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martedì 6 ottobre 2015

Scrivere di quelle cose

« Non camuffare nulla, non nascondere nulla, scrivere di quelle cose che sono più vicine al nostro dolore, alla nostra felicità; scrivere della mia goffaggine sessuale, delle agonie di Tantalo, della profondità del mio scoraggiamento – mi sembra di intravederlo nei miei sogni – della mia disperazione. Scrivere delle stupide agonie dell'ansia, e quando terminano, di come si rinnova la nostra forza; scrivere della nostra dolorosa ricerca di noi stessi, messa a repentaglio da uno sconosciuto a un ufficio postale, da un volto intravisto dietro il finestrino di un treno; scrivere dei continenti e dei popoli dei nostri sogni, dell'amore e della morte, del bene e del male, della fine del mondo. »
John Cheever, Una specie di solitudine. I diari. Feltrinelli, Milano 2012, traduzione di Adelaide Cioni (pag. 190)

Inutile ora ripresentare alla mente lo scambio di occhiate improvvise di due sconosciuti, che avrebbero avuto potenzialmente qualcosa da dirsi e che invece non si sono detti niente e, probabilmente nell'una e sicuramente nell'altro, hanno fantasticato sulla possibilità del perdurare degli sguardi dai quali sarebbe scaturito un sorriso e da esso uno scambio di due o tre frasi minime, convenevoli, che ne dici di un caffè rapido, hai tempo, ho tempo, due tempi, fuori piove e appunto il caffè è necessario per rendere timidi questi sguardi prima furtivi adesso un po' troppo esuberanti, la fantasia unita al desiderio precipita gli eventi, non c'è più tempo, c'è la fatica, resta soltanto l'ombra di un sorriso che si sfoca.


lunedì 23 giugno 2014

Pensieri a spasso

Anche stasera porto il pensiero a spasso, però con il guinzaglio: pisciatina qui, pisciatina là, il mio è un pensiero marcatore. Infatti alcuni lo annusano e ci riorinano sopra: fanno bene, è meglio mescolarli i pensieri. Come gli odori degli umani, anche i pensieri, quando si mescolano a fin di bene, producono unità di intenti e memorie condivise. Ti ricordi quel giorno quando mi tolsi le scarpe ché mi stavano strette e provai sì sollievo, ma da esse uscì fuori un leggerissimo e inevitabile afrore di piedi compressi fortunatamente trattenuto dai pedalini pariscarpa? Fa niente, è naturale, dicesti, come tutti gli umori del nostro corpo lo sono, basta lavarsi, basta cospargersi le mani di lavanda e strofinarsi a secco, sentirai te poi che profumo.
Bene, adesso riporto il pensiero a cuccia, l'avevo avvisato che stasera il giro sarebbe stato breve, perché devo finire di leggere alcuni racconti di John Cheever che mi fanno pensare tanto:

«Se Francis avesse creduto alle divinità dell'amore, agli amorini armati di arco e frecce, ai capricciosi intrighi di Venere ed Eros, o anche alle pozioni magiche, ai filtri, ai decotti e ai quarti di luna, ciò avrebbe potuto spiegare la sua ipersensibilità e la sua febbrile euforia. Sugli amori autunnali della mezza età si è molto scritto, e Francis pensava di esserci proprio dentro, ma non vi era alcuna traccia di autunno in ciò che sentiva. Voleva trastullarsi in verdi foreste, grattarsi dove gli prudeva e bere allo stesso calice». 
John Cheever, Ballata, Fandango, Roma 2000 (pag. 117, traduzione di Marco Papi).

domenica 29 luglio 2012

Una scrittura semplice



A me sembra che quando la scrittura è scorrevole si legga meglio e uno sia più invogliato a leggere, a seguire quello che uno scrive. Certo, questo non vuol dire farla semplice, perché mica è tanto facile scrivere semplice e, allo stesso tempo, dire cose sensate o insensate che abbiano un qualche interesse e non siano delle frasine del cazzo alla Bruno Vespa o alla Silvia Avallone (c'è un perché in questo accostamento). Insomma, scrivere semplice non vuol affatto essere una descrizione delle acque calde del mondo, piuttosto delle acque carsiche, ma mi fermo se no metaforizzo troppo e qualcuno potrebbe anche legittimamente dirmi “la stai facendo complicata”. Infatti – e per la verità non so nemmeno bene perché ho impancato questo discorso, manco fossi un'autorità. Mah, è che oggi, dopopranzo, dato che ero stanco per una lunga passeggiata mattutina in montagna, mi sono buttato sul divano e, nel dormiveglia, mi sono venute in mente queste considerazioni post-prandiali sulla scrittura semplice che ho buttato giù alla bell'e meglio su un taccuino che avevo a portata di mano. Cioè, mi sono reso conto che quando scrivo in uno stato di dormiveglia, la scrittura è più fluida e scorrevole, vale a dire meno frenata dalle interpunzioni del pensiero. Scrivo, insomma, come se fosse un prolungamento del sogno, di più: come se fosse pensiero-sogno a raccontarsi da solo così come si presenta alla mente senza tante intermediazioni. Il sogno – sappiamo tutti – pur riunendo in sé molteplici aspetti, è la migliore delle narrazioni, dacché riesce a concatenare tutte le storie che produce anche quando queste appartengono a piani d'«irrealtà» diversi. Tutti quando sogniamo abbiamo l'impressione di vivere dentro una storia, anche assurda, che si racconta da sola tutto d'un fiato.

