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martedì 14 marzo 2017

Outfit

«Se si scrivesse sempre soltanto quello che quindici anni dopo sarebbe opportuno aver scritto, è probabile che non si scriverebbe niente del tutto».
Gottfried Benn, Pietra, verso, flauto, Adelphi, Milano 1990

È probabile. Altamente. Ma bassamente si continua a indulgere in questo vizio, scrivere. Soprattutto nei momenti in cui non si capisce se si ha realmente qualcosa da dire o se, invece, ci si attarda con le parole in attesa che esse possano dire qualcosa al posto nostro, come se esse contenessero l'espressione esatta dei nostri pensieri, come se riuscissero a deporre quel che realmente vorremmo essere capaci di deporre agli atti della vita che scorre.

Quali sono i pensieri dominanti l'attuale mio presente? E ché devo scriverne e quindi denudarmi? Smascherarmi? Le parole possono realmente smascherare? O forse sono i migliori abiti per andare in giro con un certo decoro urbano, il nostro outfit quotidiano.

sabato 31 marzo 2012

La mia consistenza antropologica


« E a questo proposito La prego di osservare una volta come la lingua convenzionale, quella colloquiale, è ormai del tutto svuotata di sostanza e consistenza antropologica. Le resta forse ancora una qualche autorità? La lingua ha forse ancora un qualche carattere dialogico in senso metafisico? Mi sembra che essa sia puro scarto e chiacchiere consunte. Tutto parla a vuoto. Il compito del parlare e della parola si è spostato, è diventato lingua da furfanti. Slang, argot, truffatori ammiccano con parole, si può anche dire che la lingua è divenuta puramente politica, né riesce più a toccare una qualche profondità umana. La gioventù non può parlare con la vecchiaia, là l'istinto qui l'esperienza e, quando il corpo non preme più, ecco la morale. Il religioso non può parlare più con l'uomo di mondo, colui al quale il dono della fede non è stato dato pensa in maniera piatta e lineare. La madre non può parlare con la figlia, poiché la figlia le nasconde i suoi piaceri e il suo pudore. L'artista non può parlare con il politico, questi è l'attuale, l'altro è acronico. Tutto è soltanto diceria, consistente inarcarsi di smanie, e dissimulazione, e ciance da poltrona – nel profondo, inquieto, è l'Altro, che ci ha fatto, ma che noi non vediamo. Ci nutriamo di autoincontri in ore brevi, ma chi incontra se stesso? Solo pochi, e poi isolati, – Rönne incontra se stesso – »

Gottfried Benn, Cervelli, Adelphi, Milano 1986 (traduzione a cura di Maria Fancelli).


Il blogger può dire di essere, come il dottor Rönne, tra quei «pochi, e poi isolati», che, autoincontrandosi, incontrano se stessi?
Inutile indulgere in false modestie: per quel che mi riguarda: sì. Ma non è che in questo trovi una gran soddisfazione. Più la trovo sentendo che questo autoincontro quotidiano - che spesso è un autoscontro - mi fa incontrare altri che tentano, come me, di autoincontrare se stessi. 
La scrittura bloggheristica come tentativo, spesso fallimentare, di fare della parola qualcosa di diverso dalla lingua di servizio che usiamo per comunicare convenzioni e «chiacchiere consunte»; una scrittura come spazio per «toccare una qualche profondità umana», che smuova l'animo inquieto di chi sente che le parole servono anche (e soprattutto) a dare forma al nostro essere
Le parole che diventano corpo (corpo che diventa parola).
Le parole sono ambasciatori particolari che portano in giro per la rete pene e gioie, in breve:  passioni dettate da ancora non so bene cosa... forse da amore (e altre passioni).


I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando
(Purg. XXIV)

mercoledì 9 novembre 2011

Di vostra cerchia sono

Di vostra terra sono, e sempre mai
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.
Inf. XVI, 58-60
«Senza alcun dubbio esiste una cerchia che è possibile delimitare quanto a forma e contenuto e nel cui ambito chi appartiene a una determinata generazione risulta autentico e rappresentativo, mentre, al di fuori di essa, egli appare cadente e superato. Quando costui trova gli strumenti per esprimersi, in lui ha voce il punto di intersezione fra un processo discendente e un germe tacito ma sempre presente o, per applicare i termini della moderna teoria ereditaria: in lui trova voce il fenotipo, cioè la sezione attuale del genotipo, del tipo della specie - il fenotipo che, quanto a mutazioni e tare, realizza di volta in volta l'esistenza del germe».

