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lunedì 31 gennaio 2022

La vita normale

Fatti una sega, e poi riprendiamo la vita normale. Se non basta, fattene un'altra. E un'altra ancor. A cosa serve? A godere, lo spazio di qualche secondo, butta via, tutto fa brodo (o altro). Non l'hai capito? Eh, ma queste cose o ci arrivi da solo oppure niente, non ci sono rilevatrici a farti rinascere, non esistono forcipi particolari, o usi l'intelligenza o l'intelligenza ti usa, non sei solo un cazzo di corpo, ma anche l'insieme di vacuità che annuvolano o schiariscono la mente. Tutta la simbologia, l'alfabeto... Prova a imparare a leggere daccapo, scoprirai che dentro ogni parola c'è un germe di verità che può schiaffeggiarti o accarezzarti, consolarti o mandarti a fare in culo. Sfrutta la potenza del pensiero prima che il pensiero ti affossi nella tetraggine della vita telecomandata. Ma lo vedi anche da te quante facce di cazzo stanno su un piano di superiorità senza essere superiori in niente se non nell'accumulo e nello sfruttamento delle intelligenze e dei calli altrui? Ecco, guardati le mani e spera che i calli di Federica siano dovuti solo al godere, giacché
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.

mercoledì 1 dicembre 2021

Diospero




Non mi abbatto, non sono un albero (purtroppo), non so usare la motosega e l'ascia la uso giusto per spaccare i capelli in quattro (e in testa io ne ho due). Sicché mi lascio in pace, in piedi, allo stormir del vento e allo sgocciolar di nubi grige e fredde; alzo il bavero e guardo passeri e passere passare, piluccare qua e là, svolazzare su e giù, cantare forse, ritrovare il nido, cercare il caldo e aspettare che la notte dicembrina diventi primavera e io pure.

Amare il silenzio come metodo, il foglio bianco come pratica, l'orizzonte come fine. E le mani in tasca che si allungano per aggiustare la direzione del desiderio.



domenica 28 novembre 2021

Tendenza Bartleby

Dunque: pensavo di avere un corpo e di averne la proprietà; credo di conoscerne i confini nello spazio tempo che attraversa respirando, mangiando, camminando, eccetera. Pensavo di avere un corpo e che fosse mio e che non avesse niente da dimostrare, anche perché quando mi sono reso conto - adolescente - che invece doveva dimostrare qualcosa, il corpo si è ritirato nel proprio guscio ed è stato così, per alcuni anni, a scrivere poesie e farsi le seghe in modo privato, onesto, cristallino, senza spargere versi e sperma pubblicamente se non quando, saltuariamente, gli veniva richiesto. Pensavo di avere un corpo, di accudirlo, lavarlo, pettinarlo, dargli la vitamina c per l'inverno e altre acidità di stomaco. Un corpo che si è reso conto presto dei suoi limiti e che non ha cercato di superarli; un corpo che è stato e resta dentro le possibilità inscritte dal codice genetico e dal contesto storico e socio-economico nel quale è cresciuto, sviluppato e rimasto in attesa che gli anni passino, si consumino tutti e trovi, alla fine, un po' di metri quadrati al cimitero della propria città (anche se non vedo male l'ipotesi cassetta delle ceneri da sotterrare nel giardino di casa, vicino a un nespolo che ancora deve crescere, si farà). 
Avevo un corpo, ce l'ho ancora, lo faccio nuovamente correre dopo un infortunio perché il corpo a una certa età non va stressato troppo correndo, le cartilagini, si sa, sono soggette a deteriorarsi, insomma, un corpo che nonostante tutto reputo piuttosto in forma, un corpo che va di corpo abbondantemente, anche su richiesta, un corpo che consuma il giusto, non fuma, beve un bicchiere di rosso al giorno dopo cena, e poco più. Un corpo lontano dai farmaci, a parte un'aspirina ogni tanto. Un corpo che è qui, e che credevo tutto mio e che, invece, lo stato, dato il mestiere che il mio corpo fa, gli ha intimato di dover assumere una certa cosa per ragioni che non ha ben capito: gli esecutori al governo parlano del bene della collettività a scapito dell'individuo e degli impegni che lo stato avrebbe assunto in sede internazionale, quali impegni? non si sa. Il fatto è che, davanti a tale obbligo, il mio corpo indugia, nicchia e ponza. Siccome io pensavo che il corpo fosse mio e lui pure pensava di essere me, ci siamo presi del tempo per meditare sul da farsi, perché il mio corpo e io pure, siamo da sempre stati inclini a seguire una tendenza, la tendenza Bartleby. Ma ora fatemi pensare ad altro ché ho da scrivere ancora un po'.