L'importante, per me, è far scorrere la penna sul foglio senza inceppamenti e interruzioni. Naturalmente la scrittura, da chiara e leggibile, diventa via via incomprensibile e, molte volte (succede), che non capisca niente di quello che ho scritto, ma sono sicuro che se lo capissi, sotto sotto ci troverei un racconto di Cheever.
A tal proposito, mi ricordo che, nel paese dove abito, c'era un signore, un vero intellettuale coi guanti bianchi e il bastone di metallo, cappello e sigaretta perenne, che era uscito di manicomio grazie a Basaglia, anche se in manicomio si era laureato in sociologia delle comunicazioni (non è vero, ma per me era come se fosse così). Bene, tale signore* – che ebbe il suo momento di gloria negli anni novanta al Maurizio Costanzo Show dove fu protagonista indiscusso di due serate – soleva portare con sé, a tracolla dell'elegante vestito, un borsa capiente, contenente intere risme di fogli formato A4. Egli passava intere mattine e interi pomeriggi al tavolino di un bar, tirava fuori dalla borsa tali fogli, prendeva la biro e cominciava a produrre una sorta di scrittura ondulatoria, tipo i fusilli della Garofalo, da margine a margine. Lui scriveva ore e ore, senza fine, come il moto perpetuo delle onde del mare.
Un giorno, dato che eravamo diventati confidenti – o meglio: lui, vedendo in me un suo possibile discepolo, mi confidò cosa andava scrivendo: «Niente, come il pensiero in fondo è niente. Tutti i pensieri umani sono niente, sia quelli espressi che gli inespressi. È il gesto che conta, il gesto ondulatorio, il nostro particolare battito d'ali, che, nel mio caso, è altamente improduttivo e antiutilitarista. Come vedi, le mie sono antimemorie: di me non sarà ricordato nulla. Non c'è nulla da interpretare, da decifrare in quello che scrivo. E poi, per non rischiare di essere frainteso anche del nulla che scrivo, dopo averlo scritto, come vedi, strappo e butto via tutto. Hanno messo in piazza, davanti alla casa di riposo, dei simpatici contenitori gialli per la carta da riciclare. Gialli, come la maglia gialla che avevo il giorno in cui i miei genitori mi accompagnarono in manicomio».

Che lo scrivere, dunque, semplice o complicato, significante o insignificante che sia, sia niente? Non lo so di preciso, anche se no, credo di no. Nello spazio di vita concesso, il pensiero che trapela dalla scrittura (e non solo da essa) a volte dona carezze e meraviglia. E del mio scrivere cosa spero che sia, visto che, spudoratamente, lo pubblico e non lo strappo gettandolo nei cassonetti della riciclata? Mi accontenterei assomigliasse a un gesto, al battito d'ali di chi ama volare rasoterra. 

*Tale signore si chiamava Pasquale Spadi. Forse qualcuno lo ricorda davvero al Maurizio Costanzo Show.
Update. Lo Spadi, dopo l'effimero successo ottenuto da Costanzo, pubblicò questo. Qui altra citazione.

sabato 2 ottobre 2010

Cercherò di ricordare

«Oh mia cara, […] ieri sera, guardando una commedia alla TV, ho visto una donna che toccava un uomo con familiarità – un leggero tocco sulla spalla – e mi sono buttato sul letto a piangere. Nessuno mi ha visto. Tutti i detenuti, ovviamente, soffrono di una perdita d'identità, ma quel tocco leggero mi ha spalancato l'immagine terrificante dell'abisso della mia alienazione. Tranne me stesso, qui non c'è nessuno con cui io possa veramente parlare. Tranne me stesso, non c'è niente che io possa toccare e che sia caldo, umano, sensibile. Senza il calore del sentimento, la mia ragione, con le sue alte aspirazioni alla forza, alla luce, alla praticità, è completamente paralizzata. Mi viene imposto un nulla osceno. Io non amo. Io non sono amato, e solo a fatica riesco a ricordare l'estasi dell'amore. Se chiudo gli occhi e mi sforzo di pregare, piombo nel torpore della solitudine. Cercherò di ricordare. Ma nel ricordare, mia cara, eviterò per quanto possibile di citare scopate particolari o luoghi o vestiti o gesta di comprensione reciproca. Potrei ricordare il nostro ritorno al Danieli dal Lido dopo una meravigliosa giornata sulla spiaggia dove entrambi ci eravamo sentiti adescare quasi da tutti. Era l'ora nella quale la spaventosa, assolutamente spaventosa, orchestrina cominciava a suonare tanghi spaventosi e cominciavano a comparire le bellezze della sera, ragazze e ragazzi in abiti fatti a mano. Potrei ricordare questo, ma non voglio».

