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domenica 12 giugno 2022

Il capitale mondo

«Nel mainstream della coscienza sociale (inclusa la cosiddetta scienza) si manifesta il degrado del presupposto fondamentale di ogni teoria, vale a dire la capacità di collocarsi in una prospettiva virtuale esterna o superiore, ossia di “distanziarsi” e di osservare la propria realtà da un punto di vista differente. Ma l'unica prospettiva riconosciuta dallo pseudo-dibattito dominante, che presuppone pur sempre il consenso universale sull' “economia di mercato” e sulla “democrazia”, è una prospettiva capovolta, tutta interna al capitalismo. Ed è questo a rendere il dibattito così deprimente e insulso. Una percezione immanente, deformata e priva di distacco, non potrà mai dar vita a una riflessione teorica. Ciò che appare come riflessione o che si contrabbanda come tale, resta confinata sin dal principio sul livello fenomenologico. D'altro canto questa limitazione si concilia perfettamente con il Credo postmoderno, che nega qualsiasi differenza tra l'essenza e l'apparenza e proclama la fine delle “grandi narrazioni”, ossia la fine di ogni teoria che abbia per oggetto la totalità, che si sforzi di ricostruire un nesso tra l'essenza e l'apparenza mediante la riflessione critica».
Robert Kurz, Il capitale mondo, Meltemi Editore 2022, 
traduzione a cura di Samuele Cerea e Massimo Maggini.


venerdì 13 agosto 2021

Numeri cinesi

Sono abbonato alla Rivista n+1 (quattro numeri all'anno) e alla newsletter che, ogni tanto, arriva via mail. Da quella arrivata oggi, estraggo un paragrafo ove s'illustra una realtà che la politica e i media nostrani tengono piuttosto in ombra, presi come sono da altre vicende educative su come usare soldi che forse pioveranno dagli elicotteri d'Europa.

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Numeri "cinesi" che quasi non richiedono spiegazione. Numeri da un paese a capitalismo giovane, ancora in grado di indirizzare il capitale e di conseguenza i suoi effetti sociali. Ma anche in difficoltà di fronte a una classe proletaria indomita che nei distretti industriali non ha smesso un giorno di scioperare. Nei primi sei mesi del 2021 la Cina ha ottenuto i seguenti risultati:
Crescita su base annua del commercio estero = + 27,1%
Import = + 25,9%
Export = + 28,1%
Scambi con il Sud Est Asiatico + 27,8%
Scambi con il NordAmerica + 34,6% (alla faccia dei dazi)
Scambi fra società private cinesi + 35,1% (47,8% degli scambi totali)
Interscambio interno alla Cina fra aziende straniere + 19%.

Si tratta di numeri significativi: nessun paese al mondo ha più, da molti anni, tassi di crescita netta a due cifre. Nessun paese al mondo può, tuttavia, evitare di confrontare queste cifre con quelle, disastrose, dei paesi a capitalismo maturo. Chi può assorbire l'esuberanza di Pechino?

Sono in via di completamento anticipato i lavori per le varie diramazioni della Via della Seta, e ciò significa che è iniziato prima del previsto l'aumento del commercio verso l'Eurasia e l'Europa. Ciò non poteva evitare di produrre lotte rivendicative di contenuto economico e ciò è normale. Nel Guangdong, tra le rivendicazioni di questo tipo veniva però avanzata una richiesta dal sapore ingenuamente politico, cioè quella del "rispetto". Non vuole dire niente di tangibile, ma ha preso piede simbolicamente quasi per ribadire che la classe operaia non è una classe di schiavi che accettano supinamente il più alto tasso di sfruttamento del mondo.

martedì 20 luglio 2021

La cornice

«Questa è casa nostra, da qua non ce ne andiamo, da qua non uscirà una vite»
 ma 
«Se non ci sono strumenti legislativi per far sì che questa fabbrica chiuda, questi strumenti, evidentemente, si dovranno creare». 
Come?
Secondo me, l'unica soluzione sarebbe, oltre all'occupazione temporanea, la successiva espropriazione della proprietà privata dei mezzi di produzione. 
Potranno le istituzioni "creare" un siffatto strumento legislativo che non travalichi la cornice costituzionale? Non sto scherzando: la Costituzione italiana potrebbe, nel quadro dell'articolo Uno, prevedere il diritto di esproprio?
Corniciai di tutto il mondo, unitevi.

