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sabato 26 marzo 2016

Terrestrità

Riguardo all'agricoltura ho il pollice azzurro, perché la terra è bassa e io guardo il cielo, ma casofosse un giorno dovessi andare a zappare, ecco, io non zapperei, seguire gli insegnamenti di Masanobu Fukuoka

il mirabile contadino giapponese, che si limitava a non fare a un cazzo o poco più e ad aver lo stesso ottimi raccolti:
Da un punto di vista filosofico, il metodo di Fukuoka si ispira al concetto del Mu, approssimativamente tradotto con “senza” o anche “nessuno”, il quale è il nucleo dell'insegnamento del Buddhismo Zen. Fukuoka si riferiva, infatti, alle sue pratiche di coltivazione come “agricoltura del Mu”. Per lo Zen l'Universo è in un costante flusso di cambiamento, in cui ogni cosa avviene spontaneamente. Per questo, si ritiene che il miglior modo di agire sia "senza” agire, lasciando libero il campo a quel "meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza", come si può ben notare in particolare nell'agricoltura, la quale obbedisce a orologi interni ed esterni, atmosferici, e il cui vero motore è la Natura.
Fukuoka m'è tornato in mente leggendo la storia dell'agricoltore piemontese che coltiva a secco e io, quando m'imbatto in storie del genere, provo sempre una sorta di fascinazione, perché, a mio avviso, esse sono manifestazioni di terrestrità (senso di appartenenza alla Terra) assoluta.

Vorrei tanto anch'io essere un buon terrestre, ecco tutto.

venerdì 6 dicembre 2013

Cercasi maiali

Poco fa, a cena, mangiando quasi settanta grammi di San Daniele tagliato fine fine, mi domandavo perché i coldirettori, in tenuta gialla, l'altro giorno ar Brennero, accompagnati dalla ministra De Gerolamo Limoni, anziché fermare i bastimenti carichi di cosce di maiale senza timbro d'origine di provenienza e mostrarle, dipoi, alle telecamere, ignude e senza sale, appese alla cella frigorifera del rimorchio, non abbiano chiesto all'autista trasportatore delle stesse il luogo di destinazione ove esse sarebbero diventate, previa salatura e stagionatura, dei prosciutti made in italy a tutti gli effetti.
Già, perché non l'hanno fatto? O forse l'hanno fatto, ma io non me ne sono accorto? Chiedo venia nel caso in cui.

È chiaro che l'iniziativa era volta alla salvaguardia del cibo italiano e contro coloro che fanno passare per italiano del cibo che non lo è. Tuttavia, il concetto del made in Italy in campo alimentare è da rivedere, dato che ci sono dei prodotti fatti in Italia, che si pregiano persino di dirlo con il tricolore sulla confezione della merce, la cui materia prima italiana non è. Basti il solo esempio della pasta. È notorio, infatti, che i più grandi produttori di pasta italiani si riforniscano di semola grano duro dall'America del Nord (USA, Canada) o da altre nazioni (Russia? Ucraina?), però in etichetta si guardano bene dallo scriverlo.


***

Beppe Grillo fa di tutto per stare dentro il copione che, in pochi mesi, dopo la sorpresa, gli hanno scritto addosso. Egli - di sé sostiene - incanala la rabbia della gente, rabbia che, altrimenti, si esprimerebbe chissà come. Sarà. A mio avviso incanala la stupidità e il rincoglionimento, giacché, se incanalasse veramente la rabbia, a lui non resterebbe che girare questo film

sabato 8 settembre 2012

Io nella natura trovo solo le domande

Una delle cose più apprezzabili dell'avere uno smartphone, è che se fai una foto te la ritrovi dopo poco sul tuo account g+ senza tanti scaricamenti pallosi e inopportuni. Certo, bisogna stare attenti a non metterle tutte in piazza le foto, anche se oramai, che vuoi, la privacy è praticamente sputtanata. Ora, io ho poche preoccupazioni, giacché ho poco da nascondere e poi non mi metto a fotografare cose compromettenti. Abitassi in Sardegna, certo, farei come Zappadu: fotografare u' pelu è sempre interessante, soprattutto quello posticcio.
Ciò detto (quando dico “ciò detto” mi sento tanto Di Pietro), stamani ho fotografato qualcosa che avevo già dimenticato, ed ecco che invece, il suddetto caricamento automatico me l'ha rimembrata:


Mi ha colpito molto il panteismo di Gino Paoli, il quale «nella natura trov[a] tutte le risposte». Sottinteso: nella natura controllata della mia fattoria toscana di Campiglia Marittima. 
Sono cose che andrebbero specificate, dacché natura è tutto, anche il tratto autostradale Genova Voltri-Genova Pegli. È chiaro che in questa concezione totalizzante della natura debbano essere individuate delle gradazioni nel grado di antropizzazione dell'ambiente. Ma sono sottigliezze, pulci nell'orecchio e zecche negli aeroplani della Ryan Air (all'Alitalia queste cose non succedono: le zecche - che hanno succhiato il sangue all'erario - si trovano negli uffici della presidenza).
Ma l'elemento principale che mi ha fatto scattare la foto delle pagine di R2 è il riquadro arancione con scritta bianca che riporta un'altra dichiarazione di Gino Paoli:
«Penso che i giovani dovrebbero considerare il lavoro nei campi per dare un senso alla vita». 
Ora, è innegabile che il lavoro nei campi possa offrire un senso al proprio vivere, ma va specificato bene che tipo di lavoro: da proprietario che guida i lavori altrui, o da bracciante? Perché, caro Gino Paoli, dobbiamo fare delle distinzioni: un conto è mettersi a fare il contadino a tempo perso come te, De Gregori e Sting (e tanti altri che, legittimamente, investono i propri guadagni comprando aziende agricole e poi si affidano a tecnici agrari e a operai agricoli, appunto, per ricavare olio, ortaggi, vino, frutta, ecc.); e un conto è, invece, farsi il culo tutta la giornata, come tanti giovani - soprattutto nordafricani - si fanno nei campi agricoli di tutta la penisola.
In buona sostanza, io sarei più categorico, ovvero penso che i giovani dovrebbero considerare di espropriare i campi ai grandi proprietari terrieri per ottenere qualcosa di concreto e poi così offrire un senso alla propria vita. Non è vero caro compagno Paoli?