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Potevo sembrare me stesso e non ero che io
quel povero fesso che cercava dei sensi
precisi di significanza, negli intensi
attimi di mani aggrappate alle reni: o perdio
quanto lontano il sudore che spargemmo
annebbiando parabrezza di un centoventisette
riempito di biossido d'amore di carezze di strette
così forti da far credere estate l'inverno.
E ti bevvi, mi bevesti, ci bevemmo
finché un giorno la sorgente si spense:
restammo a secco sulla strada del lago.
M'illusi di ritrovarti come uno stupido mago
che rivuole la stessa sostanza perduta
gli stessi vetri appannati, le stesse condense.
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