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sabato 10 agosto 2019

Tarda eco

Soli con la nostra follia e il fiore preferito
vediamo che in vero non resta nulla di cui scrivere.
O piuttosto, si deve scrivere delle solite cose
nello stesso modo, ripetere sempre le stesse cose
perché amore continui a essere un po' diverso.

Alveari e formiche vanno rianalizzati in eterno
e il colore del giorno inserito
centinaia di volte e variato da estate a inverno
perché rallenti al passo di un'autentica
sarabanda e vi si annidi, vivo, e si riposi.

Solo allora la disattenzione cronica
delle nostre vite potrà avvolgerci, conciliante
e con un occhio a quelle lunghe ombre bronzee sfarzose
che parlano così fonde dentro la nostra impreparata coscienza
di noi stessi, i motori parlanti d'oggigiorno.


John Ashbery, As we know, 1979 in Un mondo che non può essere migliore, Poesie 1956-2007, Luca Sossella editore, Roma 2008, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan


***

Alone with our madness and favorite flower
We see that there really is nothing left to write about.
Or rather, it is necessary to write about the same old things
In the same way, repeating the same things over and over
For love to continue and be gradually different.

Beehives and ants have to be re-examined eternally
And the color of the day put in
Hundreds of times and varied from summer to winter
For it to get slowed down to the pace of an authentic
Saraband and huddle there, alive and resting.

Only then can the chronic inattention
Of our lives drape itself around us, conciliatory
And with one eye on those long tan plush shadows
That speak so deeply into our unprepared knowledge
Of ourselves, the talking engines of our day.

John Ashbery, "Late Echo" from As We Know, Viking Press, 1979 

lunedì 2 giugno 2014

Little by little


Little by little the idea of the true way returned to me.
I was touched by your care,
reduced to fawning excuses.

Poco a poco l'idea della vera via mi risovvenne.
Fui toccato dalla tua attenzione,
ridotto a scuse adulatrici.

John Ashbery, Wakefulness [Stato di veglia], 1998, in Un mondo che non può essere migliore, Luca Sossella editore, Roma 2008


Non è facile gestire la tristezza, soprattutto quando ti assale in momenti che meno te lo aspetti, sei lì che cammini nel sole e nel verde, senza nemmeno una mosca a romperti le palle. E invece eccola, proprio quando la tua mente stava rimettendo in fila gli accadimenti politici dell'ultimo semestre (e se tristezza viene non è certo dovuto al ricordo di Enrico Letta): la fila si sganghera, le labbra si stringono, gli occhi si inumidiscono senza un preciso perché. Le mani sono le uniche a capire la situazione: presto frugano nelle tasche alla ricerca di uno dei pochi fazzoletti rimasti: c'è da tamponare una lacrima e il naso da liberare. Soffiarselo già porta sollievo e la considerazione che piangere concilia il sono, nel senso dell'essere.

Una volta scaricata in muco e lacrime, la tristezza evapora e ritorna nel circolo della malinconia. Quella nuvola bianca improvvisa nell'azzurro del cielo mi ricorda qualcosa infatti, qualcosa che ora non c'è più.

mercoledì 31 luglio 2013

Mettere fuori gioco le teste di cazzo


Our time gets to be veiled, compromised
By the portrait's will to endure. It hints at
Our own, which we were hoping to keep hidden.
We don't need paintings or
Doggerel written by mature poets when
The explosion is so precise, so fine.
Is there any point even in acknowledging
The existence of all that? Does it
Exist? Certainly the leisure to
Indulge stately pastimes doesn't,
Any more. Today has no margins, the event arrives
Flush with its edges, is of the same substance,
Indistinguishable. "Play" is something else;
It exists, in a society specifically
Organized as a demonstration of itself.
There is no other way, and those assholes
Who would confuse everything with their mirror games
Which seem to multiply stakes and possibilities, or
At least confuse issues by means of an investing
Aura that would corrode the architecture
Of the whole in a haze of suppressed mockery,
Are beside the point. They are out of the game,
Which doesn't exist until they are out of it


versi tratti da John Ashbery, Self-Portrait in a Convex Mirror, The Viking Press 1975

