Anch'io mi sono sentito
(e a volte sento) inadeguato agli standard occidentali; anch'io, a
volte, mi vedo non conforme ai parametri ISO: mi peso, mi misuro, mi
squadro in lungo e in largo davanti allo specchio, indago la mia
mente e le mie volizioni (per quanto possibile, chiaro) e mi dico che
no, non non rientro nella norma.
In
poche parole: a volte non mi sento normale.
Càpita.
Sono
i momenti in cui ringrazio il cielo (o la terra, meglio) di abitare
relativamente vicino a Pisa. Allora salgo in auto e parto e vado
davanti all'ingresso della Scuola Normale per vedere se la mia ombra
riflessa sulle pareti dell'edificio avesse buone probabilità di
essere ammessa. Di solito sì, la mia è un'ombra presentabile che ha
facile accesso soprattutto nelle stanze della stupefacente biblioteca. La biblioteca – ogni biblioteca – è uno dei luoghi
d'amore d'eccellenza. Ricordo sovente quella volta in cui una
bibliotecaria «dagli occhi da lupa»* mi dette l'impressione che con
lei colloquiando potessi tranquillamente disporre le mie labbra come
un fischio per avvicinarle alle sue. Ma lei mi respinse, facendomi
sbattere piano la nuca sul ripiano dei sudamericani. Caddero le
Finzioni.
Mi
chiese scusa e gliela diedi. Ero io, in fondo, a essere stato
presuntuoso. (Vedi l'effetto della Normale:
ti fa dimenticare di non essere nella norma.)
«E
poi ho le regole», continuò lei a giustificarsi come se io mai
avessi osato pensare tanto. Vero, la biblioteca potrebbe essere
un'alcova perfetta: lo è, soprattutto nei fondi di magazzino.
Lei
aveva le chiavi e mi disse di stare tranquillo. Non lo ero. Potete
immaginare: in quel momento mi sentivo pienamente certificato, potevo
addirittura essere spedito oltrefrontiera senza rischi di restare
bloccato alla dogana.
Il
magazzino dei libri ancora da catalogare era nella semi-oscurità. La
poca luce filtrava da una finestrella dalla quale sarebbe passato
difficilmente un gatto. Odore di muffa e polvere di libro, una sola
sedia di legno marron e un tavolo completamente sommerso di volumi,
avente solo un piccolo spazio al centro per appoggiarci un quaderno.
«Siediti
e scrivi», m'impose lei con un comando inaspettato. Non era certo
una tortura per me. Obbedii. Perché obbedii? Obbedisco, sto
scrivendo ora con lei alle spalle minacciosa. Sono ora a Pisa dentro
la Biblioteca della Normale, in questo magazzino con poca luce e
tanto desiderio di vivere la vita così come la viene, senza
tante seghe mentali, soprattutto per indossare maschere che non
riusciranno mai a nascondere ciò che sono.
2 commenti:
Bello bello bello bellissimo! Per favore, alla fine fate l'amore sul tavolo, fra i libri, ma non ditelo mai a nessuno.
Grazie, grazie e grazissime...
Certo... acqua in bocca.
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