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sabato 1 gennaio 2022

Ho scritto già una lettera

Buongiorno e buon anno. Ieri sera, poco dopo la mezzanotte, ho ripensato a Václav Havel. Siccome ho avuto vent'anni proprio intorno agli eventi storici che ci fecero credere che la storia, da lì in poi, fosse finita, ripenso spesso a chi pativa sulla propria pelle i dispostismi delle autorità, in quel caso "comuniste". Non importa niente se poi Havel, negli ultimi anni della sua presidenza, fu fagocitato dalla Nato e dagli Usa di Clinton e di Bush. Havel è stato un resistente. Insomma, per farla breve, ripensando a Havel ho ritrovato una lettera che ho provato a tradurre alla meno peggio, più che altro profanandola con degli inserti tra parentesi quadre.
Lui la scrisse al Dottor Husak. Io provo a inviarla, senza francobollo, ai dottori Draghi e Mattarella. Che risponderanno, va da sé...

« Anche se ogni giorno una persona prende degli ordini in silenzio da un superiore incapace e incompetente e, in modo formale, mette in pratica degli atti che privatamente trova ridicoli; anche se un individuo, capace di intendere e di volere, risponde senza esitare a questionari in modo opposto alle sue reali opinioni [per esempio firmando un consenso informato senza informarsi, oppure informandosi e vedendo palesi incongruenze, assurdità, impossibilità oggettiva di rispondere in modo consapevole e libero] e pertanto è disposto a firmarli lo stesso negando il proprio pensiero in pubblico; anche se, tale persona, non vede difficoltà a fingere simpatia o anche affetto là dove, in realtà, prova solo indifferenza o avversione, non significa comunque che abbia perso del tutto l'uso di uno dei sensi umani fondamentali; il senso della dignità.

Al contrario: anche se non ne parlano mai, le persone hanno un’opinione piuttosto elevata del prezzo che hanno dovuto pagare per la pace e la tranquillità esteriori: l'umiliazione permanente della loro dignità umana. Meno resistenza diretta gli oppongono – confortandosi con lo scacciare tale questione dalla loro mente o fingendo di credere che non abbia importanza; oppure semplicemente stringendo i denti – più profonda l'esperienza di tale umiliazione si incide nella loro memoria emotiva. L'essere umano che reagisce può dimenticare l’umiliazione rapidamente, ma l'essere umano che tollera a lungo di essere umiliato, deve ricordarlo a lungo. In realtà, quindi, nulla resta dimenticato. Tutta la paura che ha sopportato, la dissimulazione a cui è stato costretto, tutte le buffonate dolorose e degradanti e, peggio ancora, la sensazione di aver mostrato la propria codardia, tutto questo si deposita e si accumula da qualche parte nel fondo della nostra coscienza sociale e personale, e silenziosamente fermenta.

È chiaro che questa non è una situazione salutare. Se non trattati, gli ascessi suppurano; se il pus non può fuoriuscire dal corpo, la malattia si diffonde in tutto l'organismo. L'emozione umana naturale, la propria dignità umana, si deforma gradualmente in un crampo malato, in una sostanza tossica non dissimile dal monossido di carbonio prodotto da una combustione incompleta.

E allora non c'è da stupirsi che, quando la crosta si spezza e la lava della vita esce fuori, noi [vulcani minimi] sentiamo l’urgenza di correggere vecchi torti, ricerchiamo verità e forme corrispondenti ai bisogni della vita, senza nascondere i sintomi di odio bilioso, di  ira vendicativa e un desiderio febbrile d’immediato risarcimento per tutta la degradazione sopportata [dagli arresti domiciliari all’andrà tutto bene, dalle zone colorate al coprifuoco, dal certificato verde all’obbligatorietà di un trattamento sanitario inefficace per ottenere l'immunità di gruppo e, in certi casi, dannoso]. »

