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venerdì 13 maggio 2011

La visibilità come criterio di una società di ordini (bis)


«L'ineguaglianza, nella democrazia mediatica, non riguarda solo la capacità individuale di trasmissione, con i nuovi poveri che ricevono e i nuovi ricchi che fabbricano, diffondono e scelgono il visivo. L'ineguaglianza risiede anche nella capacità di farsi vedere, personalmente. In tutti i luoghi pubblici (ristoranti, teatro, aereo, ecc.), la precedenza del volto già visto da qualche parte su quello mai visto, da nessuna parte, è norma. La visibilità come criterio di una società di ordini: da un lato, i visibili, i nuovi nobili in grado di pronunciare opinioni autorizzate; dall'altro gli ignobili, i non conosciuti, che non hanno accesso agli schermi. Democratico è il regime che organizza e canalizza i conflitti. È quindi auspicabile che la frattura fra gli individui con l'immagine, come un tempo quelli con la terra o con la spada, e gli uomini che ne sono privi non si trasformi in una contraddizione forte, in quanto non disponiamo, in questo momento, di un quadro di trattamento adeguato a questo nuovo tipo di sollevamenti di massa, alle rivolte cioè delle ombre contro i vip».
Régis Debray, Vita e morte dell'immagine, Il Castoro, Milano 1999, pag. 274 (traduzione di Andrea Pinotti).


Ora, con precisione non lo so dire; ma mi sembra che da un po' di anni, noi invisibili, cominciamo a disporre di un «quadro di trattamento adeguato», offerto in larga misura da i nuovi canali di comunicazione e di espressione informatica, di spargimento d'ombra sulle false luci del potere.
Eccoci, non so bene quanto pronti e quanto in grado di compiere una rivolta (leggi: rivoluzione). Però sono piccoli, grandi segnali questi: come scrive Luca De Biase, «ogni giorno, in un paese come l'Italia, 12 milioni di persone si collegano a Facebook». Io voglio sperare che anche solo questo minimo gesto di connessione alla rete comporti uno sforzo di pensiero, di sollevazione morale che riscattino trent'anni (o forse più) di passivismo televisivo.

sabato 11 settembre 2010

Il Fuoco sacro. Introduzione (iv)

«L'uomo si comprende in Dio», diceva Eric Weil, filosofo kantiano. «Questa formula ha due sensi: è in Dio che l'uomo si vede, e ciò che l'uomo vede in Dio è se stesso». Fissare lo sguardo nel ghiaccio ha questa virtù salutare: ci costringe a rimettere in causa l'idea lusinghiera che ognuno ha di se stesso. Le nostre metropoli mettono due specchi a disposizione dell'essere umano emancipato, che dovrebbero condurlo a riflettere più spesso su ciò che egli è, non su ciò che, invece, amerebbe essere: lo zoo e la cattedrale. Non si perde mai del tempo ad andarci e, soprattutto, a ritornarci […]. L'uomo supera infinitamente l'uomo; e gli animali ci mostrano senza mezzi termini ciò che di noi travalica il lato “animale” [in peggio], così come il Messia di Haendel ci fa ascoltare ciò che supera il nostro lato “angelico”. Se, un giorno, la nostra specie dovesse darsi una bandiera – per distinguersi dai suoi vicini – essa avrebbe i colori del sangue e dell'oro. Presso di noi, bipedi implumi, si uccide il proprio simile e congenere e, insieme, si adora il Totalmente Altro. Voi, invece quadrupedi e altre specie animali, non adorate nessuno e non uccidete, di solito, che degli “estranei”, ovvero degli appartenenti a una specie diversa. Il mammifero umano è stretto nella morsa tra il Totalmente Altro e totalmente prossimo. Seguire l'evoluzione degli ominidi, dall'Homo erectus (700000 a.C.) al Sapiens sapiens (35000 a.C.), obbliga a riunire ai due capi della catena lo scimpanzé e l'asceta, la tana e la cripta. Da questo incrocio è scaturito il primate onnivoro che cammina in posizione eretta, come voi, come me. Diciamo che bisogna prendere sul serio il dio RA o il Brahaman, tanto quanto il macaco e i bonobo, se s'avesse il potere di reperire senza tanti infingimenti il perché la scimmia verticale, quale noi siamo, con la sua aureola e le sue schifezze, si differenzi dal cugino non umano. «L'uomo è un animale che ha ricevuto la vocazione di essere divinizzato», riconosceva già Basilio di Cesarea (329-379 d.C.), che ha fondato la vita monastica orientale. Questo sesto senso probabilmente fa parte del piccolo sovrappiù neurologico o genetico proprio al solo animale che scoprì il fuoco e sotterra i suoi morti, affinché egli possa astrarsi dalla vita psichica immediata, per infatuarsi dell'inesistente e dell'invisibile. Ci sarebbero dunque due vie maestre, così poco sovvenzionate sia l'una che l'altra, le quali, sebbene con diverso prestigio, mettono in evidenza ai nostri occhi indagatori le nostre azioni più banali: l'etologia comparata, o lo studio dei comportamenti delle diverse specie animali (possibilmente nel loro habitat naturale), e la teologia comparata, o lo studio dei diversi modi che hanno gli specimen della nostra specie di riconoscere un potere o un principio superiore a se stessi, al quale devono ubbidienza e rispetto. Sono queste sfortunatamente, con la mediologia che fa da ponte, le due discipline che non s'insegnano nelle facoltà di lettere e di scienze umane. Ora, se le pretese scienze dell'uomo hanno un avvenire (del quale sono in molti a dubitare), è presumibilmente cercando il trait d'union zoo-teo che esse potrebbero darsene uno (di avvenire), mediante un lavoro d'équipe che unisca la linea tratteggiata che collega l'inferiore al superiore, per avere una radioscopia completa da capo a piedi dell'homo.

Régis Débray, Le Feu sacré, Fayard, Paris 2003 (pag 18-19, trad. mia)

venerdì 12 giugno 2009

Educazione civica

«I giornali [la televisione] sono e saranno il principio del male nel mondo moderno: nella loro sofistica essi non conoscono limiti, perché possono scendere sempre più in basso nella scelta dei lettori [dei telespettatori]. Con questo essi dragano la fanghiglia degli uomini che nessun governo potrà più dominare [ovvero potrà meglio dominare]. Saranno sempre pochi quelli che in verità vedono la falsità che c'è nell'esistenza dei giornali [delle televisioni], e di questi pochi solo pochissimi avranno il coraggio di esprimerlo: perché per un uomo è addirittura un martirio il rompere con la maggioranza e la diffusione, che poi lo perseguiterà e lo maltratterà senza posa. [...]
L'effetto demoralizzante dei giornali [della televisione] lo si può vedere anche nel modo seguente.
Chissà se in ogni generazione si trovano una decina, i quali - socraticamente - temano più di tutto d'avere un'opinione sbagliata; ci sono invece migliaia e milioni che anzitutto hanno paura di starsene soli, anche se lo starsene soli fosse l'opinione più giusta.
Ma basta che una cosa sia scritta in un giornale [o vista alla televisione], e si può eo ipso esser sicuri che c'è sempre un buon numero che avranno o manifesteranno la stessa opinione: ergo, puoi benissimo anche tu avere quest'opinione.
In verità, se i giornali di oggi [le televisioni] dovessero, come gli altri negozianti, mettere fuori un'insegna, essa dovrebbe portare la scritta: Qui si demoralizzano gli uomini nel più breve tempo possibile, secondo la più grande misura e al prezzo più basso possibile!»

Søren Kierkegaard,
Diario, Rizzoli, Milano 1992, (pag. 181 e 199-200)