mercoledì 24 novembre 2021

Dare sostanza ai nomi

I sostantivi hanno perso sostanza. Le parole sono gusci vuoti, come le scatole aperte di Amazon Prime gettate dentro i raccoglitori della carta. Tutte quelle frecce disposte come una Guernica, destinate al macero e alla disperazione dal potere di acquisto. E quando il potere di acquisto sarà impotente, le frecce di Prime, che mimano un sorriso, saranno rivolte al pianto. Ma sarà un bene, ché la carta, per essere riciclata, ha bisogno di lacrime. O di acqua. Al limite di orina.

Io, per esempio, stasera - rientrando a casa - mi sono fermato in una piazzola della strada per orinare. Nel farlo, ho indirizzato il getto in una parte del terreno che i fari della macchina illuminavano e sul quale erano ammucchiate numerose cartacce. Tra queste, uno scampolo di giornale della sera dov'era disegnata una faccia di drago che sputava fiamme. Ho provato a spegnerle.

 


martedì 26 ottobre 2021

domenica 17 ottobre 2021

Perdo i pezzi

Sono salvo, sono solo, sono uno specchietto per le allodole, fischietto, mai nessun mi dividerà, ma capisco che sono già diviso, non so ancora definire in quanti pezzi, facciamo tre. Il primo: un pugile al tappeto che, mentre l'arbitro conta, sente solo gli ultimi numeri sgranati, come le avemarie del rosario; meno male, dopo tre mesi, suona il gong; era solo la fine del primo round. Il secondo: un principe che, insonne, canta nella notte all'alba vincerò; quale alba? «C'è una fava che aspetta solo te». Il terzo e ultimo (non il terzultimo) un uomo in gamba, che cammina due minuti e due minuti corre, alternativamente, da buon podista walseriano, perdigiorno e poeta a tempo perso (altrimenti non sarebbe un perdigiorno).

Ecco qua i tre pezzi che da alcune settimane mi compongono. Non è facile farli andare d'accordo, ma quando accade tutto fila liscio, digerisco meglio, dormo tra due guanciali, e mi alzo con un'erezione che, sebbene renda arduo l'orinare, m'invita alla gloria del mattino. Poi penso all'Italia, al Governo, e mi scompongo ancor di più.

mercoledì 13 ottobre 2021

Profondo imbarazzo

Io non so quanto i portuali di Trieste potranno resistere e riuscire nella loro protesta, e trascinare con sé gli altri lavoratori di altri gruppi e comparti. Non so, soprattutto, se riusciranno a far retrocedere il governo. Lo spero molto, con tutte le mie forze. Allo stesso tempo, però, provo un grande senso di imbarazzo perché la categoria alla quale appartengo, il cosiddetto personale scolastico, non ha minimamente mosso un dito quando, dal primo settembre scorso, il governo con un decreto legge (il 111) ha imposto l'obbligo di possesso del Certificato Verde per entrare in servizio al lavoro. Sì, qualcuno ha protestato, qualcuno ha diffidato, qualcuno ha fatto ricorso individuale o collettivo, qualcuno ha preso l'aspettativa; qualcuno semplicemente non va a lavorare; una (una maestra soltanto!) fa sciopero della fame; alcuni fanno i tamponi per avere il Certificato verde a scadenza breve; altri hanno tale certificato perché vaccinati o perché guariti. Ma non c'è stato mai, mai!, da parte del personale scolastico alcuna forma collettiva di protesta, di rifiuto, di solidarietà. 

