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martedì 12 agosto 2025

Non avere più dominio

- Buongiorno Gemini, una domanda. Io ho un blog, un diario dove appunto di solito poesie e piccoli racconti, e uso la piattaforma blogspot. Per un certo periodo, sempre tramite blogspot, avevo comprato un dominio con un nome che mi piaceva: Alterlucas. Poi anno scorso non ho rinnovato l'abbonamento e sono tornato al nome classico gratuito offerto dalla piattaforma. Un anno e mezzo dopo, degli amici che hanno cliccato sul vecchio dominio, hanno visto che esso rimanda a un sito con contenuti per adulti. Ebbene, che cosa può essere accaduto?

- Buongiorno, capisco la tua preoccupazione. È una situazione piuttosto spiacevole e purtroppo non così rara. Cerco di spiegarti cosa è successo.

Quando non hai rinnovato il tuo dominio Alterlucas, esso è tornato disponibile sul mercato. Probabilmente è stato acquistato da qualcun altro, in questo caso da un'azienda che gestisce siti per adulti.

Questo tipo di attività è abbastanza comune. Alcuni "domainers" (persone o aziende che comprano e vendono domini) acquistano in blocco domini che sono stati dismessi, soprattutto quelli che in passato hanno avuto un certo traffico¹. Il fatto che i tuoi amici abbiano cliccato sul link significa che il tuo vecchio blog aveva un buon posizionamento nei motori di ricerca, e chi ha comprato il dominio ha sfruttato proprio questo per reindirizzare gli utenti verso il proprio sito.

Cosa puoi fare adesso?
Purtroppo, una volta scaduto e acquistato da qualcun altro, non c'è molto che tu possa fare per recuperare quel dominio. La proprietà è passata a un nuovo titolare.

Il tuo blog su Blogspot è comunque al sicuro, e non c'è alcun rischio per i tuoi contenuti o per i tuoi lettori che usano il link gratuito.

Se in futuro desideri avere un dominio personalizzato, ti consiglio di acquistarne uno nuovo e di assicurarti di impostare il rinnovo automatico. In questo modo, eviterai che la situazione si ripeta.


- Grazie. Ma ti chiedo: di quello che viene pubblicato nel sito Alterlucas non più mio io non sono responsabile, vero?


- È un'ottima domanda e la risposta è chiara: no, tu non sei responsabile.

Nel momento in cui non hai rinnovato il dominio, ne hai perso la proprietà. Da quel momento, la responsabilità legale per i contenuti pubblicati su quel sito è passata al nuovo proprietario.

Tu sei responsabile solo per i contenuti del tuo blog attuale, quello che ha il dominio gratuito di Blogspot. Il fatto che il vecchio dominio fosse associato al tuo nome in passato non crea alcuna responsabilità per i contenuti del nuovo sito, che è stato creato da un'altra persona o entità.

Non hai motivo di preoccuparti da un punto di vista legale. La tua reputazione, invece, potrebbe essere influenzata, specialmente se qualcuno dei tuoi contatti, come è successo, si imbatte nel nuovo sito. Purtroppo, questo è uno dei rischi che si corre quando un dominio non viene rinnovato e finisce per essere acquistato da altri.


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¹Avrò avuto davvero un certo traffico?

martedì 31 dicembre 2024

La cimosa

Ogni tanto provo a rileggere quanto depositato qui negli anni e, confesso, non quasi mai d'accordo con quello che ho scritto, quasi mai. Salvo le poesie e qualche racconto, il resto, soprattutto il mio commentare la realtà politica e sociale e di costume, sarei tentato di cancellarlo, come si cancella con una cimosa la lavagna.

Ma poi penso che no, è bene che ogni tanto vada a rileggere quello che pensavo e che adesso non penso più.

Buon 2025.

venerdì 26 gennaio 2024

Come si sente fame e sete

Un gentile Anonimo mi dice che è meglio scriva qualcosa io, anziché riportare brani di altri autori. 
Fatto salvo che questo blog è iniziato (come dice il sottotitolo Letture, pensieri, versi) riportando ivi letture incontrate dal sottoscritto, il punto è che non ho più granché da dire di pensieri a commento della realtà: essa è così spalancata che ogni chiosa mi sembra un pleonasmo, e ogni critica un goffo tentativo di emendarla. Che cosa vuoi cambiare quando tutto sarebbe da cambiare dello stato di cose presente? Da dove si comincia? 

