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domenica 22 marzo 2020

Vogliono i colonnelli

Considerazioni a margine di due post: uno e due.

Voglio credere, voglio sperare che tutte queste decisioni emergenziali siano prese dai governanti come extrema ratio per la tutela e la salvaguardia sanitaria della popolazione, ma non credo che la maggioranza della popolazione che le subisce (queste decisioni), le senta come un ulteriore aggravio epidemico, come un indebolimento sostanziale del corpo democratico, e temo, invece, le viva come una naturale conseguenza perché "sai, sennò la gente non capisce", e applauda se una pattuglia delle forze dell'ordine arresta qualcuno che contravviene alla regola (per esempio: uno da solo che cammina o corre per strada).

Io, invece, non sono contento per niente di dover andare in giro con un foglio di via. Sono assai preoccupato di essere controllato per un sì o per un no. Vedere l'esercito per strada mi fa cadere le palle immunitarie (me lo faceva anche prima, a vedere i mezzi blindati sotto il Duomo e gli Uffizi).

***
Per un guasto tecnico non ho la tv ordinaria per cui non mi abbevero alle informazioni standard ufficiali. Per ora seguo internet, due o tre fogli principali di agenzia. Vedo ancora questo fottuto insistere sui dati, sui numeri del contagio, e il godimento (quasi) nel cercare il caso di qualcuno che è morto anche se era «sano come un pesce».

Sano come un pesce... Nessuno nelle redazioni che sia mai andato a pescare? 

Nella premessa che questa situazione mi ha - comunemente - scaraventato in una ipocondria che mai prima avevo vissuto, e che io sia certamente allarmato e segua le direttive indicate per contrastare la pandemia, l'aspetto non secondario che mi affligge è come il sistema informativo (del quale siamo noi stessi vittime e complici tramite l'uso dei socialmedia) abbia agito e stia agendo nella diffusione del panico e nella richiesta del Vogliamo i colonnelli. 

Eppure, nel 1969, nonostante ci fosse un canale solo, la televisione parlava in un altro modo.

sabato 9 marzo 2019

Le blogger lisant

a Luigi Castaldi, per il quindicesimo anniversario del suo blog.


«Con la sua penna, le philosophe lisant copia passi dal libro che sta leggendo. Questi passi possono andare da citazioni brevissime a trascrizioni voluminose [...]
Questo coinvolgimento totale è la somma dei vari modi di risposta responsabile: marginalia, annotazione sistematica, correzione ed emendamenti filologici, trascrizione. Tutti insieme, essi generano una continuazione del libro che viene letto. La penna attiva del lettore verga un libro in risposta (in inglese vi è un collegamento etimologico pertinente fra reply, rispondere, e replication, duplicazione). Questa risposta può andare dal facsimile - che esprime un accordo totale - e dallo sviluppo affermativo fino alla negazione e alla contraddizione (molti libri sono degli anticorpi contro altri libri). Ma la verità fondamentale è questa: in ogni atto di lettura completa è presente allo stato latente l'impulso di scrivere un altro libro in risposta. L'intellettuale è, semplicemente, un essere umano che legge i libri con una matita in mano».

George Steiner, Nessuna passione spenta, "Una lettura ben fatta", Garzanti, Milano 1997

Uno dei commentatori al post linkato, invita Malvino a fare «un volumone con tutto lo stampato dal 2004 a oggi - commenti compresi [...]», ma:
a) non credo che il tenutario sia d'accordo, anzi: sospetto ch'egli abbia sempre declinato questa ipotesi;
b) la scrittura bloggeristica non ha bisogno del suggello cartaceo per avvalorarsi. Essa non cerca un rifugio editoriale per camuffare la propria natura aleatoria. Anzi, è proprio questa autoconsapevolezza a dare a essa una dignità maggiore di quella di tante (quasi tutte le) pubblicazioni il cui destino è il macero (il blog, infatti, avendo uno scarsissimo impatto ambientale, è assolutamente eco-sostenibile);
c) la scrittura di Malvino è così sorprendente «per densità, proprietà, violenza, vastità di azzurro, per un’umanità intagliata in una parola tutt’ancora umida di terra, e brillante di rugiada, come un’erba spuntata a ridere nel sole, una mattina bella» che lascia tracce nella memoria del lettore in misura maggiore e persistente, molto più dei tanti tromboni di editorialisti e saggisti, scrittori e ufologi che puntualmente scacazzano i loro volumi sugli scaffali delle librerie e dei supermercati;
d) in quale altro luogo diverso da un blog personale, Malvino avrebbe avuto la stessa libertà di pubblicare i suoi capitoli, parola per parola, senza restrizioni¹?

_____________
¹ Le Edizioni Dehoniane Bologna?

domenica 27 dicembre 2015

Una bruciatura e un tesoro

Al ritorno di Luigi.