E io, ripeto, sento un profondo, profondissimo imbarazzo.

mercoledì 8 settembre 2021

Un velo triste

« Un velo triste ha coperto le cose e non è un'illusione dell'animo malinconico transitiva; c'è qualcosa che somiglia ad un calo d'irrorazione d'amore. Di tutto si parla in un altro modo e se non s'impara questo linguaggio la presa sul mondo diminuisce. Di che cosa (una finestra, un arco, una figura dipinta, una donna, un'idea...) si parla ancora mossi da attaccamento commosso, da passione di profondità, come si volesse accarezzarla pronunciandone il nome, perseguendone nel linguaggio il segreto della manifestazione? Mi sposto da un luogo a un luogo e mi si confonde e svapora la Geografia Emotiva: tra il luogo e il suo nome altro, che non conosco, che è oscurità, si frappone. Le cose non vogliono più essere amate e si coprono con la toga di Cesare, soltanto per ricevere ventitré miliardi di pugnalate convenute in quel punto per assassinarle. Credo non ne possano più, le cose, di essere studiate per qualche fine di utilità, scrutate e analizzate incessantemente da intelligentissimi cretini. La poesia, che era oscura, si è fatto più oscura: ha il timore che si capisca troppo che attraverso di lei qualcuno abbia amato, luoghi e nomi viventi si siano arroventati di passione... »

Guido Ceronetti, La pazienza dell'arrostito, Adelphi, Milano 1990, pag.134-135

Alcuni giorni fa, al cimitero, ho incontrato un mio caro amico di gioventù. Dopo alcune vaghe, banali considerazioni sul tempo che passa, sulla fugacità della vita, eccetera, il discorso è caduto (o volato) verso altre profondità (o cime), certamente più mondane, sicuramente più divertenti. Per esempio, che cosa potrebbe aiutare noi contemporanei per combattere contro il «calo d'irrorazione d'amore»? Il mio amico, tombeur de femmes, ha avuto la risposta pronta: 
«Cialis, anche meglio del viagra... Sì: tempo fa andai dal medico e gli dissi che volevo divertirmi e lui non esitò a prescrivermelo. Bisogna essere un po' allenati, consapevoli, però aiuta. Non che ne abbia bisogno: Egli si erge ancora; però, diciamo, rassicura».
Di seguito - anche se, forse, metà di quello che mi ha detto non è vero - ho ascoltato il racconto delle sue avventure, dettagliato nei minimi particolari, alla maniera di Opus Pistorum di Henry Miller. È stata una delle poche volte che sono uscito dal camposanto di buonumore.

venerdì 20 agosto 2021

Le scogliere del dovere

Se fossi abbastanza grande, libero, maturo, responsabile, irreprensibile, encomiabile, pregiatissimo, illustre, onorevole, esimio, egregio, distinto, autorevole, apprezzato, valoroso, coraggioso, notevole, forte, sapiente, ardito, temerario e intrepido; insomma, se non fossi un roseau pensant, sarei abbastanza stronzo da mandare a fare in culo, per omnia saecula saeculorum, tutti coloro che, dall'alto del loro trono, mi ricordano con insistenza che cosa sia il dovere.

L’homme n’est qu’un roseau, le plus faible de la nature; mais c’est un roseau pensant. Il ne faut pas que l’univers entier s’arme pour l’écraser : une vapeur, une goutte d’eau suffit pour le tuer. Mais quand l’univers l’écraserait, l’homme serait encore plus noble que ce qui le tue, parce qu’il sait qu’il meurt, et l’avantage que l’univers a sur lui, l’univers n’en sait rien”.

 

domenica 25 luglio 2021

Beati i puri di cuore

 Ho passato la vita fin qui pensando al futuro e mai ho prestato attenzione al presente - quanti divieti di sosta! Quante bollette da pagare! Il frigo sempre vuoto! 
«Hai sempre la testa tra le nuvole, anche quando è sereno», mi rimproverava sempre mia madre. Per questo, sin da quando ero piccolo, porto con me un ombrello, di quelli automatici, basta premere un bottoncino metallico e si aprono come un vaffanculo. E quanti ne ho detti di vaffanculo, sempre troppo pochi, va da sé. Sempre impolitici, non perché non li abbia riservati e riservi alla politica, ma perché non ho mai avuto la faccia a culo di farci, con essi, un partito; un partito di iene arrabbiate, bavose e decompositrici di sistemi per ricomporli tal quali a come erano prima, anzi: peggio di prima.

Ho rubato solo due volte in vita mia. Una, da grande, in una cartolibreria, rubai gli Ossi di seppia perché c'era un'unica copia con l'edizione dalla copertina strappata e il titolare del negozio non voleva farmi lo sconto. L'altra - e questa mi pento ma non mi pento, mi dolgo, ma non mi dolgo - quando ero piccolo, forse facevo la quinta elementare, e rubai cinquemila lire sul comò di mia nonna, per comprarci le sigarette e fumarle di nascosto con gli amici, un pacchetto di Astor marroni, quelle con il ritratto di un parruccone che non ho mai capito chi fosse, che schifo, che tosse, che puzza addosso, cosa che causò l'unica seria brontolata che mio padre mi fece in tutta la sua vita - perché rubai i soldi, non per le sigarette, eh.

