sabato 21 agosto 2010

Uno scalcinato post

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

E. Montale, Ossi di seppia.

Ecco, ora non vorrei scomodare versi inflazionati, ma essi mi servono per introdurre un discorso confuso, scaturito dalla lettura di alcuni post (citati in seguito).

Il mondo è questo. Siamo chiusi qui dentro questa sfera celeste, senza nessuna possibilità di evadere. E chi vuole evadere? E in che modo, se uno volesse, può farlo? Il suicidio potrebbe una soluzione, ma la vita (umana) è già così “corta” rispetto agli eoni. Qualcuno evade stordendosi la mente o con le droghe o con vari tipi di religione che fanno pensare in continuazione all'aldilà, fanno sperare nell'aldilà. Essere dei semplici “realisti” può essere, concedo, limitante. Persone (limitate?) che non vogliono “evadere”, vogliono stare in questa prigione chiamata Terra. Degli ingenui che si accontentano del mondo così come è. Beh, accontentarsi è una parola grossa. Diciamo che lo ricevono in dote. Ai nostri contemporanei occidentali è andata piuttosto bene in paragone ad altre epoche storiche o ad altri luoghi della terra pieni di calamità, di miseria, di persecuzione. Dunque, tutto va più o meno bene. Abbiamo tempo perfino per leggere Adorno. Oppure per usare utensili di falegnameria per costruire una sfera di legno perfettamente inutile, così per soprammobile. Molti di noi hanno, chi più chi meno, un lavoro, un reddito, un alloggio, le ferie pagate, tempo libero.

Questo discorsetto inutile per introdurre un corposo post di Eschaton, letto il quale mi sono, lì per lì, sentito una merda. Certo, capisco la raffinatezza del suo ragionamento, che non vuole essere semplice critica ma constatazione di un dato. Tutto vero, per carità. La nostra società occidentale dei consumi è impossibilitata a uscire da se stessa pena la sua scomparsa. Date le prospettive intorno (comunismo cinese-coreano-cubano, autoritarismo feroce alla Putin o alla Chavez o alla Gheddafi, teocrazie varie – anche se noi italiani stiamo sperimentando un bel paradosso democratico che speriamo presto si concluda) possiamo tranquillamente dire: lunga vita al capitalismo, al sistema liberal-democratico! Ma il capitalismo deve necessariamente essere, a volte, molto spesso anzi, così stronzo? Esistono versioni di mercato meno cannibali delle attuali? I ricconi sono emendabili? La grande messe economica che fa girare il sistema attuale – possibile sia necessariamente destinata a fottere il mondo così come lo conosciamo, abbastanza tranquillo per permetterci a tutti di vivere? C'è qualche speranza di perfezione? Forse sì, sentite Sylvie CoyaudNoi donne siamo perfette, ovvio»). La terra di noi se ne frega, lo sappiamo: la natura è indifferente dacché qualsiasi cosa è natura. Anche questo pc sul quale scrivo per me è natura, per capirsi.

Sto perdendomi e allora vado, a quel post di Giulio Mozzi che mi ha costretto a quasi due giorni di pensiero fisso sulla sua domanda finale, che riporto:

«come hanno definito e ridefinito l’altro, le forze che oggi sono all’opposizione, in questi ultimi vent’anni?»

Due giorni di pensiero frammentario mi portano a questa timida risposta: l'altro non esiste dato che tutto intorno è altro. Anche il mio corpo. Io sono soltanto quella breve connessione cerebrale che mi fa percepire come estensione: vedere il mio corpo che si muove e cammina è già vedere l'altro.

Banalità: l'altro siamo noi, ma anche noi siamo altro. Tutto quanto intorno è altro. Altritudine. Mi tocco un braccio: è veramente mio? Dentro il mio corpo le cellule sono mie? Cosa sono esattamente? Estensione? Ma l'io è troppo piccolo per contenere alcunché. Se io sciolgo, solo per un attimo, l'io nell'estensione del corpo, o dei corpi, o del mondo, ecco che mi percepisco a mala pena come punto. E un punto è per definizione la cosa non estesa, senza superficie (sono molto euclideo). Per diventare figura, faccia, volto, l'io deve collegarsi ad altri punti. Io sono nulla, l'altro è tutto.

Basta. È bene che esca. Un po' d'aria fresca, lo specchio della luna sul lago, sigaretta, una giovine donna che porta il bianco cane a spasso. Ha un bel culo, non il cane. Sono i momenti in cui vorrei essere un personaggio di Philip Roth. Non lo sono.

Ecco ritornano i versi di Montale per ricordarmi che l'unica cosa che so è sapere ciò non sono, ciò che non voglio.


3 commenti:

whatsgoingon ha detto...

un post su argomenti simili non può che essere scalcinato, non trovi? volevo scriverlo anch'io e sarebbe stato altrettanto scalcinato, ma tu l'hai scritto meglio. chapeau.

Valerio Mele ha detto...

Eh, lo so... ci sono passato anche io...

Eschaton quando parla di "fuori" ha effetti depressivi, se non irritanti... che tu hai avvertito in modo cartesiano (ma al contrario, direi... estendendo l'altro a dismisura).

Uscire a prendere una boccata d'aria, in certi casi, mi pare la scelta più saggia...

Anonimo ha detto...
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