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A parte. 
Ricordiamo, or non è molto, che le Istituzioni, quest'anno, hanno conferito il cavalierato del lavoro a John Elkann, la cui finanziaria di famiglia vendette, a suo tempo, la GKN, gioiellino dell'industria manifatturiera italiana, agli attuali finanzieri inglesi. Il Capitale soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato con la camicia, la cravatta aggiustata e tanti camerieri intorno, che adesso che l'hanno con gli egolatri.

martedì 13 luglio 2021

Emergenze di Stato

«Sciopero generale, lunedì 19, di tutti i lavoratori, a qualsiasi categoria appartengano, del territorio fiorentino. Lo proclamano unitariamente tutti e tre i sindacati confederali provinciali, Cgil, Cisl e Uil,in segno di solidarietà con i 422 dipendenti di Gkn licenziati in tronco via mail e senza nessun segnale di preavviso venerdì scorso dal fondo finanziario britannico Melrose Industries, proprietario dal 2018 dello stabilimento produttore di semiassi per auto di Campi. » [via]

La questione è certamente più complessa e non è che, con un episodio, si possa invertire una tendenza. Tuttavia, uno Stato, anziché applicare a tempo indeterminato uno stato d'emergenza per una emergenza che non esiste più se non - pigiata a forza dai media - nelle teste di qualcuno, potrebbe, una tantum, operare d'emergenza per casi come questi. Come?
Beh, come sono stati capaci, rapidamente, nel chiudere in casa le persone e mettere divieti e obblighi assurdi per quella emergenza là, uno Stato che avesse a cuore le emergenze in generale, potrebbe d'emergenza espropriare la proprietà privata dei mezzi di produzione, semplice no? No. È più facile togliere la libertà alle persone che limitare quella dei capitali.

mercoledì 7 luglio 2021

Il sogno di ogni lavoratore

[*]




Sulla questione - sugli aspetti di economia politica che la sottendono - lascio la parola a persone più informate e, soprattutto, più preparate di me.
Io mi limito a riportare l'incipit dell'articolo del quotidiano di Confindustria:

«Settimana corta, nessun calo di produttività, salari invariati. A leggerlo così l’esperimento islandese, reso noto in questo inizio estate, sembra il sogno di ogni lavoratore»

per complimentarmi con il redattore, il quale ha scritto "sembra" e non "è". 
Già, perché per quanto la coscienza di classe sia sedata sotto i cuscini del rincoglionimento generalizzato da tecniche, sempre più raffinate, d psi-patologia sociale, come - per esempio - la (imposta) emergenza pandemica, se ogni lavoratore dovesse sognare veramente qualcosa che riguarda, nel profondo, la propria forza lavoro (di qualsiasi genere essa sia, in qualsiasi settore produttivo) che il capitale compra senza ripagarne, per intero, lo sfruttamento, allora il sogno sarebbe sicuramente un altro e non certo quello di una minima riduzione dell'orario di lavoro settimanale.

  

venerdì 22 gennaio 2021

Palle sgonfie

 
[*]
Sempre meno coglioni.
E, quei pochi, durante gli inni e le inaugurazioni, sempre con la mano destra sul petto anziché sugli organi atti alla riproduzione.
Anche Lady Gaga, con il suo inno, ha soltanto «commosso la rete», senza muovere nient'altro.
Periodi pochi fertili da un punto di vista del General Intellect.