Scusate il flusso: come diceva Danilo Kis, ogni tanto «il mio cuore ha le mestruazioni». 

Ripeto: non ho mai prestato attenzione al presente e per questo non mi sono mai sognato di diventare un politico o un giornalista. Sono un beato puro di cuore: aspetto paradisi, non essendo stronzo dentro, come tanti, come troppi, quelli impalcati lassù che impongono, prescrivono, dettano, ordinano, legiferano, immerdano l'anima e il corpo di noi puri di cuore.
Ripeto: ho la testa tra le nuvole, anche quando non ci sono. Oggi è piovuto terra: speravo fosse merda per concimarmi e puzzare almeno un cinque per cento di quanto puzzano lassù, dove fanno piovere e splendere il sole, dove custodiscono nuvole di dati, figli di puttana che ci hanno incastrati a forza di stare qui a scoprire i fianchi delle nostre debolezze, delle nostre paure, dei nostri desideri nascosti. 
«Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della scienza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito» Luca, 11-52
Ho esordito dicendo che ho passato la vita sin qui pensando al futuro ma, non essendo un indovino, non ho mai pensato bene, solo delle misere fantasie di castelli areati nei campi. Ma l'ho percepito, il futuro, dai primi di marzo del 2020, dall'aria che mi è subito mancata, quel carcere, quella impotenza di fronte al potere che si è appiccicato addosso come una sanguisuga, una zecca o una zanzara che finché non la stacchi o la schiacci non se ne va.

lunedì 24 maggio 2021

Per non soccombere alla follia oggettiva

La situazione politica, sociale, economica e culturale è tale che, per non lasciarsi prendere dallo scoramento, è necessario munirsi di microresistenze individuali, di allontanamenti, di distacchi, per riuscire a sopravvivere nella finzione di sentirsi liberi e indipendenti dalle forze dominanti, dalla burocratizzazione dell'assurdo, dalla sanitarizzazione del vivente, dalle facce di culo immutandate dei politici e dei giornalisti che declamano sui media vecchi e nuovi le loro gesta, la loro responsabilità, la loro tabella di marcia verso il marcio. Mi fanno tanto schifo, mi danno talmente uggia e fanno tanta rabbia che, anziché bestemmiare e sfanculare tutto il giorno per l'assurdità continua della situazione e di come essi ne approfittino per cercare legittimità e consenso, che - come sapete - corro.

Come scrive Adorno (Minima moralia, 128, secondo paragrafo) «[...] quando cominciai a riflettere, mi rese sempre felice la canzone che comincia con le parole "tra il mondo e la profonda, profonda valle": la storia delle due lepri che, mentre si sollazzano sull'erba, sono abbattute dal cacciatore, e, quando si rendono conto di essere ancora in vita, scappano via. Ma solo più tardi ho compreso il monito contenuto in quella storia: la ragione può resistere solo nella disperazione e nell'eccesso; occorre l'assurdo per non soccombere alla follia oggettiva. Bisognerebbe fare come le due lepri; quando cala il colpo, cadere follemente come morti, raccogliersi e riprendere coscienza, e, se si è ancora in grado di respirare, scappare a tutta forza. La forza dell'angoscia e della felicità sono la stessa cosa: la stessa apertura illimitata - intensificata fino al sacrificio di sé - all'esperienza, in cui il soccombente si ritrova. Che cosa sarebbe una felicità che non si commisurasse all'incommensurabile tristezza di ciò che è? Il corso del mondo è sconvolto. Chi vi si adatta con prudenza, si rende partecipe della follia, mentre solo l'eccentrico sarebbe in grado di resistere e di imporre un alt all'assurdo. Egli solo potrebbe capacitarsi dell'apparenza del male, dell'irrealtà della disperazione, e rendersi conto, non solo di vivere ancora, ma dell'esserci ancora vita. L'astuzia delle lepri impotenti riscatta - con le lepri - anche il cacciatore, a cui invola la sua colpa».

