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mercoledì 28 settembre 2011

Plus valori

Eschaton (Raffaele Alberto Ventura) ha scritto un post che mi sarebbe piaciuto scrivere a me, ma dato che l'ha scritto lui, lo segnalo e a lui rinvio prima che mi venga la tentazione di ricopiarlo e riscriverlo per intero, qui, e fare finta che l'abbia scritto io, tanto lui poi mica potrebbe rivendicare nulla, qualche centesimo, ma io non rubo mai, anche perché non so rubare cose che non avrei saputo scrivere, forse nemmeno pensare se non in nuce, è risaputo, e poi io se rubassi qualcosa ruberei, visto che ci sono, gli Ossi di seppia, anche perché l'ho già fatto, anni addietro, versione Lo Specchio della Mondadori, erano i poverini ridotti in fondo a uno scaffale polveroso di una cartolibreria di provincia, dimenticati, con la copertina mezzo sdrucita e io, che non rubo mai, quella volta rubai eccome uscendo con quegli Ossi dentro la giacca a vento, era freddo, spirava un vento gelido di febbraio, e ora no, è ancora caldo e sono qui che se non la finisco mi si scuoce il riso.

martedì 24 agosto 2010

Segnalazioni vicino-orientali

Sulla questione del conflitto tra israeliani e palestinesi non ho molto da dire, ma trovo interessante la piega che ha preso il discorso inaugurato ieri da Andrea Zanni con una lettera a Malvino, il quale ha risposto da par suo ma trovando nei commenti suggestivi interventi e contrastanti (leggere Leonardo e Qubrick); poi c'è Giovanni Fontana con un post suo e un suo articolone sul Post. Inoltre, tra il non letto di ieri, trovo Eschaton, il quale, parlando di un libro pseudo-provocatorio di Shlomo Sand, L'invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, tra le altre cose scrive:

«La ricerca di Sand è interessante, fintanto che si limita a raccontare le operazioni culturali e ideologiche messe all’opera nell’Ottocento per costruire il mito sionista. Nessuna segreta cospirazione: un libro simile lo si potrebbe scrivere su Mazzini o sull’abate Sieyès, su George Washington, su Ataturk. Ma Sand questo non lo dice, e si capisce che sta cercando lo scandalo. Lo storico israeliano, specialista della storia dei nazionalismi, dimentica di segnalare ai lettori meno accorti che gli ebrei non sono un’eccezione: è proprio il concetto di popolo a essere una finzione, qualcosa che va costruito, una moda ottocentesca. Vale per gli ebrei, per gli italiani, per i francesi e perbacco… per i palestinesi. Ecco, appunto, i palestinesi. Ma Shlomo Sand non scrive nemmeno un capitolo sull’invenzione dei palestinesi, un popolo tanto vero da chiamarsi come una divisione amministrativa dell’impero romano.

I popoli sono tutti inventati, e questo non li rende meno reali. Sono la forma provvisoria che prendono certe rivendicazioni economiche e politiche. La maggior parte delle nazioni nasce da un programma d’ingegneria linguistica e filologica, talvolta da una falsificazione. Probabilmente il sionismo fu un progetto davvero catastrofico, tra i peggiori esiti del nazionalismo ottocentesco, ma gli argomenti di Shlomo Sand non lo rendono più sbagliato».

Infine, come supplemento, segnalo anch'io un libro: Régis Debray, À un ami israélien, Flammarion, Paris 2010 (ancora non tradotto) e, sempre di Debray, un'intervista radiofonica con la partecipazione dell'ex ambasciatore israeliano a Parigi.

sabato 21 agosto 2010

Uno scalcinato post

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti:
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

E. Montale, Ossi di seppia.

Ecco, ora non vorrei scomodare versi inflazionati, ma essi mi servono per introdurre un discorso confuso, scaturito dalla lettura di alcuni post (citati in seguito).

Il mondo è questo. Siamo chiusi qui dentro questa sfera celeste, senza nessuna possibilità di evadere. E chi vuole evadere? E in che modo, se uno volesse, può farlo? Il suicidio potrebbe una soluzione, ma la vita (umana) è già così “corta” rispetto agli eoni. Qualcuno evade stordendosi la mente o con le droghe o con vari tipi di religione che fanno pensare in continuazione all'aldilà, fanno sperare nell'aldilà. Essere dei semplici “realisti” può essere, concedo, limitante. Persone (limitate?) che non vogliono “evadere”, vogliono stare in questa prigione chiamata Terra. Degli ingenui che si accontentano del mondo così come è. Beh, accontentarsi è una parola grossa. Diciamo che lo ricevono in dote. Ai nostri contemporanei occidentali è andata piuttosto bene in paragone ad altre epoche storiche o ad altri luoghi della terra pieni di calamità, di miseria, di persecuzione. Dunque, tutto va più o meno bene. Abbiamo tempo perfino per leggere Adorno. Oppure per usare utensili di falegnameria per costruire una sfera di legno perfettamente inutile, così per soprammobile. Molti di noi hanno, chi più chi meno, un lavoro, un reddito, un alloggio, le ferie pagate, tempo libero.

