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sabato 25 giugno 2016

I giusti onori

«Innanzitutto, onore alla Bompiani, un editore che, di questi tempi, osa pubblicare il “Diario” di André Gide in due tomi. Un’impresa del genere, inoltre, ha l’ardire di presentarsi armata di un imponente apparato critico. Curata da Piero Gelli (che firma la prefazione e i bei medaglioni sugli “Amici di Gide”), tradotta da Sergio Arecco, aperta da una Cronologia, l’opera segue l’edizione stabilita per la collana Pléiade da Éric Marty e Martine Sagaert (che introducono il primo e il secondo), recuperando molto materiale inedito e integrandolo con alcuni scritti autobiografici.»

Non per vantare chissà quali doti di bibliofilo (non ne ho), piuttosto per segnalare a Valerio Magrelli che, anni fa, per caso, in una bancarella dell'usato, abbia acquistato uno (ahimè, c'era solo quello) dei due tomi del Diario di Gide, edito per l'appunto da Bompiani, nel 1950, tradotto dal francese da Renato Arenta e con la seguente avvertenza:   



Questo giusto per dire che gli onori all'editore vanno sì tributati, ma per una riedizione fornita di una nuova traduzione e un nuovo apparato critico che segue l'edizione canonica della Pléiade. 






giovedì 29 marzo 2012

Il collezionista

*
Ho qualche soldo messo da parte. Una vita di lavoro. In fondo, ho fatto tanti sacrifici, soprattutto per gli amici (degli amici). I soldi, insomma, me lo sono guadagnati, non ho rubato niente a nessuno. E ho avuto sempre il pallino della cultura, in particolar modo dei documenti storici. Così, vado in giro per l'Italia e per l'Europa alla ricerca di quello che offrono le case d'asta o altri soggetti, magari in modalità privata. Oggi ho comprato questa roba da Bolaffi. Nella speranza che, almeno questi, siano documenti originali.

sabato 4 settembre 2010

Un vero paradiso narrativo


Il sabato mattina mi reco spesso in biblioteca comunale. Entro e, quasi sempre, mi dirigo senza una meta precisa verso gli scaffali di libri di narrativa e saggistica varia pubblicati (più o meno) tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '90 del Novecento. Sabato scorso, in un angolino basso, altezza piedi, scovo la prima edizione de Il crematorio di Vienna di Goffredo Parise edita da Feltrinelli nel novembre del 1969 che subito presi in prestito. Accanto a tale libro (non ho mai capito bene il criterio di catalogazione adottato dalla biblioteca in questione), coperto (esso solo!) da una spessa coltre di polvere sulla sua costola superiore, vidi anche, di John Cheever, Un vero paradiso¹, (titolo originale Oh What A Paradise It Seems del 1982) pubblicato da Garzanti (traduzione di Ettore Capriolo) nel 1984; anche di esso si tratta di una prima edizione (finita di stampare il 30 aprile 1984, appunto) ma, un po' per la polvere e un po' perché ho un sacco di libri avviati che m'aspettano, non lo presi.

Ora, si dà il caso che in settimana, Giulio Mozzi (qui) abbia parlato di un libro di John Cheever in modo tale da invogliarne la ricerca e la lettura. Stamani, dunque, son tornato sui miei passi e ho preso il libro su indicato dell'autore americano e ho avuto la subita impressione di aver tra le mani un piccolo capolavoro. Eccone un assaggio:

