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lunedì 20 ottobre 2014

Vana chiarità d'idea


Andrea Zanzotto, Vocativo
Quando vedo la foto di Andrea Zanzotto ridente, sul Meridiano, vedo mio padre, mio nonno, mio zio e mio nipote; vedo una faccia alla quale arbitrariamente mi apparento, che eredito e cullo per accompagnare di tanto in tanto i giorni frenati di parole.
Tutte le cose intorno mi precorrono nell'esistere, nel mutevole assestarsi delle stagioni. E il linguaggio —  balbo parlare montaliano — non riesce a star dietro a questa avanzata. Figuriamoci il corpo e il desiderio come arrancano per arrivare nel luogo in cui «tutto è ricco e perduto / morto e insorgente». Non resta che trovar riparo e luce nella propria «vana chiarità d'idea». 
Sempre che abbia un'idea, perdipiù chiara.


mercoledì 1 gennaio 2014

Variazioni '94

(ore di crimini)
Quanto, quest'anno, papaveri vi ho trascurati
e quasi nemmeno sfiorati con l'alito,
i miei occhi bassi hanno ignorato chissà
quali vostri mirabili pegni, amistà

                        *
Poco vi siete fatti noti, papaveri
sparsi o pavidi sotto un cielo
perennemente fosso, scosso, ostico
quanto doveste armarvi contro gelide ignavie

                         *
O rosso improvviso, fortissimo grido
ma più d'aiuto che altro –
già tossiche allegrie spinte a una qualche sfida

                          *
Quanto poco quest'anno papaveri
vi ho lasciati trascorrere nei miei formulari
tra ideogrammi e monogrammi avari –
sempre più scarto il tempo, scorsoio l'essere

                          *
In che ho peccato per questo abbandono?
In che peccaste così defilandovi?
In che peccò il cielo che vi squarciò col tuono?

                          *
Altri sentieri seguo, altri disegni in cui sbavo
lungo un mio declinante afrore-amore
non mi raccolgo con voi, a piccoli patti,
               non m'allontano con voi di soppiatto

                           *
Addio non posso dirvi, ché nessun dialogo
intrecciai con vostri steli e petali,
né cenni vostri scegliere seppi,
                      nel mio stupore stolido, pago


Andrea Zanzotto, Inediti, in Le poesie e le prose scelte, Meridiani Mondadori, Milano 1999.


Variazioni '14

Papaveri, quest'anno, prometto, appena vi vedrò, di voi mi prenderò cura. Soffierò un po' d'alito sui vostri petali tremolanti e, se necessario, come appoggiando le labbra sulle spalle del proprio amore, vi bacerò, silente, annusandovi. E se quanto promettete nel colore sarà vero, sarà per me un piacere manducarvi.

lunedì 8 luglio 2013

A ogni vivente il suo testo

Sera di poesia: ho preso Zanzotto e l'ho strattonato, tirato per la giacchetta, previo averlo fatto uscire dal cofanetto meridianeo e averlo agitato, sfogliato, previsto, imprecisato punto dove ho scelto un qualcosa che fosse trattenimento/godimento di La Beltà.

XV
Dietro barriere di luci protente spinose
è in allarme la base. Alzo zero.
Da qui attrezzate zone.
No miseria inedia frustrazione;
allevamenti immediatamente,
batterie di vitelli, polli, carname antifame.
Formiche mosche vespe
bruchi cantaridi d'allevamento,
umori del verde essiccati e macinati, mandragole,
noi disposti all'imprinting di più savie regole,
e poi per tutti i cosmi il sostegno commestibile
e il dolcissimo struggimento.
Formiche studiano Pavan
api Von Frisch, vespe Leo Pardi,
ogni vivente il suo testo, per meglio farsi cibarie
stimolo corpo desiderabile
mangianza e godenza e anche più in là.
[...]


Qual è il mio testo per farmi meglio cibaria stimolo corpo desiderabile mangianza godenza e anche più in là? Il mio testo. Vale a dire: io scrivo per rendermi commestibile perché, mangiando le mie parole, si possa assumermi, come una vitamina, una proteina, un sale minerale. Faccio bene? Dipende dalla posologia. Ci sono dottori che mi prescrivono in dosi omeopatiche, altri invece in dosi da ciclista che aspira a vincere il Tour. Per questo, attenzione all'antidoping, oppure all'effetto placebo. Io, fosse per me, mi basterebbe di funzionare, di essere un farmaco intelligente che colpisce i punti giusti senza causare troppi effetti collaterali. Come adesso, appunto, che mi è venuto sonno e non riesco più neanche a riporre Zanzotto (e me) dentro la custodia.

