giovedì 8 gennaio 2009

Fratelli nemici



Se ricerchiamo filosoficamente l'origine della guerra, non è nell'attacco che vediamo sbocciarne il concetto, poiché esso non ha per scopo assoluto la lotta quale presa di possesso; ma ha invece origine nella difesa, poiché questa ha per scopo assoluto la lotta, essendo il respingere l'attacco e il combattere una cosa unica...
È dunque naturale che colui il quale introduce per primo nell'azione l'elemento della guerra, da cui scaturisce l'esistenza iniziale di due antagonisti, stabilisca anche le prime leggi della guerra; e questo è il difensore.

Carl von Clausewitz, Della guerra, (trad. it di A. Bollati e E. Cancevari) Mondadori, Milano 2007, pag. 473

Israele ha scatenato questa nuova (?) guerra per difesa. Tutte le guerre ormai sono condotte per difesa. Nessuna nazione nella nostra epoca scatenerebbe una guerra di conquista. Questo è il paradosso, la tragicità (se non ci fosse dolore, sofferenza morte potremo dire: la comicità) della guerra, della violenza oggi. Chi attacca lo fa per difendersi. Chi si difende vuole la guerra. Quello che sta accadendo in Israele e in Palestina è il laboratorio di sperimentazione apocalittica della nostra specie.
È il luogo della tendenza all'estremo.

Ci troviamo di fronte a una scoperta antropologica della massima importanza: l'aggressione non esiste. Fra gli animali vi è la predazione e forse la rivalità genetica per le femmine. Ma se nessuno tra gli esseri umani prova la sensazione di aggredire è perché tutto si svolge sempre nella reciprocità, dove la minima differenza, in un senso o nell'altro, può provocare una tendenza all'estremo. L'aggressore è già stato aggredito, sempre. Perché i rapporti di rivalità non sono mai avvertiti come simmetrici? Perché le persone hanno regolarmente l'impressione che sia stato l'altro ad attaccare per primo, che non siano mai stati loro a farlo, quando invece, in un certo senso, sono sempre loro a incominciare.

René Girard, Portando Clausewitz all'estremo, (trad. it. Giuseppe Fornari), Adelphi, Milano 2008, pag. 49

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