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mercoledì 1 settembre 2021

Waves of anger and fear


Volete sapere come sto, ma non ve lo dico. Tanto se ve lo dicessi, fareste finta di ascoltare e rispondereste come un centralino "Salve: per assistenza commerciale digiti uno, per assistenza mentale digiti 2". Perdipiù, avete la pretesa di affermare che, per stare bene, si deve fare questo e quest'altro. Io annuisco, muovo la testa in su e in giù, alla maniera di quei cagnolini finti che si mettevano un tempo dietro le auto per far credere, a chi seguiva, di avere un cane a bordo; e faccio questo movimento perché se, invece, vi dicessi che io, per stare bene, faccio qualcos'altro, voi mi rimproverereste, mi direste che sono un tipo poco raccomandabile, quasi un delinquente, uno che certo non merita di occupare un posto in società, che deve stare a casa, meglio sarebbe in una casa correzionale, un 41 bischeri atto alla bisogna. 

Sono tempi bui, da carbonari, se ancora usasse il carbone. Tempi da dispacci, da cristacci morti di fame che non si sono fermati a Eboli, ma che invece occupano posizioni e incarichi a tempo indeterminatissimo, la maggior parte del quale - tempo - è trascorso con un microfono davanti alla bocca per parlare al po - po - lo (sillabato per motivi di gravità).

Onde per cui, di questi tempi, è bene essere poco chiari: a esserlo - è dimostrato - si rischia di accecare di luce chi si è abituato alle caverne. Vedo, infatti, molte persone disegnare animali, umani compresi, sottoposti a varie modalità di punizione e tortura. Per ora sono soltanto disegnetti, abbozzi, puntuali dichiarazioni a mezzo stampa, brevi rullate di tamburo per raccogliere un po' di folla. Si accendono fuochi, si tendono corde, si cercano dirupi. I segni ci sono tutti: sarà sufficiente far annusare un po' di sangue all'orda così che la festa abbia inizio.


mercoledì 5 giugno 2019

La vita a episodi

C'è un momento nella vita, ma anche due o più, una successione di momenti in cui, a poco a poco, mentire diventa un modo per sopravvivere. Prendiamo per esempio La verità vi prego sull'amore: se l'amore, per sorgere, pretende verità, viceversa, per sopravvivere e non tramontare, necessita finzione. Infatti, è sufficiente leggere le strofe della ballata di Auden per rendersene pienamente conto.

Tuttavia, nel tempo della vita che scorre, per evitare di raccontare menzogne in continuazione, il modo migliore è evitare di essere diretti, glissare, cambiare discorso, fare finta di aver bisogno del bagno, fingere una telefonata, distrarre l'interlocutore col fischiettio di una canzone popolare.

Questa, secondo me, è la tattica migliore per non essere qualificato come un politico qualunque che è riuscito a farsi eleggere e, ad ogni occasione televisiva o radiofonica o "socialmediatica", pretende affermare il verbo, magari credendoci, da uomo di Bonafè (l'avete eletta voi in Europa, ricordatevi).

Ma dicevo la vita. Volevo raccontare un episodio. Uno, non una serie ammorbante di quelle in onda su netfava o altri portali del vuoto a perdere. Il titolo fa il verso al titolo di due serie tv italiane, famose nel mondo, Gomorra e Suburra. La mia s'intitola Sborra. La sigla di apertura è un prestito dagli Eli, Figli della gleba per via degli ettolitri. La storia racconta di un quattordicenne a bordo di uno scooter Piaggio, un Sì non truccato, che insegue una coetanea bionda a bordo di un Malaguti truccato. L'inseguimento dura cento metri. Lui si ferma al bordo della carreggiata e, in preda alla disperazione adolescenziale causata dal rifiuto amoroso, gli occorre un insolito fenomeno di polluzione diurna - e cola sui tarassachi in fiore. Fine.

Se proprio desiderate un altro episodio, applaudite con una mano sola.

lunedì 4 maggio 2015

È tempo per la distruzione dell'errore

La Stampa


[*]
La Stampa


Proviamo a unire i puntini: partendo dalle riserve di grano canadese in mano a una società finanziaria pubblica dell'Arabia Saudita, passiamo ai magazzini pieni di merce invenduta (corollario della crisi sistemica del capitalismo) e concludiamo coi funerali delle persone non in grado di pagarsi il funerale.
Che cosa ne esce?


W.H. Auden, 1929, in Opere poetiche, Vol. II, Lerici Editore, Roma 1969, traduzione Aurora Ciliberti

P.S.
D. Perché più o meno, con tutti i distinguo del caso, quando si nasce, si nasce gratis, mentre quando si muore, si muore a pagamento?
R. È il Trattamento di Fine Rapporto. Con la vita.

domenica 4 aprile 2010

Pasqua 1.