P.S.
Oltre alla testa, a definire la nostra identità c'è anche il testo.

venerdì 7 dicembre 2012

Sì, due palle la neve

Sì, due palle la neve
tornare col buio e col bianco
senza catene,
mezzo sveglio, mezzo stanco.
Di bello solo il silenzio
e il caldo delle vene
in subbuglio adrenalinico:
mi sembrava di avere le ali
di viaggiare sospeso.


«Che sarà della neve
che sarà di noi?»
Sarà tipo la neve:
uno scioglimento lieve
di quello che siamo.
Invertire Confermare Hölderlin:
siamo significato senza segno siamo segno senza significato,
dato che quello che scrivo
la dice più lunga di quello che vivo.

martedì 12 luglio 2011

Galateo nel bosco

Ad Andrea Zanzotto, con ammirazione.

GNESSULÒGO

Tra tutta la gloriola
messa a disposizione
del succhiante e succhiellato verde
di radura tipicamente montelliana
circhi in ascese e discese e - come gale -
arboscelli vitigni stradine là e qui
affastellate e poi sciorinate
in una soavissima impraticità ah
ah veri sospiri appena accennati eppur più che completi
lietezza ma non troppa
come un vino assaggiato e lasciato - zich - a metà
dall'intenditore che subito via sgroppa
vaghezza ma certo intrecciata
di imbastiture e triangolazioni,
di arpeggi e poi amplessi boschivi
(è così che bosco e non-bosco in quieta pazzia tu coltivi)

Ed è così che ti senti nessunluogo, gnessulògo (avverbio)
mentre senza sottintesi
di niente in niente distilla se stesso (diverbio)
e invano perché    gnessulògo
mai a gnessulògo è equivalente e
perché qui propriamente
c'è solo invito-a-luogo c'è catenina
di ricchezze e carenze qua e lì lì e là
- e chi vivrà vedrà -
invito non privo di divine moine
in cui ognuno dovrà
trovarsi
come mani (pampini) giunte inserito
e altrettanto disinserito
per potersi fare, in ultimo test di succhio
e di succhiello,
farsi yalina caccola, gocciolo di punto-di-vista
tipico dell'infinito quando è così umilmente irretito...
Gale, stradine, gloriole, primaverili virtù...
Ammessa conversione a U
ovunque.

domenica 24 aprile 2011

La Pasqua a Pieve di Soligo

ALEPH Da quali chiuse o antri, da che chiese o macelli,
da che prati infiniti, polveri, geli, velli,

da che eczemi diffusi, da che parestesie
diffuse, in che paresi in che cloni in che mie

o tue carenze alterne, mie o tue semipresenze,
riapparizioni di straforo, giochi di sbiechi e intermittenze,

rifiorisco siccome fatuo vanto di riscrivere
losquisito insatellirsi, al non vivere, di ogni vivere,

rifiorisco per dire peste: a calcolo e a sorte -
vivo sarò la tua peste, morto sarò la tua morte?

A chi vado rifacendo il verso di Lutero,
a che bordello a che serra di dèi, a che cimitero

di mostri e dèi e deesse tuttafiga
che lungo lungo l’orbita mi aspettan messi in riga?

Ma di nessuno e di nulla bestemmio: i miei porchi
segnano solo la stretta dove, o me stesso, ti torchi.

BETH Ed ecco - un suono virginee tristezze, come erbette da cena
come pungenti venti pasqualini e vini agretti, mena;

è il tempo del Passaggio, del (Signore): piangete
e gioite meco voi che di erbette avete fame, di vini sete,

è il tempo dei sonni levissimi e solo agitati
dal tenero désir sognifico dei bimbi-futuri-vati.

È il tempo tuo, (Signore), che fa e disfa il bianco e il blu
nei fossati pei cieli sui monti e oltre e più.

Fa’ o Signore che - ma il tuo fare cos’è?
Fa’ o Signore che - ma non vedo perché.

Andrea Zanzotto, Pasque, Mondadori, Milano 1973 [prime due voci dell'alfabeto ebraico proposto]

martedì 30 marzo 2010

I veneziani non sono mica strulli

(mentre cominciano le difficoltà e poi si aggravano)

Signora granda, testa che massa
massa ne passa, che quasi schissa,
Dia dei sostegni de cese e palassi
Dia de le taje che su ne tien fissi
Dia de le onde che le ne fa grassi,
ne ingrassa de ogni grassia, Dia Venessia -

aàh Venessia aàh Venàssia aàh Venùsia

Andrea Zanzotto, Filò, (Sezione: Recitativo Veneziano), Meridiani Mondadori.