sabato 26 settembre 2020

Bollettino

Bollettino: s.m. È un fine strato di acqua, sapone e numeri che forma una sfera dalla superficie iridescente. I bollettini spesso rimangono in formazione sferica solo per pochi secondi poi, o scoppiano da sé o dopo il contatto con altri oggetti in grado di assorbire il liquido che li circonda. In genere li si usa come passatempo per i bambini ma il loro sfruttamento in esibizioni politiche e mediatiche professionali dimostra la loro capacità di affascinare anche gli adulti. I bollettini possono aiutarci inoltre a risolvere complessi problemi politici riguardanti lo spazio economico e sociale poiché rappresentano sempre la più piccola area di superficie tesa tra due punti o due confini dentro la quale si racchiude la coscienza popolare esistente.



mercoledì 9 settembre 2020

Salta la fossa

Dopo aver letto Il fossato di Olympe de Gouges, mi sono chiesto: se - ipotesi assurda - tutti i giorni fosse riportato, a caratteri cubitali, nei principali mezzi di informazione e comunicazione, il bollettino di Forbes dei Quattrocento più ricchi del mondo (contagiato più, contagiato meno), a livello di psicologia delle masse, che cosa potrebbe accadere?

Mi rispondono i keynesiani: te scava una buca (un fossato), riempila e spera nelle riforme (intanto vai a votare, per esempio).
Mi rispondono i neoliberisti: te lavora fino a ottant'anni, indebitati più che puoi e spera nel merito.
Mi rispondono i pikettiani: te tassa la ricchezza e i patrimoni, per esempio: l'hai pagato il bollo?
Mi rispondono... basta: si potrebbe continuare per ogni corrente di pensiero economico.

Ma intanto? Speriamo che qualche serie tv indichi la strada.

mercoledì 10 giugno 2020

Orazione del mattino

Premesso che, un editoriale così, oggi, in Italia, non sarebbe pubblicato neanche da Il Manifesto, stupisce la seguente, ingenua a mio avviso, considerazione:

«È sconcertante che le persone siano più colpite dai vetri rotti che dagli omicidi alla luce del sole. O meglio, che sembrino credere che le basi su cui deve poggiare la società siano i rapporti di proprietà e non i diritti umani.»

giacché, le persone non è che sembrano credere: lo credono (crediamo) e basta, anzi: lo ritengono (riteniamo) una condizione immodificabile che appartiene alla natura umana.

Ma, tempo fa, in un libretto scritto apposta per chiarire in modo definitivo la questione proprietà - un libretto rimosso, considerato non più oggetto di studio, ma di antiquariato - venne scritto:

☭☭☭

Tutti i rapporti di proprietà sono stati soggetti a continui cambiamenti storici, a una continua alterazione storica.

Per esempio, la rivoluzione francese abolì la proprietà feudale in favore di quella borghese.

Quel che contraddistingue il comunismo non è l'abolizione della proprietà in generale, bensì l'abolizione della proprietà borghese.

Ma la proprietà privata borghese moderna è l'ultima e la più perfetta espressione della produzione e dell'appropriazione dei prodotti che poggia su antagonismi di classe, sullo sfruttamento degli uni da parte degli altri.

In questo senso i comunisti possono riassumere la loro teoria nella frase: abolizione della proprietà privata. Ci si è rinfacciato, a noi comunisti che vogliamo abolire la proprietà acquistata personalmente, frutto del lavoro diretto e personale; la proprietà che costituirebbe il fondamento di ogni libertà, attività e autonomia personale.

Proprietà frutto del proprio lavoro, acquistata, guadagnata con le proprie forze! Parlate della proprietà del minuto cittadino, del piccolo contadino che ha preceduto la proprietà borghese? Non c'è bisogno che l'aboliamo noi, l'ha abolita e la va abolendo di giorno in giorno lo sviluppo dell'industria.

O parlate della moderna proprietà privata borghese?

Ma il lavoro salariato, il lavoro del proletario, crea proprietà a questo proletario? Affatto. Il lavoro del proletario crea il capitale, cioè quella proprietà che sfrutta il lavoro salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro salariato, per sfruttarlo di nuovo. La proprietà nella sua forma attuale si muove entro l'antagonismo fra capitale e lavoro salariato. Esaminiamo i due termini di questo antagonismo. Essere capitalista significa occupare nella produzione non soltanto una pura posizione personale, ma una posizione sociale.