La lezione politica ricevuta da Machiavelli in Francia è racchiusa in poche parole, cocenti come il disonore. Le esterna nella lettera del 27 agosto 1500 inviata ai Dieci di Balìa, quando li avverte della reputazione di cui godono presso la corte del re di Francia: «Né pensino le Signorie vostre o che buone lettere o buone persuasioni ci vaglino, perché le non sono intese». I ministri del re di Francia sono accecati dalla propria potenza e al Segretario preme avvertire i suoi signori: «E reputanvi pro nihilo». Inoltre, per mettere ulteriormente il dito nella piaga, il Segretario rafforza il suo proposito con la solennità del latino. Il motivo della nullità italiana? Georges d'Amboise glielo spiega tranquillamente in occasione di una discussione a Nantes nell'autunno del 1500: gli italiani «non s'intendevano della guerra». Ci sono parole che pesano una vita, cadono sul fondo della coscienza con il rumore cupo e sordo di un proiettile su un vassoio d'argento. Per Machiavelli, le parole del cardinale d'Amboise sono una bruciatura e un tesoro. Più che un'umiliazione è un disincanto, quasi un'emancipazione: finalmente Machiavelli si è liberato dell'apparenza delle parole, senz'altro ancora frastornato ma ormai deciso ad approcciare, anche lui, la «verità effettuale della cosa».
[…]
Nel terzo capitolo del Principe, tredici anni dopo l'ambasciata francese, Machiavelli impasta la materia politica delle sue lettere di legazione, a volte riprende parola per parola (come in questo caso) alcune formule stilate nell'ardore dell'azione, ancora incandescenti per l'offesa subita, un'offesa salvifica in realtà. «Ne è miracolo alcuno questo, ma molto ragionevole ed ordinario. E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il Valentino (che così volgarmente era chiamato Cesare Borgia, figliuolo di Papa Alessandro), occupava la Romagna; perché dicendomi il Cardinale Roano, che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io risposi, che i Francesi non s'intendevano dello Stato».

Patrick Boucheron, Leonardo e Machiavelli. Vite incrociate, Viella, Roma 2014 (edizione originale Lagrasse, 2008; traduzione di Michela Paternesi)

domenica 9 agosto 2015

I gufi non sono allocchi

Scrivere un post da un posto di vacanza, una pausa dovuta al mare mosso, al sole che cade a picco e un ombrellone solo non basta, alla voglia di riaprire una pagina bianca e macchiarla di parole che potrebbero avere un senso ma anche no, e tuttavia occorre correre il rischio, addentrarsi, più che nella ragione, nel sentimento, per dire pubblicamente che spero sia soltanto una decisione temporanea quella di Luigi, il ciao non è un addio, e i "tutti" lo sanno, e sapranno aspettare per godersi ancora le pagine di uno dei più grandi intellettuali che la lingua italiana abbia in dote e si esprima da una dozzina di anni sulle pagine, prima bianche, del suo blog, Malvino.

martedì 4 agosto 2015

In coda al menù

Sulla scia di una ricetta per l'Italia (sugo di bischero)

Vuoi nazionalizzare la produzione per fare che cosa?
Per produrre merci al fine di continuare il processo di valorizzazione.
Donde lo ricavi alla fin fine il plusvalore?
Dopo aver necessariamente sfruttato (comprandolo con un salario) il lavoro di qualcuno, occorre vendere la merce prodotta.
E dove sta la differenza rispetto a ora? In una diversa distribuzione dei profitti? 
Sì, in un certo senso sì.
E quando i profitti non ci sono? Si socializzano le perdite?
Lo Stato provvederà, stampando moneta, emettendo buoni del tesoro oppure espropriando un po' qui e un po' là.
Sono discorsi del cazzo.
Qualcuno ci crede ancora.
Per fare il capetto al posto dei capi attuali.
«Salario minimo da lavoro garantito per tutti».
Per far lavorare gli altri.
Noialtri s'ha da scrivere ricette.


mercoledì 11 marzo 2015

La purga dei nipoti

Dai padri costituenti, ai nipotini purganti. E il tristo silenzio assenso, perché chi tace acconsente, non è vero che sta zitto e per questo parlo, anzi: scrivo. Scrivo, per esempio, che se non avevi un padre vicepresidente di una banca col cazzo che da Laterina andavi a fare il ministro per le riforme costituzionali. Così come scrivo che per andare da Laterina a Castiglion Fibocchi (o viceversa) ci sono cinque chilometri a falsopiano di rinascita democratica.


Mica tanti per una zona ad alto tasso di golpismo. 

Cosa vuol dire battere il ferro quando è caldo e quando si ha in mano il martello: puoi fargli assumere la forma che vuoi, basta colpire bene, assestare martellate nei punti giusti e voilà, hai ottenuto una ri-forma per avere «un Paese più semplice, più giusto» come se semplicità e giustizia andassero necessariamente d'accordo.

domenica 8 febbraio 2015

Globuli e parole

[*]
Poi tutto diventa facilmente traducibile in una sorta di non senso - e lo cogli. Profuma, oh se profuma. Ti ci inebri. Mi do del tu perché parlo a me stesso in seconda persona, quindi se ti dico qualcosa sappi che parlo di me. A te. Te che mi leggi proprio mentre sto scrivendo e che segui lo scorrere del non senso. Sappi che ti conosco e la so più lunga di te. Non ridere. Ridi. Non ridere. Ridi.
Ricordi? Circa un cinque lustri or sono, hai mandato una plaquette poetica intitolata Il lestofante a due editori: Einaudi (Torino) e Garzanti (Milano). Einaudi ti rispose dicendo che non erano interessati (in una splendida lettera elegante scritta con i medesimi caratteri garamond che usano per i loro libri), mentre Garzanti stette sì zitto, ma con ciò non acconsentendo (e fece bene).
Da quel momento hai superato l'ostacolo e la tua roba ha avuto sempre un carattere privato (o diciamo meglio: un a tu per tu) Anche in treno con Raboni, ricordi? Nonostante il viaggio comune (in forma splendidamente casuale) su un rapido verso Milano, non osasti prendere dalla tua valigia le fotocopie elegantemente rilegate destinate in Svizzera (eri l'unico coglione a quei tempi a portare oltreconfine versi anziché mazzette) quand'egli ti chiese se per caso scrivevi e rispondesti di «sì, talvolta», e lui t'invitò a inviargli qualcosa, ma tu non inviasti niente perché avevi capito che quelle parole avevano bisogno di un risciacquo nel topexan.

