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venerdì 9 luglio 2021

Una missiva

Signore e Signori buonasera,

la presente, per ringraziare sentitamente il governo, l'Opec, i sultani e gli sceicchi arabi, e tutta la banda annessa e connessa per i significativi rincari dei carburanti e, a cascata, per tutti gli aumenti conseguenziali del "costo della vita" che deriveranno da ciò. 

Buon Piano da Ricovero a tutti.

domenica 7 aprile 2019

Piccole quote

Tramite Mario Seminerio, ho letto un'intervista a un viceministro all'Economia (bocconiano, leghista); in particolare mi ha incuriosito questo botta e risposta:
Che effetto si attende da Quota 100 e Reddito?
«Consistente. E non tutto è stato calcolato. Per esempio non abbiamo considerato che con le uscite previdenziali per Quota 100, c’è anche un anticipo del trattamento di fine rapporto dei dipendenti pubblici, che è fuori bilancio e finanziato dalle banche. Parliamo di 8 miliardi quest’anno e 18 nel triennio. Se anche una piccola quota finisse in consumi l’impatto sarebbe importante».
Orbene: cari futuri pensionati della Quota 100, il futuro dell'economia italiana dipende da voi; siate responsabili, non abbiate il braccino corto e spendete la vostra cazzo di liquidazione in beni di consumo, non pensate ai nipoti, del doman non v'è certezza, godetevi il trattamento di fine rapporto qui e ora, a una sola condizione: fatevi lasciare la fattura.

domenica 3 febbraio 2019

Far credere

Su Facebook, tramite Riccardo Bellofiore (ordinario di economia all'Università di Bergamo) ho trovato questa notizia riportata da Mauro Gallegati (anch'egli professore presso l'Università Politecnica delle Marche)
Sotto riporto il commentino che ho depositato in quella pagina.

Chi fa credere? Il 20% degli italiani? Oppure: chi detiene i mezzi d'informazione fa credere che...? Nello specifico: quanti dell'80% degli italiani che credono che la colpa sia dei migranti fanno parte del 20% benestante e quanti invece sono "proletari"¹? Insomma, anziché semplicemente pubblicare delle statistiche, sperando che esse da sole bastino a scuotere le coscienze, sarebbe meglio spiegare che, tali dati, non sono una questione di "credenza" o di "fede", ma delle condizioni che determinano la riproduzione sociale ed economica. Dato che è oggettivamente (e storicamente) improponibile far "credere" ai proletari che sia sufficiente l'assalto alla diligenza borghese (il 20% dei benestanti che se la spassa) per ottenere giustizia sociale e prosperità economica diffuse (almeno: nessun partito è più capace di convogliare nelle masse tale credenza), allora - visto che, ahinoi, nessuna critica radicale del capitalismo fa presa nella coscienza sociale - è chiaro che per sedurre il proletariato sia sufficiente qualche imbonitore (populista o sovranista e anche un po' razzista) che non promette più il sol dell'avvenire, ma un semplice riempimento del «tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia» e tale promessa - urlano o cinguettano i sovran-populisti - sarà mantenibile solo coi porti chiusi. 
____________
¹ Con proletariato intendo, credo marxianamente, tutti coloro che per vivere (sopravvivere) devono (o dovranno o hanno dovuto) vendere la propria forza lavoro in cambio di un salario. 

domenica 5 febbraio 2017

I conti prima dell'oste

Alla Bocconi studiano sodo e serio, serio e sodo, intorno a temi complessi, analoghi allo studio dei buchi neri, non quelli sparsi nell'universo, bensì quelli dei Costi del Non Fare (CNF, acronimi bizzarri sui cui si potrebbe pure discutere e turpiloquiare)
.
Se il «non fare» costa 606 miliardi di euro è perché a farlo, forse (e dico forse sdraiato bocconi in terra, perché io non sono bocchiniano)  ci vogliono - butto giù ’na cifra, così a stronco - almeno 303 miliardi d'euro. Orbene, boccucce care che state a fare i CNF , ditemi un po’: dove li trova lo Stato tutti sti sòrdi? Glieli dà piccola media e grande impresa, insieme a tutti coloro che pagano le tasse? Mi sa che con il gettito ricavato dall'Irpef si fa poco.

bocchinini stanno a riflettere (sognare) sui futuri prossimi rilanci dell'economia (alias: nuovo ciclo di accumulazione capitalista), stimolata dalla spesa pubblica in infrastrutture, che sbocchino in un nuovo Miracolo economico, stile anni '60 - epoca in cui, per esempio, si costruì un'autostrada come quella del Sole in pochi anni. Che cari. Oggi si accontentano delle autostrade informatiche, a banda ultralarga, per collegare ultraveloce tutta la penisola. Bravi. E chi le dovrebbe costruire? La Sip?
I boccaperti restano silenti, tengono le boccucce chiuse, non tanto perché qualcuno gli ha detto che «la Bce comincerà presto a discutere l'uscita dal Qe» (questi son sempre stati sòrdi muti, giacché utilizzati massimamente dalle banche per comperare i titoli di Stato) ma proprio perché gli risulta più semplice fare una previsione su quanto costa il non fare che studiare quanto costa il fare e basta (e come ‘fare’ a finanziarlo).

sabato 5 novembre 2016

Stati inquieti

[1]

«Venerdì sera il premier ha mandato un chiaro segnale ai mercati e ai creditori internazionali sulla volontà del suo governo di rispettare l’agenda concordata con la troika [...] Per placare i creditori internazionali che recentemente hanno accusato Atene di non fare abbastanza sul fronte delle privatizzazioni dei beni dello Stato, Tsipras ha spostato il ministro dell'Energia, Panos Skourletis, che aveva apertamente contrastato l’attuazione di alcune importanti privatizzazioni come il gigante dell’energia elettrica Dei, agli Interni, sostituendolo con George Stathakis, l’attuale ministro dell'economia, che ha partecipato all’ultimo Forum Ambrosetti di settembre sulle sponde del lago di Como».