Questo discorsetto inutile per introdurre un corposo post di Eschaton, letto il quale mi sono, lì per lì, sentito una merda. Certo, capisco la raffinatezza del suo ragionamento, che non vuole essere semplice critica ma constatazione di un dato. Tutto vero, per carità. La nostra società occidentale dei consumi è impossibilitata a uscire da se stessa pena la sua scomparsa. Date le prospettive intorno (comunismo cinese-coreano-cubano, autoritarismo feroce alla Putin o alla Chavez o alla Gheddafi, teocrazie varie – anche se noi italiani stiamo sperimentando un bel paradosso democratico che speriamo presto si concluda) possiamo tranquillamente dire: lunga vita al capitalismo, al sistema liberal-democratico! Ma il capitalismo deve necessariamente essere, a volte, molto spesso anzi, così stronzo? Esistono versioni di mercato meno cannibali delle attuali? I ricconi sono emendabili? La grande messe economica che fa girare il sistema attuale – possibile sia necessariamente destinata a fottere il mondo così come lo conosciamo, abbastanza tranquillo per permetterci a tutti di vivere? C'è qualche speranza di perfezione? Forse sì, sentite Sylvie CoyaudNoi donne siamo perfette, ovvio»). La terra di noi se ne frega, lo sappiamo: la natura è indifferente dacché qualsiasi cosa è natura. Anche questo pc sul quale scrivo per me è natura, per capirsi.

Sto perdendomi e allora vado, a quel post di Giulio Mozzi che mi ha costretto a quasi due giorni di pensiero fisso sulla sua domanda finale, che riporto:

«come hanno definito e ridefinito l’altro, le forze che oggi sono all’opposizione, in questi ultimi vent’anni?»

Due giorni di pensiero frammentario mi portano a questa timida risposta: l'altro non esiste dato che tutto intorno è altro. Anche il mio corpo. Io sono soltanto quella breve connessione cerebrale che mi fa percepire come estensione: vedere il mio corpo che si muove e cammina è già vedere l'altro.

Banalità: l'altro siamo noi, ma anche noi siamo altro. Tutto quanto intorno è altro. Altritudine. Mi tocco un braccio: è veramente mio? Dentro il mio corpo le cellule sono mie? Cosa sono esattamente? Estensione? Ma l'io è troppo piccolo per contenere alcunché. Se io sciolgo, solo per un attimo, l'io nell'estensione del corpo, o dei corpi, o del mondo, ecco che mi percepisco a mala pena come punto. E un punto è per definizione la cosa non estesa, senza superficie (sono molto euclideo). Per diventare figura, faccia, volto, l'io deve collegarsi ad altri punti. Io sono nulla, l'altro è tutto.

Basta. È bene che esca. Un po' d'aria fresca, lo specchio della luna sul lago, sigaretta, una giovine donna che porta il bianco cane a spasso. Ha un bel culo, non il cane. Sono i momenti in cui vorrei essere un personaggio di Philip Roth. Non lo sono.

Ecco ritornano i versi di Montale per ricordarmi che l'unica cosa che so è sapere ciò non sono, ciò che non voglio.


