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mercoledì 3 agosto 2011

Un uomo in trincea

«Il mondo si vive con l'astuzia. E va bene. Solamente gli astuti sanno fare il male, trionfando. Chi soffra di questo stato di cose e decida di fare una porcata per vendicarsi, per mettersi a posto, per trionfare, deve riflettere che poi gli toccherà sempre di vivere con astuzia, saper trionfare, altrimenti l'astuta porcata commessa una volta tanto servirà solo a tormentarlo, contrastando con tutto il suo persistente stato di non-astuto, di non-porco, d'inetto».
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 22 giugno 1938, Einaudi, Torino.

sabato 16 luglio 2011

Soffrire non serve a niente

«Perché dimentichiamo i morti? Perché non ci servono più.
Un triste o un malato lo dimentichiamo - respingiamo - in ragione della sua inservibilità psichica o fisica.
Nessuno mai si abbandonerà in te, se non ci vedrà il suo tornaconto.
E tu? Credo di essermi abbandonato una volta disinteressatamente. Quindi non debbo piangere se ho perduto l'oggetto di quell'abbandono. Non sarei più stato disinteressato, in questo caso.
Eppure, a vedere quanto si soffre, il sacrificio è contro natura. O superiore alle mie forze. Non posso non piangere. E piangere è cedere al mondo, è riconoscere che si cercava il tornaconto.
C'è qualcuno che rinuncia pur potendo avere? Questa carità non è altro che l'ideale dell'impotenza.
E allora, basta con la virtuosa indignazione. Se avessi avuto denti e astuzia avrei raccolto io la preda.
Ma questo non toglie che la croce del deluso, del fallito, del vinto - di me - sia atroce a portare. Dopotutto il più famoso crocefisso era un dio: né deluso né fallito né vinto. Eppure con tutta la sua potenza, ha gridato "Eli". Ma poi si è ripreso, e ha trionfato, e lo sapeva prima. A questo patto chi non vorrebbe la crocefissione? 
Tanti sono morti disperati. e questi hanno sofferto più di Cristo.
Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente.»

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Einaudi, Torino 1952 (28 novembre 1937).

Stasera sono indisposto. Di vita. Ho bevuto allora. Buoni bicchieri di rosso sangue di terra. Si chiamava Fornace e mi ha attraversato. Sono così stordito, e brillo che a stento trovo i tasti della tastiera. Ma pigio lo stesso perché sento salire il calore della terra. A volte il vino è così traditore che ti fa credere di essere eterno. È un attimo, principesco. Canti qualsiasi cosa ti venga in mente. E socchiudi gli occhi in cerca di un sogno particolare, quello preciso che ti rende inevitabilmente infelice al mattino perché non è vero. Ma ora sento che viene a raccontarmi una storia: ma pretende il letto e l'oscurità. Buonanotte.

lunedì 27 giugno 2011

Non sono pazzi

«No, non sono pazzi questa gente che si diverte, che gode, che viaggia, che fotte, che combatte - non sono pazzi, tanto è vero che vorremmo farlo anche noi».

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, (21.11.1937), Einaudi, Torino 1952

domenica 1 maggio 2011

Lavorare stanca

Me lo ricordo bene: io da grande avrei voluto non lavorare. Pour moi le travail c'est du travail.
Selon Alain Rey1, le mot travail (apparu vers 1130) est un déverbal de travailler, issu (vers 1080) du latin populaire tripaliare, signifiant « tourmenter, torturer avec le trepalium ». Sous l'Antiquité, le terme bas latin trepalium (attesté en 582) est une déformation de tripalium, un instrument formé de trois pieux, deux verticaux et un placé en transversale, auquel on attachait les animaux pour les ferrer ou les soigner, ou les esclaves pour les punir. [W]
Come mai nutrivo (nutro) questo pensiero? Forse perché i miei erano proletari? Il lavoro nobilita l'uomo... mica vero; ovvero: per certuni, forse; per cert'altri no. Io sono fra i cert'altri.
Per me il lavoro è sottrazione di tempo "libero", di tempo "mio", di tempo dedicato all'inazione, al pensiero fermo, alla noia, alla velocità dei cumulonembi. 
Il lavoro secondo me è bello quando uno non si accorge di lavorare; vale a dire quando uno sente di non sprecare il suo tempo, o di svolgere il proprio lavoro senza il peso del dovere: anzi: quando il lavoro è parte del proprio essere (o del proprio dover essere) allora non è lavoro, travaglio, fatica, alienazione, perdita sostanziale di tempo, sottrazione di vita. Ma la percentuale di umani che vive il proprio lavoro secondo questo criterio è tristemente minima. La maggior parte dell'umanità vive il lavoro come obbligo, come necessità. Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa 
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira 
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo 
e non scappa di casa.

Il lavoro è travaglio, è pena quando vorresti scappare, essere altrove. In caso contrario non è lavoro, perché la strada che hai attraversato per essere grande ti ha condotto nelle braccia di te stesso, non nelle catene dell'altro.

martedì 11 maggio 2010

Fiore d'Europa



EROS Te l'aspettavi questo fatto, Tànatos?
TÀNATOS Tutto mi aspetto, da un Olimpico. Ma che finisse in questo modo, no.
EROS Per fortuna, i mortali la chiameranno una disgrazia.
TÀNATOS Non è la prima, e non sarà l'ultima volta.
EROS E intanto Iacinto è morto. Le sorelle già lo piangono. L'inutile fiore spezzato del suo sangue, costella ormai tutte le valli d'Eurota. È primavera, Tànatos, e il ragazzo non la vedrà.
TÀNATOS Dov'è passato un immortale, sempre spuntano di questi fiori. Ma le altre volte, almeno, c'era una fuga, un pretesto, un'offesa. Riluttavano al dio, o commettevano empietà [...] Siamo cose feroci, noialtri immortali. Io mi chiedo fin dove gli Olimpici faranno il destino. Tutto osare può darsi distrugga anche loro.
EROS Chi può dirlo? Dai tempi del caos non si è visto che sangue. Sangue di uomini, di mostri e di dèi. Si comincia e si muore nel sangue. Tu come credi esser nato?
TÀNATOS Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli Olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo.


Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò [Il fiore], Einaudi, Torino 1947