[2]
«L’Arabia Saudita avrebbe minacciato di inondare il mercato di greggio se l’Iran non si fosse allineata coi piani per tagliare la produzione [...] La stessa Reuters in seguito ha attenuato le tinte forti del quadro, diffondendo un’ulteriore testimonianza anonima dei recenti incontri. Nessuna minaccia, ha assicurato una fonte Opec di area Golfo Persico: "L’Arabia Saudita non ha detto che l’output salirà, ma solo che potrebbe salire. In mancanza di un accordo tutti i produttori potrebbero aumentare l’output, questo è un fatto"».
________________________________________

I vari comitati d'affari sparsi per il mondo, dalla Grecia all'Arabia (ma si potrebbe spaziare in tutte le latitudini e longitudini) lottano per mantenersi in vita, chi per un verso, chi per un altro, chi per svendere, chi per vendere, modalità diverse accomunate da un medesimo obiettivo: fare cassa, valorizzare il valorizzabile, finché dura.

Dallo strazio per un uomo che pensava di ripercorrere le orme di Pericle, alla disputa per il mercato del petrolio che rinnova l'antica lotta da due teocrazie, una di stampo monarchico e l'altra repubblicano (sparissero entrambe, ma andiamo in ordine alfabetico).

mercoledì 30 marzo 2016

Si è aperta una finestra. Sarà meglio chiuderla.

A salire nella grande giostra di partite contabili illustrata qui da Fubini, prende il capogiro, per cui, scusate, io scendo subito, ritrovo terra, perché così in alto mi vengono le vertigini.
«Da oltre un anno la Banca d’Italia compra sul mercato, in media, circa otto miliardi al mese di titoli di Stato del proprio Paese in esecuzione di un mandato della Banca centrale europea. Il quantitative easing, il programma di acquisti di titoli varato dalla Bce nel 2015, funziona esattamente così: le decisioni sono prese a maggioranza dal Consiglio direttivo di Francoforte ma le operazioni sui titoli di Stato vengono delegate alle banche centrali nazionali, in modo che il rischio resti tutto confinato nei bilanci di queste ultime. I titoli del Tesoro italiano sono comprati solo dalla Banca d’Italia, e solo ad essa spettano tanto i rischi di perdite che i relativi rendimenti.»
Solo alla Banca d'Italia spettano i rischi. Ah. Come se la Banca d'Italia non fosse in Italia. Cioè: prendi gli americani: hanno venduto una pacca di debito ai cinesi. Poniamo che quel debito non valga più un cazzo: ci rimettono sì o no anche i cinesi? Bene: poniamo che i titoli del Tesoro italiano, comprati dalla Banca d'Italia, in capo a pochi anni non valgano più un cazzo. Chi ci rimette? La Banca d'Irlanda?
«Con le ultime decisioni della Bce qualcosa cambia: da aprile il ritmo degli acquisti accelera da 60 a 80 miliardi al mese per l’area euro e per l’Italia salirà a circa 9 miliardi al mese in titoli sovrani. Entra così pienamente in azione una forza che rende la finanza pubblica meno difficile da gestire, perché la Banca d’Italia alla fine del 2017 finirà per detenere debito pubblico del Paese per (almeno) 215 miliardi di euro. È molto più di quanto investono in debito pubblico le famiglie italiane, più di quanto detengano le compagnie assicurative.»
Avendo la Banca dello Stato comperato il debito dello Stato, lo Stato coi soldi che ha ricevuto in prestito dalla Banca dello Stato, dovrà tentare di diminuire il debito che contrae per sostenersi.
«Questa progressione è iscritta nel quantitative easing. L’anno scorso la Banca d’Italia ha comprato titoli del Tesoro per circa 96 miliardi di euro, nel 2016 e almeno fino a marzo del 2017 accelererà al ritmo di 108 miliardi l’anno. Inoltre, la Bce si è impegnata a far reinvestire in nuovi titoli sia quelli che scadono che i relativi proventi d interessi versati dai governi: per la Banca d’Italia ciò equivale ad acquisti di titoli del Tesoro per altri sette miliardi.

Tutto ciò significa che il governo finirà presto per pagare ogni anno alla Banca d’Italia gli interessi su un decimo del proprio debito, circa 7 miliardi l’anno almeno fino a fine decennio; a sua volta poi la Banca d’Italia restituirà gran parte di quei fondi proprio al Tesoro sotto forma di profitti di esercizio e di tasse sulle plusvalenze. Già solo nel 2015 questi versamenti sono stati di oltre sei miliardi. È come se il debito fosse diventato di colpo più piccolo.»
Il Governo dello Stato pagherà alla Banca dello Stato gli interessi sul debito contratto con la Banca perché la Banca dello Stato ha comperato i titoli dello Stato. Ma a sua volta la Banca dello Stato renderà gran parte del ricavato al Tesoro dello Stato. E tutto ciò farà sì che il debito diventerà più piccolo. Non solo il debito, eccheccazzo.

