mentre aspetto il caffè, butto giù queste noticine. Riprendo Freud. Leggo:
«Alla fine del 1892 un collega amico m'inviò una giovane donna che era in cura da lui per riniti purulente cronicamente ricorrenti».
Chiudo il libro, mi soffio il naso. A me Freud non mi fa niente bene.

¹ Sigmund Freud, Racconti analitici, Einaudi, Torino 2011.
² Non conosco Agamben di persona, né mai ho assistito a una sua lezione. L'ho solo visto in fotografia e ascoltato, anni fa, alla radio. Nonché letto qualche suo libro. Credo mi si sia presentato a causa di ciò.

mercoledì 11 agosto 2010

Politici in trattamento

«A rigore [...] merita la denominazione di psicoanalisi corretta soltanto quel lavoro analitico che sia riuscito a sopprimere l'amnesia che cela all'adulto la conoscenza della propria vita infantile fin dal suo inizio (vale a dire all'incirca dal secondo al quinto anno di vita). È una verità, questa, sulla quale tra analisti non insisteremo mai abbastanza. [...] Questa accentuazione dell'importanza delle esperienze più remote non implica una svalutazione dell'influsso di quelle più tarde; ma, mentre le impressioni di vita più tarde parlano nell'analisi con voce abbastanza alta per bocca del paziente, a favore dei diritti dell'infanzia dev'essere il medico ad alzare la voce».

Sigmund Freud, “Un bambino viene picchiato” (Contributo alla conoscenza dell'origine delle perversioni sessuali) 1919, traduzione di Renata Colorni.

«Proviamo ora a formulare l'ipotesi che mediante una qualche forma di organizzazione si riesca ad accrescere il numero di noi psicoanalisti tanto che esso possa bastare a prendere in trattamento una più vasta sezione della collettività umana. D'altra parte, è possibile prevedere che un giorno o l'altro la coscienza della società si desti e rammenti agli uomini che il povero ha diritto all'assistenza psicologica né più né meno come ha diritto già ora all'intervento chirurgico che gli salverà la vita; e che le nevrosi minacciano la salute pubblica non meno della tubercolosi, e, al pari di questa, non possono essere lasciate all'impotente sollecitudine dei singoli. Saranno allora create delle case di cura o degli ambulatori dove lavoreranno un certo numero di medici con preparazione psicoanalitica, che si serviranno dell'analisi per restituire capacità di resistenza e di lavoro a uomini che altrimenti si darebbero all'alcol, a donne che minacciano di crollare sotto il peso di privazioni, a bambini che hanno di fronte a sé un'unica alternativa: o l'inselvatichimento o la nevrosi. Questi trattamenti saranno gratuiti. Potrà passare molto tempo prima che lo Stato si renda conto di questi suoi doveri e del loro carattere di urgenza. Le condizioni presenti possono allontanare ancora di più questo momento; è probabile che l'avvio a queste istituzioni sarà dato dalla beneficenza privata. Ma è un traguardo a cui prima o poi si dovrà arrivare».

Sigmund Freud, Vie della terapia psicoanalitica, 1918, traduzione di Anna Maria Marietti.

Testi tratti da S. Freud, Opere 1917-1923, Boringhieri, Torino 1977 (volume nono).

Secondo me, più si sale in alto nella gerarchia politica più dovrebbe essere reso obbligatorio un trattamento psicoanalitico. Il bambino tra i due e i cinque anni che è in loro deve essere tirato fuori prima che possa fare danno. Per il resto, credo sarebbe un bene per la società se si realizzasse la profezia freudiana.