a duecento metri dall'arrivo della 24


martedì 6 ottobre 2020

Caro Pessoa

Caro Pessoa, cosa aspetti a presentarmi Bernardo Soares affinché mi offra un caffè nel bar della Rua dos Douradores dove egli è solito lasciarsi andare ai suoi "vaneggiamenti"? Sono inquieto e bisogno avrei del suo disincanto per accordarmi alle note del concerto suonato non sotto le stelle - ci sono le nuvole, piove - ma solo nella mente che vaga, appunto, alla ricerca di senso (ma dura poco), per convergere in fretta sulle piccole gratificazioni quotidiane, tipo scrivere, dormire, sognare forse, sognare sì, gli stessi «sogni turgidi» di tutti, sogni in cui si girano film sui desideri che non possiamo soddisfare, come tornare indietro nel tempo, al tempo cui sarebbe stato possibile prendere un biglietto per i mari del Sud, anziché uno scontrino alla cassa per bere un caffè in Rua dos Douradores.
«Si ritorna stanchi da un sogno come da un lavoro reale. Non si è mai vissuto tanto come quando si è pensato molto».¹
È per questo che la sera, anziché pensare, preferisco giocare a un solitario, ordinando carte stupidamente in fila, come se vivere fosse mettere in fila carte per raggiungere uno scopo. A volte lo risolvo, a volte no. A volte spengo il computer, come ora.

____________________
¹ F. Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Feltrinelli, 1986 (pag. 97)


giovedì 7 maggio 2020

Tutto l'universo

Tutto sta andando per il peggio e la serie di avversità è tale che avvilisce. Si vorrebbe solo tirare il fiato, stare un attimo in disparte, da spettatori e osservare: non se ne ha il tempo perché, come ci si prova, la parete del muro presso il quale si pensava di trovare sostegno diventa acuminata, oppure crolla e si precipita.
E si subisce - a volte in silenzio, a volte imprecando, spesso da soli, in auto o davanti allo specchio, raramente in presenza di altre persone e cercando di mantenere un eloquio vibrante che non sconfini troppo nel turpiloquio - e si percepisce il peso peggiore, assurdo della vita e senza avere un grammo della pazienza di Sisifo.
Capita pure di pregare, ripetendo a mezza voce tutto il breviario minimo di preghiere che ancora l'insieme di neuroni mantiene in catalogo. Pregare serve a mantenere la calma, la pazienza, a soffocare la rabbia pronta a esplodere per far uscire la parte peggiore di sé. 
E ci si chiude in sé, forse per la vergogna di non avere una capacità risolutoria immediata, per non farsi vedere troppo impantanati nelle sabbie mobili della vita e bisognosi di soccorso o, forse, molto più semplicemente, perché non si ha voglia di sentirsi ripetere il mantra che ci sono cose peggiori nella vita, oppure non siete i soli a cui è successa una cosa del genere. 
Essere compatiti è spiacevole: è come sentirsi affettati dentro due fette di pane e presi a morsi, strappati dai denti dei discorsi del cazzo. Come fuggirne? Dove trovare rifugio? Ascoltiamo un maestro, Michela, ascoltiamo un maestro.

lunedì 27 gennaio 2020

Penso poco

«Ci sono molti pensieri, io ne penso pochi. Essenziale non è ciò che penso, bensì che penso poco».
Bertolt Brecht, Storie del signor Keuner, Einaudi, Torino 2008

Riducendo l'azione del pensiero, si lascia più spazio (più energia) alla digestione, con buona pace del signor Antonetto. E la mano, anziché sullo stomaco e l'intestino tenue, scivola lentamente, ma inesorabilmente (Giorgione dixit) verso la zona genitale, là dove i pensieri si fanno faceti, perché non è più la testa a pensare, là-bas.
E, in certi frangenti, il pensiero non pensato dalla testa, ricorre ai tempi della scoperta d'amore, quando tutto era meraviglia e l'infinito sembrava a portata di mano, di lingua, di reni e di tutte le altre componenti connesse allo svolgimento delle funzioni sessuali.
Poi tutto diventa normale, l'amore diventa amore di testa e tutto finisce nell'affezione o nella disaffezione, dipende dalle circostanze, dalle trasformazioni e dagli impegni che la necessità richiede. La propria indole ha la meglio, cioè la propria testa con dentro i pensieri che distraggono dall'essenziale e riconducono l'io in balia del quotidiano, del gioco balordo del fare e del disfare, del commercio generale e delle marchette della pensione che non si accumulano più. 
Ah, i sogni: ma sono esistiti, i sogni? O erano semplici pensieri?

