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domenica 23 aprile 2023

Ultimi burri

Il sabato mattina, in un paese vicino casa, ogni due settimane si tiene un mercato di artigiani e agricoltori locali (il cosiddetto chilometro zero), presso il quale sovente mi reco per acquistare generalmente roba da mangiare. 
Ieri, presso il banco di formaggi di latte di mucca, ho trovato finalmente (giacché va a ruba) del burro, un po’ caro (100 grammi, 3 euro), ma buono assai. 
Dopo avermi spiegato che l'aveva fatto proprio ieri con la panna fresca, la pastora mi ha chiesto:

- Come lo usi?
- Non come Marlon Brando, ho risposto.

Mi ha fatto il resto perplessa e mi ha detto di mangiarlo in fretta perché - non avendo conservanti - tra una decina di giorni scade di già.

mercoledì 22 gennaio 2020

In quanto recensore

Del mio cospicuo contributo di facezie depositate in rete, posso annoverare - senza onore - anche qualche recensione di merce acquistata su Amazon. E per tale motivo, ogni tanto, m'arrivano via mail richieste simili, alle quali quasi mai rispondo per pietà e misericordia mia e per non abusare troppo in spiritosaggine. Ma ieri - chiedo venia - non ho resistito e alla domanda di Monia


ho risposto:


Mai avrei pensato di divulgare qui tale botta e risposta se, poco fa, con mia notevole sorpresa, quel mezzano di Amazon mi ha fatto sapere che



Spettabile Amazon risposte: non c'è di che.

Il problema è che stasera, dopo la doccia, ad un attento esame, sullo scendibagno ho notato tracce di ruggine.

sabato 23 novembre 2019

Come stanno le cose

Credo che per capire esattamente come stanno le cose, occorra osservare attentamente dove stanno le cose; e solo dopo tale verifica scrupolosa si possa azzardare una risposta. Perché le cose non sono tutte come i mobili o i soprammobili ricoperti di polvere, che stanno fermi in una stanza di una casa qualsiasi dove abita la persona che li ha posizionati, poi è morta e i gli eredi che si contendono la casa non possono toccare niente per volontà della persona defunta finché essi non troveranno un accordo - e non lo troveranno perché sono persone avide che credono di sapere come stanno le cose, anche se non lo sapevano, non lo sanno e non lo sapranno mai. 
Piuttosto, se le cose fossero mobili e soprammobili, sarebbero come i mobili e i soprammobili esposti nei saloni espositivi di Ikea: basta andarci tre, quattro volte all'anno per accorgersi di come le cose, che prima credevi in un posto, invece, cambino di posto, addirittura molte spariscano e tocchi domandare al personale di servizio dove possano essere state messe. «Ci dispiace signore: questa cosa è fuori catalogo». Fuori catalogo una cosa? Ma vi sembra questo il modo di trattare le cose? Le producete - e all'inizio sembra che ci siano solo loro al centro del mondo, belle, in vetrina, in promozione; e poi, via, le fate sparire dalla circolazione, ma non per essere messe all'ammasso dove tutti potrebbero beneficiarne e usufruirne; no, ma perché debbano essere dimenticate, seppellite, arrugginite, allontanate dal loro valore d'uso. Piccole, grandi cose perdute, che ci mancate da morire, adesso che sapremmo cosa dire, adesso che sapremmo cosa fare, adesso che...

martedì 21 agosto 2018

Una immane raccolta di merci

Non sono un gran frequentatore degli empori cinesi, ma stamani mi serviva un nuovo carica batteria del telefono e da Euronics li vendevano a partire da 15 euro in su. Troppo, per i miei gusti. Sicché mi sono recato in un capannone a poca distanza dal centro commerciale e, là dove pochi anni fa sicuramente v'era un'impresa (un maglificio, credo), adesso tutti i metri quadri dello stabile sono occupati da scaffali pieni di merci di ogni tipo, fuorché i generi alimentari (ma alimenti per animali sì, vi sono).
Grazie all'aiuto di una commessa della Manciuria, ho trovato subito quello che cercavo, ma avevo tempo, sicché non sono andato subito alla cassa e mi sono messo a girellare tra gli scaffali in cerca di non so che.
Niente, infatti, non ho comprato nient'altro, anche se, per un attimo, ho esitato davanti a questi slip.

Emporio Arcazzo

E mentre pensavo alla Lunga Marcia, alla Rivoluzione culturale, a piazza Tienanmen, la commessa della Manciuria si è avvicinata, chiedendomi: 

«Selve aiuto?»
«Nain».


mercoledì 7 settembre 2016

Bastimenti sulla Via Lattea


Simpatiche notizie tardocapitalistiche.  Bastimenti carichi che non possono scaricare. Tanta bella, preziosa merce in stato di stallo: riuscirà a giungere sugli scaffali per essere smerciata? Giustamente le multinazionali che hanno da mo’ delocalizzato la produzione sono preoccupati per tale inceppamento delle spedizioni impedisce a priori il realizzo. Il valore - in tale situazione - è ancora idealizzato...