Il nostro tempo comincia a essere velato, compromesso
dalla volontà del ritratto di durare. Lascia intravedere
la nostra stessa, che speravamo di tener nascosta.
Non abbiamo bisogno di dipinti o
di tiritere scritte da maturi poeti quando
l'esplosione è così precisa, così fine.
C'è un qualche senso poi nel riconoscere
l'esistenza di tutto ciò?
Esiste? Certamente il tempo a disposizione
per compiacersi di passatempi maestosi no,
non più. L'oggi non ha margini, l'evento arriva
di botto con i suoi bordi, è della stessa sostanza,
indistinguibile. “Gioco” è qualcos'altro;
esiste, in una società specificamente
organizzata a dimostrazione di se stessa.
Non c'è altro modo, e quelle teste di cazzo
che vorrebbero confondere ogni cosa con i loro giochi di specchio
che sembrano moltiplicare poste e possibilità, o
almeno confondere le idee per mezzo di un'aura
che investe e che corroderebbe l'architettura
dell'insieme in una foschia di scherno soppresso,
sono fuori tema. Sono fuori gioco,
che non esiste sino a che non ne sono esclusi.

Traduzione di Aldo Busi, Autoritratto in uno specchio convesso, Garzanti, Milano 1983

Strappo questi versi dalla loro sede nel tentativo, abbastanza vano, di capire il nostro tempo. L'immobilità del popolo sovrano è determinata dalla volontà di tirare a campare, più o meno bene, con quello che gli è dato. Tuttavia, anche se non ce ne siamo accorti, l'esplosione è già avvenuta, c'è stata una rottura epistemologica - che qualcuno, a giusto titolo, potrebbe anche chiamare rottura di coglioni - che è coincisa, in Italia soprattutto, con la spudoratezza del potere. Perdita totale di ritegno, di freni inibitori, nessun limite alla propaganda: i testa di cazzo hanno occupato tutti i posti di comando e sono riusciti a imbrogliare le carte, a confondere le idee, a rendere impraticabile qualsiasi alternativa di sistema.

Buchidiculo (assholes) che, da più di vent'anni, defecano sulla nazione impunemente con la complicità perversa di chi si riprometteva di esserne sciacquone. 

Per la verità, non volevo limitare il discorso all'Italia. Ma mi ha sempre fatto incazzare il fatto che l'Italia non abbia mai provato a essere un paese politicamente decente per vedere l'effetto che fa.
Poi, va da sé, comprendo che il problema è più generale, non solo italiano, e riguarda il sistema economico e sociale capitalista che ha rapito il pianeta e ci rende, noi umani non capitalisti - i rapiti - come affetti da una sorta di sindrome di Stoccolma: non vediamo alternativa ai nostri padroni, che non chiamiamo più padroni, no, tutt'al più presidenti.

lunedì 21 gennaio 2013

Sono troppo timido



Baltimore

Two were alive. One came round the corner
clipclopping. Three were the saddest snow ever seen in Prairie City


Take this. Metamorphosis. And this. And this. And this.
If I'd needed your company,
I'd have curled up long before in the clock of weeds,
with only a skywriter to read by.
I'd have laved the preface
to the World's Collected Anthologies,
licked in the henbane.flavored lozenge
and more. I'm presuming,
I know. And there are wide floodplains spotted with children,
investing everything in everything.
And I'm too shy to throw away.


Due erano vivi. Uno svoltò l'angolo
zoccolando. Tre erano la neve più triste mai vista a Prairie City.


Prenditi questo, metamorfosi. E questo. E questo. E quest'altro.
Se avessi avuto bisogno della tua compagnia,
mi sarei accoccolato ben prima nell'orologio delle erbe,
con solo un aeroplano che scrive in cielo da leggere.
Avrei deterso la prefazione
e Tutte le Antologie del Mondo,
leccato la pasticca al giusquiamo
e altro ancora. Presumo,
so. E ci sono sconfinate pianure alluvionali disseminate di bambini,
che investono tutto in tutto.
E io sono troppo timido da buttare via.