Ahimè!, che manfrine! Sarà meglio mettersi comodi, seduti, ritrovare una certa stabilità ed un minimo di equilibrio, evitare allarmismi e dire ai passanti che non si preoccupino, no: anche se Bce e Banca d'Italia hanno aperto una finestra, qui in Italia abitiamo tutti a pianterreno.

domenica 10 gennaio 2016

Economisti ganascia

Ken Rogoff, docente di Harvard con un passato di capo economista del Fondo Monetario Internazionale e di campione di scacchi, intervistato da Massimo Gaggi per il Corsera, ha dichiarato:

«L'Europa è effettivamente stretta in una morsa: da un lato i problemi economici del debito e degli elevati costi del sistema, dall’altro il nodo strutturale della demografia. Difficile crescere quando la popolazione diminuisce». 



Fonte Istat
In fin dei conti, la similitudine della morsa che stringe l'Europa è pertinente. Della morsa si può distinguere, correttamente, una ganascia, quella mobile, raffigurata dal debito e dagli elevati costi del sistema. Per contro, mi pare evidente, l'altra ganascia, quella fissa, non è costituita di certo dalla diminuzione della popolazione, bensì da qualcos'altro ben rappresentato e difeso da economisti laureati che insegnano a Harvad e lavorano per il Fondo Monetario o la Banca Mondiale che riescono sempre a persuadere la politica sulla necessità di determinate riforme. E il Capitale che gira il manubrio sulla testa della vite di manovra perché l'Europa esangue non scappi dalla stretta...

mercoledì 26 agosto 2015

sabato 25 aprile 2015

Dove finiscono i tesoretti

E sicché lo Stato italiano ha giocato in borsa e ha perso miliardi di euro...
«Il Sole 24 ore cerca di ricostruire con fatica come sono avvenuti quegli sciagurati acquisti, dagli anni Novanta in poi, in particolare per quanto riguarda i titoli che lo Stato ha acquistato da Morgan Stanley, e giunge alla conclusione che chi li ha comprati ha sbagliato clamorosamente previsioni e decisioni, a fronte di contratti che pure palesavano tutto il loro pericolo: "Le banche avevano esperti abituati a strutturare e valutare derivati molto complessi, mentre il Tesoro era alle prime armi", insomma chi comprava non ci capiva una mazza.»

C'è giustamente da scandalizzarsi, come fa Giglioli. C'è sicuramente la necessità d'individuare i colpevoli e perseguirli. Il problema, sembra, è che ad acquistare tali titoli per lo Stato non sia stato nessuno. Neanche i referenti ultimi, ossia i vari ministri del Tesoro che si sono succeduti negli scorsi anni, pare abbiano colpa. Oh, a me non importerebbe: volete la mia parte populista? I vari Ciampi, Draghi, Siniscalco, Amato, Tremonti (Padoa Schioppa è morto), siano condannati a vivere con 800€ al mese con 400€ di affitto mensili sul groppone per almeno un lustro, così stanno attenti a non buttare (o far buttare) nel cesso soldi pubblici. È sufficiente come rivalsa

Nondimeno, per assurdo a questo punto, ammettiamo che quel tipo di investimento pubblico “anonimo” avesse dato i suoi frutti, che insomma ci fossero stati dei guadagni e, detto questo, facciamo due domande: la prima: se tali investimenti avessero portato buoni frutti, ci sarebbero state delle attribuzioni di merito? Conseguentemente, ecco la seconda: se lo Stato, e quindi le casse pubbliche, avessero guadagnato miliardi mediante tali meccanismi borsistici, ci saremmo congratulati coi responsabili, anonimi o no, di tali operazioni? In breve: Il Sole 24 Ore avrebbe comunque fatto un'inchiesta e Giglioli, anziché indignarsi, avrebbe intonato l'osanna dello Stato bravo speculatore?

lunedì 16 marzo 2015

E le mani degli italiani?

 
Al Waleed
C'è chi si scandalizza (a scoppio ritardato) su certi tipi di compravendite - e concentra l'attenzione soltanto sul lato della compera; non sono assolutamente nominati, infatti, i nomi delle mani italiane che ben volentieri hanno intascato i soldi degli arabi.

Gli scandalizzati sono gli stessi che, sempre ben volentieri, sostengono sia in atto uno scontro di civiltà e si ergono a paladini dei valori occidentali. 

Beati i cantori delle stronzate dei signori.

Nessun cantore, ahimè, ha mai cinguettato domande del tipo: perché non conviensi ai diseredati arabi (morti di fame e di fede) rivolgersi contro i loro padroni schiavisti, e invece di far guerra per un kydos¹ inutile, vanno diretti a mungere le palle degli emiri?

Perché Arabbie saudite, Emirati e sultanati vari sono strutture dissipative funzionanti. Espellono altrove le dannose scorie che potrebbero causare seri danni ai loro organismi (feudali).

E se questo meccanismo auto-immunitario ancora funziona, merito è dei dottori occidentali, statunitensi soprattutto, i quali hanno tanto a cuore la salute dei loro pazienti.


Nota
¹ «Nel suo Vocabulaire des institutions indo-européennes, Benveniste traduce kydos con “talismano di supremazia”. Il kydos è il fascino esercitato dalla violenza. Ovunque si mostri, seduce e spaventa gli uomini: non è mai semplice strumento bensì epifania. Dal momento in cui appare, l'unanimità tende a formarsi, contro o attorno ad essa, il che è la stessa cosa. Provoca uno squilibrio, fa pendere il destino dall'uno o dall'altro lato. Il minimo successo violento tende ad espandersi, a divenire irresistibile. Coloro che detengono il kydos vedono decuplicata la loro potenza; coloro che ne sono privi hanno le braccia legate e paralizzate. Possiede sempre il kydos colui che ha dato il colpo più forte, il vincitore del momento, colui che fa credere agli altri e può egli stesso immaginarsi che la sua violenza ha definitivamente trionfato». René Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980, pag. 201.