Da sé stessi. Quindi, da me. E, limitandomi a osservare l'andamento bloggheristico, sì, sono cambiato e non sarei minimamente in grado di riscrivere ancora dei post come, per esempio, scrivevo all'epoca di Berlusconi, anni in cui stupidamente mi indignavo, dileggiavo gli uni e parteggiavo per altri. Roba che mi porterebbe a dare un colpo di cimosa al novanta per cento dei post. Ecco, io non riesco più a scrivere quella roba là, mi manca il fiato. 

Dal governo Monti in poi, grazie soprattutto a Olympe de Gouges, iniziai a leggere la realtà con gli occhiali di Marx e, con tali lenti, guardavo al funzionamento dei meccanismi economici, politici e sociali, e tentavo raramente di scrivere qualcosa sugli accadimenti e sulle risposte da dare. Il problema di fondo è che, comunque, anche una volta tolta la proprietà dei mezzi di produzione ai capitalisti, la produzione delle merci deve necessariamente continuare. E chi e come la si organizza? E chi diventa proprietario e come e cosa produce? Lo Stato, perché lo Stato siamo noi? 

Poi venne il marzo del 2020 e scoprii (ché sino ad allora avevo gli occhi "coperti" dal fatto di vivere in una nazione dalla costituzione più bella del mondo) la reale faccia dello Stato, come esso si possa (con legittimità democratica!) trasformare in un Moloch che trangugia l'antropos per salvare il demos («meglio che muoia un uomo solo per il popolo e non perisca la nazione intera» Caifa dixit).

Sicché da quei giorni, gradualmente, a parte qualche minima composizione poetica, riesco a scrivere ben poco perché mi dà l'impressione di orinare contro vento.

Altro motivo sarà che non leggo più giornali, né guardo la televisione, e certo questo non basta per non ricevere il veleno mediatico quotidiano tramite altri canali (vedi twitter).

Ma la ragione principale della laconicità è che dall'estate del 2022 ho incontrato l'antroposofia e non mi sento ancora “pronto” di parlarne pubblicamente. Ma ci tengo a dirlo e per accennarne l'importanza, riporto una massima scritta da Rudolf Steiner il 17 febbraio del 1924:

1. – «L'antroposofia è una via della conoscenza che vorrebbe condurre lo spirituale che è nell'uomo allo spirituale che è nell'universo. Sorge nell'uomo come un bisogno del cuore e del sentimento. Deve trovare la sua giustificazione nel fatto che essa è in grado di offrire a questo bisogno un soddisfacimento. Può riconoscere l'antroposofia solo chi trova in essa quel che egli deve cercare per una propria esigenza interiore. Possono perciò essere antroposofi soltanto quegli uomini che sentono certi problemi sull'essere dell'uomo e del mondo come una necessità vitale, come si sente fame e sete». 

giovedì 13 ottobre 2022

Forza Dostoevskij

 Quanta poca voglia di affacciarsi su questa pagina, prima bianca, ora non più. Per scrivere che? Per pubblicare quali pensieri inutili? Sicché è come un sollievo non avere premura di venire qui a dire questo e quello perché quello e questo mi hanno fatto incazzare, ridere, adombrare, illuminare, odiare o amare.

Anno scorso, avevo tanta rabbia in corpo contro la maggioranza degli italiani che avevano aderito con convinzione alla campagna di vaccinazione obbligatoria imposta dai governanti (che ancora governano in attesa del nuovo governo), che avevo tante parole da dire contro la loro pezzodimerdaggine che adesso, a carte scoperte, non ho nemmeno la voglia di rinfacciargli quanto siano stati stronzi dentro, teste bacate che non si erano accorte che era tutta una presa di culo persecutoria, cosa che già gli esordi della primavera del ’20 doveva far presagire. E invece no, non presagirono e si comportarono di conseguenza. 

Ma non voglio parlare di questo, dell'odio o dell'olio. Voglio parlare della stretta che mi prese allo stomaco già quando i russi, invadendo - secondo me, a ragione - l'attuale Novorussia dettero la stura alle élite occidentali, con tanti sudici prezzolati pennivendoli e televendoli al seguito, all'attuale clima persecutorio contro la Russia, fino ad arrivare a un certuno, che un tempo scriveva per un foglio e che poi diresse persino un foglio giallino culturale, che ha definito i russi terroristi. E io devo ripetere la rabbia provata un anno fa nel dover fare i tamponi ogni 48 ore per dimostrare al prenditore di lavoro che - che cosa perdio? 