John Ashbery, Un mondo che non può essere migliore, Poesie scelte 1956-2007, Luca Sossella Editore, Roma 2008, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan

A Baltimora non ci sono mai stato, ma sarebbe il caso, forse. Quanto sarei contento, adesso, se davvero ci fossi nella città del Maryland, a non saper spiccare bene la lingua del luogo? Mi sentirei allo stesso modo di Pietro, il santo Rinnegatore, e quindi starei zitto evitando il più possibile di scoprirmi, finché una puttana mi costringe a uno shut up detto con una pronuncia che chiaramente mi scopre e mi pone al centro di un cerchio di persecuzione, dove il gioco esige che la vittima designata sia straniera.
«Sta' calmo, non ti muovere, tu non appartieni alla classe degli eletti, sei condannato a stare dentro i margini di una miseria confortevole. Non puoi ribellarti, non puoi neanche fare alcuna chiamata di correo, perché sei dentro la prigione del merito, dell'impegno, dell'inserimento, del dire grazie alla persona giusta, alla persona giusta inchinarsi, abbassarsi i pantaloni, porgere le terga nel caso, qualunque caso. Quindi stai buono, non ti agitare, non cercare intorno a te delusioni simili, animi finto ribelli che girano l'occhio in cerca di un'intesa. Non c'è più alcuna musica che in metta in moto la rivoluzione. Stai fermo, blocca i tuoi desideri o fingi di esaudirli dentro i confini determinati della tua impotenza. Vieni a votare ed eleggi chi, meglio di te, ha saputo accondiscendere alle regole, alla prassi, alle determinazioni di una vita che non si supera e che resta tutta contratta nella finzione. Non immaginare mai niente di possibile oltre quello che ti è dato. Saremo buoni con i buoni, meno con chi non vuole esserlo. Trovati un sogno di secondo piano e cerca di realizzarlo facendo finta che sia tutta lì dentro la tua voglia di essere. Fingi di credere a questa nuova fede. E sta' un po' fermo con la mente, lasciati andare, la partita è questa e anche se non vinci, alla fine, ci sarà un premio di consolazione

lunedì 16 luglio 2012

La situazione si aggrava


John Ashbery, Autoritratto di uno specchio convesso, Garzanti, Milano 1983 (traduzione di Aldo Busi).
Guardavo le nuvole camminare nel cielo. Erano poche per sperare in un temporale o in una mutazione dei colori del campo giallo appena mietuto: giallo e blu fa verde, ma col cielo grigio anche il giallo diventa qualcos'altro e io volevo questo. Non sapevo decidermi a dirti che non ti amavo, troppe erano le varianti per dirtelo, ma ognuna troppo debole per essere decisiva. E senza una ragione forte, convincente, innanzitutto a me stesso, non sarei mai riuscito tagliare tutta quella serie di legami fatti di sensi di colpa, di prospettive funeste, incertezze, paure del vuoto.
Mentre dal campo passavo al bosco, in uno stretto sentiero circondato da rovi, uno spino si è conficcato nel mio polso, e io ho gridato il tuo nome come fosse un'imprecazione, come se avessi avuto colpa tu di tutto questo e non era vero: la colpa esiste solo se c'è l'opzione dell'odio, ma non è mai stato il nostro caso. 
Ci stiamo logorando ai fianchi, almeno ci piacesse tutto questo logorìo, fossero mani anche finte che ti s'attaccano a pagamento come quelle di un'estetista in gamba che, per pochi soldi, ti gratifica con la sua idea di primavera. Siamo qui tanto per fare, esattamente; la storia che ci ha portato a essere noi sembra scritta da sceneggiatori in cassa integrazione. Andiamo in vacanza? Massì, distraiamoci, cerchiamo di vedere qualcos'altro al mattino, aldilà della finestra, che non sia noi. Sono tentativi, tutti leciti, per rimandare la consegna delle nostre rispettive delusioni. Facciamole crescere, da bravi, così che quando verrà il momento, avremo la schiena curva tanto sarà peso il loro carico.
E poi è arrivato un giorno particolare, vicino al giorno del tuo compleanno ricordi. Eravamo seduti distanti nel divano, ognuno coi propri pensieri divergenti. Suonò il telefono, dicesti ciao con un sorriso e andasti a chiuderti in bagno per proseguire la conversazione. Quando tirasti lo sciacquone e uscisti io non ero più lì, ero scivolato via, a cercare di attaccarmi alle tette delle tua cara amica che mi guardava da tempo coi suoi occhi dolci, ma io ero sempre stato irreprensibile.
È stato la mia maniera di difendermi, la più sbagliata, una Maginot a tutti gli effetti che mi ha fatto anche temere che sarei stato per sempre occupato dal pensiero dittatore di te. Non è stato così, mi hanno liberato delle giovani socialiste terzomondiste norvegesi che mi hanno insegnato, non tanto a perdonare, quanto a credere ancora nell'utopia dell'amore. But
«my wife thinks I'm in Oslo - Oslo, France, that is.»

