 |
| Dall'intervista di Federico Rampini ad Amartya Sen su la Repubblica di oggi |
«Quello che conta davvero è il benessere delle persone».
Quali? Quante?
Quando uno è stato insignito del premio Nobel, in questo caso per l'economia, può andare tranquillo: finché campa, sarà per tutti un punto di riferimento, e i giornalisti lo cercheranno per mare e per terra per strappargli due buone parole sul destino (incrociato) dell'umanità.
E il premio Nobel parlerà, dirà cose sagge e giuste, per esempio:
«I più grandi pensatori dell'economia ci hanno insegnato a ragionare in modo diverso».
Vai - mi sono detto - ci siamo, verrà citato finalmente chi mi ha insegnato a ragionare in modo diverso.
Adam Smith... David Ricardo... (qui c'è un vuoto, uno strano incolmabile vuoto)... John Maynard Keynes.
Perché? Perché è così intollerabilmente escluso l'unico che, potentemente, ha operato l'unica vera e propria Critica dell'economia politica?
Perché è l'unico che ha rifiuto di rattoppare il sistema, di rammendarlo a uso e costume della classe dominante, dei cosiddetti - anche da Sen, che li nomina senza dire perché lo sono - «ricchi, i ceti più benestanti».
Già: esistono, vivaddio, i ricchi (sempre più ricchi). Ed esistono, abbassoddio, i poveri (sempre più poveri). La forbice si estremizza, come tutti sappiamo. Perché ciò accade? Silenzio di Sen. È tutta una questione di indicatori della felicità.
Dice Sen che uno degli indici dello sviluppo umano è misurato dal grado di istruzione della popolazione. Ma l'istruzione a che cosa?
Senza considerare le madrasse e altre istituzioni di paranoia religiosa di vario tipo, bensì le varie scuole d'eccellenza sparse nel mondo, pensiamoci bene: a cosa mira l'istruzione? A riprodurre l'esistente. E con l'esistente s'intende i rapporti di classe esistenti, tra chi domina e chi è dominato, tra i ceti più benestanti e i ceti più poveri (di cui uno su mille ce la fa, eccetera).
In particolare, l'istruzione provvede a creare particolari funzionari del sistema: politici, guardiani, tecnici di vario tipo, ma soprattutto abili contabili, i quali - come scrive Luciano Gallino in un editoriale pubblicato sempre da Repubblica oggi, dal titolo Il danno del denaro creato dalle banche - sono capaci di creare denaro dal nulla - «perché lo Stato glielo consente [...] con pochi tocchi sulla tastiera».
E giù mutui senza copertura, e giù derivati per coprirli, eccetera.
Nondimeno, critica anche a Gallino, nel senso: quando è uno Stato a creare denaro dal nulla (come fanno gli USA da molti decenni oramai), allora è cosa buona e giusta? Sulla base di che cosa uno stato può permettersi di creare denaro dal nulla?
Ma mi fermo, che i problemi mi si allargano a macchia d'inchiostro e non sono in grado di contenerli tutti nella pagina bianca di questo post. Rischio di fare confusione. Quindi stop. Conto di riprenderli.
Chiudo con piccolo estratto dai Grundrisse, pagine a cavallo tra il Quaderno I e il Quaderno II de Il capitolo del denaro (pag. 160-161 edizione Einaudi)
Il denaro «rappresenta
l’esistenza celeste delle merci, mentre queste rappresentano la
sua esistenza terrena. Ciascuna forma della ricchezza naturale,
prima che questa sia tramutata mediante il valore di scambio, suppone
una relazione sostanziale dell’individuo con l’oggetto, al punto
che l’individuo, per uno dei suoi aspetti, appare esso stesso
materializzato nella cosa, e nello stesso tempo il suo possesso della
cosa appare come un determinato sviluppo della sua individualità; la
ricchezza di pecore [rivela] lo sviluppo dell’individuo come
pastore, la ricchezza di grano il suo sviluppo come contadino ecc. Il
denaro al contrario, in quanto individuo della ricchezza generale,
in quanto autonomo risultato della circolazione e puro rappresentante
dell’universale, come risultato puramente
sociale, non suppone
assolutamente alcuna relazione individuale col suo possessore; il
suo possesso non è lo sviluppo di uno qualsiasi dei lati essenziali
della sua individualità,
ma è piuttosto possesso di ciò che è
privo di individualità, giacché questo [rapporto]
sociale esiste
nel contempo come un oggetto sensibile, esterno, di cui ci si può
impossessare meccanicamente o che può anche andare perduto. La sua
relazione
all’individuo si presenta dunque come una relazione
puramente accidentale; laddove
questa relazione ad una cosa niente
affatto connessa con la sua individualità gli conferisce nello
stesso tempo, per il carattere di questa cosa, il dominio assoluto
sulla società, su
tutto il mondo dei godimenti, dei lavori ecc.
come se per esempio il ritrovamento di una pietra mi procurasse, del
tutto indipendentemente dalla mia individualità, il possesso di
tutte le scienze. Il possesso del denaro mi pone rispetto alla
ricchezza (sociale) nell’identico rapporto in cui mi porrebbe la
pietra filosofale rispetto alle scienze.»