Quindi lasciamo stare. Risentirsi è una cosa inutile.

Io non dico più nulla. È tutto chiaro, lucente. Leggo e prego. Studio, lavoro, cerco funghi e castagne, faccio il fuoco, godo le cardane delle mie compagne di vita e avanzo ancora qualcosa da fare in questo autunno ancora mite. 




lunedì 10 gennaio 2022

Cieli di gennaio

Un anno di Bidet, acqua corrente, a volte calda, a volte tiepida, a volte pure fredda. Guanto di spugna e mano: Guantanamo. Esiste ancora: aguzzini democraticamente eletti per il bene del popolo sovrano. Io sovrano poco, soprano meno, cantassi: voglio vivere così, col sole in fronte. Stupefatto. Non mi ricordo più nulla dei tempi di prima, quelli in cui andavo al supermercato, facevo la spesa e scambiavo un sorriso e un mezzo starnuto che, per educazione, avevo già prontamente rivolto al fazzoletto di carta. Ora non più. Non circola più un bacillo normale. Circola solo l'anormalità. Ma perché proprio all'Italia doveva capitare la classe politica più corrotta e infame di tutta la storia occidentale? Perché? 

Stamani, di rimbalzo, mi è venuta addosso una frase di Piero Calamandrei:
«Trasformare i sudditi in cittadini è il miracolo che la scuola può compiere».
E ho pensato che, in Italia, ciò che si può, non corrisponde mai a ciò che si vuole. 

***

Dalla finestra ho visto tante nuvole passare, di tanti colori, i colori delle nuvole: a strati, a cumuli, montate a neve o schiacciate come ghiaia. Ogni tanto, un filo di azzurro faceva capolino. Finché poi non si sono dirette tutte verso la Terra del Fuoco.

***

A un certo punto è venuta sera, una fredda sera di gennaio. Ho un debole per questo mese, perché i giorni iniziano a covare più luce e Orione è pronto a offrici un caffè senza bisogno di dimostrare alcunché. 

venerdì 6 agosto 2021

Diecimila passi

Da quando ho il contapassi, conto i passi a fine giornata e se non raggiungo almeno diecimila mi rammarico. Voi riuscite a parlare o a scrivere di qualcosa, mentre pensate a qualcos'altro? Io conto passi per non pensare, per concentrarmi su Alberto Giacometti e per rammaricarmi di non aver aperto una bottega d'artista, per fare che? niente, gli artisti possono stare anche senza far niente, basta essere liberi, liberi veramente nel profondo, legati a poco più che un'elemosina, un caffè e un sorriso della ragazza che te lo fa. 
«Ehi amico, come va?», mi dice il signore nero che da un anno e mezzo si posiziona davanti al supermercato, un tipo pacifico, un po' sovrappeso, ma dalla faccia buona e non insistente. «Come vogliono che vada», ho risposto, oggi, con un filo d'amarezza. Lui l'ha notato e, molleggiando un po' sulla sua posizione da corazziere senza divisa e pennacchio, ha allargato le braccia e si è messo a ridere. 
Ho fatto una spesa veloce, in mezzo a turisti dei Paesi Alti, grandi polpacci ignudi e culi portentosi, omaccioni e matrone da cinquemila calorie al giorno, bravi a essere qui come stranieri perché di un'altra patria e non, come me, straniero nella mia.
Ma vabbè, straniero o no, quando sono ripartito dal parcheggio, con il finestrino aperto ho detto ciao al corazziere, e lui, che è un bravo figliuolo, mi ha salutato portandosi la mano sulla tempia, come si sogliono salutare i generali.

Diecimilaottocento passi, avanti, march.


lunedì 2 agosto 2021

Dello scrivere

 Scrivere è diventato uno strumento rassicurante per mantenere una certa stabilità cerebrale, per dare ai neuroni un attimo di respiro, di ordine, di tregua all'incessante frullio che, in certi giorni, li scompiglia.

- Era meglio quando ti si scompigliavano i capelli, quando ce li avevi tutti e ce li avevi lunghi.
- Era meglio, già. Scrivevo poco, scrivevo meno, scrivevo e restava nei quaderni o poco più. Raramente la scrittura andava in cerca di pubblico, casomai sotto forma di voce, in estate, durante alcuni reading di poeti uggiosi (stasera ho rivisto un poeta d'Arezzo, non l'Aretino, ma il Filippo Nibbi, con il quale ebbi l'onore, dopo di lui, di leggere un brano che fu apprezzato ma non premiato - già qualcosa, non ebbe neanche lui il premio, ma lo ebbe la figlia dell'organizzatrice che scrisse una poesia su un senegalese che faceva l'elemosina in Santa Croce).