Il capitale è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo mediante una attività comune di molti membri, anzi in ultima istanza solo mediante l'attività comune di tutti i membri della società.

Dunque, il capitale non è una potenza personale; è una potenza sociale.

Dunque, se il capitale viene trasformato in proprietà collettiva, appartenente a tutti i membri della società, non c'è trasformazione di proprietà personale in proprietà sociale. Si trasforma soltanto il carattere sociale della proprietà. La proprietà perde il suo carattere di classe.

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E, secondo me, andrebbe letto tutti i giorni, come un'orazione del mattino

giovedì 4 giugno 2020

Quale allegria

«"Colgo in giro l'entusiasmo, una socialità ritrovata. Ci meritiamo l'allegria dopo settimane di grandi sacrifici", osserva Conte spiegando che "la strategia del governo" sta ottenendo risultati. "L'emergenza sanitaria è alle spalle, ora dobbiamo fare fronte ad una emergenza economica", afferma il premier.»

Da vecchio allievo della scuola girardiana, tutte le volte che sento pronunciare la parola sacrificio, prima di indossare una tuta ignifuga, apro una pagina del primo capitolo de La violenza e il sacro (1972 ed. originale francese) e ricopio qualcosa che, quasi sempre, cade a fagiolo (all'uccelletto):

«Si può paragonare l'atteggiamento religioso a quello di una scienza medica che si trovasse improvvisamente a dover affrontare una malattia di tipo sconosciuto. Si manifesta un'epidemia. Non si riesce a isolare l'agente patogeno. Qual è, in un caso simile, l'atteggiamento propriamente scientifico, che cosa conviene fare? Conviene prendere non soltanto alcune precauzioni richieste dalle forme patologiche note, ma tutte, senza eccezione. Idealmente, converrebbe inventarne di nuove poiché non si sa nulla del nemico che si deve respingere.
Una volta identificato il microbo dell'epidemia, alcune delle precauzioni prese prima dell'identificazione possono rivelarsi inutili. Il perpetuarle sarebbe assurdo; era ragionevole esigerle fintanto che persisteva l'ignoranza.» (pag. 52 dell'edizione italiana del 1980).

E pongo tre domande al premier: 

1) sarà mai istituita una commissione che verifichi quanti dei grandi sacrifici richiesti ai cittadini saranno considerati scientificamente necessari e quanti, invece, inutili e che richiederli, come sacrificio (limitazione ossessiva delle libertà personali partendo dal presupposto che "siamo italiani", per natura irrispettosi delle regole), sia stato politicamente assurdo?

2) perché l'emergenza sanitaria è fregiata di un articolo determinativo, mentre quella economica alla quale «dobbiamo far fronte» è lasciata nella vaghezza di un indeterminativo? Perché è una emergenza economica tra le tante, di quelle che si sono ripetute nella processione storica del capitalismo, nei confronti della quale, anche questa volta, si può fingere che sarà sufficiente fare debito, allargare le maglie del deficit, lanciare soldi dagli elicotteri per risolverla?

3) per caso, gentilissimo Presidente Conte, è iscritto a un circolo serale?

lunedì 1 giugno 2020

Voci di corridore

Dopo un marzo e un aprile di corsette semiclandestine, tra boschi, campi d'orzo e segale, senza tracciamenti (mettevo corsa indoor al Garmin, 'nto culu allo stateacasa dello Sburroni & C.), maggio è stato un mese in cui ho ripreso a correre in modo abbastanza regolare, in ciclopedonali pubbliche pianeggianti (i miei percorsi preferiti) o anche in saliscendi collinari intorno casa. Poca roba: tre, cinque, sei, sette, otto, nove e, ieri, 31 maggio, ho ritrovato i dieci chilometri di corsa filata, di buon passo (5'10" di media al km), senza troppo affanno e quindi, ecco, lo racconto perché queste piccole imprese inutili hanno un carattere prettamente bloggheristico: vanno narrate, non devono restare confinate in una bella sudata, una doccia, la sete, la fame e il sonno della ragione.