Al momento scrivi per una mera funzione catartica. Anziché trapanarsi il cervello, dare aria all'encefalo tramite la digitazione. Fa indubbiamente meno male e comporta meno rischi (pur tuttavia, non essendo un medico, prendete questa indicazione col beneficio d'inventario).
C'è troppa complicità tra lo scritto e il letto; e questo addormenta. Io ritengo sia un bene. Il tasto Pubblica in alto a destra è una sorta di liberazione. Meglio: di respiro. Come quando al mattino si aprono finestre per cambiare aria. Ossigenazione, c'est tout.

lunedì 26 gennaio 2015

Un mulino che gira a vuoto

« Ogni giovane sensibile, soprattutto se plasmato dalla cultura e dalla musica – ed era il suo caso – è propenso a considerare le torbide passioni del corpo e dell'anima, questo magma lirico della gioventù, come un precoce segno di talento. Tuttavia, più spesso si tratta di un segreto vibrare della sensibilità, di un impuro associarsi di secrezioni ormonali con gli spasmi del nervo simpatico, di una simbiosi tra la struttura organica e la musica dell'anima – che sono il dono della giovinezza e dell'esuberanza spirituale, e che, simili alla poesia nelle loro vibrazioni, si possono facilmente confondere con la poesia vera. Una volta catturati da questa magia – che con gli anni diventa una pericolosa abitudine, come il fumo e l'alcol – si continua a scrivere, con mano abile di versificatore, sonetti ed elegie, versi patriottici e di circostanza, ma ormai si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d'inerzia d'abitudine, basta che ci sia un minimo alito di vento, come un mulino che gira a vuoto. »
Danilo Kiš, Il liuto e le cicatrici, Adelphi, Milano 2014

Ecco qua, perfettamente definita, quella che penso sia la sostanza della mia attività bloggheristica: un mulino che gira a vuoto, che non macina altro che refoli di pensiero dai quali si ricava punta farina, nessun pane, qualche sbadiglio, forse un sorriso di compiacimento e un'alzata di spalle di complicità. Nondimeno – e sebbene sia rarefatta la composizione di versi – le pale girano (le pale, ci siamo capiti) perché ancora c'è la percezione del vento: il vento dell'epoca, limitatamente espresso dal vento che passa il convento della storia (‘s’ minuscola obbligatoria: sentite quante rime baciate?). «Si tratta soltanto di un meccanismo che si è messo in moto in gioventù e ora procede solo per forza d'inerzia e d'abitudine» (volevo scrivere questo a commento di un post di Luigi Castaldi, ma l'inerzia non riguarda certamente il suo caso, l'abitudine forse).
L'abitudine, che bellezza l'abitudine (giudizio privatissimo). L'abitudine estende il pensiero allontanandolo dall'azione (sarà vero?).
Altra cosa: indagare cosa avrebbe messo in moto, in gioventù, il meccanismo della scrittura, credo che non avvalorerebbe, né screditerebbe alcunché. Per quel che vale, il «segreto vibrare», l'«impuro associarsi» e la «simbiosi» sopra descritte da Kiš si attagliano bene al mio caso.

Insomma, così è; il mulino Massaro gira a vuoto e in questi giorni di grecale si vede benissimo. 

domenica 10 agosto 2014

Certo

Leggere Malvino e Olympe de Gouges in spiaggia all'estero è impagabile.
(mi è difficile linkare con lo smartfono, tanto è facile trovarli).

giovedì 24 luglio 2014

Non saranno sordi

E mi appunto inoltre che le riforme costituzionali saranno approvate da un Parlamento i cui membri sono stati eletti da una legge elettorale anticostituzionale (i quali, sia ricordato per inciso, votarono ad ampia maggioranza l'attuale presidente della repubblica che nel suo discorso d'insediamento disse:
[*]
chiusa parentesi).

martedì 27 maggio 2014

Con gli occhi chiusi

I miei opinion maker di riferimento (qui e qui) si sono espressi e io a loro mi accodo, non aggiungendo un'acca allo specifico dell'accadimento elettorale.
Marginalmente, butto là un'impressione sopravvenutami stamane appena alzato, uscito fresco da una specie di incubo in cui guidavo con gli occhi chiusi su per una salita di una strada consueta, stava nevicando, e dietro a me un'ambulanza che voleva sorpassarmi e non ci riusciva ché io andavo come un pazzo e nel sogno mi dicevo «cazzo apri gli occhi cazzo solleva le palpebre» e non ci riuscivo, come fossero incollate. 

L'impressione, laterale, scaturita dall'incubo è questa: Renzi ha successo perché riesce a illudere gli elettori sulla sua capacità di guidare il Paese con sicurezza e determinazione, a occhi chiusi,
«Finché qualcuno, presolo per i capelli [...], non gli [faccia] volger la testa. - Dio! Mi fate male! Che divertimento c'è? - Hai sonno, bestia? - Poco no. E raccontava perché non aveva avuto tempo di dormire abbastanza. E sorrideva, tra il sonno.». Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, parte prima.
Anche Renzi sorride (o si compunge, alla bisogna). Finché qualcuno...

mercoledì 26 febbraio 2014

Kant, Grillo e il radicchio trevigiano che non colsi

«L'antica e famosa domanda, con la quale si credeva mettere i logici alle strette, e si tentava di portarli al punto, in cui essi dovessero o farsi cogliere in un futile circolo, oppure confessare la loro ignoranza, e quindi la vanità di tutta quanta la loro arte, è la seguente: che cos'è la verità? La definizione nominale della verità, secondo cui cioè essa risulta l'accordo della conoscenza con il suo oggetto, è qui concessa e presupposta; si desidera tuttavia sapere, quale sia il criterio generale e sicuro della verità di una qualsiasi conoscenza.
Il sapere che cosa si debba ragionevolmente domandare, è già una grande e necessaria prova di saggezza e di sagacia. Difatti, se la domanda è in sé assurda e richiede risposte superflue, essa allora, oltre ad umiliare chi la propone, ha talvolta anche lo svantaggio di indurre l'ascoltatore incauto a risposte assurde, e di offrire il ridicolo spettacolo (come dicevano gli antichi) di una persona che munge il becco, mentre un'altra tiene lo staccio.
Se la verità consiste nell'accordo di una conoscenza con il suo oggetto, questo oggetto deve in tal modo venir distinto da altri oggetti; una conoscenza è falsa, difatti, se non si accorda con l'oggetto a cui viene riferita, pur contenendo qualcosa che potrebbe certo valere rispetto ad altri oggetti».

