Una
volta, quando ero innamorato, mi veniva spesso in mente Venezia,
soprattutto fuori stagione, fuori catalogo, anche se non c'è più
stagione e non ci sono più momenti senza catalogo, a Venezia.
Una
volta, quando ero innamorato – e fortuna voleva che innamorati
fossimo in due – una gita a Venezia, anche solo per tre giorni, ce
la facevo sempre, perché Venezia, per chi non ci abita, è una città
da camminare da innamorati, altrimenti andarci da solo ti
fai due palle, l'ipocondria t'assale, t'incupisci e pensi che morire
potrebbe essere una soluzione, mangiando fragole.
Una
volta, quando ero innamorato, e innamorati eravamo in due, io e lei
andammo a Venezia e il caso volle pioggia e vento ad attenderci. Nel
quarto d'ora a piedi che congiungeva la stazione all'albergo, le
nostre facce infreddolite non sapevano se reclamare quiete alle
intemperie o se, al contrario, queste si fossero trasformate in una
tempesta tale da costringerci a stare chiusi in camera più di quanto
sapevamo ci saremmo stati chiusi già.
Quella
volta, quando ero innamorato, a Venezia avevo portato il Borsalino
nero che lei mi aveva regalato per il mio compleanno. Nero, a tesa
larga, mi riparava egregiamente dalla pioggia, ma un colpo di vento
me lo tolse e lo fece precipitare nel canale. Dal parapetto del ponte
dov'eravamo, ci incantammo a osservarlo gondolare via, lento
e lontano, come quell'amore che da tanto tempo non esiste più.
Una
volta, quando ero innamorato, pensavo Venezia fosse la città
migliore per fare l'amore: per il suo essere città d'Oriente; per
il fascino che incanala i passanti nelle calli come fossero collant
colorati da sfilare; per il vento funambolico che fa camminare gli
innamorati come acrobati su un filo; per la pioggia
che sa di sale, come lacrime
di felicità; per la sua capacità di sospendere il tempo, di far andare fuori sincrono le persone, anche quelle innamorate, per non illuderle con i “sarà per sempre” perché il sempre a Venezia non è una verità.