Ma vuoi bestemmiare? Avversativo.
Intuivo che la sinistra era qualcosa che non faceva per me, ma non ci volevo credere sino in fondo che la sinistra italiana fosse sordida, sorda, suzza, vizza, lezza, 'a schifezza.

Scrivere è diventata presenza.

giovedì 18 febbraio 2021

Rimmel

Sono diventato uno specialista nel lasciare a mezzo, spesso a un terzo, film ed episodi di sceneggiati che l'immane offerta televisiva propone. Sono così noiosi, così scontati, così insopportabili che lasciarli lì sospesi, non visti per intero, è il solo giudizio di cui sono capace tributare a tale merce d'intrattenimento. 
Ultimamente, ho stoppato due agenti del kgb mezzi nudi in procinto di scopare, sopra un tavolo basso, accanto a comodo divano. Chissà se sono ancora lì, nudi, affamati l'uno dell'altra tanto quanto io ho voglia di digiuno.

***
Ogni tanto mi soffermo a guardare i pochi LP che restano incastonati nella libreria, inascoltati oramai da decenni se non nella riproduzione di youtube o altre piattaforme. Stasera ho indugiato a lungo su Rimmel per contemplare il ritratto di donna sullo sfondo a righe bianco e nero, il carcere del mio cuore. I capelli raccolti, lo stesso colore, lo stesso taglio della mandibola, lo stesso sguardo a occhi socchiusi che indugiarono solo un attimo per dire addio - e poi me lo dissero: e qualcosa rimane tra le pagine chiare, le pagine scure...

***
Le riunioni online, per quanto comode sotto l'aspetto logistico - e per quanto utili per assentarsi senza doversi giustificare, andare in bagno, orinare e tirare lo sciacquone con il microfono spento - mi hanno rotto i coglioni.

***
Quale sarà il ministro del nuovo governo Draghi che offrirà da bere le proprie lacrime al pubblico in diretta tv?




domenica 8 novembre 2020

J'avoue j'en ai bavé

Bisogna che trovi uno strizzacervelli, oppure che metta direttamente il cervello nell'asciugatrice, tanto l'ho annacquato dalle salivazioni e dalle incontinenze degli illuminati progressisti che inneggiano alla vittoria d'un presidente americano dal quale si aspettano "liberazioni". Sono innaffiato da tanti squirting postati dagli intrattenitori sociali e presidenti di partito, regione, sindaci repressi perché guidano una misera città che non può far debito coi dollari ma incassare qualche spicciolo con le multe de li vigili. 
Ahimè, on riesco più a sintonizzarmi su alcun canale politico decente, ogni frequenza è saltata, onde medie e corte, frigge tutto, non sento più nulla, solo un gracchio, un fruscio unico e, il peggio, per non ascoltarlo, per non impazzire, non posso neanche dire sento la voce dell'opposizione - opposizione di che, di chi? Aiuto!

Meno male sul Tubo ho scoperto lei:




Era tanto che non mi capitava d'innamorarmi davanti a un video.

giovedì 5 novembre 2020

Schiaffi

Non ho più fiato letterario, connessione scolastica, ho perso il polso e le dita (con il palmo) cadono di conseguenza. Non esigo, quindi sbrigo relativamente con poco la prassi, senza impelagarmi in pelaghi dove il pelagianesimo impera. Lascio agli sfacciati il tempo di metterci la faccia, tanto non sarà mai colpita dai muti schiaffi della consapevolezza. A proposito di schiaffi: ci sarebbe fortemente da richiedere il ripristino dei finestrini apribili sui treni e sugli autobus; dacché pregressi protocolli di sicurezza imposero di chiuderli, adesso, le nuove disposizioni dovrebbero prevedere di aprirli, sia per dare aria ai sigillati mezzi di trasporto locale e non, ma, soprattutto, per dare schiaffi agli affacciati.

