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lunedì 15 giugno 2015

Il sapore di un soffio

Certo che se ti presenti con quel taglio di capelli, quel sorriso e quello sguardo che mi tiene sollevate le palpebre pronte a chiudersi per sognare e ricordare (o viceversa), allora io mi arrendo, allora io confesso a dio padre poco potente e a voi fratelli perché vederti qui mi mette gioia e benessere addosso e, insieme, il desiderio di prenderti la mano, piano, per scriverti sul palmo due parole minime, leggere, di conferma dello stato di allegrezza che alberga dentro me quando sono in tua presenza.
La fortuna (o viceversa) è data dalla fugacità di questi momenti che spuntano come funghi dopo la pioggia calda di giugno. Accadono nel momento in cui ci siamo. E non sempre noi siamo noi in certi momenti, soprattutto in quelli in cui siamo sommersi dagli impegni quotidiani, o distesi in una solitudine controllata a manutenere il nostro io.
Ma stasera, appunto, direi per caso, pochi minuti di contatto hanno acceso la luce all'orizzonte, è spiovuto e un raggio obliquo è filtrato tra due spesse nuvole a illuminare il tuo volto e quel ciuffo mosso che ti faceva da pendolo tra un occhio e l'altro - e quando tu ci hai soffiato sopra, il tempo si è fermato e ho ricordato un attimo di felicità. Aveva proprio quel sapore.

mercoledì 9 luglio 2014

Tutto bene

Sapessi esattamente i pesci prendere quali io li lascerei tutti in acqua, in virtù del mio lasciar vivere agli altri le vite che si trovano a vivere, anche quelle da pesci. I miei occhi lo sanno che in fondo ai tuoi si trova l'approdo, il marinaio che va in pensione stanco di navigare, l'amo e l'amore, pescati. Ci sono le padelle e te intorno soffriggi, danzi, prepari sostanze, nutrimenti che vanno aldilà del rapporto tra carboidrati e proteine. Tu, i minerali - e i miei capelli lo sanno, quelli che scarsi restano impigliati nelle tue dita di melanzana. Il profumo è un discorso a parte, la fame non si fa urgente, è la presenza costante di uno stato di - permettimi di dirlo, profanando - beatitudine, così la concepisco, per varie ragioni, intrise di fanciullezza, di ricordi che riaffiorano spolverati di farina, il senso della tavola come affezione, la grazia che si amplifica nei gesti rapidi della rigovernatura. Il tutto bene è vero, il sorriso che l'accompagna pure. La mente non ce la fa a pensare un oltrebene, sta qui concentrata, compatta, composta tra forno e lavastoviglie, tra raccolta differenziata e scolapiatti in alto (nelle gocce d'acqua soprattutto che, lente, scendono giù a colpire il culo dei bicchieri). Il microonde, il pane, la presa per non scottarsi, le stoviglie mescolate, il sibilo leggero del frigo. Cosa scrivo sulla lavagnetta adesso che sei qui? Cosa scriviamo insieme, quale memento? Comprare i bruscolini?

domenica 13 ottobre 2013

Non mi passa altro per la mente, credimi

«Dio, che giornata eterna! Bah! che giornata. Vuoi sapere che ore sono, secondo il mio fuso? Le quattro del pomeriggio. Ehi, se tu fossi qui adesso, sorellina, mamma, figlia, amante (nipote, zietta, nonnina) forse potremmo chiacchierare un po' e rannicchiarci vicini – niente porcherie. Solo incastrarci a cucchiaino. Forse mi lasceresti appoggiare il faccione grigio tra le dolci parentesi alate delle tue scapole, non mi passa altro per la mente, credimi. Lo so che sei una creatura innocente. Una che non fuma, non beve e non scopa tanto in giro, scommetto. Mi sbaglio? È per questo che ti amo... In ogni modo, per come la vedevo io, le alternative realistiche di cui disponevo erano sei. Mettermi subito a letto, con un po' di scotch e qualche Serafim in corpo. Tornare all'Happy Isles e vedere come se la cavava la piccola Moby. Chiamare Doris Arthur. Acchiappare uno spettacolo hard core dietro l'angolo, sulla maledetta Settima Avenue. Uscire a ubriacarmi. Restare e ubriacarmi.»
Martin Amis, Money, (1984), Einaudi, Torino 1999 (traduzione di Susanna Basso).


È troppo tempo che non mi ubriaco, porca puttana, e non so neanche perché. O meglio, lo so, il perché: perché l'ultima volta che mi sono ubriacato, dopo, sono stato così male, ho vomitato l'anima, ho perso quasi i sensi, e il mal di capo conseguente mi ha tormentato per un'intera giornata. Quindi evito, in primo luogo per i postumi. Ma anche perché, in fondo, lo stato euforico non mi dice più un cazzo, disinibito lo sono abbastanza, e l'ottundimento mentale causato da alcol o droghe lo trovo analogo a quello determinato dalla fede (a differenza che, quest'ultima, una volta assunta, ha effetti più a lungo termine, quasi sempre al termine). Insomma, uscire fuori di sé non mi sembra il caso, ci sono troppi effetti collaterali. Meglio divertirsi con quanto già siamo, maschere senza maschera, mendicanti in cerca di piacere e di consolazione tra le dolci parentesi alate delle scapole altrui.