venerdì 13 febbraio 2015

Fermopost

Carissimo, 
in effetti doverci fare i conti è dura. Avevi ragione. La consumazione di cellule che si dipartono dai corpi come forfora e altre scorie porta inevitabilmente allo sbattimento totale, al disfarsi, al vedersi prepotentemente trascinati via in modo assai peggiore di quanto invece accadde nell'annunciarci al mondo con un pianto. Lo so, non ti dico niente di nuovo, tu lo dicevi da tempo, che cosa si ricorda, cosa si tiene, quale attaccamento al vivere .
Sono stanco a vedere tutti quegli anni messi assieme, tutta la consunzione, quelle ossa che si sfiniscono ricoperte da una pelle allentata, di macchie piena, glabra, riflettente il colore dello scheletro che affossa.
Mi piglia il torcicollo tanto fisso lo sguardo alla parete su cui è appeso un quadro che scimmiotta la scuola cubista, alla cornice del quale l'autore ha posto in bella vista il biglietto da visita, caso mai fossimo tentati di portarcelo a casa. Non ce la faccio a fingere allegria, sorriso ebete ottimista, esclamare invocazioni ultraterrene. Già tengo a freno imprecazioni, bestemmie, e il ghigno della ribellione e questo perché appunto non ha senso prendersela con qualcuno, non è una questione di colpa, non c'è causa e non c'è effetto, c'è questa cazzo di vita intera che presenta il conto dopo la consumazione del tempo, la voglia impellente di farle uno shampoo, rivederla coi bigodini in testa, il mattarello, il grembiule, la cottura del tuo piatto preferito. 
Mi sono rotto i coglioni, non ho pazienza, il bastone della vecchiaia te lo caccio in culo, Edipo. Basta. Basta. È difficile, ma la calma è tutto. La calma. La salma. È una fortuna morire appena un attimo prima che si sia tentati d'invocare la morte. E che la vita ti porti a questa tentazione è una gran puttanata, non trovi? Ce ne fossero due, tre, quattrocento di vite per dire basta, basta, facciamo passo, riposiamoci un po' e poi si ricomincia. E invece tutto dentro una vita sola, tutto. Senza scampo o vie d'uscita. 
Le chiamano fasi di passaggio. Io è da un po' di tempo che ho smesso di fare l'autostop. 

domenica 1 giugno 2014

Intervallo serale

Buonasera Abcd.
Giugno s'è presentato come doveva. Il grano sorride e io pure, stessa ambizione di diventare pane. Unica differenza (e ulteriore mia ambizione): scegliere per quali denti.

venerdì 7 giugno 2013

Non c'è tempo per essere tristi

Mi chiedi perché non sono triste: perché ho fatto quasi tutto per essere felice e con somma presunzione mi dico che più di così non riesco a fare, non posso - non voglio, sarebbe più il caso di dire: sono questo, non voglio abbandonarmi alla tristezza perché con essa mi negherei la suggestione di stare bene qui e ora, di stare facendo la cosa giusta, di essere in viaggio nella mia navicella terrestre, ancora sulla traiettoria del mio debole immaginare, con due o tre obiettivi minimi realizzati a cominciare dal non essere, sinora, rimasto vittima di alcuna vocazione (religiosa, politica, culturale), sino ad avere avuto la fortuna di non essere costretto a vendere la mia forza lavoro (diventando schiavo del mio lavoro e di chi lo compra).

Vedi, una volta diventavo triste per niente, perché sovente mi capitava di sentirmi fuori luogo, fuori tempo, fuori da una vita che mi sembrava desiderabile. Cioè, non è che ora possa salire in cattedra e dare lezioni di eudemonologia: non mi permetto, anzi per quanto posso evito di diventare modello (ovvero scandalo) di coloro che potrebbero - prendendo un abbaglio notevole - ritenermi degno di ammirazione. 
Forse cedo poco alla tentazione della tristezza perché ho accettato i miei limiti e le mie debolezze senza farne vanto, né accanirmici contro come fossero malattie dalle quali necessariamente guarire. Avendo una naturale propensione all'infingardaggine, ho tenuto bassi i desideri per non farli cozzare contro un tasso di volizione che avrebbe fatto invidia a Schopenhauer.
E poi: non sono triste perché ho il vizio frequente di autoassolvermi; inoltre, godo di un confortevole spazio/tempo dove posso coltivare solitudine controllata - come se, sotto sotto, avessi in animo di diventare un saggio.

Cosa penso della mia vita futura? Penso a spingerla in là nelle stagioni a venire, a vedermi decadere, quattro ossa che già cominciano a scricchiolare se le sottopongo a falsi e bruschi movimenti. 
Ci pensavo proprio oggi, sotto il sole, guardando la foto di uno scrittore americano che, nel 1976, aveva 45 anni:

Come mia madre. E io ne avevo 9. E guardo mia figlia minore che ne ha dieci e io un anno più di mia madre e dello scrittore di cui sopra. E cerco in tutti i modi di ricordare cosa facessi nel giugno di quell'anno, in una certa piazza, sicuramente sgombra di auto parcheggiate, a tirare calci a un pallone insieme a tutti gli altri miei coetanei del paese. E tornavo a casa sudato e contento di sapere che domani sarebbe stato l'ultimo giorno di scuola. E, vinto dal sonno, desideravo ancora una volta poter infilarmi nel lettone dei genitori ma è caldo, fa la mamma, dài, vai da solo nel lettino, ché tra poco torna tuo fratello. E le lenzuola che grattano pulite. E la canottiera con le costine e i primi segni dell'abbronzatura. E penso a chissà come sarò io quando avrò l'età di mia madre ora e così anche a mia figlia che avrà la mia età attuale. In tutto questo scorrere di anni avanti e indietro non c'è spazio per la tristezza. C'è lo spazio per indossare una canottiera come allora e per andare sotto il sole ad abbronzarmi leggendo Ragtime. E magari ballare da solo.