Immanuel Kant, Critica della ragion pura, “Dottrina trascendentale degli elementi”, Parte II,
Logica trascendentale, Adelphi, Milano 1976, a cura di Giorgio Colli.

Domandare è lecito, rispondere eccetera.
- Perché a Beppe Grillo e a Casaleggio piace mungere il becco?
- Perché non riescono a tener fermo lo staccio. Hanno bisogno continuo di purificazione, ovverosia di espulsione degli impuri, perché non riescono a espellere abbastanza i lati oscuri del loro Sé.

Ci sarebbe da ragionare ancora sopra, ma rimando, sono stanco, come se fossi stato a Treviso a raccogliere radicchi.

venerdì 27 settembre 2013

Ad ascoltarli er'io del tutto fisso

Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re; e gli uni manifesta come dèi, gli altri invece come uomini; gli uni fa esistere come schiavi, gli altri invece come liberi. Eraclito, 14 [A 19], traduzione di Giorgio Colli, in La sapienza greca, vol. III, “Eraclito”.

«… ogni πόλεμος, anche quando asimmetrico e privo di regole, ha per fine un diverso «aver la meglio sull’avversario», che non a caso vien detto “nemico”. Voglio dire che nella continuazione del πόλεμος con una τέχνη diversa da quella che gli è propria va persa l’equipollenza geometrica tra i fini che i contendenti si propongono. Si tratta indubbiamente di un enorme salto qualitativo sul piano dell’evoluzione antropologica, ma in sostanza il salto sta tutto nel differire il fine, e invece di annichilire il nemico ci si accontenta di dimostrare che ha torto. Può anche accadere che questo si riveli di grande utilità nel risparmiarsi tutte le scocciature che derivano dall’uso della forza bruta, ma a patto che le regole della retta argomentazione siano condivise al punto da dare agli argomenti una forza univocamente ponderabile dalle parti in polemica. Bello a dirsi, impossibile a farsi quando sia patente, anche da parte di uno solo dei contendenti, l’uso di strumenti che violino o aggirino le regole della retta argomentazione: lì polemizzare è inutile, perché il contenzioso slitta inevitabilmente da ciò che è oggetto di polemica alla legittimità degli strumenti di polemica, e in pratica si è costretti a constatare che le regole non sono condivisibili. Di fatto, solo in ambito scientifico la polemica dissuade proficuamente dalla tentazione di ricorrere al randello.» Luigi Castaldi.

«Ma questa alternanza oggettiva non ha che scarso rapporto concreto con l'azione tragica il cui ritmo è più precipitoso. Al livello di questa azione tragica, l'oscillazione fondamentale è quella che si osserva nella disputa tragica, o sticomitia, vale a dire nello scambio ritmico di insulti e di accuse che costituisce l'equivalente dei colpi alternati che si scambiano due avversari nella singolar tenzone […] Che la violenza sia fisica o verbale, tra un colpo e l'altro trascorre sempre un intervallo di tempo. Tutte le volte che un avversario colpisce l'altro, spera di concludere vittoriosamente il duello o la disputa, di dare il colpo di grazia, di proferire l'ultima parola della violenza. Momentaneamente tramortita dallo scontro, la vittima ha bisogno di una certa pausa per riprendere le sue facoltà, per prepararsi a rispondere all'avversario. Fin quando tale risposta si fa aspettare, colui che ha colpito può immaginare di aver davvero dato il colpo decisivo. È la vittoria, insomma, è la violenza irresistibile che oscilla da un combattente all'altro, per tutta la durata del conflitto, senza arrivare a fissarsi da nessuna parte. Solo l'espulsione collettiva, è noto, arriverà a fissarla definitivamente al di fuori della comunità.» 
René Girard, La violenza e il sacro, (Paris, 1972), Adelphi, Milano 1980, pag. 199-200 (traduzione di Ottavio Fatica e Eva Czerkl).

Artatamente, trasporto la questione nella trita e putrescente vicenda politica che assilla l'Italia da un ventennio e provo a dire: nel momento stesso in cui s'accetta la disputa con un avversario, gli si dà credito, lo si legittima, ci si mette al suo livello e si viene trascinati nel gorgo della sua polemica, delle sue ragioni, della sua violenza. Tutta la politica italiana è dentro questo gorgo da più di vent'anni e non ne sa uscire perché se, da una parte, la parte dei merda, si aggirano, di fatto, «le regole della retta argomentazione», dall'altra, la parta degli ebeti, non ci si è mai decisi a prendere il randello (politico) per dare il colpo decisivo. Singolar tenzone in cui vengono usate armi diverse dai contendenti: gli uni, i merda, grazie all'assillante arma mediatica (televisioni, giornali, ecc.) riescono a far diventare vulgata una storia disegnata su misura sulla faccia inceronata del capo; gli altri, gli ebeti, che accettano la sfida usando le armi della ragionevolezza, della costituzionalità, dello stato di diritto.