John Cheever, Il prigioniero di Falconer, Garzanti, Milano 1978 (traduzione di Ettore Capriolo)

«Dato e non concesso [ma io me lo concedo] che nell'immediatezza vi sia qualcosa del soggetto, e anche se ogni discorso sul soggetto è mitico e sgusciante [io sguscio volentieri], diremo che nel ricordo si ha un restringimento della sfera del soggetto. Non tutto il soggetto che era presente nel contatto viene conservato nel ricordo: qui il soggetto si scinde, e una parte, che era nel contatto, diventa oggetto del ricordo, mentre la parte rimanente è il soggetto ricordante. Di qui l'attenuazione della vivezza dell'immediato nel ricordo, poiché quello che là era soggetto è ora oggetto [...] Man mano che l'oggetto si distingue [ovvero man mano che vediamo noi là belli, come personaggi nel film dei nostri ricordi], ciò avviene alle spese del soggetto: questo perde qualcosa, una sua parte diventa oggetto [ma è difficile trovare registi a metter sotto contratto i nostri ricordi]. Noi possiamo ancora ricordare perché il soggetto è ancora simile, è l'elemento comune tra il contatto e il ricordo; chi ricorda è pressoché lo stesso che era nel contatto, ma ciò che viene ricordato non è il contatto come tale, bensì qualcosa di meno [ecco il nocciolo della questione], perché ne rimane escluso appunto il soggetto ricordante».

Giorgio Colli, Filosofia dell'espressione, Adelphi, Milano 1969

Vivere è una fabbrica di ricordi. È il ricordo che certifica di aver vissuto. Ma nel ricordo noi, soggetti, non ci siamo più, non siamo lì in quell'immagine che ci appare e ci riporta alle mente il tempo in cui eravamo felici (o infelici). L'attimo costruisce il ricordo, ma il ricordo ingoia l'attimo, se ne nutre. Si vive per ricordare e la nostra vita, se non fosse produzione di ricordi, sarebbe forse in sé vita felice o infelice. Ma che se ne fa il Grande Artefice, ammesso e non concesso che ce ne sia uno, di (dato di ieri alle 19,22) seimiliardieottocentosettantaquattromilionieottocentoquarantaduemilatrentaquattro produttori di ricordi? Li conserva tutti in una immensa mediateca? Senza considerare quelli dei produttori non più in vita e dei futuri. Ricordi, vissutezze, gettati nello spazio tempo a scrivere chissà cosa: il grande vuoto? L'unica speranza è che nel vuoto non tutto scompaia secondo le leggi della radiazione di Hawking. Che le nostre coppie di ricordi che appaiono sul «confine degli eventi» possano manifestare lo stesso comportamento bizzarro delle coppie di particelle e antiparticelle delle quali, sull'orlo del buco nero, una scompare e un'altra no. Che, insomma, sopravvivano nello spazio i nostri ricordi migliori. Cominciamo a selezionare (e a continuare la produzione).


domenica 26 settembre 2010

La parola alla saggezza

«Tanti anni fa, quando hanno inventato la bomba atomica, la gente aveva paura che scoppiasse e facesse fuori tutti; non sapevano che l'umanità ha nelle budella tanta di quella dinamite da far saltare l'intero merdoso pianeta. Io invece lo so».[*]

John Cheever, Il prigioniero di Falconer, Garzanti, Milano 1978 (traduzione di Ettore Capriolo)