E io che un giorno ho persino sognato di veder scritto MASSARO al posto di quel cazzo di cognome ninja che fino a oggi credevo cinese e invece è coreano.

Suggerimento per la Bayer: se è disposta a sborsare 65 miliardi di dollari per comprare la Monsanto, perché non fa un pensierino anche nel settore dei trasporti?

A parte tutto: tale fallimento che cosa insegna? Che fino a un minuto prima non ci credeva nessuno potesse accadere.

giovedì 9 giugno 2016

Natura insomma

Mi ero proposto di farmi fare un massaggio nuru ma ho avuto un attimo di esitazione,  ho pensato di spendere diversamente la pecunia, andare a fare la spesa per esempio.

Sono entrato in un supermercato del biologico, Natura sì. Dato che ultimamente ho ravvisato una certo ristoro intestinale a consumare meno glutine, ho preso dagli scaffali un pacco di Grano Saraceno, made in Cina. E chi lo coltiva da quelle parti, gli uiguri?

Lo lascio debitamente al suo posto. E medito davanti all'amaranto e alla quinoa sudamericani. Costano un botto, neanche un chilo di Setaro o Benedetto Cavalieri arrivano a tanto. L'intestino capirà, stasera glielo spiego (da quando ho appreso della sua intelligenza è tutta una conversazione).

Ho comprato alcune cose che, di solito, non compro mai. Tra queste la crema di arachidi, influenzato dalla scena in cui Saul Berenson (Mandy Patinkin) in Homeland Uno, nel cuore della notte, nel suo ufficio, dopo che la moglie lo ha lasciato per tornare in India, apre il frigo, prende il barattolo della crema (d'arachidi, presumo) e dei cracker sui quali ce la spalma con un righello preso dalla scrivania e mangia nervosamente nella semioscurità. Io amo Mandy Patinkin.

C'era un clima disteso dentro il Natura forse, praticamente c'era più personale che clienti. Un paio di maschi (di cui uno, probabilmente, ero io) e alcune donne di età ragguardevole, tra il giovane e il giovanile. Una in particolare non mi ha impressionato, infatti non l'ho guardata a lungo, anzi, giusto il necessario per schivarla con il carretto della spesa. Aveva i capelli lunghi, più grigi che neri, ondulati, la faccia resa stanca da labbra chiuse coi bordi rivolti verso il mento. Perché c'è tanta tristezza nel mondo? È così difficile prenderlo in giro, il mondo, dato che è lui per primo che ci fa girare, invano?

Va bene, ognuno ha i suoi cazzi. Bisogna che anch'io faccia i miei, rispetti quelli degli altri, non stia qui a sindacare sulla condizione esistenziale di una donna che non conosco e che forse, in cuor suo, era ed è allegra e felice, altro che me.

Esco e piove, come prima che entrassi. Natura un cazzo.

mercoledì 8 giugno 2016

La spremitura

Bisogna fare complimenti a Christan Raimo, giornalista e scrittore (e credo pure professore d'italiano in qualche liceo romano) per l'inchiesta-reportage scritta per Internazionale sui supermercati aperti ventiquattro ore al giorno.

A margine di essa, in ispecie dopo certi passaggi:
«Quel giorno entrando in diversi Carrefour si faceva difficoltà a trovare un addetto, sembrava veramente che fosse uno sciopero riuscito. Ai pochi che c’erano ho chiesto: “Quanti hanno scioperato qui?”.
“Tutti”.
“E tu perché non hai scioperato?”.
“Perché ho un contratto per una società esterna”. 
Al banco dei salumi, o a quello del sushi lavorano per esempio persone che non sono assunte da Carrefour ma da agenzie interinali: sono stati chiamati apposta a lavorare per sostituire il personale in sciopero il 28.
Una di loro mi ha detto: “Che dovevo fare? Ho un contratto che mi rinnovano di settimana in settimana da ormai un anno, una figlia piccola…”. Un’altra donna, anche lei madre, l’avevano chiamata la settimana prima quando lo sciopero era stato confermato: “A me fanno dei contratti giornalieri. Gli potevo dire di no, per solidarietà ai colleghi? Non mi avrebbero più chiamato”.
I dirigenti di Carrefour sostengono che sempre più lavoratori sono contenti di lavorare in modo flessibile, di fare esperienza, di poter gestire il proprio tempo. Praticamente però tutto quello che mi raccontano i lavoratori mi dice il contrario: desiderio di stabilità, bisogno di certezze, e stanchezza, moltissima stanchezza – l’esasperazione di questi contratti di lavoro che sono spesso brevissimi o intermittenti.»
mi viene da chiedergli se, in quanto professore, quando parla (se parla anche) di questi argomenti in classe, soprattutto agli studenti più grandi e vicini al diploma, che effetto ottiene con la scolaresca? Straniamento lunare? Disperazione? Pungolo (stimolo allo studio)? Ribellione? Rassegnazione? Indifferenza?