giovedì 26 gennaio 2012

Fattorie padane

Chissà dove qualcuno viaggia a rotta di collo verso di te,
a velocità incredibile, viaggiando giorno e notte,
per tormente e calura desertica, attraverso torrenti, per passi angusti.
Ma saprà dove trovarti,
riconoscerti nel vederti,
darti la cosa che ha per te?

Qui non cresce quasi niente,
eppure i granai scoppiano di farina
i sacchi di farina arrivano agli architravi.
I corsi d'acqua scorrono con dolcezza, ingrassano i pesci;
gli uccelli oscurano il cielo. Può bastare
che la ciotola di latte sia messa fuori la sera,
che noi a volte lo pensiamo,
a volte e sempre, con sentimenti contrastanti?

John Ashbery, At North Farm, in Un mondo che non può essere migliore, Luca Sossella, Roma 2008, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan, 

Somewhere someone is traveling furiously toward you,
At incredible speed, traveling day and night,
Through blizzards and desert heat, across torrents, through narrow passes.
But will he know where to find you,
Recognize you when he sees you,
Give you the thing he has for you?

Hardly anything grows here,
Yet the granaries are bursting with meal,
The sacks of meal piled to the rafters.
The streams run with sweetness, fattening fish;
Birds darken the sky. Is it enough
That the dish of milk is set out at night,
That we think of him sometimes,
Sometimes and always, with mixed feelings?

domenica 20 novembre 2011

But I want to stay here


Myrtle                                                                              Mirto

How funny your name would be
if you could follow if back to where
the first person thought of saying it,
naming himself that, or maybe
some other persons thought of it
and named that person. It would
be like following a river to its source,
which would be impossible. Rivers have no source.
They just automatically appear at a place
where they get wider, and soon a real
river comes along, with fish and debris,
regal as you please, and someone
has already given it a name: St. Benno
(saints are popular for this purpose) or, or
some other name, the name of his
long-lost girlfriend, who comes
at longlast to impersonate that river,
on a stage, her voice clanking
like its bed, her clothing of sand
and pasted paper, a piece of real technology,
while all along she is thinking, I can
do what I want to do. But I want to stay here.
       Quanto sarebbe comico il tuo nome
       se riuscissi a risalirlo fino a dove
       la prima persona pensò di pronunciarlo,
       chiamandosi così, o può darsi
       altre persone lo pensarono
       e lo imposero a quella persona. Sarebbe
       come risalire un fiume fino alla sorgente,
       impossibile. I fiumi sono senza sorgente.
      Appaiono automaticamente e basta, in un posto
      in cui si fanno più ampi, e d'un tratto un vero.
      fiume discende, con i pesci e i detriti,
       regale quanto vuoi, e qualcuno
      gli ha già dato un nome: san Benno
      (i santi vanno forte a questo scopo) o, o
     un altro nome, il nome della
     fidanzata persa da tempo immemore, che arriva
    dopo infinita attesa a impersonare quel fiume,
    su un palcoscenico, con la voce che sbatte metallica
    come il suo letto, le vesti di sabbia
    e cartapesta, esempio di tecnologia reale,
    mentre lei non smette di pensare, posso
    fare quello che voglio. Ma io voglio restare qui.


