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venerdì 4 dicembre 2015

Quella mano, quel gesto

Sarà la nebbia che chiude ogni possibilità al cielo e una vaga sensazione d'impotenza, ma quella mano e quel gesto sto cercando di ripeterli, quel sorriso pure. 


Ma ripeterli a chi? Adesso c'è solo uno specchio appannato dal vapore di un dopo doccia. 



Era un'illusione. Si ripresenta saltuariamente, dettata da chissà che. Mi piacerebbe deciderle queste apparizioni, più che altro per farmi trovare preparato, desto, reattivo. E invece, come sempre, le subisco. Arrivano senza che abbia il minimo presentimento. 



L'unica volta che, involontariamente, in un parcheggio di un ipermercato, mi feci leggere la mano, la presunta veggente disse qualcosa a proposito di un gesto e di un sorriso che vedeva a un certo punto su una linea del palmo.



Una che conduce al medio.



Non ne avrai tregua. L'importante è che non ne abbia guerra, pensai indugiando sul derrière della zingara che si congedava da me, più che sulle cinque euro che ne partivano dal mio portafogli. 



Pagare è importante, per non avere debiti. E poi si accumulano punti a proprio svantaggio.


Ma dove sarebbe il catalogo, madamina?

martedì 21 luglio 2015

Si subisce uno stato, si decide un atto

«Una vita che mi è alleata per tutta la vita: ecco il miracolo del matrimonio. Una vita che vuole il mio bene quanto il suo, perché si confonde col suo: e se non fosse per tutta la vita sarebbe ancora una minaccia (quella minaccia che sempre è latente nei piaceri che ci procura una “relazione” amorosa). Ma quanti uomini conoscono la differenza fra un'ossessione che si subisce e un destino che si sceglie?
La chiariremo dunque con un esempio molto semplice.
Essere innamorati non significa necessariamente amare. Essere innamorati è uno stato; amare un atto. Si subisce uno stato, ma si decide un atto. Ora, l'impegno che il matrimonio comporta non potrebbe onestamente applicarsi al futuro di uno stato in cui ci si trova oggi; ma può e deve implicare l'avvenire di atti coscienti che ci si assume: amare, restar fedeli, educare i propri figli. Si vede qui la differenza tra il significato della parola amare nel mondo dell'Eros e nel mondo dell'Agapé. La si coglie ancor meglio quando si constati che il Dio della Scrittura ci ordina di amare. Il primo comandamento del Decalogo “Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, tutta la tua anima e tutta la tua mente”, non può riferirsi che a degli atti. Sarebbe completamente assurdo esigere dall'uomo uno stato di sentimento. L'imperativo “Ama Dio e il tuo prossimo come te stesso” crea strutture di rapporti attivi. L'imperativo “Sii innamorato” sarebbe vuoto di significato o, se fosse realizzabile, priverebbe l'uomo della sua libertà».

Denis de Rougemont, L'amore e l'Occidente, Paris 1939, edizione italiana BUR, Milano 1993.

Apriamo il dibattito.

Amare è una rottura di coglioni, come lavorare al catasto una vita in attesa della pensione.
Essere innamorati, invece, è come il raffreddore: non vedi l'ora che finisca.
Come la mettiamo tra stato e atto e, viceversa, tra atto e stato?
Non la mettiamo, lasciamola in terra la questione, ci crescano sopra gramigna e passiflora.
L'imperativo del primo comandamento, prima ancora di creare strutture di rapporti attivi, crea rapporti di fede, crea credenza, qualcosa cui appoggiarsi o appoggiare qualcosa sopra, o riporre un alcunché nei cassetti, la vita per esempio (documenti, mutande, calzini, lettere d'amore scritte a penna). 
Se, tutto sommato, data l'Entità, amare Dio è piuttosto facile, più complicato e impegnativo è amare il prossimo. Quanto prossimo va amato per esempio? Tutto? Come faccio ad amare il candidato presidente del Burundi, per esempio? O quelle grandissime testedicazzo assassine fetenti che hanno imbottito di tritolo un bastardo assassino suicida credente a Suruc, cittadina turca al confine con la Siria, uccidendo una trentina di giovani? Per stare a quest'ultimo caso: l'assassino suicida ha amato se stesso come il prossimo, in quanto uccidendosi ha creduto di fare del bene a sé.
Converrete che è più semplice l'atto di fede a Dio anziché al prossimo, proprio in virtù che il prossimo esiste mentre Dio chissà.