E mi torna in mente la cometa di Halley, che apparve nel cielo di quando pensavo.
E, se mi permetto di sperare di rivederla, è per dirle che non la penso più.

martedì 17 dicembre 2019

Poveri uomini soli

Poveri uomini soli, dirigenti o divergenti, lavoratori che hanno tanti colleghi eccezionali di lavoro ma che fuori del lavoro non hanno colleghi fuori lavoro per camminare senza lavorare in parchi umidi e con papaline nere, per parlare di cose serie, per esempio: vale più una sega fatta bene o una scopata fatta male; o anche: alla fine del salmo sarà vera gloria alla Davide o polvere alla Qoèlet?

- Achille, vieni a correre domani?
- No, Ettore: ho la fascite.

«Ho considerato poi la sapienza, la follia e la stoltezza.
- Che farà il successore del re?
- Ciò che è già stato fatto.
- [ma vaffanculo]
Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre.
Il saggio ha gli occhi in fronte ma lo stolto cammina nel buio. Ma so anche che un'unica sorte è riservata a tutt'e due.¹ »

E diventa virale. Ma una volta diventato virale, si evira.

______________
¹Qoèlet, 2, 12-14

giovedì 18 gennaio 2018

Bruca Massaro


Momenti particolari della vita in cui si ha contezza che siano momenti particolari nello stesso momento che accadono, né prima né dopo, durante, e la percezione intera di qualcosa che cambia, dentro, orologio biologico e psicologico, un movimento diverso, un mutato atteggiamento faccia alla quotidianità e alle faccende che impone, o anche agli eventi che il politico, tramite il mediatico, sugli schermi, propone. Isolamento dell’io che fa i conti con se stesso, usando gli addendi d’impotenza e rassegnazione, consolazione e resistenza. 
Tutto si tiene, non avere niente da dimostrare perché non era stata fatta alcuna ipotesi su quello che avremmo potuto essere. Nessuna fede che abbia piegato la mente verso taluna o talaltra direzione. Essere franco coi propri limiti per non cedere alla menzogna che l’io potrebbe essere se volesse. Io non voglio – e finita lì. Non per cedere al vittimismo, ma è preferibile dare la colpa a se stessi, ai propri limiti, ai preferisco di no, sono stanco, chi me lo fa fare, che alle circostanze. Tanto oramai il filo a piombo del caso mi ha piombato qui, in questo spazio tempo e luogo e non mi chiedete di fare, viaggiare, essere, lettera o testamento. Quanta parte ancora di pensiero userò per conoscere me stesso?
Speriamo poca.
«Connais toi toi-même. Maxime aussi pernicieuse que laide. Quiconque s'observe arrête son développement. La chenille qui chercherait à bien se connaître ne deviendrait jamais papillon.» 

André Gide, Les Nouvelles Nourritures, 1935
_______________
«Conosci te stesso. Massima tanto perniciosa quanto brutta. Chiunque si osserva, arresta il suo sviluppo. Il bruco che cercasse di conoscere bene se stesso non diventerebbe mai farfalla».



martedì 26 dicembre 2017

In Celebration

You sit in a chair, touched by nothing, feeling 
the old self become the older self, imagining 
only the patience of water, the boredom of stone. 
You think that silence is the extra page, 
you think that nothing is good or bad, not even
the darkness that fills the house while you sit watching
it happen. You've seen it happen before. Your friends
move past the window, their faces soiled with regret.
You want to wave but cannot raise your hand.
You sit in a chair. You turn to the nightshade spreading
a poisonous net around the house. You taste 
the honey of absence. It is the same wherever 
you are, the same if the voice rots before 
the body, or the body rots before the voice.
You know that desire leads only to sorrow, that sorrow
leads to achievement which leads to emptiness. 
You know that this is different, that this 
is the celebration, the only celebration, 
that by giving yourself over to nothing,
you shall be healed. You know there is joy in feeling
your lungs prepare themselves for an ashen future,
so you wait, you stare and you wait, and the dust settles
and the miraculous hours of childhood wander in darkness.