John Ashbery, Un mondo che non può essere migliore, poesie scelte 1956-2007, Luca Sossella editore, Roma 2008, traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan.

sabato 26 marzo 2011

Pensieri di una fanciulla

*

THOUGHTS OF A YOUNG GIRL

It is such a beautiful day I had to write you a letter
From the tower, and to show I’m not mad:
I only slipped on the cake of soap of the air
And drwoned in the bathtub of the world.
You were too good to cry much over me.
And now I let you go. Signed, The Dward.”

I passed by late in the afternoon
And the smile still played about her lips
As it has for centuries. She always knows
How to be utterly delightful. Oh my faughter,
My sweetheart, daughter of my late employer, princess,
May you not be long on the way!

PENSIERI DI UNA FANCIULLA

La giornata è tanto bella che dovevo scriverti una lettera
dalla torre, e dimostrarti che non sono folle:
è solo che scivolai sulla saponetta dell'aria
e affogai nella vasca da bagno del mondo.
Fosti fin troppo cortese a piangermi tanto.
Ora ti lascio in libertà. Firmato, Il Nano”.

Passai di là nel tardo pomeriggio
e il sorriso ancora la giocava sulle labbra
com'è stato per secoli. Lei sa sempre
come essere assolutamente deliziosa. Oh figlia mia,
mio tesoro, figlia della mia ex-padrona, principessa,
che il cammino non ti sia interminabile!

© John Ashbery
From The Tennis Court Oath, Wesleyan University Press, Middletown, Connecticut, 1962. Edizione Italiana, Un mondo che non può essere migliore, Luca Sossella Editore, Roma 2008 (traduzione di Damiano Abeni con Moira Egan).


domenica 9 gennaio 2011

Certi alberi

Sono stupefacenti: ciascuno
Che si congiunge col vicino come se il discorso
Fosse una performance morta.
Combinando per caso

D'incontrarci tanto lontano questa mattina
Dal mondo quanto in accordo
Con esso, io e te
Improvvisamente siamo ciò che gli alberi provano

A dirci che siamo:
Che il loro semplice star lì
Significa qualcosa; che presto
Potremo toccare, amare, spiegare.

E contenti di non aver inventato
Tali piacevolezze, ci ritroviamo circondati:
Un silenzio già riempito di rumori,
Una tela su cui emerge

Un coro di sorrisi, una mattina d'inverno.
Messi in una luce sconcertante, e mobili,
I nostri giorni indossano una tale reticenza
Che questi accenti sembrano la loro difesa.

Some Trees

These are amazing: each
Joining a neighbor, as though speech
Were a still performance.
Arranging by chance

To meet as far this morning
From the world as agreeing
With it, you and I
Are suddenly what the trees try

To tell us we are:
That their merely being there
Means something; that soon
We may touch, love, explain.

And glad not to have invented
Some comeliness, we are surrounded:
A silence already filled with noises,
A canvas on which emerges

A chorus of smiles, a winter morning.
Place in a puzzling light, and moving,
Our days put on such reticence
These accents seem their own defense.

John Ashbery, Some Trees, Yale Univesity Press, 1956 (traduzione di Edward G. Lynch in Nuovi Argomenti, n. 26 Terza Serie, Aprile-Giugno 1988)


Postilla.
Stamani, rovistando in una vecchia soffitta, ho ritrovato la rivista sopra indicata: l'ho sfogliata e ho trovato questa poesia che ricordavo di aver letto e di cui la memoria conservava, sbagliando, l'incipit  facendo di stupefacenti, formidabili. 
1988. Avevo 21 anni, un anno meno dell'assassino che ha compiuto la strage di Hudson, e potevo leggere Ashbery soltanto in traduzione. 
Anche se ancora non sappiamo le folli motivazioni che Jared Loughner addurrà al gesto, io penso che se invece di abbeverarsi agli slogan fondamentalisti del cristianesimo forcaiolo della Palin o altri evangelici pro-life, egli avesse avuto tra le mani una raccolta di poesie di Ashbery non avrebbe impugnato il fucile, ma sarebbe andato - se stressato - dentro a un bosco a recitare Some Trees. Insomma, io sono propenso a credere che, in questo caso, sia maggiore il peso di nurture che di nature*. Sbaglierò?