Signora grande, testa che troppo
troppo ci sopravanza, che quasi ci schiaccia,
Dea dei sostegni di chiese e palazzi
Dea dei tronchi¹ che ci reggono saldi,
Dea delle onde che ci fanno ricchi,
ci colman di ogni grazia, Dea Venezia -


aàh Venessia aàh Venàssia aàh Venùsia

[traduzione di Tiziano Rizzo]

¹taje: “tronchi tagliati”, per le palafitte

giovedì 18 marzo 2010

Sonetto infamia e mandala

a Franco Fortini
Somma di sommi d'irrealtà, paese
che a zero smotta e pur genera a vista
vermi mutanti in dèi, così che acquista
nel suo perdersi, e inventa e inforca imprese,

vanno da falso a falso tue contese,
ma in sì variata ed infinita lista
che quanto in falso qui s'intigna e intrista
là col vero via guizza a nozze e intese.

Falso pur io, clone di tanto falso,
od aborto, e peggiore in ciò del padre,
accalco detti in fatto ovver misfatto:

così ancora di te mi sono avvalso,
di te sonetto, righe infami e ladre -
mandala in cui di frusto in frusto accatto.

Andrea Zanzotto, Il Galateo in Bosco (1978), da Le poesie e prose scelte, Meridiani Mondadori, Milano 1999.

Nota mia a margine.
Vorrei che questo sonetto fosse indebitamente letto tenendo presente la situazione politica italiana partendo dal presupposto che l'Italia è un paese vocato a generare vermi mutanti in dèi.

domenica 5 aprile 2009

D'un fiato



Il cappuccino o altra simile bevanda,
bumba non ghiotta, ma bevanda.
Occupi tutta l'area il campo
dell'apparato egoico minacciato!
Lavarlo quetarlo nel cappuccino
o limonè: abboccato buono!
Sorbire lenti, il vacuo
se ne avvantaggia, la nessuna
sostanza, il nessun sostrato;
lo spiegherà tutto d'un fiato
miss psicotricot psicorammendo,
l'offre in grosse partite il mercato,
sbroglia dai soriti del tremendo. E intanto
piante e sole e primavera attaccano,
attivissime in amori acupunture
vita-mors mors-vita, varietà
di sistemi echi premi. Primavera
in cui ben sai ben sai
la privata iniziativa più che mai
inizia, è privata, sé con sé
punge, è in amore è un amore, mellita.
«Sii dunque un mellito te stesso; godi del cappuccino;
iniziativo, inìziati» così
la fräulein si vocalizza usignuolizza in inviti
(e lui Leary Burroughs e Michaux
nel fossato butta via butta giù
barbume barbume che non ci sta più;
ritto impettito egli s'accinge a be'
bumba bon-abboccato sotto il sole che
monda e inonda. Ed egli farà
anzi sarà: domani: sarà-domani il che in cui
∞ s'industria s'appunta
s'affissa si ficca farà
carriera. Anzi lo è.)
MISS - «Né sciarade né gabbiose formule di struttura:
salite salite- scendete scendete
salatevi insalubritevi inzuccheritevi
un poco qui con me?»
----- «Garson, un cappuccino, silvuplè»

