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E a questo proposito La prego di osservare una volta come la lingua
convenzionale, quella colloquiale, è ormai del tutto svuotata di
sostanza e consistenza antropologica. Le resta forse ancora una
qualche autorità? La lingua ha forse ancora un qualche carattere
dialogico in senso metafisico? Mi sembra che essa sia puro scarto e
chiacchiere consunte. Tutto parla a vuoto. Il compito del parlare e
della parola si è spostato, è diventato lingua da furfanti. Slang,
argot, truffatori ammiccano con parole, si può anche dire che la
lingua è divenuta puramente politica, né riesce più a toccare una
qualche profondità umana. La gioventù non può parlare con la
vecchiaia, là l'istinto qui l'esperienza e, quando il corpo non
preme più, ecco la morale. Il religioso non può parlare più con
l'uomo di mondo, colui al quale il dono della fede non è stato dato
pensa in maniera piatta e lineare. La madre non può parlare con la
figlia, poiché la figlia le nasconde i suoi piaceri e il suo pudore.
L'artista non può parlare con il politico, questi è l'attuale,
l'altro è acronico. Tutto è soltanto diceria, consistente inarcarsi
di smanie, e dissimulazione, e ciance da poltrona – nel profondo,
inquieto, è l'Altro, che ci ha fatto, ma che noi non vediamo. Ci
nutriamo di autoincontri in ore brevi, ma chi incontra se stesso?
Solo pochi, e poi isolati, – Rönne incontra se stesso – »
Gottfried
Benn, Cervelli, Adelphi, Milano 1986 (traduzione a cura di Maria
Fancelli).
Il blogger può dire di essere, come il dottor Rönne, tra quei «pochi, e poi isolati», che, autoincontrandosi, incontrano se stessi?
Inutile indulgere in false modestie: per quel che mi riguarda: sì. Ma non è che in questo trovi una gran soddisfazione. Più la trovo sentendo che questo autoincontro quotidiano - che spesso è un autoscontro - mi fa incontrare altri che tentano, come me, di autoincontrare se stessi.
La scrittura bloggheristica come tentativo, spesso fallimentare, di fare della parola qualcosa di diverso dalla lingua di servizio che usiamo per comunicare convenzioni e «chiacchiere consunte»; una scrittura come spazio per «toccare una qualche profondità umana», che smuova l'animo inquieto di chi sente che le parole servono anche (e soprattutto) a dare forma al nostro essere.
Le parole che diventano corpo (corpo che diventa parola).
Le parole sono ambasciatori particolari che portano in giro per la rete pene e gioie, in breve: passioni dettate da ancora non so bene cosa... forse da amore (e altre passioni).
I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando
(Purg. XXIV)