La politica italiana si è fatta imprigionare in un dilemma in cui soltanto uno doveva essere e dovrebbe essere prigioniero. E non ne sa uscire (la politica: lui, temo, saprà uscire). Il guaio è che non ne sappiamo uscire neanche noi (scusate per il noi), nel senso che, come Dante nel XXXesimo canto dell'Inferno, resta imbambolato a osservare due dannati (Maestro Adamo e Sinone il greco) menarsi fendenti fisici e verbali, così noi (molti di noi) stanno ad ascoltare o leggono le argomentazioni dei merda e degli ebeti senza però avere vicino una guida come Virgilio che a un certo punto s'inalberi e ci dica: «Or pur mira, / che per poco con teco non mi risso!», vale a dire: ora guarda quanto sto poco a incazzarmi con te se non la smetti di guardare e ascoltare quei due falsari impenitenti – e perdi tutto questo tempo con tutta la strada davanti che abbiamo da fare...

sabato 7 settembre 2013

Risposte da studente

Piccola premessa: sono un anticatalogatore indefesso; non riesco a collezionare niente, a ordinare, a protocollare; per fogli, certificati, ricevute da conservare sono una frana; ogni agenda che comincio segnando cose (appuntamenti, impegni di lavoro), dopo un pochino, la lascio confondersi nella polvere.

Anche per i libri, che conservo nei piani degli scaffali a parete della mia modesta biblioteca, non ho proceduto a un ordine specifico: essi sono un po' così, alla rinfusa. Certo, ho posizionato in evidenza quei pottoni degli Adelphi, i supercoralli einaudiani, qualche sparuto meridiano e altri con cofanetto; tuttavia, il resto dei libri, dopo un primo tentativo di ordinare per argomento, ha trovato un'allocazione che non rispetta un canone preciso, se non quello della costrizione fisica determinata dal formato e dall'altezza del volume da inserire nei vari ripiani.

Tale premessa per dire che anche per quanto riguarda i brani che frequentemente uso come materia prima dei miei post, non ho un catalogo apposito, ordinato per temi, da usare alla bisogna.
Di solito estraggo brani o citazioni da libri che sto leggendo, oppure prendo a caso qua e là dalla mia piccola biblioteca o da altre, pubbliche, nelle quali mi muovo sovente a naso e a caso.
E svelo un minimo arcano: non sempre, ma molte volte, tra quanto leggo e quanto esperisco noto una corrispondenza, oppure un aiuto alla comprensione e/o alla interpretazione della realtà.

Bene, tutto questo pippone per dire che oggi, mentre leggevo il Faust di Goethe e mentre pensavo a come rispondere alle domande di quel “vecchio consevatore” di Prezzolini – domande che mi ha regalato, con una preziosa dedica, quel gran genio di Luigi – mi sono imbattuto nel dialogo tra Mefistofele e uno scolaro matricola (tradotto nell'edizione Einaudi con Matricolino), ossia un giovane potenziale alunno di Faust che vuole iscriversi alla sua scuola proprio dopo che il maestro ha stretto il patto con Mefistofele. Bene, Faust, non sentendosi in grado di riceverlo, affida a Mefistofele la faccenda. Abbiate pazienza: ma prima di leggere il seguente dialogo, leggete per favore le domande di Prezzolini.






Letto? È una forzatura ritenere che se a Prezzolini, nel formulare le domande, fosse tornato alla mente Mefistofele che si finge Faust (il prof. Faust), egli, anziché mettersi nei panni di un professore di filosofia si sarebbe messo nei panni del diavolo?

***

Benché abbia più l'età da professore (non lo sono) che da studente, fuori dis-corso provo a rispondere a Prezzolini, seguendo l'elenco delle sue domande:
1.La prima risposta è facile: copio e incollo quanto Luigi  ha riportato di Perelman e commentato nel suo (attualmente) penultimo post.
2. Il «richiamo alla realtà della vita»: aldilà della formulazione filosofica bergsoniana, penso che esso sia avvertito da ogni umano cosciente di vivere. Ma la vita è dentro un tempo, ha una durata e l'intensità della partecipazione alla vita, la produzione di “vissutezze” non dev'essere tale da impedire il ricordo e la riflessione sulla vita stessa, perché è mediante il ricordo e la riflessione, ovvero nelle distese di tempo in cui “sembra” di non vivere, che i vissuti partecipati vengono percepiti, ancor più, come tali.
3. L'universo è composto di caso e necessità, perlomeno quella parte di universo che finora gli umani sono stati in grado di conoscere. Per riprendere Mefistofele: «Il Tutto è buono solo per un Dio!». Dunque, se Dio non esiste (più), non esiste neanche il Tutto.
4. Lo specchietto sociale che dovrebbe adottare lo Stato? Questo attuale della democrazia liberale è perfetto per catturare noi allodole votanti che esprimono, una volta ogni tanto, il loro potere.
5. Risposte secche multiple all'ultima domanda (che ne contiene tre): a) Alla ragione; b) può darsi riescono meglio, ma finora non sono mai riuscito ad affidarmi a qualcosa che cozzava contro la ragione; c) dovrebbero andare insieme sempre coraggio e intelligenza, dato che il primo senza la seconda è spesso stupidità, e la seconda senza il primo è freddo calcolo.

giovedì 13 giugno 2013

«Per restare sospesi da un'altra parte»

