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venerdì 24 agosto 2012

All'uomo niente sarebbe più utile dell'uomo

«All'uomo dunque niente è più utile dell'uomo; gli uomini cioè non possono desiderare niente di più efficace alla loro conservazione di questo: che tutti convengano in tutte le cose in modo che le menti e i corpi di tutti vengano quasi a comporre una sola mente e un solo corpo, e che tutti insieme, per quanto possono, si sforzino di conservare il loro essere, e che tutti insieme desiderino per sé l'utile comune. Da tutto ciò segue che gli uomini che si governano con la ragione, cioè gli uomini che ricercano il proprio utile sotto la guida della ragione, non appetiscono per sé niente che non desiderino gli altri uomini, e che perciò essi sono giusti, fedeli, onesti.»
Bento De Spinoza, Etica, 1677, Parte IV, Prop. 18, Scolio. Ed. Bollati Boringhieri, Torino 1959, traduzione di Sossio Giametta.

Che tutti convengano in tutte le cose in modo che le menti e i corpi, i corpi e le menti, di tutti, di tutti gli umani vengano a comporre una sola mente e un solo corpo, un solo corpo e una sola mente, e che tutti insieme, tutti insieme, per quanto possono, per quanto possiamo, si sforzino, ci sforziamo, di conservare il nostro cazzo di essere, e che tutti insieme desideriamo per noi l'utile comune, cioè l'utile di tutti, nessuno escluso. Da ciò dovrebbe seguire che finalmente la ragione prenderebbe le nostre redini, perché ricercheremmo il nostro utile sotto la sua guida, non appetendo per noi niente di più e niente di meno dagli altri uomini e dalle altre donne - e perciò stesso saremmo per una buona volta giusti, fedeli, onesti.

Spinoza sotto questo cielo eterno
i colori non sono di paradiso:
sulla maggior parte dei visi
si legge il libro dell'inferno.

All'uomo niente è più dannoso dell'uomo, poiché la ragione non è strumento condiviso. 
La ragione è usata massimamente affinché pochi uomini sfruttino la moltitudine, senza prendere in considerazione nemmeno per un momento l'ipotesi che questa è la più grande, inequivocabile ingiustizia del mondo. 
La ragione regala letizia a pochi a scapito di tristezza per molti. 
La ragione è lo scettro del potere: sua prima forza. 
La ragione è ancora maledettamente antidemocratica, espulsiva e non inclusiva - e i corpi subiscono questo rifiuto, la mente è ai margini. 
La ragione è sempre puntuale: siamo noi uomini ad essere in ritardo. 
La ragione come guida della nostra storia: c'è ancora da preoccuparsi.

sabato 4 luglio 2009

Come può uno scolio arginare il mare

«Ognuno esiste per sommo diritto di natura, e, di conseguenza, per sommo diritto di natura ognuno fa quelle cose che seguono dalla necessità della sua natura. Perciò per sommo diritto di natura ognuno giudica che cosa sia bene e che cosa male, e provvede a modo suo alla propria utilità, e si vendica, e si sforza di conservare ciò che ama e di distruggere ciò che odia. Ché se gli uomini vivessero sotto la guida della ragione, ognuno fruirebbe di questo suo diritto senza danno alcuno per gli altri. Ma poiché sono soggetti ad affetti che di gran lunga superano la potenza o virtù umana, perciò sono spesso tirati in diverse direzioni e sono contrari tra di loro, mentre hanno bisogno di aiuto reciproco. Affinché dunque gli uomini possano vivere concordemente ed essersi di scambievole aiuto, è necessario che rinuncino al loro diritto naturale e si rendano reciprocamente sicuri di non far niente che possa riuscire di danno ad altri».

Il diritto naturale può essere esercitato solo sotto la guida della Ragione. Ma dacché la ragione non alberga molto negli individui (tranne rare eccezioni) allora è bene che vi sia un freno a questo diritto. Tale freno è lo Stato.

«Un affetto non può essere impedito se non da un affetto più forte e contrario all'affetto da impedire, e ognuno si astiene dall'arrecare danno per timore di un danno maggiore. La società potrà dunque essere saldata da questa legge, se appena rivendichi a sé il diritto che ognuno ha di vendicarsi e di giudicare del bene e del male. Essa ha perciò la potestà di prescrivere la norma comune del vivere, e di emanare leggi e di sostenerle, non con la ragione, che non può impedire gli affetti, bensì con le minacce. Questa società basata sulle leggi e il potere di conservarsi, si chiama Stato, e cittadini quelli che vengono difesi dal suo diritto».

