Visualizzazione post con etichetta Leonard Cohen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Leonard Cohen. Mostra tutti i post

venerdì 2 dicembre 2011

I can't keep track of each fallen robin.

Io ti credo pronto
– non lo sono
qualcosa ancora mi trattiene.
Le pene d'uomo, forse.
Va bene, ti fo uno sconto
se subito mi dici cosa vuoi
– non lo so
qualcosa forse che non c'è
più, una cosa persa,
andata via da noi
come fumo dalla stufa.
Ma allora dimmi tu...
– niente, non dico niente
sono stufo
di stare ad occhi aperti
qui, come un gufo
con l'ansia di vederti
apparire.
È bene che educhi la mente
a scomparire, al silenzio,
allo spazio vuoto d'immagini
e suoni. Avere il cuore duro
come pietra è una delle mie
massime ambizioni.
Purtroppo nei miei geni è scritto
che compatire è la soluzione
per soffrire meno: diminuzione
del dolore che passa sciogliendo
le pene nella condivisione.
Ma ogni tanto ci vuole il coraggio
della solitudine, sì,
la lama del vento, l'oltraggio
di passare oltre come se tutto
cominciasse da ora.

mercoledì 23 febbraio 2011

Agli Hitler del mondo




Hitler

E adesso mandiamolo a dormire con la storia,
proprio lo scheletro che puzza di benzina,
coi suoi stupidi scagnozzi ariani al fianco;
che dormano tutti fra i nostri preziosi papaveri.

Quadri delle SS si risvegliano nei nostri pensieri
da dove partirono prima che potessimo imprigionarli
in questo concreto regno deserto che popoliamo
di ombre che turbano la nostra pace interiore.

Sopportiamo per un istante le limousine nero argento
che sfilano in lento corteo nel cervello.
Riempiamo i microfoni di avvizziti caotici fiori
presi da un'aiola che rapidamente si disfa.

Non darti pensiero. Spuntano come papaveri
fra le tombe e le biblioteche del mondo reale.
Il vasto disegno del capo, il profilo del suo mento
suonano eccessivamente familiari alle menti che sono in pace.

Leonard Cohen, L'energia degli schiavi, Minimum Fax, Roma 2003 (traduzione di G. De Cataldo e D. Abeni)

lunedì 14 febbraio 2011

Cuore e culo cominciano con la q

Jim Dine, Double Hearts. 1970


I did not know
until you walked away
you had the perfect ass
Forgive me
for not falling in love
with your face or your conversation
Non mi ero accorto
finché t'ho vista andar via
del tuo culo perfetto
Perdonami
se non mi sono innamorato
del tuo volto o della tua conversazione

Leonard Cohen, L'energia degli schiavi, Minimum fax, Roma 2003 (traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni).

venerdì 4 febbraio 2011

Finché andrà avanti questo stato di cose


I am invisible to night
Ongly certain shy women see me
All my hideous days of visibility
I longed for their smiles
Now they lean out of their shabby
plans-for-the-evening
so we may salute one another
Sisters of mine
of my own shattered people
going after third-choice lovers
they smile at me to indicate
that we can never meet
as long as we permit
this order of things to persist
in which we are the wretched ones
Sono invisibile alla notte
Solo certe donne timide possono vedermi
Per ogni singolo, orribile giorno in cui ero visibile
agognavo un loro sorriso
Ora si sporgono dai loro schifosi
progetti-per-la-serata
così che riusciamo a scambiarci un saluto
Sorelle mie
sorelle della mia stessa dispersa gente
perdute dietro amanti di terza scelta
col loro sorriso vogliono dirmi
che non c'incontreremo mai
finché andrà avanti
questo stato di cose
dove ci tocca la parte dei miserabili

Leonard Cohen, L'energia degli schiavi, Minimum fax, Roma 2003 (traduzione di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni).

giovedì 25 marzo 2010

Divertimento

È così divertente
credere in D-o
Ci dovresti provare qualche volta
Provaci adesso
e scopri se
D-o vuole
o non vuole
che tu creda in Lui

Leonard Cohen, Il libro del desiderio, Mondadori, Milano 2007

martedì 21 aprile 2009

Il saggio e il fumo

Un conoscente mi disse
che il grande saggio
Nisargadatta Maharaj
una volta gli offrì una sigaretta:
«Grazie, signore, ma non fumo»
«Non fumi?» disse il maestro
«E cosa vivi a fare?»