mercoledì 18 febbraio 2015

Pi greco


Stasera sono stato al bagno turco. Mi sono spogliato e, come D'Alema vorrebbe per la politica economica europea¹, ho posto l'accento sulla crescita. Meno male ero solo. Non ho avuto bisogno di chiedere un prestito ponte. Ho assunto una posa plastica, non certo bronzea, per capire quanta parte ellenica viva nel mio corpo caduco. Oso rispondermi: uno zero virgola. Altamente poco peripatetico; eppure, da par mio, l'indole ci sarebbe, oh se ci sarebbe. Soprattutto quando per celia - oggi poi che sono le ceneri è giusto proseguire il carnevale - indosso quei mono tanga usa e getta che sostengono giusto il sostenibile, mentre il filo non di Scozia posteriore s'incunea infra la cavità centrale di separazione posta tra il gluteo destro e il gluteo sinistro. Fa un certo effetto. Accenno un movimento di samba, ma, senza piume, si muove solo il pennino. E i calamai. 

***
Ahimè, ci vorrebbe ben altro che politiche keynesiane per risollevare lo stato! Chissà cosa ne pensava John Maynard del mercimonio della prostituzione. Secondo me, di sicuro, il barone pensava che tale commercio doveva rientrare nel calcolo del Pil. Ma come fa lo Stato a contare una cosa legalmente incalcolabile? Va per approssimazione?
E sia, poniamo che tutti i movimenti contabili delle attività illegali calcolati arbitrariamente dallo Stato non discostino di molto dalla realtà. E con ciò? Ché, per esempio, le prostitute d'alto bordo investono i loro risparmi in bot e cct? Può darsi. Ché si preoccupano per la loro vecchiaia comprandosi fondi pensione blackrock? È verosimile. 
Da ciò si evince che, tutto sommato, l'illegalità non nuoce allo Stato. Ecco perché essa è, sotto sotto, tollerata. Per lo Stato, i problemi economici principali sono: la stasi economica; la metastasi politica che vive sulla groppa dello Stato. Sia la prima che la seconda sono ben tollerati da coloro che muovono i fili del capitale. La stasi perché giustifica una politica industriale alla Marchionne. La metastasi politica perché consente d'indirizzare facilmente l'odio popolare verso i fantocci che, a turno, ricoprono incarichi legislativi e governativi.

***
Ma se la Grecia facesse valere i diritti sul Pi greco, la Merkel, su pressione dell'industria automobilistica tedesca, verrebbe a più miti consigli?

¹Così D'Alema ha risposto a Lilli Gruber in finale di 8½ di stasera.

lunedì 5 gennaio 2015

In mini-era

La Stampa

Fa molta tenerezza vedere come si ripropongono le speranze di sempre, legate al vendere vendere vendere, ché tutta la produzione, appunto, è destinata a essere venduta, all'estero soprattutto, perché il made in Italy è merce con un valore aggiunto che merita e che quindi trova il suo naturale sbocco nei mercati internazionali, basta appunto che la valuta, che determina il valore della merce, sia svalutata rispetto alle altre valute con le quali la merce sarà acquistata - e il gioco è fatto.

E poi aspettare che i dieci miliardi arrivino copiosi a rifondere il capitale investito (capitale costante + capitale variabile) dalle aziende e, insieme, ad arricchire il proprietario dei mezzi di produzione e, infine, a elargire alle casse dello Stato il dovuto in termini di tasse.

È questa la crescita, bruttezza: il PIL aumenta e lo Stato italiano avrà così più risorse da donare alle varie voci della spesa pubblica, senza contravvenire ai famosi parametri di matrix.

Questo discorso, seppur con diverse modalità di vendita, vale per tutti gli stati e per tutte le aziende presenti nel suolo di quegli stati. Tutti hanno un solo scopo: vendere. Per ogni cosa venduta, va da sé, vi è (vi dev'essere) un acquirente. La famosa compravendita
Poniamo che nel mondo si stabilisca un ciclo virtuoso in cui, là dove c'è una merce messa sul mercato per essere venduta, vi è, altresì, allo stesso tempo, un acquirente pronto a comprarla; ovvero, là dove c'è una vendita a un certo prezzo, che rispecchia il reale valore della merce, vi è parimenti un compratore che paga il corrispettivo richiesto. Se questo si verificasse, necessariamente si avrebbe un equilibrio in cui, di fatto, le crisi economiche non avrebbero più luogo d'essere. 

Economisti borghesi di tutto il mondo: credete che questo sia possibile? Credete che il movente del capitalismo globalizzato sia l'effettivo raggiungimento dell'equilibrio delle forze in campo, in cui tutti guadagnano e tutti sono contenti e soddisfatti, a cominciare dagli azionisti? In altri termini: qual è lo scopo ultimo del sistema economico che domina in ognidove sulla Terra? Continuare a farla girare, con l'asse inclinato?