- Ma che parti sempre te? Sempre ni mezzo me lo trovo.




mercoledì 14 ottobre 2020

Uscita di sicurezza

 

1. Durante una corsetta d'una decina di chilometri su e giù per questi colli, volgo il guardo a est ove i «raggi serotini e lucenti» illuminano un trapezio di terra arata trapassando la fitta coltre di nubi cobalto. Mi fermo, ẽstraggo un apparecchio che consente di fonare e fotografare e, clic, colgo l'attimo. E me lo friggo.
 
2. Amo il vialone nano. Oggi ho preso un porro, una salsiccia e una pesca cotogna e, prima tostando e poi sfumando con un po' di vernaccia, e quindi aggiungendo brodo vegetale a poco a poco, ho cucinato un risotto commovente (come direbbe Giorgione).

3. Faccio finta di non accorgermi che fuori soffia il vento, fischia la bufera. Ma non sono indifferente. Faccio finta. Ma questa volta non posso non chiedermi perché i vari accademici che assegnano il Nobel per ogni categoria, compresa quello della Pace, non abbiano pensato di assegnarne uno alla Svezia per come sta affrontando quello che c'è da affrontare, senza tante rotture di coglioni, di invasioni mentali di mentecatti prezzolati e non, di brutti censori a prescindere, di invasati, di menefreghisti e salcazzisti, di burini, di ebeti e gradassi, di repressi e represse e La Presse tutta, finanziata pubblicamente e non.

4. Coop, supermercato solito in orario non di punta. Automatismi di spesa soliti. Cassa. Uscita. Hanno cambiato l'uscita, deviandola lontano dall'entrata. Dieci secondi davanti alla vecchia uscita, il tempo per rendermi conto e vedere un cartello che indica la nuova uscita. Al sesto secondo, una signora che sta entrando in quel momento, forse temendo che non rispetti il distanziamento sociale, mi si rivolge dicendo: «L'uscita è là, c'è il cartello, c'è scritto uscita, almeno a casa mia si legge così». Rimango sorpreso dalla reazione dato che ero fermo e distante da lei e per questo vorrei mandarla direttemante a cagare.  Ma evito. Rilancio soltanto un risentito «Si calmi, signora, si calmi». Ed esco. E penso ad Altuna e Trillo, alla loro Uscita di sicurezza.


lunedì 12 ottobre 2020

Locale pubblico

I blog sono piuttosto fuori moda e fuori tempo (massimo, minimo e mediano). Ciò nonostante, i blog sono porti di un mare dove ancora vale la pena attraccare o, meglio, sono locali pubblici davanti ai quali si può sostare anche dalle 21 alle 6.
Dunque, venite qui, giovani, a bere le vostre birre trappiste senza coca da tirar: ho anche una campana verde per il vetro, ove si prega di buttare dentro i vuoti a perdere. Da pantofolaio serale incallito, che non suggerisce certo alcun armiamoci e partite, vi chiedo: ma non vi siete rotti i coglioni di questa situazione?
Discoteche chiuse; feste tra amici non più di tre; non potete neanche star fuori davanti a un bar di sera... insomma, con così tanti divieti, possibile vi basti Tik Tok per placare i vostri ormoni? Ripeto: giammai vi dirò come fabbricare una molotov con i suddetti vuoti a perdere. Banalmente vi dico: aprite un blog e provate a esprimere contenuti fuori dai contenitori social che vi contengono e impongono le cose da pensare, dire, fare, baciare, bruciare. Perché, per quanto non valga niente dirlo, io credo vada detto che se tutto quanto accade adesso fosse accaduto prima degli smartphone e dei social-media, la grancassa televisiva, da sola, non sarebbe stata sufficiente a diffondere tale perdurante mimetismo virale a senso unico. Infatti, i memi dell'epidemia mantengono elevata la loro capacità virale se rimbalzano in teste disposte a rilanciarli con un tweet o un "a cosa stai pensando?" su fb. In altri termini: se il "coso, come si chiama?" si fosse manifestato una dozzina di anni fa, anziché opporre i soli pollici alla politica del governo, sareste divenuti come minimo Black Bloc.



lunedì 7 settembre 2020

Colpi

Questo blog sta perdendo colpi, se qualcuno li trovasse per strada, mi contatti in privato. 
Attenzione: non sono colpi di spazzola prima di andare a dormire: non ho una spazzola, ho pochi capelli, sì e no quattrocento (e qui tiro in ballo capziosamente Truffaut e le traduzioni alla lettera), e li tengo corti, sicché non confondete i colpi miei con quelli altrui. Con ciò non voglio scaricare colpi sugli altri, ma dire semplicemente che i colpi non muoiono vergini, tutti li vogliono, indipendentemente dalle spazzole, soprattutto all'esordio (ohimè, questo è un blog stagionato).

