Ieri un'amica mi ha mandato una foto scattata alla manifestazione di Genova. In mezzo alla folla un uomo regge un foglio scritto a mano: «Abbassate le armi, alzate i salari!!». Leggendolo ho provato una sensazione stridente. Mi è parso uno slogan vecchio, carico di un'ideologia che si trascina da più di un secolo senza aver risolto niente. Anzi, ha aggravato vieppiù i problemi, perché è proprio in forza di parole come queste che la società non si evolve e lo Stato resta al centro della scena, come cardine indispensabile della comunità umana.
Provo a spiegarmi, prendendo le due frasi una alla volta.
Abbassate le armi
Chi non lo dice? Credo che perfino l'amministratore delegato di Leonardo, o quello della Beretta, sarebbe d'accordo, e lo direbbe volentieri in pubblico: abbassiamo le armi. E ammettiamo che le armi vengano abbassate davvero, finalmente. Che cosa dovranno dire quegli stessi amministratori alle loro maestranze, davanti al crollo improvviso di commesse e ordini? «Dobbiamo abbassarvi i salari»? O peggio: «Dobbiamo licenziarvi»? (E lascio da parte il fatto che Leonardo è partecipata dallo Stato, e che i maggiori clienti dell'industria degli armamenti sono proprio gli Stati, cioè coloro che detengono, e meno male, l'uso esclusivo della forza, perché non si torni al bellum omnium contra omnes.)
Ecco che le due metà dello slogan, appena le si prende sul serio, si contraddicono. Il punto non è che le armi facciano bene all'economia: chi lo pensasse avrebbe un'idea piuttosto macabra della prosperità. Il punto è che in un ordinamento in cui il reddito di una famiglia dipende da ciò che il suo lavoro produce, anche l'operaio di una fabbrica d'armi ha interesse, suo malgrado, che le commesse non finiscano mai. Lo slogan non vede questo nodo. Anzi, lo stringe.
Alzate i salari
Il salario è il compenso che un lavoratore riceve in cambio della cessione della propria forza lavoro, fisica o intellettuale. Non sono un conoscitore di Marx, e chi lo ha studiato a fondo potrà correggermi. Ma c'è una sua frase, trovata quasi per caso, che non ho più dimenticato. Nel 1865, in una conferenza poi pubblicata col titolo Salario, prezzo e profitto, invitava gli operai a non scrivere più sulla loro bandiera «un equo salario per un'equa giornata di lavoro», ma «abolizione del sistema del salario». Se l'ho capita bene, Marx vedeva già allora che il problema non era soltanto la misura del salario, ma il salario stesso. E centosessant'anni dopo, a Genova, ci si ferma ancora a chiederne uno più alto.
Non so dire quanto e come il pensiero che si è richiamato a Marx sia rimasto fedele a quella frase; lascio il giudizio a chi ne sa più di me. Mi pare però che la storia del Novecento abbia cercato la soluzione soprattutto nel cambiare i rapporti di proprietà, e che lo abbia fatto quasi sempre attraverso lo Stato. In questo modo si è rimasti, mi sembra, dentro la stessa logica: il lavoro come merce che si compra e si vende, solo a un prezzo migliore.
Con Steiner ho scoperto che è proprio qui il vero vulnus della questione sociale. Già nel 1905 egli formulava quella che chiamava la legge fondamentale sociale. Lo faceva dal punto di vista della scienza dello spirito, cioè della conoscenza dei mondi sovrasensibili, che il linguaggio del tempo chiamava «occultismo»:
«La fondamentale legge sociale che può venir indicata dall'occultismo è questa: La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più di tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisfatti dalle sue prestazioni, ma da quelle degli altri.
Tutte le istituzioni entro una comunità di uomini che contraddicono questa legge, alla lunga producono in qualche modo miseria e dolore.
Questa legge fondamentale vale per la vita sociale con tale esclusività e necessità, come ogni legge naturale vale per uno specifico campo della natura. Non si deve però pensare che basti dar valore a questa legge in un senso genericamente morale, oppure che la si voglia più o meno trasformare nel senso che ognuno lavori al servizio dei propri simili. No, in realtà la legge vive come deve, soltanto se a una comunità di uomini riesce di creare istituzioni tali che mai qualcuno possa trattenere per sé i frutti del suo lavoro, ma che questi vadano a vantaggio della comunità, possibilmente senza residui. In cambio ognuno deve a sua volta venir mantenuto dal lavoro dei suoi simili. Il punto è cioè che siano due cose del tutto distinte il lavorare per i propri simili e il conseguire determinate entrate.»