La ragione fondamentale per cui un vip dell'informazione come Mentana ha abbandonato un social network come Twitter ce la spiega qui Luigi Castaldi con un post magistrale.
Per parte mia, ne intravvedo un'altra: i vip dell'informazione, ne siano consapevoli o meno, fanno da filtro tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Essi sono mediatori, mezzani che cercano di accordare la voce del padrone e la voce del popolo, nella corale del sistema dove tutto è sapientemente organizzato perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (cit.).
Spesso, i prosseneti, dopo aver consumato opulente libagioni ai banchetti top del top dei Signori, scendono in piazza a far due passi, per digerire: e subito vanno a braccetto col popolo, perché loro sono dalla parte della gente, dell'informazione, del cittadino che dev'essere informato sui fatti della politica e dell'economia. E quanto sono disposti a convenire col pubblico che il sistema è da riformare, che lo Stato non funziona a causa dei politici ladri e buoni a niente, che parassitano denaro pubblico per i loro viaggi alle Maldive o case a Montecarlo! Come sono brutti questi politici qua, arrivano a dire dalle loro tribune, come non riescono a risolvere i problemi della gente, come bisognerebbe fare piazza pulita, per dare al paese un efficiente Servizio Pubblico.
Pensiamoci bene: da quanti anni in Italia vengono denunciati i misfatti della pubblica amministrazione, della malagiustizia, malasanità, malaistruzione, della criminalità organizzata e affini, dell'evasione fiscale? A che pro? Perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (ricit.)
Ma per ritornare alla mia idea su Mentana e il suo abbandono di Twitter:  se usato in modo intelligente (non alla Pigi Battista, per intenderci), Twitter consente un migliore feedback tra informatore e informato, tra battitore e ricevitore: cosa c'è di meglio che fare una battuta, scrivere un tweet veloce che vieppiù dimostri ai miei follower la brillantezza e l'acume che certificano il mio essere vip? Il problema è che le battute non vengono solamente ricevute, applaudite ed emendate, ma anche criticate, controbattute, a volte, con delle risposte che offuscano la brillante intelligenza del professionista dell'informazione. Ed ecco: non sono gli insulti e le offese ad infastidire il vip, no: è lo scoprire che niente giustifica il fatto che lo sia.

lunedì 10 giugno 2013

400 blog senza adesivi

«400 blog con l'adesivo del Fatto Quotidiano sono il Fatto Quotidiano. Il lettore li percepisce come Fatto Quotidiano». Leonardo Tondelli

Sarà forse per questo che, dei quattrocento, io non ne seguo nemmanco uno? Ma non solo perché sono del Fatto Quotidiano: io, a parte alcune meritevole eccezioni (Giglioli, per esempio), non seguo alcun blogger che scrive sotto l'egida di un giornale importante, perché il blog dev'essere indipendente da tutto, giusto la piattaforma che ne consente in modo neutro (non so fino a che punto) la pubblicazione, e poi via, avanti, si facciano le pubblicazioni io sposo l'idrolitina del cavalier cazzoni.

Vedete a cosa serve uno spazio personale che non deve sottostare, per principio, a qualche censura? Anche lo scrivere cazzate come quella sull'idrolitina, per esempio, se io fossi un blogger che scrivesse per il Fatto non avrei potuto scriverla, me la sarei dovuta ingoiare; invece a me piace buttare (quasi) tutto fuori, l'autocensura avvenga su basi nobili, non su quelle ignobili, tipo trattenersi per ragioni di decoro di testata.

A cosa servono Quattrocento blog e, in fondo, chi davvero si perita di seguirli tutti perché hanno un determinato sigillo editoriale? Non lo so, ma io, contrariamente a Leonardo, mi sforzo di credere che non esista il lettore medio, io non ci penso ne esista uno al quale rivolgersi in determinati modi che solletichino il suo essere nella media, se dovessi scrivere pensando al lettore medio gli farei il dito medio,
- Maestro, Peter mi ha fatto il terzo dito.
- Quale sarebbe?
- Questo.
- Bene, rifaglielo.
«Quando pubblicare – l’atto di rendere pubblico qualcosa – smette di essere complicato e diventa facile, la gente abituata al vecchio sistema spesso considera la pubblicazione da parte di dilettanti frivola, come se pubblicare fosse un’attività intrinsecamente seria. Peccato che non lo sia mai stata. La pubblicazione andava presa sul serio quando i costi e l’impegno richiesto costringevano la gente a prenderla sul serio – se commettete troppi errori fallirete, proprio come nel Cinquecento. Ma se questi fattori scompaiono, allora scompare anche il rischio. Un’attività che sembrava intrinsecamente preziosa si è rivelata solo accidentalmente preziosa, come ha dimostrato il cambiamento nel sistema economico.» Clay ShirkySurplus cognitivo, Codice edizioni 2010, p.45 
La citazione di sopra è presa da un Bimbo Sumero restato un paio d'anni sotto la sabbia - adesso è felicemente riemerso con un post che invito a leggere e dal quale prendo spunto per lanciare una definizione (abborracciata) di blogger come colui, o colei, che, dopo aver raccolto “dati” tutta la vita, sente l'urgenza di esprimere/pubblicare la sua visione (un modo più raffinato per dire che ha voglia di sparare cazzate in pubblico).

In fondo rendere pubblico qualcosa non è più complicato, anche per gli analfabeti di ritorno pubblicare non è mai stato così facile: c'è spazio per tutti. In fondo, quand'anche pubblicisti professionisti, dalle loro postazioni editoriali, scrivono banalità e insulsaggini, è giusto - per chi non s'accontenta, a chi sta stretto il ruolo di lettore medio - provare a dar aria alle parole facendole uscire dalla gabbia dei luoghi comuni del pensiero confezionato apposta per rincoglionire.

giovedì 14 marzo 2013

In superficie

Mi sembra d'improvviso di aver detto quello che avevo da dire e che dire oltre sia una forzatura. Però mi forzo. Ponzo, quindi sono. Il risultato di una vita (piuttosto ordinaria), i vissuti dentro, i pensieri connessi ai desideri e altresì sconnessi, i mezzi sogni vaganti, i titillamenti, i sommovimenti corporali, le passioni, i dolori (onestamente, piuttosto pochi), gli amori (e chi se li ricorda, ah, no guarda ci vuole poco a ricordarseli), le delusioni (quelle me le ricordo bene), il bene famigliare, la trasformazione dell'amicizia, l'infanzia che ripresenta il conto delle sue irresolutezze, attàccati al ricordo anziché a stocazzo, gli studi disordinati, le letture vaghe, io non sono esperto di nulla, io non mi identifico con alcun mestiere che non sia quello che, comunemente, vien detto mestiere di uomo.