Ma torniamo al matrimonio: sì, è senz'altro un atto che prevede un patto, questo: garantire una serena convivenza alla fine dello stato. Le eccezioni, seppur numerose nell'uno e nell'altro verso, non sono contemplate.

Concludiamo con un cenno sulla condanna della Corte Europea dei Diritti umani all'Italia perché non ha ancora riconosciuto, nel proprio ordinamento giuridico, i diritti delle coppie gay.
A tal proposito - a fava oserei dire - viene in ausilio una sentenza storica della Corte di cassazione che riconosce il cambio di sesso anagrafico senza operazione chirurgica. Bene, credo che farebbe scuola la prima coppia gay che, per sposarsi, opterebbe per il “sacrificio” sessuale anagrafico di uno dei futuri coniugi, andando così a metterlo a quartabuono ai ritardi legislativi di uno Stato che, finché potrà, farà il pesce in barile.

sabato 14 settembre 2013

Capricci italiani

«“Non dovevi vomitarmi qui,” mi dice, “che adesso qui è tutto otturato.” E mi indica il lavandino. “Dove siamo?” dico io. “Nella 23,” dice lei. “Allora,” dico io, “poco male, perché ci pisciavo sempre.” E adesso anche io lo indico, il lavandino. “Be',” fa lei, “piscia quanto vuoi, che quello mica ottura, ma con tutto questo vomito, guarda, qui non va giù più niente.” “Oh,” dico, “chi mi ha portato qui?” E lei: “Ti ho portato io, va’, sono sempre forte come una volta, proprio.” “Cosa ti è capitato?” le dico, allora, che mi viene da dirglielo quasi sottovoce, così. “Ma niente,” dice lei. “Come niente?” le dico. E lei dice: “Ma niente,” ancora. E poi lo diceva di nuovo, ogni tanto, che io invece non parlavo più: “Ma niente.” Poi dice: “Guarda qui.” E mi fa vedere la coperta del letto, adesso, piena di schizzi da tutte le parti, e il cuscino bagnato, e il tappetino che c'era lì per terra, bagnato anche quello, e persino la parete, che è lì come piena di baffi lunghi. Poi guardo un po' dalla finestra, che piove come prima, e si sente di nuovo tutto quel rumore della pioggia che c'era, e oltre la pioggia non c'è mica niente, e cioè davanti non si vedono mica delle case o altro, ma solo come un po' di nebbia. “Non sembra nemmeno più lo stesso posto,” dico. “Be’,” dice lei, “cosa pretendi?” E apre la finestra, che entra un po' d'aria, un po' di nebbia, che subito, infatti, mi sento un po' meglio. Poi mi aiuta anche un po' a pulirmi la camicia, che ce l'ho tutta sporca di bava, e con uno straccio si mette a lavare anche un po', lì per terra, e poi mi dice: “Ma prenditi questa citrosodina, piuttosto, che ti fa bene.” E mi passa un bicchiere, che l'acqua, dentro, quasi ci frigge, e di nuovo è tanto pallida, lei, che la mano, adesso, le trema.»
Edoardo Sanguineti, Capriccio italiano, Feltrinelli, Milano 1963 (ristampa 1987, cap. XXXVI, pag. 71)

Appoggia le tue mani sulle mie reni, trasmettimi un po' del tuo calore; entra, per una volta, dentro questo mio corpo disperato che non digerisce più bene i pasti che gli vengono imposti dalla quotidianità. Il tempo è quello che è, l’estate un ricordo, nonostante ancora lo sia sulla carta; m'è preso freddo, sai, le mezze stagioni che non sai se fa freddo o fa caldo, dipende da cosa decidi. Io ho deciso di avere freddo in questo quarto d'ora che scrivo e ti penso, ovunque tu sia, come se davvero fossi esistita. Eppure mi parlavi, mi donavi parole che ingenuamente credevo che, prima o dopo, ti avrebbero rivelata, ti avrebbero portato in quel posto preciso dove decidemmo insieme di bere il nostro primo caffè. Io sono ancora qui che giro il cucchiaino dentro la tazzina. E tu sei invece rimasta un abbraccio senza braccia, un “ti amo” senza vocali.
- “Trademark?”

- “Vaffanculo™”.