martedì 2 dicembre 2014

Una finzione efficace

«Il passo cruciale fu costituito dalla trasformazione del lavoro e della terra in merci; ossia, essi furono trattati come se fossero stati prodotti per essere venduti. Naturalmente essi non erano propriamente merci, poiché non erano affatto prodotti (terra), oppure lo erano ma non a scopo di vendita (lavoro).
Eppure non fu mai escogitata finzione più efficace. Poiché il lavoro e la terra erano acquistati e venduti liberamente, furono inseriti nel meccanismo del mercato. Ora vi era un'offerta e una domanda di lavoro, e un'offerta e una domanda di terra. Di conseguenza, vi era un prezzo di mercato, detto salario, per l'uso della forza lavoro, e un prezzo di mercato, detto affitto, per l'uso della terra. Il lavoro e la terra disponevano di propri mercati, simili a quelli delle merci vere e proprie prodotte con il loro ausilio.
La vera portata di un passo del genere può essere valutata se teniamo presente che “lavoro” e “terra” non sono altro che modi alternativi di definire, rispettivamente, l'uomo e la natura. La finzione della merce affidò il destino dell'uomo e della natura al giuoco di un automa che si muoveva nelle sue guide ed era governato dalle sue leggi. Questo strumento di benessere materiale era controllato esclusivamente dagli incentivi della fame e del guadagno; o, per l'esattezza, dal timore di rimanere senza mezzi di sussistenza o dall'aspettativa di profitto. Fintantoché nessun individuo privo di proprietà poteva soddisfare il suo bisogno di cibo senza aver prima venduto il suo lavoro sul mercato, e fintantoché non si poteva impedire ad alcuna persona dotata di proprietà di acquistare nei mercati meno cari e di vendere in quelli più cari, quella sorta di cieca macina avrebbe continuato a sfornare quantità sempre maggiori di merci a vantaggio della razza umana. La paura della fame per il lavoratore, l'allettamento del profitto per il datore di lavoro, avrebbero mantenuto in moto quel vasto meccanismo.»

Karl Polanyi, La sussistenza dell'uomo, Einaudi, Torino 1983, pag. 33-34 (traduzione di Nanni Negro).


Lo so che, gradualmente, la modernità ha proposto molteplici sfaccettature della summenzionata finzione; e, tuttavia, sempre e soltanto due sono le reali parti in causa: coloro che lavorano o cercano di lavorare per sopravvivere (procurarsi i mezzi necessari per la sussistenza) non avendo altro da vendere che la propria forza lavoro; e coloro che posseggono, i proprietari, i quali vendono o cercano di vendere le merci prodotte (la cui produzione è data dall'impiego della terra e/o dei mezzi di produzione unitamente all'acquisto di forza lavoro) avendo come scopo primario non la sussistenza, bensì il profitto.

Poi accade che nel mondo variopinto ci siano varie eccedenze: di merci (e fanculo al surplus di invenduto) e di individui che, per vari motivi, non riescono a vendere la loro forza lavoro – e faticano a sussistere.

Di questa finzione economica l'umanità è schiava. O meglio: alcuni, pochi, grazie a questa finzione, schiavizzano la maggioranza della popolazione mondiale, beninteso a norma di legge.
Stringo. Ultimamente, lo ammetto, mi sento un pochino testadicazzo, ma se qualcuno sotto Natale propone (via sms per es.) di donare 2 euro per la mera sussistenza dei profughi siriani, senza accennare minimamente al perché manco un'oncia di tutta la ricchezza prodotta è loro concessa, gli orino al centro. E senza tirare lo sciacquone.


lunedì 1 dicembre 2014

Io vedo Euro

A futura memoria di tutti coloro che concentreranno le lor attenzioni elettorali sulla necessità dell'uscita dall'Euro per risollevare l'economia nostrana:

ENTUSIASTA: Tu vedi nero!
SCETTICO: Ma che nero! Come se non li avessi tuttodí sott'occhio certi decreti! Lo ricordi quello sul sale?
ENTUSIASTA: E come!
SCETTICO: E quello sui bronzini, te lo ricordi?

ENTUSIASTA: E ci ho passato un guaio, per quel decreto! Me ne andavo, appena venduta l'uva con le guance piene di bronzini, al mercato, a comperare farina. E lí, mentre sporgevo il sacco, il banditore grida: «D'ora innanzi nessuno accetti piú bronzini: ha corso l'argento solo!»

Aristofane, Le donne a parlamento, traduzione di Ettore Romagnoli 

domenica 23 novembre 2014

Mungere narrazioni

Alcuni comuni (Pistoia, per prima, l'ha già fatto) vogliono vendere le quote azionarie della Mukki Latte di Firenze (Centrale del Latte di varie province toscane); per questo sorge la preoccupazione che la società a partecipazione pubblica finisca in mani private, sia per il mantenimento degli attuali standar occupazionali, sia per quelli produttivi. Esempio: i produttori del Mugello son preoccupati perché Mukki sostiene e promuove la linea apposita di Latte del Mugello ad Alta qualità, che ha un costo maggiore rispetto al normale latte Alta qualità toscano (giacché quasi tutto il latte fresco di Mukki è toscano), linea produttiva fortemente a rischio qualora subentrassero altri azionisti privati, poco disposti a rinunciare a certi margini di profitto.

E vabbè. Una storia economica come un'altra. Perché ne parlo? Perché su Repubblica di Firenze di oggi è stato chiesto un parere. Questo


È indubbio che Farinetti sia un commerciante (imprenditore?) di successo. Ma credo che il suo marketing si rivolga a un particolare tipo di clientela, non certo a quella che, più o meno quotidianamente, fa la spesa nei supermercati per mere ragioni di sussistenza.
Cazzo gli vuoi raccontare, dunque, a uno che compra un litro di latte fresco al giorno?[*] Che sia italiano? Ok. Che sia della regione? Bene. Che sia di buona (alta) qualità come riporta l'etichetta? Benissimo. Addirittura che sia biologico? Ottimo.

E poi? Che deve fare la Mukki? Chiedere la consulenza a Baricco? Oppure, per restare in campo regionale, a Silvia Avallone o a Sandro Veronesi?

«La mucca Valentina aveva oggi delle poppe più sexy di quelle della Nappi. E che latte. Mi ci sono imbrodolato tutto. Persino un clistere mi ci sono fatto. Poi l'ho imbottigliato, il latte.» Anonimo Toscano.

Secondo me, Mukki Latte, oltre al rischio di finire in mani private, le quali, libere d'agire, si fotterebbero dei pastori mugellani, corre un altro rischio più concreto, il seguente.