Io parlo di tante facezie e di alcuna ho conquistato una competenza specifica per diventare, di quella, un Pontefice Massimo. E quindi penso: quanto reggerà la presunzione del dire avendo contezza che il dire non sia patente vaniloquio, un parlare che si raggruma in una sorta di «incistamento psicopatologico»*?

Dovrei esercitarmi a scrivere racconti, ma la mia fantasia è limitata dalla contingenza. Non riesco a mettermi nei panni di, senza prima aver avuto, almeno per un attimo, la sensazione di esserci stato dentro quei panni.

Oggi ho visto un culo perfetto: sarei potuto stare ore a contemplarlo, ma è difficile mettersi a guardare un culo senza passare per un maniaco. Avrei dovuto aver la faccia tosta di andare dalla proprietaria (del culo) e chiederle se potevo guardarglielo solo per una ragione contemplativa, tipica dell'artista («Lei è un artista? «Beh, sì, in un certo senso...») per pura emozione estetica, senza sbavare o sognare chissà quali palpeggiamenti lubrichi.
Eppure, ecco, io sono sicuro che, se avessi potuto guardarlo senza tema di passare per un porco dallo sguardo insistente, ma come d'uno che bellamente ama guardare l'orizzonte al sorgere o al tramontare del sole, io stasera avrei potuto scrivere un racconto mettendomi nei panni della proprietaria.
Chissà cosa starà facendo adesso, dove sarà seduto, se avrà consapevolezza di essere così espressivo.
Provo a toccarmi il mio, a guardarmelo allo specchio dopo la doccia, ma non è la stessa cosa, no. Ciaf, ciaf: anche lo spanking mi sembra troppo monocorde...

Per ritornare al punto: ci sono giorni, sempre più frequenti, in cui mi sembra di non avere più granché da dire, e che quello che poi alla fine scrivo sia frutto di un pensiero che rimane essenzialmente in superficie. Non che lo scavo mi sia interdetto da chissà quale sovraintendenza ai lavori miei privati, impedendomi, di fatto, un ulteriore saccheggio del mio io. È che, ad ogni nuovo carotaggio, più che la mia interiorità, esce la superficie delle cose, ovvero la mia pacifica condizione sociale di proletario da mille e poco più euro al mese, con un tetto, il vitto, l'auto e le vacanze,  alcuni svaghi (tipo questo) e un senso di libertà superficiale, che mi tiene qui, sospeso, nel procedere di una vita che, fortunatamente, non sta a piangersi sopra perché avrebbe voluto essere un'altra - e allora a cosa è dovuto questo strano senso di sopportabilissima inquietudine?
Non lo so esattamente. Sto (ri)leggendo Il Castello. C'è questa lettera che K., l'agrimensore, riceve dai suoi datori di lavoro.

«Egregio signore: come Le è già noto, Lei è assunto al servizio del signor Conte. Il Suo superiore immediato è il sindaco del paese, che Le comunicherà le istruzioni opportune e l'ammontare del suo salario; a lui Ella renderà conto di tutto. Da parte mia io non La perderò di vista. Barnabas, il latore della presente, verrà da Lei di tanto in tanto per informarsi dei Suoi desideri e trasmettermeli. Nei limiti del possibile, mi troverà sempre pronto a soddisfarli. Mi preme molto che i miei operai siano accontentati».
Franzi Kafka, Il Castello, traduzione di Ervino Pocar, Meridiani-Mondadori.

Ecco qua, forse: esiste un Castello indefinibile al quale non è dato accedere, perché la vita fuori è soddisfacente, perché noi operai (nel senso estensivo del termine) siamo accontentati.
E il mio, il nostro forse, timore più grande è che lo stare in superficie sia dovuto alla paura di venire isolati, osteggiati da tutti coloro che abitano (come me, come noi) fuori del Castello - e di restare soli, poi, a rimpiangere le dolcezze della vita che ci sarebbero precluse, perché facciamo troppe domande e non accettiamo, mansueti, l'ordine costituito.

Ma ripeto: forse.

* cit. da Malvino, in riferimento all'argomentare pannelliano

domenica 2 dicembre 2012

Monopolismi intellettuali

È ammirevole il professor Panebianco quando spiega, con parole semplici e sintassi piana, cosa sia la politica, nella fattispecie odierna la politica di sinistra.
«Sinistra, in Italia, è un termine che ha sempre avuto un significato diverso da quello che ha nei Paesi che non hanno conosciuto la presenza - per quasi mezzo secolo di vita democratica - di un grande partito comunista, radicato in tanti gangli vitali della società:» 
Tanti gangli, sì, tranne quelli della produzione (cooperative a parte, più brave nella distribuzione che nella produzione).
«un partito che, grazie anche al suo rapporto quasi monopolistico con i ceti intellettuali, era il solo legittimo giudice di cosa fosse o non fosse “sinistra”».
Può essere ma, nonostante fosse egemone, la sinistra italiana dell'epoca era molto frammentata: tanti i movimenti, diversi anche i partiti, e non certo succubi del Pci. Tuttavia, la questione è: perché la sinistra italiana nel suo complesso aveva un «rapporto quasi monopolistico con i ceti intellettuali»?
Perché gli intellettuali, anche lei Panebianco, non contano molto, sono come le divisioni del papa: contava, ripeto, e conta ancora oggi il controllo dei mezzi di produzione, il controllo dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario,  il controllo dell'esercito (servizi segreti, forze dell'ordine compresi), il controllo dei mezzi di comunicazione. E tali poteri il Pci - salvo la iattura del compromesso storico che lo portò a compromettersi - non li ha mai pienamente controllati; e per un partito che raccoglieva i voti di un terzo (a volte abbondante) dell'elettorato, la frustrazione di non essere al potere veniva compensata con il predominio intellettuale che - i borghesi lo sapevano (e lo sanno) bene - produce, più che la rivoluzione, molte seghe mentali sfogate nelle case editrici e nelle università, nelle conferenze uggiose alle case del popolo o nei concerti di musica popolare ai festival dell'Unità, oppure, conseguenza estrema delle seghe, nei vari movimenti minoritari di rivolta rivoluzionaria, alcuni dei quali, poi, passarono all'azione terrorista e omicida.

