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martedì 3 ottobre 2023

Prima digerire

Ma ci provo a giustificare, a tentare di chiarire. «Il mio vecchio editore» sennò si potrebbe preoccupare (arrabbiare no, in fondo, mica mi paga). Il problema è che occorrono molteplici premesse. Ma perché dovrei premettere e non andare subito al sodo? Vado al sodo, che poi tanto ‘sodo’ non è - come potrebbero obiettare qualcuno. Sto studiando, tentando passi verso la conoscenza (e magari potessi anche nella moralità). Da un anno e qualche mese (quattordici mesi, se non sbaglio) sto studiando la Scienza dello Spirito offerta all'umanità moderna da Rudolf Steiner. E qui dovrei cominciare a spiegare (giustificare no, e di che, poi), ma ancora balbetto. Sicché mi taccio. Mi taccio perché ho dovuto mettere in discussione gran parte di quello che pensavo, in particolare l'uso del pensare. Ecco, quando mi sentirò allenato abbastanza, proverò su queste pagine a fare un esercizio di pensiero, come li chiama Pietro Archiati nei suoi impareggiabili seminari su La filosofia della libertà. 

« Alla mia frase: “Noi dobbiamo pensare, prima di poter osservare il pensare stesso”, qualcuno potrebbe con uguale giustificazione contrapporne un'altra: “Anche per il digerire non possiamo attendere di aver osservato il processo del digerire”. Sarebbe un'obiezione simile a quella che faceva Pascal a Cartesio, affermando che si potrebbe anche dire: “Io vado a spasso, dunque sono”. Certamente devo anche digerire bene prima di studiare i processi fisiologici della digestione; sarebbe però possibile fare questo paragone con l'osservazione del pensare, se io non studiassi poi la digestione col pensiero, ma la volessi mangiare e digerire. Non è poi senza ragione il fatto che il digerire non può diventare oggetto del digerire, mentre il pensare può essere oggetto del pensare».
Rudolf Steiner, La filosofia della libertà, 1894, traduzione di Iberto Bavastro, Milano 2020.

domenica 23 gennaio 2011

Sono nato

Mi ricordo il giorno in cui venni al mondo. Innanzitutto io nacqui in casa, non all'ospedale. Appena uscii da mia madre mi rivolsi, sorridendo, alla levatrice dicendole: «Signora Marisa, dopo avermelo tagliato e “unto”, mi farebbe un piercing all'ombelico?» Già prevedevo le mode, ero ante-litteram. Non mi ricordo bene, però, se la prima luce che vidi fu quella di una lampada al neon o a incandescenza. Ricordo che piansi un pochino perché faceva un freddo bestia rispetto al caldo buio, là “dentro” e, ciò nonostante, vollero farmi il bagnetto con dell'acqua riscaldata sulla stufa a legna della cucina. Anche troppo calda per i miei gusti. Non avevano mica il termometro per misurare la temperatura, facevano a tatto. E un conto è il tatto di chi è appena uscito dal ventre materno e un altro è quello di chi è stato fuori a temperatura ambiente. È chiaro che, appena immerso, io cominciai a piangere. «Amorino, senti come piange? Scotta?». Ancora non conoscevo la parola vaffanculo. Comunque cominciai a percepire che piacere e dispiacere sono strettamente connessi con le relazioni che abbiamo con gli altri. Gli altri, già. Questo inferno, sartrianamente parlando. Ma è l'unico mondo, gli altri, dove ci è concesso di vivere per non essere dei morti viventi. La vita è nella relazione. E la relazione va allargata, come l'organo genitale femminile si allarga per dare la vita. Allargare la relazione tra umani consente di salire nella gerarchia dei bisogni (vedi immagine sotto). Altrimenti ci tocca in sorte la tristezza di essere dei miseri individui determinati biologicamente. Oltre Food, Drink, Safety, Sex esiste qualcos'altro quaggiù per cui la vita acquista un senso - e questo senso sta nel cercare lo Spirito dentro la materia.

Sono nato.
Sono sopravvissuto.
Mi sono riprodotto.
Ma mi sono rotto.
Mi manca il senso:
dove lo trovo?
Lo provo
quando penso
quando mi muovo
quando cerco
tra i libri e tra le mani
di altri nati
il sentimento di essere umani.