Il fatto che Unicoop Firenze, da alcune settimane, ha dato il via a un ribasso generale di più di mille prodotti a marchio Coop, tra i quali il latte. Un litro di Alta Qualità fresco Coop made in Italy costa 0,99€, e un litro di latte fresco biologico 1,19€. Se non ricordo male il Mukki stesso standard fatto in Toscana 1,60€. Fatto in Mugello 1,68. Biologico 1,77€ (correggetemi se sbaglio). Moltiplicate per cento e vedrete cosa faranno i toscani che vanno a fare la spesa all'Unicoop, cioè a dire: da quali altre narrazioni si faranno incantare.

[*] A parte che vedo spesso gente comprare sovente latte UHT primo prezzo di dubbia provenienza, ma lasciamo stare.



giovedì 6 novembre 2014

Skills

«Io non ho mai detto che la commissione Ue è un covo di burocrati. Se la commissione vuole dimostrare di non essere un luogo della burocrazia, il regno dorato della burocrazia, ha un’occasione: liberi le risorse per l’innovazione. Abbia il coraggio di dire che tutto ciò che viene investito per creare skills professionalmente rilevanti, tutto questo venga tolto dalla catene del patto di stabilità». [*]

Stavo giusto stuzzicandomi un orecchio con un cotton fioc per trovare il punto G dell'apparato auricolare, quando ho sentito alla tv il presidente del consiglio dire “skills” e - porcadellamiseriaschifa - ho fatto un soprassalto, e invece di godere mi sono fatto male. 


Dunque, secondo Matteo Renzi, se la Commissione europea volesse veramente dimostrare di non essere il sancta sanctorum della burocrazia, dovrebbe liberare «le risorse per l'innovazione». Come? Togliendo i vincoli posti dal patto di stabilità a tutti gli investimenti che gli stati membri della Ue riserveranno alla creazione di «skills professionalmente rilevanti».

In estrema sintesi, seguendo l'ottica miope dell'attuale sistema economico e produttivo, professionalmente rilevante è - per lo Stato - tutto ciò che stimola la crescita, risana i disavanzi, fa aumentare il Pil. Dati i settori economici di riferimento (primario, secondario, terziario e terziario avanzato), quali professioni in particolare consentirebbero a tutti gli stati membri dell'Unione Europea di crescere, di pareggiare i conti del proprio bilancio, di aumentare il Pil? Per crescere serve che qualcuno dia nutrimento, ovverosia: la bilancia commerciale dell'Unione Europea nel suo complesso potrà mai essere in attivo nei confronti di tutti gli stati o confederazioni del mondo? 
La storia europea degli ultimi vent'anni dimostra che solo alcuni stati membri sono riusciti nell'intento perseguendo una politica economica di concorrenza tra condomini. Ma usciamo da questi dettagli, voglio arrivare al punto che mi preme, questo: quali sono le reali cause della crisi economica? È un problema di distribuzione, di circolazione (e relativa deflazione:  la gente compra acciughe, dice Caprotti, sì ma le acciughe sotto sale del Cantarbico mica costano poco). Oppure il problema è più a monte? Il problema è che coloro che ci governano non si porrano mai questo problema, non solo il guitto di Rignano, ma - come spiega Olympe de Gouge - neanche la Merkel ci arriverà.
Le sole skills professionalmente rilevanti di cui Renzi e omologhi hanno bisogno, saranno quelle che ritarderanno la resa dei conti. In senso proprio, ché i conti non potranno tornare a nessuno, nemmeno agli eventuali burocratici liberatori di risorse.

domenica 17 agosto 2014

Europa non dà soldi, Padoan la butta dal balcone

Sto mangiando un gelato in un locale che ha il WiFi e leggo le news che Google seleziona per argomento.
La seguente è taggata in Economia.

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/14_agosto_16/mamma-non-da-soldi-la-droga-lui-butta-balcone-arrestato-3a6d9e7e-2526-11e4-9823-28e6a48452ca.shtml

È chiaro che Padoan chiede soldi per la droga governativa. Ma non sarà arrestato, no.

domenica 11 maggio 2014

Quello che conta davvero



Dall'intervista di Federico Rampini ad Amartya Sen su la Repubblica di oggi
«Quello che conta davvero è il benessere delle persone».
Quali? Quante?

Quando uno è stato insignito del premio Nobel, in questo caso per l'economia, può andare tranquillo: finché campa, sarà per tutti un punto di riferimento, e i giornalisti lo cercheranno per mare e per terra per strappargli due buone parole sul destino (incrociato) dell'umanità.
E il premio Nobel parlerà, dirà cose sagge e giuste, per esempio:
«I più grandi pensatori dell'economia ci hanno insegnato a ragionare in modo diverso».
Vai - mi sono detto - ci siamo, verrà citato finalmente chi mi ha insegnato a ragionare in modo diverso.

Adam Smith... David Ricardo... (qui c'è un vuoto, uno strano incolmabile vuoto)... John Maynard Keynes.
Perché? Perché è così intollerabilmente escluso l'unico che, potentemente, ha operato l'unica vera e propria Critica dell'economia politica?
Perché è l'unico che ha rifiuto di rattoppare il sistema, di rammendarlo a uso e costume della classe dominante, dei cosiddetti - anche da Sen, che li nomina senza dire perché lo sono - «ricchi, i ceti più benestanti».

Già: esistono, vivaddio, i ricchi (sempre più ricchi). Ed esistono, abbassoddio, i poveri (sempre più poveri). La forbice si estremizza, come tutti sappiamo. Perché ciò accade? Silenzio di Sen. È tutta una questione di indicatori della felicità.

