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giovedì 14 maggio 2020

Mi frullano

Io non so più se valga la pena, o se vanga la penna per arare solchi sui quali seminare pensieri grami e non turpi, ettogrammi di sé che, più passa il tempo, meno ambiscono alla riproduzione, o riproposizione, o alla presunzione di originalità, come se il deposito delle cose da dire si fosse svuotato e si stia raschiando il fondo e rischiando di far emergere impurità - ma le impurità sarebbero il meno, giacché mai ho ambito alla purezza, se non quella del cuore per vedere iddio e farsela raccontare tutta la storia, per intero, del perché e del per come proprio qui e ora, tra tanti miliardi, proprio io, proprio noi chiamati in causa a svolgere funzioni di figliolanza sua malgrado, all'atto di nascita, non ci sia stato richiesto se volessimo essere, tra gli altri, anche figli suoi delle stelle, figli della notte che ci gira intorno, eccetera.
È valsa la pena? È salsa alla panna che, sebbene invisa, collega il sugo alla pasta, e attenua i soffritti, ossia i tanti piccoli io tagliati finemente, sfumati e saltati in padella, i quali tornerebbero a gola e male dunque non è ruttarli fuori in aperta campagna, nella solitudine controllata dalle margherite e i soffioni pronti a solleticarti le narici, etciù, meno male avevo la mascherina (mi ci soffio il naso con essa e poi, dopo l'uso, la getto e ne prendo un'altra, passa la regione, ne passa un'altra, ne passano venti, la Sicilia, la Val d'Aosta, la Sardegna, il Friuli Venezia + Giulia e il Trentino + Alto Adige restano autonome perché sì, c'è scritto sulla carta, ah).
Ma così sia. Stamani è tempo di passare il frullino (decespugliatore) facendo finta di fare la rivoluzione. Mi abbiglierò come un black bloc ma con la tuta rigorosamente rossa e grande il doppio della mia quintessenza fancazzista. Dio e Lenin ce la mandino buona nella presa delle Tuileries nostrane. 

martedì 25 dicembre 2018

Le penseur jaune

Io pensavo. Poi è arrivato il momento di non pensare affatto. E sono rimasto senza pensieri. Quindi, ho appoggiato il mento al dorso della mano, nella classica posizione del pensatore rodiniano. E pensavo come una statua, cioè: non pensavo, essendo una statua una cosa non pensante. Eppure chi mi passava accanto credeva che io pensassi. «Sta pensando, non lo disturbare», ha detto una amorevole madre al figlio cacacazzi. Che brava mamma. Ma questo l'ho pensato dopo, dato che, in quel momento, ero tutto concentrato a non pensare. E la gente passava attorno a me indaffarata e indifferente ai non pensamenti di un non pensatore. In fondo si vedeva che respiravo e che avevo gli occhi aperti e questo bastava affinché non si preoccupassero di me. Tanto nessuno si prendeva la briga di guardarmi più di quei pochi secondi inevitabili al passaggio dinnanzi a qualcuno o qualcosa che, di fatto, rappresenta una natura morta. O meglio: semi-morta. E anche se mi vedevano due volte ripassando davanti alla panchina del parco dov'ero seduto, essi non ci facevano caso più di tanto, in fondo, ripeto, non davo molto nell'occhio, in quella posizione semicurva, raccolta, quasi fetale, alla Belacqua.
Certo è che, dopo un po', anche non pensare risulta un compito difficile, se non impossibile. Non si riesce proprio ad appiattire la mente alla bonaccia del mare, c'è sempre un qualche moto ondoso che perturba l'azione del non pensiero. Senza una particolare predisposizione ascetica, rinforzata da una rigorosa prassi meditativa, è difficile nascondere i pensieri in circolo nella mente, essi si presentano sempre all'attenzione del non pensante che cerca di scacciarli fuori dal cuoio capelluto. 
«Ahimè, mi si è indolenzito il polso a forza di tenere la mano così sotto il mento. Sarà meglio mi sgranchisca». Ecco qua un pensiero affluire alla coscienza e il gioco è finito. Tanto meglio, devo orinare (secondo pensiero), ho fame (e chi ferma più i pensieri?) ma soprattutto quei gendarmi con la spranga che mi vengono incontro minacciosi chissà che cosa staranno pensando di me.

martedì 8 marzo 2016

Stato di fermo

Siano applauditi i coraggiosi che a bordo di piccole barche hanno osato protestare.
Io avrei avuto paura, e mi sarei attaccato. A che? All'idrante. C'è un uomo in mare. C'è un uomo in mare? E i finanzieri, che dovrebbero finanziare, lancerebbero un salvagente a uno che non sa attaccarsi?

Poniamo che mi salvino e mi facciano salire a bordo della motovedetta. Come minimo vomito. «Perché vomita?», mi chiederà il capitano. 
«Perché Renzi e Hollande mi danno il voltastomaco», risponderò. 
«Capisco»,  dirà senza capire il capitano. «Lei è in uno stato di fermo». 
«Stato di fermo con lo stomaco in subbuglio? Capitano, mi stia a sentire» (ho bell' e pronte le mille lire):

Due governanti di sinistra, soddisfatti e sicuri di agire per l'interesse esclusivo del popolo che rappresentano, un popolo generalmente indifferente. Tutto si compie come se tutto fosse normale, dato che non compare all'orizzonte alcun serio movimento d'interdizione a questo andazzo del cazzo».

«Si contenga».

Piuttosto rivomito.

«Si resta attaccati ciascuno al proprio modo di sopravvivere, sperando che la tempesta passi altrove. Non può essere che così, atomizzati come siamo. E tuttavia non può essere diversamente, data la nostra condizione vaporosa. Cosa potrebbe farci precipitare, riaggregarci, farci diventare  massa critica? »

«Intendente! Faccia tacere quest'uomo».

Al che, io, quando mi sento dare dell'«uomo» mi inorgoglisco, non mi capacito mai di far parte di una certa specie. Specie ora che sembro un tonno pronto per essere sfilettato e messo sott'olio raffinato franto da olive turche. A proposito di militari: possibile che tra quelli turchi non serpeggi un po' di sedizione?

«Lei è un ingenuo».

Me ne faccio vanto.