All'epoca della quale sto scrivendo, il jogging era molto diffuso in tutte le città del mondo che lui conosceva. Verso la fine della giornata, a Rotterdam o a Mosca, nel brillante riverbero invernale che allieta a volte New York o nella prime nevi di Copenhagen, vedevi uomini e donne di tutte le età e di tutti i ceti venire avanti per godersi una bella corsa. I soli premi di queste fatiche erano piccoli trofei senza valore. Presto naturalmente sarebbe intervenuta la commercializzazione, ma sarebbe intervenuta soltanto dopo, e il jogging era ancora uno dei pochi sforzi umani impegnativi che non avesse alcun rapporto con le banche. Una sera ad Amsterdam o a Leningrado – Sears non ricordava la città ma doveva avere una certa conoscenza della lingua che vi si parlava – Sears aveva fermato una dozzina di joggers per chiedere loro perché correvano. «Corro per trovare me stesso», dicevano. «Corro per perdere peso, corro perché sono innamorato, corro per dimenticare i miei debiti, corro perché ho il cazzo duro da tre settimane e spero di calmarmi, corro per sfuggire a mia suocera, corro per la gloria di Dio». Tutte le risposte gli erano parse soddisfacenti e comprensibili, e ora, ogni volta che al crepuscolo, a Bucarest o a Des Moines, a Venezia o a Calgary, vedeva comparire i joggers, essi erano per lui una prova caparbia e irriducibile della ferma decisione d'eccellere dell'uomo. E mentre attraversava la città in quella sera di pioggia lo superarono molti di loro. Lei venne ad aprirgli in vestaglia, una logora vestaglia azzurra. Lui si spogliò in meno di un minuto. «Non ne potevi proprio più,» disse lei teneramente, un po' di tempo dopo.


A parte. Provate per divertimento a sostituire le parole jogging con blogging e joggers con bloggers.
¹Attualmente il libro è edito da Fandango. Vedi qui.

mercoledì 23 giugno 2010

Giugno 1968

Nel meriggio dorato
o in una serenità di cui il simbolo
potrebbe essere il meriggio dorato,
l'uomo dispone i libri
negli scaffali che attendono
e sente la pergamena, la pelle, la tela
e il piacere che dà
immaginare un'abitudine
e istituire un ordine.
Stevenson e l'altro scozzese, Andrew Lang,
riprenderanno qui, per virtù magica,
la lenta discussione che interruppero
gli oceani e la morte
e a Reyes certo non dispiacerà
stare accanto a Virgilio.
(Ordinare una biblioteca è
esercitare, in silenzio e modestia,
l'arte del critico).
L'uomo, che è cieco, sa
che non potrà più decifrare
i bei volumi che tocca
e che non gli daranno aiuto a scrivere
il libro che lo giustifichi agli altri,
ma nel meriggio che forse è dorato
sorride del suo bizzarro destino
e sente la felicità che è propria
delle vecchie cose che s'amano.

Jeorge Luis Borges, Elogio dell'ombra, Einaudi, Torino 1971 (versione di Francesco Tentori Montalto)

Ri-trovare questi famosi versi borgesiani dà conforto al mio artigianato. Io, che non sono un bibliofilo, che però apprezzo la maestria dell'arte libraria, ma che, innanzitutto, godo (o presumo di godere) del valore d'uso del libro, del suo contenuto; io, che non sono prevenuto verso le nuove tecnologie informatiche, tipo Kindle o iPad, mi domando quanto tuttavia in esse gli autori suddetti (o altri, tutti) potranno comunicare rispetto a un qualsiasi ordine (o disordine) di biblioteca fisica. Soprattutto, poi, mi chiedo quanto ciascun lettore potrà, «in silenzio e modestia», esercitare una sua propria «arte del critico». Non che la cosa mi preoccupi o, in fondo, m'importi. Cerco solo d'immaginare la nuova babele di qui a cento anni. Auguro solo una cosa ai futuri terrestri del 2110: che la cecità non li devasti completamente, tanto da poter godere ancora della luce del patrimonio estetico e morale dei grandi del pensiero umano.

mercoledì 2 giugno 2010

Cogito ergo scribo



Peccato che il senatore Dell'Utri sia impegnato a Palermo, altrimenti credo che l'avrebbe aperto lui il cassetto-catalogo della biblioteca di questo college in Pennsylvania, ove si nascondeva questa lettera di Descartes.