Mark Strand

§§§
PER UN'OCCASIONE DI FESTA

Siedi su una sedia, da nulla sfiorato, e senti
l'antico sé farsi un sé più antico, immagini
sola la pazienza dell'acqua, la noia della pietra.
Pensi che il silenzio sia la pagina in più,
pensi che niente sia buono o cattivo, nemmeno
il buio che colma la casa mentre seduto lo guardi
arrivare. L'hai visto altre volte. Gli amici
scorrono davanti alla finestra, i volti sudici di rimpianto.
Vuoi salutarli ma non riesci ad alzare la mano.
Siedi su una sedia. Ti volgi all'ombra-di-notte che getta
una rete velenosa attorno alla casa. Assapori
il miele dell'assenza. È lo stesso ovunque
tu sia, lo stesso, sia che la voce imputridisca prima
del corpo, o il corpo imputridisca prima della voce.
Sai che il desiderio porta solo al dolore, che il dolore
porta al compimento che porta al vuoto.
Sai che adesso è diverso, che questa
è occasione di festa, l'unica festa,
che arrendendoti al nulla
sarai risanato. Sai che c'è gioia nel sentire
i polmoni prepararsi a un futuro di cenere,
così aspetti, guardi fisso e aspetti, e la polvere si posa,
e le ore miracolose dell'infanzia brancolano nel buio.

[traduzione di Damiano Abeni, in Mark Strand, L'uomo che cammina un passo avanti al buio, Mondadori, Milano 2011]

Vorrei aggiungere qualche parola a questa poesia, ma l'unica cosa che riesco a fare è ripeterla sottovoce, più in italiano che con il mio scarso, balbettante inglese.

E poi detesto le parafrasi.

Penso che il silenzio sia la pagina in più. Assaporo il miele dell'assenza. So che il desiderio porta solo al dolore, che il dolore porta al compimento che porta al vuoto. Mi arrendo al nulla, non oso sfidarlo. Ma non sarei sincero nel dire di provar gioia a sentire i polmoni prepararsi a un futuro di cenere (sarà che da qualche anno ho smesso di fumare?). Epperò guardo, più o meno fisso, e aspetto. Aspetto cosa? Che il presente lasci spazio alla polvere dei ricordi? No. Ho uno swiffer in mano e, al momento, per non brancolare nel buio, urlo «Ok, Google: torcia». E luce è, bastante tanto da non farsi incantare dalle ore miracolose dell'infanzia.

Era bello morire da piccoli 
con i peli del culo a batuffolo
che morire da grandi soldati
con i peli del culo bruciati



mercoledì 8 marzo 2017

Eclittica per dilettanti


C'è un punto dell'orizzonte sulla Terra dove il Sole tramonta tutti i giorni, anche se il cielo è nuvoloso e non si vede tramontare. Il bello (?) è che tutti i giorni quel punto cambia. O almeno: ogni giorno, quel punto, è un punto diverso che, tuttavia, si ripresenta due volte all'anno, tranne che nei giorni di solstizio, che sono punti unici per la declinazione massima (solstizio d'estate) o minima (solstizio d'inverno) del Sole. Naturalmente, questo fenomeno accade dappertutto sulla Terra salvo che all'Equatore, luogo in cui la monotonia delle quasi¹ dodici ore di luce e dodici ore di notte non provoca, nelle genti che lo abitano, alcuno sbattimento eclittico.

E dato che tutti i giorni, al tramonto, il Sole cade in punto dell'orizzonte diverso, io stesso tramonto diversamente, anche se, ugualmente, due volte all'anno mi ripeto. E pure ho i miei punti di massima o minima declinazione. Tutte faccende terrestri che, da un punto di vista esistenziale, sembrano non c'entrare una sega nulla con la vita e, invece, penso, forse presuntuosamente, che la disposizione al tramonto sia un'ottima propedeutica al tempo che passa e finisce nella notte, in quella sola parte di cielo dove si possono guardare le inutili stelle. E il naufragar... eccetera.


__________
¹ «Lungo la linea immaginaria equatoriale il Sole sorge ogni giorno appena prima delle 6:00 e tramonta appena dopo le 18:00 (escludendo l'orario esatto per ogni posto dettato sempre dalla longitudine all'interno del fuso orario ed eventualmente dall'applicazione dell'ora legale durante tutto l'anno); quindi il  tecnicamente dura impercettibilmente più di dodici ore. Ciò a causa della curvatura della Terra e della presenza dell'atmosfera, difatti in ogni luogo del Mondo il Sole deve raggiungere una declinazione negativa all'orizzonte per tramontarne totalmente dietro. Questa declinazione per il diametro apparente del disco solare assieme alla presenza dell'atmosfera che diffonde la luce equivale mediamente a −0,833 gradi.» Wikipedia

mercoledì 28 settembre 2016

Vivere piccoli

«Si può vivere piccoli come il proprio ego o grandi come la propria idea, io ho scelto l’idea». Shimon Peres¹

Questa frase non mi quadra. Mi sembra presuntuoso che una persona, anche nel momento in cui può ragionevolmente fare un consuntivo sulla propria vita, dia un giudizio di sé in questi termini, anche nel caso - remoto - che ciò corrisponda al vero (ho dei dubbi che per Shimon Peres questo valga, casomai li spiegherò nei commenti se qualcuno me lo chiede, perché non è di questo che voglio occuparmi).