sabato 18 settembre 2010

Discutere sul corpo

«Marcia ci mise una decina di giorni prima di cedere. Fu dopo il cocktail party e prima di un pranzo. Andarono a fare un sonnellino, con lei tra le sue braccia, erano una cosa sola, pensò Farragut. Sentiva sul viso la fragrante matassa dei suoi capelli. La udiva respirare fragorosamente. Quando si svegliò, lei gli toccò il viso e gli chiese: «Ho russato?» «Terribilmente,» disse lui. «Parevi una sega circolare.» «Ho dormito benissimo,» disse lei. «Mi piace dormire tra le tue braccia.» Poi fecero l'amore. Nella fantasia di Farragut un grande orgasmo era vincere una regata velica, era il Rinascimento, era conquistare un'alta montagna. «È stato bello, cristo,» disse lei. «Che ora è?» «Le sette,» rispose lui. «Per che ora ci aspettano?» «Per le otto.» «Tu il bagno lo hai già fatto. Adesso lo faccio io.» Lui la asciugò con un kleenex e le diede una sigaretta accesa. Poi la seguì in bagno e si sistemò sul sedile abbassato della tazza guardandola lavarsi la schiena con una spazzola. «Avevo dimenticato di dirti,» disse, «che Liza ci ha mandato una forma di Brie.» «Bene,» disse Marcia, «ma sai una cosa? Il Brie mi fa venire una diarrea spaventosa.» Lui si spostò i genitali e accavallò le gambe. «Strano,» disse. «A me provoca stitichezza.» Così era allora il loro matrimonio: non la cima della scalinata, non lo scrosciare delle fontane d'Italia, non il vento tra ulivi stranieri: ma un maschio e una femmina che, completamente nudi, discutevano dei loro intestini.»

John Cheever, Il prigioniero di Falconer, Garzanti, Milano 1978, pag. 21-22 (traduzione di Ettore Capriolo).

sabato 4 settembre 2010

Un vero paradiso narrativo


Il sabato mattina mi reco spesso in biblioteca comunale. Entro e, quasi sempre, mi dirigo senza una meta precisa verso gli scaffali di libri di narrativa e saggistica varia pubblicati (più o meno) tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '90 del Novecento. Sabato scorso, in un angolino basso, altezza piedi, scovo la prima edizione de Il crematorio di Vienna di Goffredo Parise edita da Feltrinelli nel novembre del 1969 che subito presi in prestito. Accanto a tale libro (non ho mai capito bene il criterio di catalogazione adottato dalla biblioteca in questione), coperto (esso solo!) da una spessa coltre di polvere sulla sua costola superiore, vidi anche, di John Cheever, Un vero paradiso¹, (titolo originale Oh What A Paradise It Seems del 1982) pubblicato da Garzanti (traduzione di Ettore Capriolo) nel 1984; anche di esso si tratta di una prima edizione (finita di stampare il 30 aprile 1984, appunto) ma, un po' per la polvere e un po' perché ho un sacco di libri avviati che m'aspettano, non lo presi.

Ora, si dà il caso che in settimana, Giulio Mozzi (qui) abbia parlato di un libro di John Cheever in modo tale da invogliarne la ricerca e la lettura. Stamani, dunque, son tornato sui miei passi e ho preso il libro su indicato dell'autore americano e ho avuto la subita impressione di aver tra le mani un piccolo capolavoro. Eccone un assaggio:

All'epoca della quale sto scrivendo, il jogging era molto diffuso in tutte le città del mondo che lui conosceva. Verso la fine della giornata, a Rotterdam o a Mosca, nel brillante riverbero invernale che allieta a volte New York o nella prime nevi di Copenhagen, vedevi uomini e donne di tutte le età e di tutti i ceti venire avanti per godersi una bella corsa. I soli premi di queste fatiche erano piccoli trofei senza valore. Presto naturalmente sarebbe intervenuta la commercializzazione, ma sarebbe intervenuta soltanto dopo, e il jogging era ancora uno dei pochi sforzi umani impegnativi che non avesse alcun rapporto con le banche. Una sera ad Amsterdam o a Leningrado – Sears non ricordava la città ma doveva avere una certa conoscenza della lingua che vi si parlava – Sears aveva fermato una dozzina di joggers per chiedere loro perché correvano. «Corro per trovare me stesso», dicevano. «Corro per perdere peso, corro perché sono innamorato, corro per dimenticare i miei debiti, corro perché ho il cazzo duro da tre settimane e spero di calmarmi, corro per sfuggire a mia suocera, corro per la gloria di Dio». Tutte le risposte gli erano parse soddisfacenti e comprensibili, e ora, ogni volta che al crepuscolo, a Bucarest o a Des Moines, a Venezia o a Calgary, vedeva comparire i joggers, essi erano per lui una prova caparbia e irriducibile della ferma decisione d'eccellere dell'uomo. E mentre attraversava la città in quella sera di pioggia lo superarono molti di loro. Lei venne ad aprirgli in vestaglia, una logora vestaglia azzurra. Lui si spogliò in meno di un minuto. «Non ne potevi proprio più,» disse lei teneramente, un po' di tempo dopo.


A parte. Provate per divertimento a sostituire le parole jogging con blogging e joggers con bloggers.
¹Attualmente il libro è edito da Fandango. Vedi qui.