L'errore, dunque, non sta tanto nel fatto che i salari siano bassi, ma nel fatto stesso che esistano. È ancora invalsa l'idea che un essere umano, per vivere, debba vendere il proprio lavoro in cambio di un salario (a meno che non appartenga alla ristretta cerchia di chi vive di rendita). Finché gli si impone un salario per sopravvivere, egli resta schiavo, e non lo sa. Non lo sapevano gli schiavi dei Greci, non lo sapevano i servi della gleba. Del resto Steiner vedeva nel lavoro trattato come merce l'ultimo residuo della schiavitù antica: allora si vendeva l'uomo intero, poi una parte di lui, oggi la sua forza lavoro. È questa mentalità a far credere ancora che certi slogan funzionino.
E poi, ammettiamolo: come si pensa di alzare i salari senza una concreta ripresa economica? Tassando i ricchi, cioè l'economia produttiva e finanziaria? Lo sanno anche i sassi che i capitali tassati in uno Stato, o in un'unione di Stati, vanno a stabilirsi altrove. Nell'Unione Europea c'è perfino il paradosso del Lussemburgo e dell'Irlanda. E se si tassa la produzione per aumentare salari e stipendi, dove si scaricano queste tasse? Sui prezzi. E chi patisce di più l'aumento dei prezzi? I salariati. È un cane che si morde la coda, o no?
Torno allo slogan. Non mi sono mai piaciute le manifestazioni, e non ho mai tenuto molto a essere «popolo». Lo dico con delicatezza e senza offesa, perché molti amici e colleghi ci vanno ancora. Credo però che gli assembramenti ottundano il pensare libero a favore del pensiero di massa (Elias Canetti ne sapeva qualcosa). Ma ciò che più mi rattrista è un'altra cosa. Tanta fantasia, tanto sentimento, tanto desiderio di cambiare le cose e migliorare il mondo restano incatenati a idee che non stanno dentro la realtà del mondo. Sono pensieri sbagliati che si continuano a gridare perché mettono la coscienza in pace, contro il potere cattivo e il governante di turno.
Non vorrei però che queste righe sembrassero soltanto una critica, e per giunta di chi guarda dalla finestra mentre gli altri scendono in piazza. Se lo slogan è vecchio, non è perché sia sbagliato il desiderio che lo muove, ma perché è sbagliata la domanda. Chiedere salari più alti significa accettare che il lavoro umano sia una merce, e discutere soltanto del suo prezzo. La domanda nuova è un'altra: come costruire istituzioni in cui lavorare per gli altri e ricevere di che vivere siano, finalmente, due cose distinte?
Steiner, lo si è visto, non lo chiedeva come un appello morale alla bontà dei singoli. Non basta che ciascuno diventi più generoso, né che lo Stato redistribuisca meglio ciò che prima ha preso. Occorre che l'essere umano riceva i mezzi per vivere perché è un essere umano, e non come prezzo della sua prestazione. E occorre che il frutto del suo lavoro vada alla comunità senza essere venduto come una merce: non per bontà d'animo, ma perché le istituzioni sono costruite così. Allora l'operaio della fabbrica d'armi non avrebbe più bisogno della guerra per mantenere i figli. E la pace non dovrebbe più essere pagata con i licenziamenti.
È un'idea che a molti sembrerà un'utopia. Ma anche l'abolizione della schiavitù, per gli uomini liberi di Atene, sarebbe sembrata un'assurdità economica: chi avrebbe lavorato i campi? Con alcuni amici, sparsi per l'Italia, ci ritroviamo da tempo a studiare questi pensieri, a partire da Steiner e dall'Antropocrazia di Nicolò Giuseppe Bellia. Non abbiamo slogan da offrire, e forse è proprio questo il punto.
E se mai mi capitasse di andare a una manifestazione, cosa di cui dubito, sul mio foglio scriverei qualcosa di meno gridato e forse di più scandaloso: separate il lavoro dal reddito. Ma temo che non ci starebbero i punti esclamativi.

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