Gottfried Benn, Romanzo del Fenotipo (1944), in Il tolemaico, Einaudi, Torino 1973 (traduzione di L. Zagari).

Google mi ha preso per sfinimento: mi sono lasciato andare senza fare troppo lo schifiltoso e ho cominciato a cerchiare (senza compasso) e ad essere cerchiato. Ma il mio cerchio è aperto e non chiuso, un girotondo, un'atmosfera che riflette i pensieri delle persone con le quali ho da condividere qualcosa. Solo una cosa: il mio occhio passerà dal “+Luca” senza troppa assiduità, più o meno con la stessa frequenza di passaggio che ho su Facebook.

venerdì 24 giugno 2011

Soprattutto il popolo italiano

«Al popolo io non ho mai guardato con entusiasmo, non l'ho mai visto in una scala di valori, ma sempre nell'ambito di princìpi ordinativi e di suddivisioni in gabbie, sempre con un carico di oppressione e perdite addosso. (Ma evidentemente ci sono stati solo due popoli che si "sono compiuti": i Dori e i Francesi, mentre tutto il resto è stato solo velleità)Lettera a Olze, 2 febbraio 1934

Gottfried Benn, Pietra, verso, flatuto, Adelphi, Milano 1990 (trad. di Gilberto Forti).

martedì 21 dicembre 2010

Massime della mia vita

«Se Lei vuole ascoltare le massime della mia vita, sarebbero le seguenti: Primo: Conosci la situazione. Secondo: Tieni conto dei tuoi difetti, parti dalle tue risorse, non dalle tue parole d'ordine. Terzo: Non completare la tua personalità, ma le singole opere tue. Soffia il mondo come vetro, come fiato da un cannello: il colpo con cui liberi ogni cosa: i vasi, le urne, le lèkythoi – questo colpo è tuo ed è quello che decide. Quarto: Il destino interviene soltanto per le mediocrità, ciò che sta più in alto conduce la propria esistenza per conto suo. Quinto: Se qualcuno ti rinfaccia estetismo e formalismo, guardalo con interesse: è l'uomo delle caverne, in lui parla il senso estetico delle sue clave e del suo perizoma. Sesto: Prendi ogni tanto del bromo, che calma l'encefalo e le irregolarità degli affetti. Settimo: Ancora una volta: Conosci la situazione»

Gottfried Benn, Pietra, verso, flauto, Adelphi, Milano 1990 (a cura di Gilberto Forti).

martedì 16 giugno 2009

Superare la vita nella forma

«Attorno alla mummia di Dio, al di sopra delle acque che battono contro la fortezza, va errando una figura mostruosa: ai margini del vuoto, giallo e colmo di simùn, sta morto il castello del deserto, i tralci sulla parete. Quattromila anni di umanità sono passati, e felicità e infelicità sono state sempre uguali: volgiti via dal tuo prossimo, questo sarà l'insegnamento se adesso risuonerà la colonna di Memnone. Certo, vi siete amati, vi siete appoggiati l'uno all'altro - ma ovunque giriate lo sguardo, cruccio e peso nel cuore. Ma se noi insegnassimo a scorgere la danza a cerchio e a superare la vita nella forma, allora la morte non sarebbe l'ombra, azzurra, in cui stanno immerse le felicità?
La dolcezza del finire, l'ebbrezza del caduco; attraverso a ogni sera il baluginio dell'ultima, attraverso ogni ora lo spossamento orfico, il brivido dell'affondare, la felicità orrida del Sé

Gottfried Benn, “L'io moderno”, da Lo smalto sul nulla, Adelphi, Milano 1992 (pag. 19-20).

giovedì 15 gennaio 2009

L'uomo di formato ridotto


Momò Calascibetta - La folla - cm.50 x 35 - acrilico 1978*

Il prossimo, l'uomo medio, quello di formato ridotto, l'ottimista a tutta prova, quello che grida Barabba, quello che vuol vivere bon et propre, al pranzo di mezzogiorno le troie soddisfatte, gli accattoni moribondi cacciati all'ospedale -, il grande cliente dell'utilitarista -: misura e scopo di un'epoca.


Gottfried Benn, Pietra, verso, flauto, Adelphi, Milano 1990, pag. 190