Leonard Cohen, Il libro del desiderio, Mondadori, Milano 2007

sabato 12 gennaio 2008

Cenere

Cenere sei e cenere ritornerai, pensavo tra me e me vicino alla finestra, guardando un cielo giustamente grigio, parlandoti e ascoltandoti, felice di esserti, di averti accanto.
Eppure in questo frangente corporale, in questo miscuglio di memi e geni, cellule e pensieri vari che ci caratterizza, in questi istanti in cui al vivere, al basso fruscìo dell’esistenza, all’adagio della quotidianità, si mescola e si frappone un senso forte di appartenenza – ecco che sentivo un brivido scendere lungo la spina dorsale, un fremito. Attimi in cui dicevo a me stesso – possibile sia io capace di cogliere un nesso, un frangente della mia unità col mondo, nel momento stesso in cui la vivo, senza girarmi indietro, senza aspettare che il momento, appunto, sia passato e lo rifletta nella mia mente?
Allora giunse il momento del commiato. Io costretto a un lavoro triste, tu esitante avviarti verso le scale, trascinando dietro te una scia di dubbi e di incertezze. Petali, forse, erano quelli che avrei voluto veder scivolare dietro il tuo paltò, come un tappeto da corpus domini, nelle calde sere di giugno, copre i mattonellati dei paesi di provincia. Petali di sette colori diversi, tutti impressi come un arcobaleno nel tuo cuore.
Petali petali amatamente dissolti
Nelle alte dilavate erbe
E laggiù, tra i meli,
stralunati presagi di sera.
Sapevo che la tua presenza si sarebbe protratta anche nell’assenza; e questo mi calmava, sedava quasi, e rendeva docile lo scorrere del tempo.
Fu l’invito a non perdersi d’animo, a non dar troppo peso alla pesantezza della collega, a lasciar perdere, perché perdere significava diventar leggeri. E chi, come me, ambisce a camminare sulle punte dei piedi per non far rumore, o a concedermi salti sui campi incolti di fine inverno, non potevo far sì che la gravezza mi piombasse a terra, mi opprimesse.
– Via via, correre via lontano, la mente sgombra. I petali sono ancora là nel corridoio, incalpestabili. Solo io ne farò scia, scivolando, libero, contento.
Chissà se ti dispiacerà se faccio un po’ di letteratura con la propria miseria. Esiste una frase, una frase dogma, che si è scolpita indelebile nel mio costato: l’ha scritta Danilo Kis, in Clessidra immenso capolavoro, ed essa dice: è meglio trovarsi tra i perseguitati che tra i persecutori.
Siccome credo che il Vangelo si sia continuato a scrivere oltre l’Apocalisse, e si scriva tuttora nelle pagine di sofferenza, dolore, amore e carità che gli umani ancora sono capaci di vivere, ebbene, ecco che tale frase può, anzi deve essere inserita nel canone, e letta ad alta voce non solo dagli altari.
Ma oggi ti ho visto seria, nera a tratti, incazzata (scusa le zeta) e questo mi ha fatto male; negli occhi tuoi si leggeva il rimprovero come di chi dica, forza, prendi le armi contro il mare di guai. E adesso sì, ho l’armatura pronta; ma, contrariamente ad Amleto, non voglio pugnalare nessuno, solo acquisire un briciolo di follia che mi spinga a sputarle addosso tutta la verità nient’altro che la verità, senza infingimenti. Questo presente vissuto bene, dopo una piccola crisi del turigliatto deve passare. Ho visto la fiducia tua e in altri (altre) e l’animo mio è pronto. Gloria del disteso mezzogiorno. Leggi. Pensa. Scrivi. Corri nel bosco. Bosco ad alto fusto. A colpi d’ascia.
E poi un piccolo rifugio nei Mottetti montaliani mi ridona freschezza e spirito. Pensarti mi libera la fronte dai ghiaccioli che raccolsi traversando le alte nebulose.
E infine questa perla letta domenica di Leonard Cohen e che ho subito fatto mia (oh come avrei voluto scriverla, pensarla io, ma è lo stesso, qualcuno l’ha fatto per me, per noi, per il mondo):
INFASTIDITO STAMATTINA
Ah. È questo
È questa la cosa da cui
Ero tanto infastidito stamattina:
il mio desiderio è tornato,
ti voglio di nuovo.
Stavo così bene,
lo dominavo completamente.
Ragazzi e ragazze erano belli
E io ero un uomo vecchio, che ama tutti
E adesso, di nuovo, voglio te,
voglio la tua totale attenzione,
la tua biancheria che scivola giù in fretta
e resta appesa a un piede,
e nella mia testa niente
se non essere dentro
l’unico luogo
che non ha
un dentro e non ha un fuori.
Dunque. I tuoi petali distesi, il sereno nei tuoi occhi, e cercare di guardarti senza far capire troppo quanto mi piace guardarti. Così devio spesso lo sguardo, attenuo spesso il riso, e il piacere che mi dà l’averti accanto, per il timore di metterti (e mettermi) in imbarazzo.
Ma guardate qui, a giocare a rimpiattino coi sentimenti, come se non fosse giusto confessarli a chi ne è l’artefice. Questo mi dico, ma in fondo non è vero. Non nascondo nulla. Basta contare fino a tre e son scoperto, a mani aperte, pronto. Mi piaci e ti voglio bene. Questo è tutto. È troppo? Troppo cosa? Mi piace esserti accanto e basta. Sapere che ci sei. O che sei passata di là dove io sono a vederti passare lo stesso. Cammino, ripeto, tra i tuoi petali. Con piglio deciso ho deciso. A domani.