Andrea Zanzotto, Pasque

sabato 12 gennaio 2008

Cenere

Cenere sei e cenere ritornerai, pensavo tra me e me vicino alla finestra, guardando un cielo giustamente grigio, parlandoti e ascoltandoti, felice di esserti, di averti accanto.
Eppure in questo frangente corporale, in questo miscuglio di memi e geni, cellule e pensieri vari che ci caratterizza, in questi istanti in cui al vivere, al basso fruscìo dell’esistenza, all’adagio della quotidianità, si mescola e si frappone un senso forte di appartenenza – ecco che sentivo un brivido scendere lungo la spina dorsale, un fremito. Attimi in cui dicevo a me stesso – possibile sia io capace di cogliere un nesso, un frangente della mia unità col mondo, nel momento stesso in cui la vivo, senza girarmi indietro, senza aspettare che il momento, appunto, sia passato e lo rifletta nella mia mente?
Allora giunse il momento del commiato. Io costretto a un lavoro triste, tu esitante avviarti verso le scale, trascinando dietro te una scia di dubbi e di incertezze. Petali, forse, erano quelli che avrei voluto veder scivolare dietro il tuo paltò, come un tappeto da corpus domini, nelle calde sere di giugno, copre i mattonellati dei paesi di provincia. Petali di sette colori diversi, tutti impressi come un arcobaleno nel tuo cuore.
Petali petali amatamente dissolti
Nelle alte dilavate erbe
E laggiù, tra i meli,
stralunati presagi di sera.
Sapevo che la tua presenza si sarebbe protratta anche nell’assenza; e questo mi calmava, sedava quasi, e rendeva docile lo scorrere del tempo.
Fu l’invito a non perdersi d’animo, a non dar troppo peso alla pesantezza della collega, a lasciar perdere, perché perdere significava diventar leggeri. E chi, come me, ambisce a camminare sulle punte dei piedi per non far rumore, o a concedermi salti sui campi incolti di fine inverno, non potevo far sì che la gravezza mi piombasse a terra, mi opprimesse.
– Via via, correre via lontano, la mente sgombra. I petali sono ancora là nel corridoio, incalpestabili. Solo io ne farò scia, scivolando, libero, contento.
Chissà se ti dispiacerà se faccio un po’ di letteratura con la propria miseria. Esiste una frase, una frase dogma, che si è scolpita indelebile nel mio costato: l’ha scritta Danilo Kis, in Clessidra immenso capolavoro, ed essa dice: è meglio trovarsi tra i perseguitati che tra i persecutori.
Siccome credo che il Vangelo si sia continuato a scrivere oltre l’Apocalisse, e si scriva tuttora nelle pagine di sofferenza, dolore, amore e carità che gli umani ancora sono capaci di vivere, ebbene, ecco che tale frase può, anzi deve essere inserita nel canone, e letta ad alta voce non solo dagli altari.
Ma oggi ti ho visto seria, nera a tratti, incazzata (scusa le zeta) e questo mi ha fatto male; negli occhi tuoi si leggeva il rimprovero come di chi dica, forza, prendi le armi contro il mare di guai. E adesso sì, ho l’armatura pronta; ma, contrariamente ad Amleto, non voglio pugnalare nessuno, solo acquisire un briciolo di follia che mi spinga a sputarle addosso tutta la verità nient’altro che la verità, senza infingimenti. Questo presente vissuto bene, dopo una piccola crisi del turigliatto deve passare. Ho visto la fiducia tua e in altri (altre) e l’animo mio è pronto. Gloria del disteso mezzogiorno. Leggi. Pensa. Scrivi. Corri nel bosco. Bosco ad alto fusto. A colpi d’ascia.
E poi un piccolo rifugio nei Mottetti montaliani mi ridona freschezza e spirito. Pensarti mi libera la fronte dai ghiaccioli che raccolsi traversando le alte nebulose.
E infine questa perla letta domenica di Leonard Cohen e che ho subito fatto mia (oh come avrei voluto scriverla, pensarla io, ma è lo stesso, qualcuno l’ha fatto per me, per noi, per il mondo):
INFASTIDITO STAMATTINA
Ah. È questo
È questa la cosa da cui
Ero tanto infastidito stamattina:
il mio desiderio è tornato,
ti voglio di nuovo.
Stavo così bene,
lo dominavo completamente.
Ragazzi e ragazze erano belli
E io ero un uomo vecchio, che ama tutti
E adesso, di nuovo, voglio te,
voglio la tua totale attenzione,
la tua biancheria che scivola giù in fretta
e resta appesa a un piede,
e nella mia testa niente
se non essere dentro
l’unico luogo
che non ha
un dentro e non ha un fuori.
Dunque. I tuoi petali distesi, il sereno nei tuoi occhi, e cercare di guardarti senza far capire troppo quanto mi piace guardarti. Così devio spesso lo sguardo, attenuo spesso il riso, e il piacere che mi dà l’averti accanto, per il timore di metterti (e mettermi) in imbarazzo.
Ma guardate qui, a giocare a rimpiattino coi sentimenti, come se non fosse giusto confessarli a chi ne è l’artefice. Questo mi dico, ma in fondo non è vero. Non nascondo nulla. Basta contare fino a tre e son scoperto, a mani aperte, pronto. Mi piaci e ti voglio bene. Questo è tutto. È troppo? Troppo cosa? Mi piace esserti accanto e basta. Sapere che ci sei. O che sei passata di là dove io sono a vederti passare lo stesso. Cammino, ripeto, tra i tuoi petali. Con piglio deciso ho deciso. A domani.