lunedì 17 maggio 2010

Finanza religiosa

In questi giorni sono un po' confuso dalle notizie economiche. Le seguo con distacco e ingiustificata ignoranza, come se fossero corse di cavalli. La domenica compro il Sole 24 Ore per la Domenica (inserto culturale) ma è chiaro che, prima di passare le pagine gialline alla stufa (son quelle che bruciano meglio per appiccare il fuoco rispetto alle coloratissime pagine del Corsera e Repubblica), sfoglio anche il malloppo del giornale base. Ecco che ieri a pag. 22 (Finanza e Mercati) vi sono pubblicati due speculari articoli sulla finanza religiosa: uno di M. Cellino («Italia alla sfida della finanza islamica. Cresce il peso dei fondi che osservano la Sharia, ma mancano ancora leggi adeguate») ove si viene informati che «in tutto il mondo il valore dei capitali amministrati dai servizi finanziari che osservano i principi di base del Corano sono stimati fra gli 800 e i 1000 miliardi di dollari», cifra destinata a salire nei prossimi anni della quale, lamenta l'articolista, l'Italia riesce a intercettare poco o nulla (ma siamo sicuri che sia un male? Da noi non basta e avanza la potenza Vaticana dello IOR?) contrariamente alla Gran Bretagna, alla Francia e alla Germania, paesi ove è stata varata una legislazione ad hoc in grado di recepire i dettami della Sharia in materia finanziaria (a tal proposito v'è un interessante e preoccupante glossario di base che spiega i termini coranici legati alla finanza. Là dove non è riuscito Marx vi riuscirà Maometto a regolare il capitalismo?); l'altro articolo, a firma di G. Vegazzi («Tel Aviv lancia i “kosher found”») parla di come le regole della finanza islamica abbiano ispirato anche la finanza ebraica; infatti, tra le file degli haredi (gli ebrei ultra-ortodossi «famosi per uno stretto rispetto dei precetti religiosi che, oltre al cibo, riguardano anche la completa astensione da ogni tipo di attività durante il sabato») ha preso consistente corpo l'idea di emettere «prodotti finanziari “kosher”, cioè conformi alle regole di vita stabilite dalla “halacha”, la legge ebraica»). Anche qui si viene a sapere che, nonostante il giro d'affari sia di minore entità rispetto a quello islamico, gli investimenti che seguono tale precettistica religiosa offrono agli “integralisti” investitori cospicui guadagni (si stima che «le circa 50mila famiglie ebree ultra-ortodosse» abbiano «un'elevata propensione al risparmio, che porta ogni anno alla creazione di un tesoretto da oltre 100 milioni di euro»).

E dunque, che lezione trarre da tutto questo? Che la laica Europa secolarizzata dovrebbe ripensare i propri fondamenti e affidarsi a qualche collante religioso che formuli norme integraliste volte a controllare il mercato? Chissà se qualche notista economico tra i foglianti potrebbe trovare macabra ispirazione da tale sfacelo ideologico. Tremonti sicuramente ha già fatto orecchi da mercante. Sono perciò sicuro che al prossimo Meeting di Comunione e Liberazione questi argomenti saranno toccati. Per tali ragioni, spero che decine di Soros (ma anche di Madoff) intervengano presto a sanare la situazione riportando tale ingente messe di denaro a terra, tra noi poveri diavoli desacralizzati.

sabato 26 dicembre 2009

Ci vorrebbe Salomone

Eschaton mi conduce a un'ulteriore lettura girardiana dell'attualità politica italiana¹.
Il suo post Primo sangue, infatti, chiama in causa René Girard con una persipicace riflessione di questi su come il Sistema Giudiziario sia l'unica tecnica moderna disponibile per porre freno alla terribile catena della violenza e della vendetta.
Sappiamo, infatti, che ogni reciprocità violenta non può, nella nostra epoca, trovare uno sfogo espiatorio definitivo che riconcilii le parti contendenti, dato che la Violenza è uscita dal recinto del sacro. La Croce è stato l’ultimo serio tentativo politico di riconciliazione e Caifa, il più fine esempio politico (vedi come si riconciliarono bene sia Erode che Pilato! Lc, 23,12). Di più: oggi la lotta si fa, giocoforza, a colpi di vittimismo: io sono più vittima di te, sei tu che mi aggredisci eccetera. Tutti vogliono incarnare “la vittima” o, perlomeno, possederne lo scettro. Tanto che Satana oggi, se si seguono bene gli sviluppi dell’ultimo Girard, ha un solo unico modo di poter “gestire” il potere nella moderna società liberal-democratica: ossia quello, appunto, di “fare la vittima”. Il sistema giudiziario è parte di questo gioco; nessun Salomone [1.Re, 3,16-28] si vede all'orizzonte che mostri chiaramente, alle parti in lotta, chi ha torto e chi ha ragione, anche compiendo il gesto estremo di tagliare a metà l’infante conteso. Solo allora, forse, una “buona prostituta” si affaccerà alla ribalta disposta a rinunciare al figlio purché il bambino viva. E solo a questo punto si riconoscerà a chi apparteneva veramente il figlio, ovvero chi veramente ha ragione e chi torto.
Ma chi è oggi, in Italia, autenticamente disposto a questo estremo sacrificio?

¹Vedasi l'articolo che scrissi per Giornalettismo

mercoledì 11 novembre 2009

A colpi d'ascia 2*

Eschaton giustamente si esercita e ci educa: non bisogna essere sprovvisti di retorica fosse caso esser ospiti a Porta a Porta o intervistati, di volata, da una troupe televisiva.

*2 perché il primo colpo era qui.