Non ho dovuto attendere molto: infatti, stamani sono stato contattato in privato, anche se eravamo in piazza. Sotto i tavolini all'aperto di un bar di paese, un amico ha pescato dei colpi che faremo alla luciana.

Parafrasando Questa terra è la mia terra, di Peppe Guida, posso dire, con orgoglio, Questo blog è il mio blog - e questo post, appena cucinato, vi assicuro che è 'na bbomba. 

Intanto il presidente del consiglio dei ministri prolunga lo Stato di Emergenza. Non so, ma, secondo me, questi provvedimenti autoritari hanno, per il popolo, lo stesso effetto delle pompe a vuoto per il pene: non aumentano le erezioni, ma solo la rottura di coglioni.

mercoledì 2 settembre 2020

Benedette parole

Benedette parole, se foste coincise sareste lavorate al bulino e fissate, una volta per sempre, su lastre di rame o di zinco e non ballereste su lingue o pagine o schermi che sembrano fermarvi ed invece.
Impazienti di uscire di bocca o, mediante movimenti strani di dita, costrette dall'educazione a imparare le leggi grafiche mediante le quali apporvi su pagine di vario formato, consistenza e colore, voi ci usate come strumenti, non viceversa: voi ci fate dire cose e poi il contrario di quelle stesse cose che volevamo dire. Ci fate comunicare pensieri che non stanno né in cielo né in terra, ma a mezz'aria, come piccoli peti dispettosi - e silenziosi - che non sappiamo trattenere ma che poi sganciamo lo stesso, magari guardarci intorno per imputare ad altri, con uno sguardo, il maldetto (e il malfatto). «Chi le sente è un ripetente» e via a replicare sui social gli argomenti che sono sulla bocca (o sul culo) di tutti.
E allora, parole, traditemi; andate a letto con altri; queste pagine abbandonate perché più voglia non ho di fare l'amore con voi, di darvi il mio fiato per riprodurre opinioni che più non so dare, in quanto essere opinabile che del giudizio non sa che farsene, casomai disfarsene, come quella volta, dal dentista.

«Chissà se mi sono espresso», disse un barista, servendo un caffè.

lunedì 1 giugno 2020

Voci di corridore

Dopo un marzo e un aprile di corsette semiclandestine, tra boschi, campi d'orzo e segale, senza tracciamenti (mettevo corsa indoor al Garmin, 'nto culu allo stateacasa dello Sburroni & C.), maggio è stato un mese in cui ho ripreso a correre in modo abbastanza regolare, in ciclopedonali pubbliche pianeggianti (i miei percorsi preferiti) o anche in saliscendi collinari intorno casa. Poca roba: tre, cinque, sei, sette, otto, nove e, ieri, 31 maggio, ho ritrovato i dieci chilometri di corsa filata, di buon passo (5'10" di media al km), senza troppo affanno e quindi, ecco, lo racconto perché queste piccole imprese inutili hanno un carattere prettamente bloggheristico: vanno narrate, non devono restare confinate in una bella sudata, una doccia, la sete, la fame e il sonno della ragione.

***
Anch'io, certe volte, nelle mezze stagioni, indosso un giubbotto a mezze maniche, arancione; anch'io ho i baffi ma non sono un generale in pensione: sono un pappamagro.

***
È morto Christo: le ceneri saranno disperse qui perché anche gli dèi periferici hanno diritto a camminare sulle acque.

***
Il Presidente nel bunker della Casa Bianca: non succedeva dai tempi di Homeland.
(Chissà che taglio narrativo daranno le serie tv americane di questi giorni di ribellione: molto in voga, negli ultimi anni, il racconto del riscatto borghese dei neri perbene, alla Michelle Obama o altri affermati personaggi dello spettacolo. Come scrive Olympe de Gouges: al netto di quanto potrà durare lo scontro tra ribellione e repressione, prima di vedere rivoluzionati i rapporti di classe, saranno concesse brioches e Lamborghini in leasing pur di mantenere in piedi l'assetto sociale della baracca borghese).
***

mercoledì 20 maggio 2020

La maschera e l'altoparlante

Dentro una scatola rosa dall'umido, di un umido e poco frequentato garage, ho ritrovato dei grossi volumi rilegati a mano contenenti delle annate della Domenica del Corriere, anni che vanno dal 1940 al '47.
Un piccolo tesoro inutile.
Data la polvere, l'odore di muffa e la voglia di prendere aria (ma fuori pioveva e l'aria era umida anch'essa), ho aperto solo il volume del '40, a caso, ed ecco che, incastonata su alcune colonne di una novella sul baccalà, appare la seguente illustrazione con didascalia:


Mi sono tolto la mascherina di dosso, ho respirato dal grigio del cielo due gocce di pioggia e ho capito: quando voglio dire qualcosa, anche se ho poca voglia di dire qualcosa, in ogni particolare momento di vita che mi attraversa, da consumato bassoparlante, per farmi sentire, vengo qua.

Mi si sente?

giovedì 14 maggio 2020

Mi frullano

Io non so più se valga la pena, o se vanga la penna per arare solchi sui quali seminare pensieri grami e non turpi, ettogrammi di sé che, più passa il tempo, meno ambiscono alla riproduzione, o riproposizione, o alla presunzione di originalità, come se il deposito delle cose da dire si fosse svuotato e si stia raschiando il fondo e rischiando di far emergere impurità - ma le impurità sarebbero il meno, giacché mai ho ambito alla purezza, se non quella del cuore per vedere iddio e farsela raccontare tutta la storia, per intero, del perché e del per come proprio qui e ora, tra tanti miliardi, proprio io, proprio noi chiamati in causa a svolgere funzioni di figliolanza sua malgrado, all'atto di nascita, non ci sia stato richiesto se volessimo essere, tra gli altri, anche figli suoi delle stelle, figli della notte che ci gira intorno, eccetera.
È valsa la pena? È salsa alla panna che, sebbene invisa, collega il sugo alla pasta, e attenua i soffritti, ossia i tanti piccoli io tagliati finemente, sfumati e saltati in padella, i quali tornerebbero a gola e male dunque non è ruttarli fuori in aperta campagna, nella solitudine controllata dalle margherite e i soffioni pronti a solleticarti le narici, etciù, meno male avevo la mascherina (mi ci soffio il naso con essa e poi, dopo l'uso, la getto e ne prendo un'altra, passa la regione, ne passa un'altra, ne passano venti, la Sicilia, la Val d'Aosta, la Sardegna, il Friuli Venezia + Giulia e il Trentino + Alto Adige restano autonome perché sì, c'è scritto sulla carta, ah).
Ma così sia. Stamani è tempo di passare il frullino (decespugliatore) facendo finta di fare la rivoluzione. Mi abbiglierò come un black bloc ma con la tuta rigorosamente rossa e grande il doppio della mia quintessenza fancazzista. Dio e Lenin ce la mandino buona nella presa delle Tuileries nostrane. 

venerdì 17 aprile 2020

Il potere di far niente


Oggi, dopo un mese di fermo e brevi camminate con il cane nei dintorni, ho fatto una corsetta, duecento metri sotto casa, lungo il perimetro di un campo di grano recintato da un filo elettrico anti-cinghiali. Cinque giri, due chilometri e mezzo, un passo lento, tra sterrato ed erba, tra pietre scartate e cacca di un gregge che passa di qua. E tutto questo verde intorno, questo privilegio di abitare la campagna - come se uno schiaffo di benessere mi avesse colpito e rinfrancato. 
Non va tutto bene - non sto a dire perché - ma va tutto bene ed ho detto perché. 
Perché ho fatto qualcosa che facevo anche prima e fanculo a chi ripete in coro che niente sarà come prima. Perché l'ansia fottuta è ritornata sotto le ali di una pacata rassegnazione e il pessimismo esistenziale si è sciolto nel brodo di quello cosmico, molto più rassicurante, giacché dissolve l'io nella polvere prima che la polvere si posi, come su un soprammobile, su di lui.
Il peso del participio passato (‘stato’ anche con l'esse maiuscola) si è trasformato in una sostenibile leggerezza del participio presente (‘essente’). Finalmente, ho potuto far niente. 
_____________________

La vita
dovresti poterla
ricordare
come un viaggio all'estero

e con gli amici o le amiche
parlarne poi
e dire

è stata una bella cosa,
la vita,
e vedere frammenti di donne, segreti
e paesaggi

e appoggiarti contento allo schienale
ma i morti non si appoggiano agli schienali.

Non possono fare proprio niente.