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Anch'io, certe volte, nelle mezze stagioni, indosso un giubbotto a mezze maniche, arancione; anch'io ho i baffi ma non sono un generale in pensione: sono un pappamagro.

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È morto Christo: le ceneri saranno disperse qui perché anche gli dèi periferici hanno diritto a camminare sulle acque.

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Il Presidente nel bunker della Casa Bianca: non succedeva dai tempi di Homeland.
(Chissà che taglio narrativo daranno le serie tv americane di questi giorni di ribellione: molto in voga, negli ultimi anni, il racconto del riscatto borghese dei neri perbene, alla Michelle Obama o altri affermati personaggi dello spettacolo. Come scrive Olympe de Gouges: al netto di quanto potrà durare lo scontro tra ribellione e repressione, prima di vedere rivoluzionati i rapporti di classe, saranno concesse brioches e Lamborghini in leasing pur di mantenere in piedi l'assetto sociale della baracca borghese).
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sabato 23 maggio 2020

Ok, Kafka

Fioccano, come i pappi dei pioppi nella tarda primavera, le varie iniziative di rilancio promosse da Stato, Regioni, Province e Comuni e, tra queste, segnaliamo il bonus bicicletta (alla bersagliera) e il bonus facciate e tette, quest'ultimo volto a promuovere un estetismo di massa dopo il fermo della Fase Uno.

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Atlantia congela gli investimenti di Autostrade come contributo al surriscaldamento globale. Quanti frigoriferi hanno i Benetton in Patagonia? Domandiamolo ai Mapuche.

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Pare che, nonostante sia rimasto tutto aperto e non sia stato imposto alcun tipo di restrizione, l'economia in Svezia stia soffrendo lo stesso. Ma a quando un confronto sulla sanità mentale (o tenuta psicologica) tra le nazioni al diverso tipo di confinamento sociale?

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«La rete ha retto bene», dicono gli operatori, i player privati di società per azioni. Ripeto quanto già detto: discutere sulla concessione delle autostrade è importante sì; ma forse più importante sarebbe stato un controllo e una vigilanza sul traffico internet in Italia se la rete internet italiana non fosse stata messa sul mercato da... oddio, gli detti pure il voto.

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«Nella lotta tra te e il mondo, asseconda il mondo»¹. Ok, Kafka: assecondo, ma digli pure al mondo che non sono nato per lottare. Giocare, piuttosto - e a quelli del Castello, per favore, diglielo tu.


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¹ Franz Kafka, Aforismi di Zürau, Adelphi.

domenica 9 febbraio 2020

Il peso umano

« Intorno all’XI secolo secondo il computo cristiano, [...] popolano il pianeta (ma si tratta, avverto, di stime) suppergiù, ad essere ottimisti, 290 milioni di persone. Niente, in confronto ai sette miliardi e mezzo di oggi. Differenza abissale, di un pianeta notevolmente meno antropizzato, dove nel rapporto tra uomo e natura è la natura ad avere il sopravvento, con una forza condizionante. »
Amedeo Feniello, in AA.VV, Storia del mondo. Dall'anno 1000 ai nostri giorni, Laterza, 2019.

Insomma, nel 1010 d.C. gli umani erano, suppergiù, 300 milioni, mentre nel 2020 sono o, meglio, siamo (finché si campa) 7 miliardi e mezzo. E diamo pure la colpa ai pangolini.
Chissà nel 3030 quanti saranno (saremo non lo potremo dire, Sanremo chissà).

Pensando all'oggi, a questo oggi che ci costringe a essere così deludenti rispetto a quello che potremo fare per rendere il mondo un posto migliore (il mio modestissimo contributo, quasi nullo, è qui, nella dispersione di pensieri senza costrutto e spessore), possibile che non ci accorgiamo di quanto graviamo sulla biosfera con il nostro vivere, defecare compreso?