Comunque, per tornare alla domanda del perché la sinistra aveva un rapporto “quasi” monopolistico coi ceti intellettuali (quel “quasi” è per fare spazio al suo nome, professore?) quello che vorrei chiedere a Panebianco è: egli si è mai chiesto cosa abbia impedito agli intellettuali non di sinistra di diventare dominanti in Italia? Una mera questione di numero? Io ho una mezza idea, tratta da questo post; ne estraggo una frase:
«È a [Benedetto Croce] che dobbiamo il liberalismo meno liberale dEuropa, un liberalismo tutto metafisico, politicamente inerte, perfino un po codino». 
Forse, se anziché Croce avesse avuto più seguito (più successo) Salvemini, l'Italia avrebbe avuto il liberalismo più liberale d'Europa - ma per il Vaticano sarebbe stato intollerabile, e quindi...

mercoledì 21 novembre 2012

Te lo giuro, vai su internet

È da stamani che volevo segnalare come la tv, da tempo, non offra simili esempi di sublime comicità e autentica riflessione (l'ultimo è stata l'unica puntata di Aniene 2 di Corrado Guzzanti su Sky); ma tramite smartphono, con l'applicazione Blogger mobile, non ho capito bene come copia incollare il link.
Va be', cose tecniche, non perdiamoci in quisquilie. Dicevo di comicità e riflessione, in una parola di satira allo stato puro.
Ecco qua gli autori (in ordine alfabetico): Makkox e Malvino, straordinari.

venerdì 19 ottobre 2012

Avete tutti il biglietto? Allora mettiamo anche una mano sul culo

Da due bei post politici, estraggo:

«Anche Renzi non è che l’epifenomeno di quel noto processo osmotico che non tollera il vuoto e lo riempie di qualsiasi cosa, non importa quanto rarefatta o densa: la forza che spinge Renzi non gli è dietro ma davanti, Renzi non avanza per pulsione ma per trazione, non si fa largo ma lo trova.
In altri termini, Renzi va ad occupare parte dello spazio che è lasciato libero anche a Grillo dal collasso della massa flottante sullo zoccolo duro dei consensi al Pd. Ma Renzi ormai può crescere ancora solo spostando a destra il baricentro del Pd, però causando in questo modo una inevitabile scissione del partito: così non avrà «rottamato» la «vecchia» classe dirigente del partito, ma il partito Malvino

«Non è immaginabile che la borghesia possa lasciare in mano a Renzi una qualsiasi effettiva leva di potere (ammesso che oltre a rottamare e spaccare il partito riesca ad imporsi), tantomeno a Grillo, ma l’operazione è ancora in corso e non è detto – tutt’altro – che ne conosciamo i contorni, nazionali e internazionali. Renzi e Grillo [...] – lo si vede dallo spazio mediatico che occupano – fanno parte di un progetto, quello appunto di rottamazione di una classe dirigente per sostituirla con un'altra o comunque ridurne il peso e l'egemonia. Nel 2013 questa operazione di stampo populista porterà alla nascita della cosiddetta terza repubblicaOlympe de Gouges

Mi permetto solo di aggiungere, a margine: sembrerà incredibile, ma ancora un buon 20-25% di elettori voterà Pdl-Lega. Se più o meno, dipenderà da chi sarà il candidato del Pd alle prossime elezioni politiche. Ovvero: con Renzi, meno consensi al centrodestra, con Bersani, di più.
Inoltre, Grillo mi sembra meno addomesticabile di Renzi da un punto di vista degli interessi classici della borghesia. Non sono un esperto, ma a naso credo che molti consensi (e voti) li prenda da “giovani” elettori.

Infine, una domanda: perché, tra tutte le democrazie occidentali, il processo osmotico, che Malvino descrive, avviene quasi sempre in Italia?
Andrebbero indagate le ragioni del fenomeno. Cioè, in Francia o socialisti o gaullisti. In Germania o Cdu o Spd. In Inghilterra Laburisti o Conservatori. In America Democratici o Repubblicani. In Spagna (dopo Franco) o Socialisti o Popolari.
Butto là delle inaffidabili ipotesi:
a) in Italia c'è il Vaticano;
b) in Italia c'è stato il più grande partito comunista d'occidente;
c) in Italia c'è stata una sistematica colonizzazione degli interessi da parte dell'America (caso Mattei, basi militari strategiche della Nato, la fine dell'Olivetti e il successo informatico delle aziende americane, il disfacimento della Fiat che diventerà di fatto americana);
d) gli italiani non sono un popolo rivoluzionario per cui ci si può permettere, ogni tanto, tale vuoto che, al massimo, sarà riempito da un dittatore o da un tribuno (popolo al seguito, giuramenti compresi dei gerarchi).

Per ora non mi vengono altre ipotesi.