Sarà che il mio è un ego piccolo e che di conseguenza io, piccolamente, viva. Ma non per questo io mi sento più misero di chi invece viva grandemente al servizio della propria idea. 
Che idea? Ma quale idea? Eccetera.

Vivere grandi come la propria idea: e chi la partorisce l'idea se non l'io piccolo, o un Super-ego ancor più miseramente piccolo perché non è certamente tuo, dacché te lo sei trovato sul groppone sin dalla nascita, sia esso ebraico o musulmano o cristiano o guatemalteco?

Io penso fortemente che la piccolezza umana sia alla base della diminuzione sostanziale delle rotture di coglioni che fracassano il mondo e che, per converso, la “grandezza” delle idee sia il comburente dei fuochi di guerra e disperazione sparsi per il mondo (il combustibile è qualcos'altro).

Tanto per dirne una: l'idea di nazione (di fazione) è una delle idee più fottute che ammorba l'umano.

Certo, l'idea che accomuna tanti io sotto la propria insegna è un ottimo ovile: rassicurante, stimolante, offerente un sicuro appiglio identitario. 
L'idea è, per assurdo, tutta dentro un confine. L'io piccolo, circonciso, no. 

Si sputa meglio fuori.
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¹ Trovata grazie a Rachel.

sabato 13 agosto 2016

Quando vi sarà l'essente

Anni or sono, era estate, vendetti a poco prezzo la mia manodopera di scarso valore e minimo sudore a un datore di lavoro, 9€ all'ora (mi davo via per poco, come oggi), a nero, pur trattando egli una materia bianca, come la farina; in breve: fui aiuto fornaio di un panificio piccolo piccolo che produceva un pane indigesto per lo meno a me che se lo mangiavo mi rimaneva sullo stomaco, ma tant'è, avevo bisogno di un po' di soldi per pareggiare i conti dei lunghi inverni del precariato.
In questo forno avevo come compito primario quello di stare al banco vendita e la mattina d'estate mi piaceva vendere pane caldo, schiacciate, panini, crostate e biscotti toscani fatti con margarina bavarese, a belle signore indigene ma anche forestiere e quelle che apprezzavo di più erano le scollate, dai fianchi larghi e la schiena nera verniciata dalle pennellate del solleone. Entravano e, mentre decidevano cosa comperare, io mi concentravo nel cogliere il momento esatto in cui la mascella imponeva ai loro molari il lieve strofinio d'inizio salivazione. Quando accadeva, mi precipitavo, solerte, a offrir loro un assaggio del prodotto che più stimolava la loro attenzione. 
«Provi questi cantuccini alla mandorla, signora».
Così che poi dopo ne compravano mezzo chilo.
Il titolare del forno era contento e approvava la mia maestria. Mi diceva anche: «Lucaluca, io sto poco ad andare in pensione e, se vuoi, cedo a te l'attività». 
Non cedetti alle sue lusinghe, per varie ragioni, la prima tra le quali che lavorare stanca, e io non desidero essere identificato con quale che sia l'attività che mi permetta di sussistere in questo sistema della compravendita ritenuto un meccanismo naturale dalle genti. Aspetto insomma la rivoluzione in cui il lavoro riuscirà a svincolarsi definitivamente dal mercato e dal capitale. In poche parole, aspetto di non fare un cazzo, tenendo conto che non fare un cazzo vuol dire espletare serenamente le funzioni vitali, unite al leggere, scrivere, camminare, fare ginnastica, guardare il cielo, i volti e i culi umani quando lo richiedono, tutte cose banali comunemente svolte, ciascuno secondo le proprie inclinazioni, nei periodi di ferie e sollazzo.
Attesa vana. Sarà per questo che tutte le volte che devo rinnovare la carta d'identità, alla voce professione, sono tentato di far scrivere: essente.