mercoledì 1 settembre 2021
Waves of anger and fear
mercoledì 5 giugno 2019
La vita a episodi
lunedì 4 maggio 2015
È tempo per la distruzione dell'errore
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| La Stampa |
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| La Stampa |
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| W.H. Auden, 1929, in Opere poetiche, Vol. II, Lerici Editore, Roma 1969, traduzione Aurora Ciliberti |
P.S.
D. Perché più o meno, con tutti i distinguo del caso, quando si nasce, si nasce gratis, mentre quando si muore, si muore a pagamento?
R. È il Trattamento di Fine Rapporto. Con la vita.
domenica 4 aprile 2010
Pasqua 1.
It was Easter as I walked in the public gardens,
Hearing the frogs exhaling from the pond,
Watching traffic of magnificent cloud
Moving without anxiety on open sky—
Season when lovers and writers find
An altering speech for altering things,
An emphasis on new names, on the arm
A fresh hand with fresh power.
But thinking so I came at once
Where solitary man sat weeping on a bench,
Hanging his head down, with his mouth distorted
Helpless and ugly as an embryo chicken.
Camminavo a Pasqua lungo i giardini pubblici
ascoltando le rane esalare dallo stagno,
osservando il variare d'una magnifica nuvola
che si moveva senz'ansia nel cielo aperto -
la stagione in cui amanti e scrittori trovano
un discorso che muta per cose in mutamento,
un'enfasi sui nomi nuovi, sul braccio
una mano fresca con un fresco potere.
A questo pensando venni improvvisamente
dove un uomo solo piangeva su una panchina,
la testa abbandonata, la bocca distorta,
brutto e indifeso come un pulcino in embrione.
Questa la prima strofa di uno dei più considerevoli poemi del Novecento.
Wystan Hugh Auden, Opere poetiche, (Traduzione di Aurora Ciliberti), Lerici, Roma 1969
martedì 1 settembre 2009
September 1, 1939
Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.
Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.
L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.
In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto internazionale.
Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perché questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perché non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che mai felici sono stati o buoni.
Le idiozie di partito più vacue
che gridano le Persone Importanti
non sono radicali come il nostro
desiderio:quel che il folle Nijinsky
ha scritto su Diaghilev
vale per il cuore di tutti;
ché ogni donna e ogni uomo
nutre nelle fibre l’errore
di bramare quel che non può avere,
non l’amore universale,
ma d’avere per sé solo ogni amore.
Dal buio conservatore
gli ottusi pendolari entrano
nella vita etica,
ripetendo il voto mattutino:
«Sarò fedele a mia moglie,
mi concentrerò di più sul lavoro»,
e i governanti impotenti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?
Tutto quello che ho è una voce
per svelare la bugia nascosta,
la bugia romantica ch’è nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la bugia dell’Autorità
i cui edifici frugano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste da solo;
la fame non lascia scelta
al cittadino né alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.
Senza difesa il nostro mondo
giace sotto la notte attonito;
eppure, accesi ovunque,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma affermativa.
Wystan Hugh Auden, Un altro tempo, Adelphi, Milano 1997 (traduzione Nicola Gandini)