Fuori dello Stato, nello stato di natura, non esiste il giusto o lo sbagliato, il buono o il cattivo perché senza leggi ognuno fa i cazzi suoi e pensa per sé. Infatti

«nello stato di natura non si può concepire il peccato. Ma ben si può concepirlo nello stato civile, dove si decide per comune consenso che cosa sia bene e che cosa male, e ognuno è tenuto ad obbedire allo Stato. Cosicché la colpa non è nient'altro che disobbedienza, che viene perciò punita per solo diritto di Stato, e di contro l'obbedienza è ascritta a merito del cittadino, poiché per ciò stesso è giudicato degno di godere dei vantaggi dello Stato».

Infine, nello stato di natura non esiste il concetto di proprietà:

«nessuno è padrone di niente per comune consenso, né in natura si dà alcuna cosa che possa dirsi sia di quest'uomo e non di quello, ma tutto è di tutti; e perciò nello stato naturale non può essere concepita alcuna volontà di attribuire a ciascuno il suo, o di togliere ad alcuno ciò che sia suo; cioè nello stato naturale non accade niente che possa dirsi giusto o ingiusto; invece sì nello stato civile, dove si decide per comune consenso che cosa sia di questo e che cosa di quello. Dal che è evidente che il giusto e l'ingiusto, la colpa e il merito, sono nozioni estrinseche, non già attributi che manifestino la natura della mente».

In breve: giusto e ingiusto, buono e cattivo per Spinoza sono concetti artificiali, indotti, “nozioni estrinseche” appunto.

«Ma di ciò basta» conclude, lapidario, lo Scolio 2, Proposizione 37 della Quarta Parte della sua Etica. Qui nella versione di Sossio Giametta per i tipi della Bollati Boringhieri.

Avessi tempo invece continuerei io. Meglio ancora se continuassero i miei amici filosofi linkati richiamando le loro nozioni di filosofia morale. Se penso a un Menti morali di Marc Hauser tuttavia mi vengono dei dubbi: i concetti morali sono perlopiù innati. Come la grammatica.

domenica 15 marzo 2009

Una birra alla Spinoza

Stasera ho ripreso in mano il vero Spinoza (non che lo Spinoza post-moderno non sia all'altezza, per carità) e, appena aperto, subito alcune perle:

«Se gli uomini potessero procedere a ragion veduta in tutte le loro cose o se la fortuna fosse loro sempre propizia, non andrebbero soggetti ad alcuna superstizione. Ma, poiché essi vengono spesso a trovarsi di fronte a tali difficoltà che non sanno prendere alcuna decisione e poiché il loro smisurato desiderio degli incerti beni della fortuna li fa penosamente ondeggiare tra la speranza e il timore, il loro animo è quanto mai incline a credere a qualsiasi cosa; quando è preso dal dubbio, esso è facilmente sospinto or qua or là, e tanto più allorché esita in preda alla speranza o al timore, mentre nei momenti di fiducia è pieno di vanità e presunzione». (p. 1)

«Quanto è facile, perciò, che gli uomini si lascino indurre in ogni genere di superstizione, altrettanto è difficile che essi persistano in un unico e medesimo genere. Al contrario, poiché il volgo non si sottrae mai al suo stato di miseria, proprio per questo non sta mai a lungo in quiete, e nulla ama più di ciò che è nuovo e che non l'ha ancora deluso: incostanza, che fu già causa di innumerevoli agitazioni e di guerre atroci; infatti, come si rileva dalle cose or ora dette e come osserva molto bene anche lo stesso Curzio "nulla riesce più della superstizione a dominare le masse"; onde avviene che queste siano facilmente indotte, col pretesto della religione ora ad adorare come Dèi i loro re, ora a esecrarli e a detestarli come una peste comune del genere umano». (p. 3)

«Mi sono spesso meravigliato che uomini, i quali si vantano di professare la religione cristiana, e cioè l'amore, la gioia, la pace, la moderazione e la lealtà con tutti, contendessero tra di loro con tanto astiosa irruenza e si odiassero a vicenda con sì feroce e costante accanimento, da far capire da ciò, piuttosto che dall'esercizio di quelle virtù, la specie di fede da ciascuno professata; le cose sono ormai arrivate al punto, che quasi non si può più distinguere di chi si tratti, se di un Cristiano, cioè, o di un Turco o di un Ebreo o di un Pagano, se non dalla veste esteriore di ognuno e dal culto o dalla Chiesa che frequenta o dall'opinione che segue o dal maestro sulla cui parola suole giurare. Per il resto conducono tutti la stessa vita». (p. 4-5)

Benedetto Spinoza, Trattato teologico-politico, Einaudi, Torino 1972