A questo proposito, in un altro libro che ho attaccato a leggere oggi: S.L. Lewis-S.A. Maslin, Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene, Einaudi, 2019, si legge:
« Sulla terraferma, se pesiamo tutti i grandi mammiferi presenti sul pianeta oggi, soltanto il 3 per cento di questa massa vive allo stato selvatico. Il resto è costituito da carne umana per circa il 30 per cento del totale e dagli animali allevati di cui ci nutriamo per il rimanente 67 per cento. »
Ma affinché il pianeta ci regga meglio, non è necessario mettersi a dieta o diventare vegani, né tantomeno cannibali: il problema da risolvere è come organizzare il nostro vivere, defecare compreso. Come sussistere, che cosa produrre, per quali finalità, giacché le finalità attuali (quelle dettate dal sistema produttivo vigente: il profitto alias la valorizzazione del capitale), sono le vere responsabili dell'abnorme aumento del peso (incidenza) umano sul pianeta, più della tettonica a placche, più dei vulcani o dello sporadico bombardamento di meteoriti. 

mercoledì 22 gennaio 2020

Attenzione alle fiamme

Un paio d'estati fa bruciavano le foreste californiane. L'estate scorsa son bruciate le foreste amazzoniche e quelle siberiane. Or non è molto (estate australe), le foreste australiane. Data questa tendenza, dato il movimento di rivoluzione (purtroppo solo terrestre e non dei terrestri), ahimè è facile prevedere che, estate dopo estate, boschi e foreste di entrambi gli emisferi brucino. 

Purtroppo a Davos brucia soltanto la legna dei caminetti e il pellet delle stufe, vero Efesto?

lunedì 20 gennaio 2020

Le braci della consuetudine

Mi sento in imbarazzo per il tasso generale d'intelligenza umana che fluisce nel mondo, la mia compresa, beninteso. Un'intelligenza incapace di dare ordine, di armonizzare, di diffondere benessere anziché malessere nelle varie corti del mondo. Io mi rifiuto di credere, nonostante le statistiche pinkeriane cognitiviste, che il mondo oggi sia il migliore dei mondi possibili. Mi rifiuto e mi attacco al cazzo, certamente, mica ho studiato tanto l'argomento, lo dico perché sono convinto che maggiore è la conoscenza e maggiore la colpevolezza, perché non esiste leggere, semestre dopo semestre, queste classifiche della vergogna, quelle del tutto e del niente - e non fare niente, ammazzare il tempio, per esempio, oppure: smettere il moto a luogo; adombrarsi; ridere per partito preso; titillarsi i genitali a piacimento; grattarsi le orecchie con i mignoli altrui; soffiare; salutare le sole; allevarsi senza antibiotici negli ultimi quattro mesi e poi affettarsi, come prosciutti cotti di carne nazionale; dipingere per finta le nuvole in cielo tanto ci credono; e poi basta, ché il troppo stroppia.
E se qualcuno dicesse: «Eh, ma pensa che fortunato sei a vivere qui e ora, anziché là e ieri», risponderei che vivo qui e ora e se non posso cambiare lo stato di cose presente, figuriamoci se potevo cambiare lo stato di cose passate: per questo studiare storia aiuta a bestemmiare, che altro.

Ma una cosa, stupefatto, or non è molto, ho imparato: ad accendere il fuoco dall'alto. E vedere le fiamme, a poco a poco, scendere e incendiare la base, non dico faccia sperare, ma dare alla consuetudine la possibilità di diventare brace.

sabato 18 gennaio 2020

My heart will go on

via


Zum Zum

«Dopo una vita passata a fare tutt'altro, negli ultimi anni mi sono occupato di istruzione. Lo dico non per conferire autorevolezza alle mie argomentazioni, ma per testimoniare che sono sensibile al tema scuola-lavoro, e che lo riconosco come criticità principale della scuola italiana, da sempre. Infatti, quando dico che la scuola statale italiana era - ripeto, era - la migliore, mi riferisco all'istruzione preuniversitaria.»
Riporto qui un passaggio di un lungo commento a un post di Olympe de Gouges, non per polemizzare con l'autore (Erasmo), ma per dire quanto segue:

All'assunto: «La scuola statale italiana era - ripeto, era - la migliore», mi sembra legittimo domandarsi: se lo fosse ancora, la migliore, a cascata, basterebbe questo a fare dell'Italia un paese migliore?
Attenzione: non voglio con questo trovare alibi alle mancanze, ai difetti della scuola statale di oggi rispetto a quella di un tempo (segnatamente: del Dopoguerra fino al... '68?).
Ma che cosa della società odierna è migliore rispetto agli anni del Miracolo economico?
La Fiat è migliore? L'Olivetti c'è più? I media (editoria e tv) sono migliori? Il cinema, la letteratura, la musica, l'arte in genere sono migliori e memorabili? Lo Stato (politica e apparati) sono migliori e capaci di fare politica (ad es.: si saprebbe costruire l'Autostrada del Sole in due anni?)? L'elenco potrebbe continuare.

Io credo che la scuola statale italiana non sia che un riflesso della società italiana: e sia chi ne fa parte da utente (studenti e genitori), sia chi da lavoratore della conoscenza (per riprendere i termini di una sigla sindacale), non fa che rispecchiarlo.

Ripeto: il mio non vuole essere un discorso riduzionista e (auto*) assolutorio: semplicemente, credo che qualsiasi intento riformista della questione scuola faccia da pendant al riformismo tout court. Per cui, sia concessa pure la reintroduzione obbligatoria nei corsi di studio della scuola dell'obbligo della Leggenda del Piave, con una variante minima, però:

Il Piave mormorò:
ragazzi l'è maiala.
zum zum


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* auto perché sono un lavoratore della conoscenza di soreta.

martedì 7 gennaio 2020

Avere un drone piuttosto che un'opinione

Volevo scrivere qualcosa su Sole mani cuore amore ma mi sono trattenuto, a che serve un'opinione in più, tanto meno non qualificata? A che servono le mie impressioni? Ho una soluzione? Ho un drone per poter bombardare chi voglio e restare impunito neanche fossi un Dio?

[voce fuori campo]
- Lasciami stare, non mi tirare in ballo, ché stasera ho da scartare i regali dei Magi.

Ho delle conoscenze approfondite da illustrare? Sono uno di Limes? No. E allora taccio, mantengo la mia inutile rabbia rasoterra, sparo le mie cazzate da solo in auto, ad alta voce, tanto nessuno mi sente se stramaledico qualcuno, se bestemmio, se sbavo... e pensavo (il pensiero, a volte, secerne bava), banalmente, che tutto ha una conseguenza, ma che spesso queste conseguenze, nel computo della consequenzialità generale, non contano niente, o poco, che non può essere una sola azione, per quanto immane e imbelle, a generare il bene o il male, sennò si dà ragione a chi dice puttana Eva; il domino come lo intendiamo - quella serie di tessere o pedine che, predisposte ad arte, cadono tutte in sequenza - in natura e in una costola della natura chiamata società, non esiste, oppure, se esiste, ha una scala temporale imponderabile per la nostra mente, giacché non c'è una causa sola, una sola colpa e un solo colpevole, ma una serie di cause e di colpe, diverse, seppur riconducibili a una unica matrice, riconoscibile ma facilmente occultabile, perché non è un evento, un assassinio, un bombardamento, un disastro: ma è qualcosa di complesso, legato al modo in cui noi umani riproduciamo la nostra esistenza. 

