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domenica 12 gennaio 2020

Nel cuore della notte

Mi sveglio nel cuore della notte, ascolto il battito del cuore della notte, sento tun tun: è il battito del cuore della notte. Non riprendo sonno nel cuore della notte, perché il battito del cuore nel cuore della notte mi tiene sveglio con il suo tun tun. Devo distrarmi, dunque devo alzarmi dal letto, orinare (va da sé), bere un bicchier d'acqua (va da sé), e poi? Scrivere? E scriviamo.

Avevo un piano. Poi l'ho inclinato. Sebbene sia rimasto sempre un piano, serve a poco, perché è difficile starvi in piedi. Scivolo. Se almeno avessi una stella o una fede per girarci intorno, potrei fare la mia orbita senza preoccuparmi troppo di uscire dall'eclittica. Mi sa invece che, senza stella e senza fede, alla fine esco dal piano (o il piano esce da me). Me ne sono accorto in questi giorni quando ho prestato il fianco a uno spigolo: che fitta. Ho detto "dio qualcosa", non ricordo bene, ricordo di più il Padre nostro. Ma pure in un'altra occasione - che non c'entra niente con la fede o con una stella - mi sono sentito fuori piano, fuori posto, fuori luogo: quando ho dimostrato, per l'ennesima volta, la mia incapacità di dire, in modo gentile ma determinato, I would prefer not to. Forse dovrei dirlo in italiano, sicuramente mi riesce meglio, magari con un tono più deciso e cazzuto: «Ascolta, ho detto di no, non c'è un motivo particolare perché dico no, non insistere, non mi rompere le palle». Invece cincischio. E tale titubanza fa credere all'interlocutore che io non stia dicendo di no, che in fondo sono una persona disponibile, uno che non si tira indietro - per forza non mi tiro indietro, non vedete che al massimo, con le mani incrociate dietro la schiena, posso tirarmi indietro soltanto la felpa?
E così non mi credono. Il mio no, diventa prima un forse da convincere, poi un sì. E se invece, imperterrito, mantengo il mio no, loro si adirano. E mi parlano al voi. «Siete tutti bravi a tirarvi indietro: lanciate il sasso e poi capite che è un orologio e la mano torna indietro, non lanciate il sasso perché credete sia l'orologio». Un orologio smart di quelli che segnano il battito del cuore (il battito del cuore della notte). 
Accidenti: proprio adesso che mi era tornato sonno, ritorna il tun tun del cuore nel cuore della notte.
Non ci capisco più niente, non si dovrebbe scrivere di notte se non si ha un piano, quale che sia, su cui o di cui scrivere; in questo modo, la logica si ribalta, i nessi saltano e i fessi vanno alle conclusioni.

E se mi masturbassi? 
Avevo perso un piano: l'ho ritrovato


venerdì 12 agosto 2011

Un io da lavare


Authenticity is the daily practice of letting go of who we think we’re supposed to be and embracing who we are. – Brené Brown, The Gifts of Imperfection

«Autenticità è quella pratica quotidiana di lasciar andare chi pensiamo di dover essere per abbracciare chi siamo» Brené Brown*. [Spero di aver tradotto bene].

Questo bel pensiero, un po' alberonico e tamarriano, lo faccio mio per un istante, intenso, ma poi penso: anche gli stronzi, anche gli psicopatici, anche le merde a prescindere possono ripetere in cuor loro tale frase?
Per chi può valere insomma questo pensiero?
Per tutti coloro che, in fondo in fondo, gratta gratta, stanno bene con se stessi, nonostante le proprie vergogne e paure. Per chi è abbastanza soddisfatto di sé, ma non troppo. Per il buon egotista. Per colui che trova rifugio in una semplice, impagabile, stilla di tenerezza.
Avete mai provato ad abbracciarvi da soli, così per celia? A mettere le mani a palmo sulla vostra schiena, e trattenere, nella stretta delle vostre braccia, quel piccolo/grande barlume d'essere che voi rappresentate?

sabato 30 luglio 2011

Pedagogia per i figli dei re



Quello che più mi stupisce delle nuove generazioni figlie dei potenti della terra è che esse non sono ribelli per niente, nonostante le apparenze iniziali. Stanno dentro il sistema, timorosi di perdere i privilegi. Non ci sono più santoni indiani che li affascinano: tutt'al più qualche insegnante di pilates, o qualche sportivo della corte. Prendiamo la bella Barbara B. Invece di mandare affanculo il padre, ne segue le orme come niente fosse, senza accorgersi che, ad ogni passo, ella pesta guano: del padre e dei suoi giullari. E pensare che si è laureata in filosofia con una tesi su Amartya Sen e che ha seguito le lezioni di Cacciari. D'accordo, si goda pure le vacanze, ma che ogni tanto un pensierino, non dico di rivoluzione, ma di ribellione non le venga, questo mi dispiace. Come mi dispiace non venga a tutti gli altri figli dei re. 

Non perché debbano finire come Edoardo Agnelli, per carità. 

lunedì 4 aprile 2011

Finché arriva la balena


Una delle canzoni più potenti del Novecento.

P.S.
(Ma tu pensa il caso. Ho riascoltato questa canzone oggi nel mio vecchio giradischi. Non l'avevo mai incontrata su Youtube e vedi che ieri qualcuno...)