Cees Nooteboom, Niente, dalla raccolta Luce ovunque, Einaudi, 2016 (traduzione di Fulvio Ferrari) 



venerdì 3 aprile 2020

Sulla punta dei piedi

Uomini, donne. Anzi: donne, uomini: vi piacciono i passatempi sani ed economici? Dopo la rinomata Settimana, questi del blog sono gli intellettualmente più sopraffini dribblatempi d'inizio millennio. Soprattutto quanto non si attardano su temi di cocente attualità (come i sassofoni), giacché non amano scottarsi.

- Hai salato l'acqua?
- Non mi ricordo.
- Assaggiala.
- Ma è a bollore!
- Allora si va alla sorte.

Buona pasta e ceci, vero? Preferite i ditali o i tagliolini?

E intanto, sopra le nostre teste distratte, a ciel sereno, due elicotteri svolazzano scoppiettando in direzione Tirreno Adriatica.

Quando arriveranno - se arriveranno - le rondini, dovranno stare a nido o potranno svolazzare duecento metri in linea d'aria sopra, sotto, davanti e dietro?

Ho tempo, tanto tempo per passare il tempo, ma non ho tempo per passarlo a tempo perché sono in disaccordo e nessuno che mi dia il La.

- A te darei il Lao Tzu
- Benissimo, sentiamo:

XXIV
Sulla punta dei piedi non si sta ritti.
Con le gambe larghe non si cammina.
Se ci si esibisce, non si brilla.
Se ci si afferma, non ci si manifesta.
Se ci si vanta, non si riesce.
Se ci si gloria, non si diventa il capo.
Di tale atteggiamento nei confronti della Via si può dire: «Un nutrimento sovrabbondante e delle azioni ripetute fino alla nausea certamente ripugnano a (tutti) gli esseri».
Perciò colui che possiede la Via non se ne occupa.

- Non male, grazie. Solo un rilievo: sei sicuro che delle azioni ripetute sino alla nausea certamente ripugnino tutti gli esseri?
- Non saprei. Stare a casa coi frigo e le dispense piene non è un'azione.


giovedì 19 marzo 2020

Correva l'anno

Siccome non credo che chi passa da qui venga a cercare notizie (aggiornamenti o annottamenti) sul gran tormento in corso e neanche impressioni sulla angst che da esso scaturisce, ho pensato di riordinare e ripulire la scrivania e una parte di libreria. Bravo.

Ho ritrovato un'agenda. È del 1990. E se piangessi?

Fu un anno che ero - eravamo innamorati. Infatti passò presto, come un fulmine, quell'anno. Comunque, in tale agenda bancaria dell'ex popolare dell'Etruria e del Lazio (quanti fallimenti!), sono riportate le cronache quotidiane - spesso in versi -  di un giovine perdigiorno che si accompagnava con una giovine che non aveva tanti giorni da perdere, ma pur ogni tanto inseriva delle note a margine della suddetta diaristica. Ad esempio (28 marzo):
Le piccole cose d'una stanza d'albergo a Venezia: levarsi le scarpe, mettere i calzini sul radiatore, lavarsi le mani, buttarsi sul letto, spogliarsi, fare i bisogni, rilavarsi le mani, pettinarsi, mettersi il pigiama, andare a letto zusammen... Tira  ora vento e piove ancora: i pigolii, il nido ai piedi, alcuni strofinamenti... na nait... ci svegliamo: occhi piccoli, naso grande, bocca storta: un'ora prima d'alzarsi: ci laviamo, ci vestiamo, ti trucchi: occhi grandi, naso piccolo, bocca dritta: colazione e: primo sole a Venezia! Venezia d'Oriente. Pranzo vegetariano. Palazzo Grassi: Andy Warhol: una retrospettiva. E poi ancora Venezia, le calli, ri-San Marco, (Acquarium), tutto un giro a finirsi i piedi. Poi albergo, cena. la camera, il letto... qua, qua, qua. 
E la nota a margine:
«Luca è un bambino cattivo: occhi piccoli, naso grande, bocca storta e... qua, qua, qua».
Ma ritornando all'oggi, a questo tempo che non passa, a questi scienziati «i migliori che sono sul mercato» (!), vorrei tanto che presto, molto semplicemente, ci rifossero i banchi del mercato, compreso quello della bella signora prosperosa che vende mutande e calzini anche da uomo e che sempre buoni consigli mi sa dar.