Dice Sen che uno degli indici dello sviluppo umano è misurato dal grado di istruzione della popolazione. Ma l'istruzione a che cosa? 

Senza considerare le madrasse e altre istituzioni di paranoia religiosa di vario tipo, bensì le varie scuole d'eccellenza sparse nel mondo, pensiamoci bene: a cosa mira l'istruzione? A riprodurre l'esistente. E con l'esistente s'intende i rapporti di classe esistenti, tra chi domina e chi è dominato, tra i ceti più benestanti e i ceti più poveri (di cui uno su mille ce la fa, eccetera).

In particolare, l'istruzione provvede a creare particolari funzionari del sistema: politici, guardiani, tecnici di vario tipo, ma soprattutto abili contabili,  i quali - come scrive Luciano Gallino in un editoriale pubblicato sempre da Repubblica oggi, dal titolo Il danno del denaro creato dalle banche - sono capaci di creare denaro dal nulla - «perché lo Stato glielo consente [...] con pochi tocchi sulla tastiera».
E giù mutui senza copertura, e giù derivati per coprirli, eccetera.

Nondimeno, critica anche a Gallino, nel senso: quando è uno Stato a creare denaro dal nulla (come fanno gli USA da molti decenni oramai), allora è cosa buona e giusta? Sulla base di che cosa uno stato può permettersi di creare denaro dal nulla?

Ma mi fermo, che i problemi mi si allargano a macchia d'inchiostro e non sono in grado di contenerli tutti nella pagina bianca di questo post. Rischio di fare confusione. Quindi stop. Conto di riprenderli.
Chiudo con piccolo estratto dai Grundrisse, pagine a cavallo tra il Quaderno I e il Quaderno II de Il capitolo del denaro (pag. 160-161 edizione Einaudi)
Il denaro «rappresenta l’esistenza celeste delle merci, mentre queste rappresentano la sua esistenza terrena. Ciascuna forma della ricchezza naturale, prima che questa sia tramutata mediante il valore di scambio, suppone una relazione sostanziale dell’individuo con l’oggetto, al punto che l’individuo, per uno dei suoi aspetti, appare esso stesso materializzato nella cosa, e nello stesso tempo il suo possesso della cosa appare come un determinato sviluppo della sua individualità; la ricchezza di pecore [rivela] lo sviluppo dell’individuo come pastore, la ricchezza di grano il suo sviluppo come contadino ecc. Il denaro al contrario, in quanto individuo della ricchezza generale, in quanto autonomo risultato della circolazione e puro rappresentante dell’universale, come risultato puramente sociale, non suppone assolutamente alcuna relazione individuale col suo possessore; il suo possesso non è lo sviluppo di uno qualsiasi dei lati essenziali della sua individualità, ma è piuttosto possesso di ciò che è privo di individualità, giacché questo [rapporto] sociale esiste nel contempo come un oggetto sensibile, esterno, di cui ci si può impossessare meccanicamente o che può anche andare perduto. La sua relazione all’individuo si presenta dunque come una relazione puramente accidentale; laddove questa relazione ad una cosa niente affatto connessa con la sua individualità gli conferisce nello stesso tempo, per il carattere di questa cosa, il dominio assoluto sulla società, su tutto il mondo dei godimenti, dei lavori ecc. come se per esempio il ritrovamento di una pietra mi procurasse, del tutto indipendentemente dalla mia individualità, il possesso di tutte le scienze. Il possesso del denaro mi pone rispetto alla ricchezza (sociale) nell’identico rapporto in cui mi porrebbe la pietra filosofale rispetto alle scienze.»

lunedì 28 aprile 2014

I giovani garantiti

In un'intervista a l'Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci nel 1924, il ministro del lavoro Poletti ha dichiarato che il primo maggio partirà il programma Garanzia Giovani, avente come obiettivo primario quello di abbattere l'elevatissimo tasso di disoccupazione giovanile. Garanzia Giovani è rivolto
«A tutti quelli che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo nessun corso formativo. I cosiddetti neet. Per loro dal primo maggio è possibile registrarsi sul portale garanzia giovani. Tutti verranno chiamati da un’agenzia per l’impiego regionale o privata convenzionata per un colloquio, da cui scaturirà un profilo. Sulla base di questo profilo entro 4 mesi sarà fatta una proposta concreta. Potrà essere un contratto di apprendistato, un corso di formazione, un percorso di specializzazione o un servizio civile presso i centri che saranno selezionati attraverso dei bandi. Oltre ai lavoratori, stiamo lavorando perché anche le imprese si iscrivano al portale, per facilitare il lavoro di incrocio tra offerta e domanda di lavoro delle agenzie». 

Sono davvero curioso di vedere chi farà una proposta concreta tra cotante imprese:
via La Stampa

Forse quelle che esportano armi in Ucraina e in Russia?