Come si preparano, insomma, i giovani al futuro? Non certo con queste domande retoriche
«Possiamo accettare che qualcosa non serva a niente? Possiamo immaginare che ci sia una parte del nostro tempo che non è dedicata al consumo e all’accumulazione di capitale? Possiamo dare un senso al perdere tempo? Alla gratuità della pura riflessione, di un’esistenza che almeno per un momento non abbia nulla di funzionale?»
Giacché, anche rispondendo affermativamente a tutte, Raimo non mette mai in discussione il fatto che il sistema economico e produttivo capitalistico - responsabile di queste nuove forme di schiavitù - sia l'unico modo che gli umani hanno per organizzare la produzione, l'economia, tout court: la vita.

Finché per vivere la stragrande maggioranza degli umani dovrà vendere la propria capacità lavorativa a una minoranza che la compra per estrarre dal pluslavoro, plusvalore, finché tutto ruoterà intorno a quella cazzo di merce prodotta per essere venduta e quindi consumata scartata in un ciclo produttivo che si crede infinito, non riusciremo a immaginare che ci sia una parte del nostro tempo che non sia dedicata al consumo e all'accumulazione, non potremo dare un senso alla perdita di tempo, alla gratuità della pura riflessione (si calcoli il numero dei disoccupati che frequentano le biblioteche), non vivremo neanche per un momento senza pensare in funzione di come riuscire a pagare il nostro sopravvivere.

martedì 10 maggio 2016

La palma va alla Coop


Sono stato a far la spesa alla Coop e alcuni scaffali presentavano questo scenario apocalittico che nemmeno ai tempi di Cernobil (vabbè, ero giovane e un po' di latte e insalata radioattivi mi avranno fatto senz'altro bene).
In seguito alla pubblicazione del dossier EFSA che evidenzia la presenza di alcuni composti contaminanti nell'olio di palma, il cui consumo con percentuali importanti viene sconsigliato soprattutto a bambini e adolescenti, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha chiesto al Commissario Europeo per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis di avviare una verifica urgente ed approfondita.
In base a questi nuovi elementi Coop, coerentemente con il "principio di precauzione" da sempre applicato, ha sospeso la produzione dei prodotti a proprio marchio che contengono olio di palma.
Ora, siccome sino al 6 maggio tali prodotti erano presenti sugli scaffali e quindi in vendita, si potrebbe sapere che fine hanno fatto? Sono stati posti sotto sequestro? Sono stati incarcerati? Confinati a Guantanamo? Oppure sono stati lanciati, sotto l'egida dell'Onu, nelle zone controllate dallo Stato Islamico di Siria e Iraq?
E ancora: chi avesse in dispensa qualche prodotto Coop che contiene olio di palma che se ne fa? Lo riporta indietro che glielo cambiano? Oppure, da bravo samaritano, li dona ai banchi di raccolta alimentare organizzati nelle varie città? È da stronzi? E allora, che fa, ci pastura i cavedani? O i pesci siluro? I cinghiali?

Infine: e tutto l'olio di palma spremuto e immagazzinato che adesso andrà fuori commercio, che cazzo ce ne facciamo? Ci si friggono i coglioni dell'umanità?

lunedì 11 aprile 2016

Il valore dei valori

Mentre camminavo in un parco cittadino mi sono caduti i valori sul selciato senza che me ne accorgessi. Per fortuna, un passante gentile me l'ha fatto notare:
«Scusi signore, sono suoi quei valori per terra?»
Arrossendo, ho annuito. Non vado mai fiero dei miei valori con il prossimo. Anzi, quasi me ne vergogno perché sono valori che non so giudicare fino in fondo miei, me li sono in parte trovati addosso, altri costruiti col tempo nelle varie occasioni in cui capita di avvalorarsi, altri ancora scelti a caso, un po' per convenienza o per indolenza. Comunque, per tutti vale il principio che li ho trovati in circolazione, non li ho inventati io, di sana pianta, d'altronde sono un animale sociale, che diamine, e la società in cui sono nato e cresciuto e in cui vivo ha proposto un determinato catalogo di valori, alcuni dei quali si sono persino modificati nel breve volgere di pochi lustri, chi l'avrebbe detto, sembravano così eterni e universali.
Però, ora che ci penso, forse sarebbe stata una fortuna perderli, ritrovarmi senza, almeno per un giorno intero. Chissà se sarei andato dai carabinieri a sporgere denuncia, a titolo precauzionale s'intende, nell'improvvido caso che qualche esaltato, dopo averli trovati, ne avesse fatto un uso incauto, per esempio sbandierandoli come universali e per ciò stesso promuovendoli come un fondamentalista qualsiasi.
Io per il momento non l'ho mai fatto, non ho mai creduto che i miei valori abbiano valore imperituro, non li ho mai esposti dalla finestra come bandierine, ombrelli identitari sotto il quale ripararmi in caso di attacco ai valori. 
A proposito: e se li vendessi al miglior offerente? Meglio ancora: se me ne liberassi a titolo gratuito, al limite dandoli in prestito a chiunque se ne senta sprovvisto? Mi chiami pure, troveremo sicuramente un accordo, ma ad una condizione: venga a prenderseli con un furgone portavalori.