1929
It was Easter as I walked in the public gardens,
Hearing the frogs exhaling from the pond,
Watching traffic of magnificent cloud
Moving without anxiety on open sky—
Season when lovers and writers find
An altering speech for altering things,
An emphasis on new names, on the arm
A fresh hand with fresh power.
But thinking so I came at once
Where solitary man sat weeping on a bench,
Hanging his head down, with his mouth distorted
Helpless and ugly as an embryo chicken.

Camminavo a Pasqua lungo i giardini pubblici
ascoltando le rane esalare dallo stagno,
osservando il variare d'una magnifica nuvola
che si moveva senz'ansia nel cielo aperto -
la stagione in cui amanti e scrittori trovano
un discorso che muta per cose in mutamento,
un'enfasi sui nomi nuovi, sul braccio
una mano fresca con un fresco potere.
A questo pensando venni improvvisamente
dove un uomo solo piangeva su una panchina,
la testa abbandonata, la bocca distorta,
brutto e indifeso come un pulcino in embrione.



Questa la prima strofa di uno dei più considerevoli poemi del Novecento.


Wystan Hugh Auden, Opere poetiche, (Traduzione di Aurora Ciliberti), Lerici, Roma 1969

martedì 1 settembre 2009

September 1, 1939

Siedo in una delle bettole
della Cinquantaduesima strada
incerto e spaventato
vedendo scadere le astute speranze
d’un decennio basso e disonesto:
onde di rabbia e di paura
circolano per le luminose
e oscurate contrade della terra,
ossessionando le nostre vite private;
l’indicibile odore della morte
offende la notte di settembre.

Le ricerche degli esperti possono
riesumare intera l’offesa
che da Lutero ad oggi
ha fatto impazzire una cultura,
scoprire quello che successe a Linz,
quale immensa illusione ha creato
un dio psicopatico:
io e il pubblico sappiamo
quel che i bambini imparano a scuola,
coloro a cui male è fatto,
male faranno in cambio.

L’esule Tucidide sapeva
tutto quello che può dire un discorso
sulla Democrazia,
e quello che fanno i dittatori,
l’antiquato ciarpame che raccontano
a un apatico sepolcro;
egli analizzò tutto nel suo libro,
la ragione messa al bando,
il dolore che plasma l’abitudine,
il cattivo governo e il cordoglio:
tutto questo ci è inflitto un’altra volta.

In quest’aria neutrale
dove ciechi grattacieli usano
tutta la loro altezza a proclamare
la forza dell’Uomo Collettivo,
ogni lingua versa a gara
la sua scusa vana:
ma chi può vivere a lungo
in un sogno euforico;
essi guardano fuori dallo specchio
la faccia dell’imperialismo
e il torto internazionale.

Le facce lungo il bancone
s’aggrappano al loro giorno medio:
le luci non devono mai spegnersi,
la musica deve sempre andare,
tutte le convenzioni cospirano
perché questa fortezza assuma
l’arredamento di casa;
perché non vediamo dove stiamo,
persi in un mondo stregato,
bambini spaventati dalla notte
che mai felici sono stati o buoni.

Le idiozie di partito più vacue
che gridano le Persone Importanti
non sono radicali come il nostro
desiderio:quel che il folle Nijinsky
ha scritto su Diaghilev
vale per il cuore di tutti;
ché ogni donna e ogni uomo
nutre nelle fibre l’errore
di bramare quel che non può avere,
non l’amore universale,
ma d’avere per sé solo ogni amore.

Dal buio conservatore
gli ottusi pendolari entrano
nella vita etica,
ripetendo il voto mattutino:
«Sarò fedele a mia moglie,
mi concentrerò di più sul lavoro»,
e i governanti impotenti si svegliano
riprendendo il loro gioco obbligato:
chi può liberarli adesso,
chi può arrivare ai sordi,
chi può parlare per i muti?

Tutto quello che ho è una voce
per svelare la bugia nascosta,
la bugia romantica ch’è nel cervello
del sensuale uomo della strada
e la bugia dell’Autorità
i cui edifici frugano il cielo:
non c’è una cosa chiamata Stato
e nessuno esiste da solo;
la fame non lascia scelta
al cittadino né alla polizia;
dobbiamo amarci l’un l’altro o morire.

Senza difesa il nostro mondo
giace sotto la notte attonito;
eppure, accesi ovunque,
ironici punti di luce
lampeggiano là dove i Giusti
si scambiano i loro messaggi:
oh, che io possa, composto come loro
d’Eros e di polvere,
assediato dalla medesima
negazione e disperazione,
mostrare una fiamma affermativa.

Wystan Hugh Auden, Un altro tempo, Adelphi, Milano 1997 (traduzione Nicola Gandini)