CRITICONE. In una guerra combattuta per i beni supremi della nazione, ossia per il profitto e per riempirsi la pancia, il piano infernale di affamarci è un espediente molto più morale, perché più armonico, che non l'impiego di lanciafiamme, mine e gas. Perché in quel caso l'arma è tratta dalla materia stessa della guerra moderna. Che dei mercati diventino campi di battaglia e viceversa può volerlo soltanto il guazzabuglio di una civiltà che ha costruito dei templi con le candele steariche e ha posto l'arte al servizio del commerciante. L'industria però non deve impiegare degli artisti né fornire dei mutilati. Il falso principio vitale si perpetua in un falso principio di morte, di nuovo il mezzo diverge dal fine. Quando due cooperative di consumo si azzuffano, la più morale è quella che affida il mantenimento dell'ordine non già ai consumatori stessi, bensì a una polizia da loro assoldata, e se si contenta di soffiare all'altra i clienti o anche soltanto le merci, è allora che agisce nel modo più morale possibile. Prescindendo poi del tutto dal fatto che queste sanzioni non sono che un avvertimento dato agli Imperi Centrali perché le risparmino ai loro cittadini ponendo termine a una guerra insensata. Se finora il contabile non ha fermato la mano del cavaliere, lo dovrebbe fare proprio adesso, quando perfino il cavaliere può rendersi conto che non si tratta di una giostra, bensì del cotone.
OTTIMISTA. In questa guerra si tratta...
CRITICONE. Bravo, in questa guerra si tratta! Ma la differenza è questa: gli uni pensano alle esportazioni e parlano di ideali, gli altri ne parlano, di esportazioni, e basta questa sincerità, questa distinzione, per rendere possibile l'ideale, anche se non esistesse per altri versi.
OTTIMISTA. Ma non mi dica che quelli hanno a cuore un ideale!
CRITICONE. Niente affatto, vogliono soltanto togliercelo e riconquistarlo per noi curando l'umanità tedesca dell'incivile tendenza a usarlo a mo' di confezione per i suoi prodotti finiti. Per il tedesco i beni ideali sono un di più che si aggiunge agli altri beni affidati agli spedizionieri. I tedeschi sono convinti che nell'impiantare una metropolitana non si possa fare a meno di Dio e dell'Arte. È questo il cancro. In una cartoleria di Berlino ho visto un pacco di carta igienica, sui cui fogli il senso e l'umorismo della relativa situazione erano illustrati da citazioni shakespeariane. Eppure Shakespeare resta uno scrittore nemico. Ma ce n'era anche per Schiller e per Goethe, il pacco abbracciava l'intero patrimonio della cultura classica tedesca. Mai come in quel momento ho avuto netta la sensazione che si tratta veramente di un popolo di poeti e di pensatori.»

Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, (1915?), Adelphi, Milano 1980, Atto Primo, Scena XXIX.

sabato 19 aprile 2014

Il problema economico


L' 8 novembre 1931, nella Prefazione al suo Essays in Persuasion, John Maynard Keynes scriveva:

« L'autore guarda ad un futuro più lontano e medita su questioni che, per realizzarsi, abbisognano di una lenta evoluzione. Può concedersi la libertà di perdere tempo e di filosofeggiare. E qui emerge, con maggiore chiarezza, quella che in sostanza è la sua tesi costante: la profonda convinzione che il “problema economico”, come possiamo definirlo per brevità, il problema del bisogno e della miseria, e la lotta economica fra classi e paesi, non è che un terribile pasticcio, un pasticcio contingente e non necessario. Infatti, il mondo occidentale dispone già delle risorse, ove sapesse creare l'organizzazione per utilizzarle, capaci di relegare in una posizione di secondaria importanza il “problema economico” che assorbe oggi le nostre energie morali e materiali.
Pertanto, l'autore di questi saggi, dopo tutte le sue nere previsioni, spera ancora e crede che non sia lontano il giorno in cui il “problema economico” occuperà quel posto di ultima fila che gli spetta, mentre nell'arena dei sentimenti e delle idee saranno, o saranno di nuovo, protagonisti i nostri problemi reali: i problemi della vita e dei rapporti umani, della creazione, del comportamento, della religione. E si dà il caso che esista una sottile ragione, tratta dall'analisi economica, per la quale la mia fede possa essere ben riposta. Se, infatti, persistiamo nell'operare coerentemente secondo ipotesi pessimistiche, rischiamo di chiuderci per sempre nel pozzo del bisogno. »
J. M. Keynes, Esortazioni e profezie, Il Saggiatore, Milano 1968 (traduzione di Silvia Boba).

Da allora, dal 1931 (anno di nascita di mia madre) sono trascorsi ottantatre anni. Una guerra mondiale nel mezzo e tutto il resto di Storia verificatosi sino ad oggi. Abbiamo scoperto che il problema economico non è un pasticcio contingente, bensì permanente e necessario «che assorbe [ancor] oggi le nostre energie morali e materiali».
È forse questo che impedisce o rende aleatorio occuparsi di quelli che Keynes chiama «i nostri problemi reali», giacché essi sono in primo luogo problemi di natura economica. Per superare questa impasse in cui, oggettivamente, l'umanità si trova bisogna recuperare, a mio avviso, una certa contezza, ovverosia che il sistema economico che domina il pianeta e al quale, oramai, quasi tutte le società si sono votate (o sacrificate), non è l'unico possibile e immaginabile, soprattutto: non è un sistema imposto dalla necessità, ma da determinati rapporti di classe tra chi domina e chi è dominato.
Chi oggi può serenamente occuparsi della vita, dei rapporti umani, della creazione (!), del comportamento, della religione (aggiungiamo: della cultura) prescindendo dal fatto che l'umanità è nettamente divisa tra una ristretta cerchia di pezzi di merda che vivono al pari di semidèi e una sterminata massa di diseredatati che più o meno vivicchiano o sopravvivono a servizio e gloria del capitale?
Almeno una volta gli dèi si potevano bestemmiare, o beffare; e se scendevano dal cielo talvolta capitava che qualche terrestre osasse metter loro le mani addosso. Oggi niente di tutto questo. Ogni critica, meglio e soprattutto: la critica all'economia politica è considerata tal quale un'eresia e bruciata sul rogo dell'inattualità.*

*Inattuale un cazzo. L'unico modo per resistere oggi è rileggere Marx e tenere duro, perché mi sembra l'unica maniera per resistere razionalmente e non farsi prendere per il culo.