E ho detto anche troppo: è tardi, non volevo dire niente, volevo scrivere una poesia che invece è rimasta intirizzita nella brina dei campi in attesa del disgelo.

sabato 28 dicembre 2019

Un pregiudizio salomonico

Avevo un pregiudizio. Poi ho tolto il pre e - come Salomone - ho deciso di tagliare il bambino. Per fortuna per il bambino, la mamma buona s'è fatta avanti e m'ha pregato di risparmiarlo e di darlo per intero alla mamma cattiva, la quale (cattiva) avrebbe preferito il bambino diviso in due piuttosto che riconoscere che non era suo, ché l'aveva rubato di notte dal letto in cui dormiva con la madre vera (la madre buona), mettendole accanto il figlio morto soffocato da lei involontariamente durante il sonno, giacché entrambe si trovavano nella stessa camera di un centro di prima accoglienza per rifugiati.
Di fronte alla diversa reazione delle due donne comparse in giudizio, io, saggio come Salomone ai tempi di Salomone, decido, contrariamente a lui, non di tagliare il figlio vivo, ma di fare la volontà della madre buona, di dare cioè il bambino alla cattiva, che abbia a tenerselo, a nutrirlo, allevarlo, mandarlo all'asilo, a scuola, a vivere la sua adolescenza e poi l'età adulta, eccetera, finché avrà figli e lei nipoti, che lei, in quanto nonna, alleverà, porterà a scuola finché non diventeranno grandi, e lei poi invecchierà, zoppicherà e il figlio, che aveva voluto così tanto da rubarlo alla madre buona, anziché accudirla, le manderà una badante cattiva.
E invece la madre buona, ch'era rimasta senza figli, invecchierà soffrendo sì un po' di solitudine, epperò senza neanche tante rotture di coglioni di figli e nipoti, e coi soldi messi da parte si pagherà un posto in una residenza sanitaria assistita decente, con del personale di servizio apparentemente cordiale che la farà sentire un ospite rispettato e benvoluto.

Perché ai tempi del capitalismo maturo come un diospero che sta per cadere sulla testa di un neokeynesiano in attesa dell'aumento della spesa pubblica, la saggezza si dimostra soprattutto con la previdenza, come dice anche il direttore generale dell'Inps.

lunedì 25 novembre 2019

Il gioco delle parti


Sono alcuni giorni che guardo questa immagine e mi vengono in mente tanti pensieri che si affastellano e quindi è giusto che gli dia fuoco. Avanti, bruciamoli.

Ci sono due parti, il Governo (che rappresenta lo Stato italiano) e un'impresa (una multinazionale) privata (è straniera, ma non ha importanza).
L'impresa privata, che aveva rilevato, in concessione dallo Stato l'Ilva, dopo un periodo di prova, ha verificato che la produzione dell'acciaio (una merce base della produzione industriale) in quel di Taranto non garantisce profitto, è cioè il Denaro investito per produrre la Merce acciaio non si trasforma in una quantità maggiore di Denaro.
Visto l'andazzo, l'impresa privata vuole abbandonare il campo, preferendo rescindere il contratto anziché continuare in una produzione dalla quale non trae guadagno.

Se tutto questo fosse lasciato alla logica di mercato, l'Ilva dovrebbe interrompere la produzione ed operai e impiegati restare senza lavoro; per tali ragioni, per evitare la perdita di posti di lavoro, interviene il governo. E parte la trattativa. 

Che cosa si saranno dette le parti? Anche senza leggere le cronache, è facile intuire: 
Governo: «Restate con noi, Signori, non ci lasciate, restate con noi, Signori, avremo la pace sociale (con un po' tosse e cattive digestioni dovute ai veleni in giro)».
Arcelor Mittal: «Sì, potremmo restare, ma...»
Governo: «Voi privatizzate i profitti, noi socializziamo le perdite».
Arcelor Mittal: «Affare fatto: restiamo».

E avanti con questo simpatico giochino della produzione per la produzione.

Vox populi:

«Eh, ma così sarei bravo anch'io a fare il presidente del consiglio».
«Io, invece, sarei più bravo a fare il figlio del capitano d'industria».

Ma pensare di cambiare gioco, no? Cioè a dire: a pensare di cambiare la logica che informa la produzione, si fa peccato?

Vox seminerios phastidious

«Lei è un comunista!»

Grazie.