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lunedì 4 aprile 2011

La risposta di Euclide

Venerdì sera, ospite di Lilli Gruber a , c'era Vittorino Andreoli a parlare del suo ultimo saggio edito da Rizzoli, Il denaro in testa. Dalla presentazione del libro, sul sito della casa editrice milanese, estraggo:
Vite che ruotano intorno ai soldi, al desiderio di possederli, alla paura di perderli: l’ossessione, la dipendenza, l’angoscia, il lutto… si finisce per ridurre una società al denaro come misura del valore non solo delle cose, ma della stessa persona.
Andreoli parlava con passione di tutte le storture che l'«ossessione» per il denaro provoca nell'uomo contemporaneo. Secondo me era convincente, ma fino a un certo punto. Per carità, concordo in gran parte con le tesi da lui sollevate. E mi appassionava il suo accalorato argomentare e la sua critica radicale al potere. Tuttavia, quello a cui purtroppo lo psichiatra non ha accennato, forse impedito dalle ristrettezze dei tempi televisivi, è il perché il denaro oggi si è trasformato in un dio. Perché, cioè, il denaro sia diventato la «misura dell'uomo». Perché, da mero strumento al servizio dell'uomo per realizzazione dei progetti e la soddisfazione dei bisogni, il denaro è diventato «il bisogno».

Già, perché è avvenuta questa trasformazione? Chi o che cosa l'ha causata?
Queste domande mi sono tornate in mente stasera quando ho aperto un libro di Nicola Chiaromonte, Che cosa rimane, Taccuini 1955-1971, Il Mulino, Bologna 1995, ove ho trovato questo breve brano che dà il titolo al post:
Quando un giovanottello venne a chiedergli che cosa avrebbe guadagnato a studiare la geometria, Euclide si volse a un servo e gli disse: «Dai tre oboli a costui, visto che ha bisogno di guadagnare da quel che impara...». Oggi, il mondo occidentale è percorso da torme di giovanottelli che fanno del guadagno (in denaro o in istruzione per l'azione...) il principio di ogni apprendimento. E sono stati i loro maestri a insegnare loro tale principio.
Allora, abbiamo trovato un responsabile: i maestri, gli insegnanti hanno insegnato il principio che il denaro è la misura di tutte le cose. Ma è realmente così? Le nostre scuole, e in ispecie quelle pubbliche, insegnano da trent'anni a questa parte agli studenti che lo scopo principale della vita è fare il denaro? Perché il denaro è l'unico mezzo che dà potere? Perché il denaro è l'unico dio da venerare? No, non è così. Anzi, sarebbe meglio che lo fosse stato. Almeno tale insegnamento perverso avrebbe avuto una sua "struttura" e non si sarebbe imposto nelle menti delle nuove generazioni con tanta forza, con tanta suggestione. Il problema di fondo è che i maestri, i veri maestri, non sono, paradossalmente, i docenti. Ma sono i modelli imposti dal mercato dei media. E i media, in Italia soprattutto, dagli anni 80 dello scorso secolo ad oggi, hanno fatto trionfare un modello di successo sulla cui fronte ha impresso il simbolo del denaro. Perché il denaro è l'unico mezzo per ottenere potere, dominio, riconoscimento, identità. La conoscenza e la sapienza, l'abilità in un qualsiasi campo dello scibile umano non sono più i crismi per accedere al potere. Ogni sapere, qualsiasi esso sia, deve essere teleologicamente orientato verso il denaro in vista del potere altrimenti non viene riconosciuto come tale, non viene considerato. È assurdo che (come accade in Italia) un fisico teorico guadagni meno di Simona Ventura, ma soprattutto: che abbia meno potere di lei.
Il potere muove dal denaro e il denaro vuole essere mosso dal potere. Un cortocircuito che porterà inesorabilmente a fare della Terra un deserto senza oasi.

giovedì 10 giugno 2010

Politica moderna

«Ci sarà almeno una persona – una! – tra i parlamentari finiani, capace di uno scatto di civile dignità, di un NO puro e semplice a questa legge infame?»

Paolo Flores d'Arcais, il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2010

....

«La politica – ossia la speranza di partecipare alla formazione e alla applicazione delle leggi – è stata screditata, nei tempi nostri, dalla violenza e dalla commedia, soprattutto dalla commedia. La commedia comincia con l'abitudine machiavellica e l'accademismo “realistico” per cui, al fine di rendere efficace la propria azione, occorre mettersi dal punto di vista di chi governa e chiedersi “che cosa si farebbe al posto loro”. Dopodiché, naturalmente, l'efficacia consiste nel fatto che ci si è sostanzialmente schierati dalla parte del potere».

Nicola Chiaromonte, Che cosa rimane. Taccuini 1955-1971, Il Mulino, Bologna 1995

lunedì 28 dicembre 2009

Avventurandosi da soli nell'incognito



Aggiunta sulla credenza


«Una credenza non è una religione, soprattutto non nel senso che siamo abituati a dare a questa parola nell'orbita del cristianesimo. Si è, tuttavia, portati a chiedersi se la formazione di una credenza comune, e il suo ascendente sulle coscienze, non siano fenomeni analoghi a quello per cui una comunità si forma i suoi dèi. Il sibogno sembra essere il medesimo: ai limiti del pensabile (e dell'immaginabile) urtarsi a qualcosa che resista al pensiero, che non si possa non pensare e non sentire, in comune, del mondo. Segno del sacro non è forse il limite che l'individuo di fatto rispetta nel suo comportamento, oppure che viola sapendo di violarlo, avventurandosi così da solo nell'incognito? Rimane che il dissolversi delle credenze ragionevoli e umane - la “morte di Dio” - mentre è causa di scoramento e di aggravata solitudine per l'individuo, suscita nella società i falsi dèi, e che i falsi dèi costringono a interrogarsi su quali siano i veri e come si riconoscano».

Nicola Chiaromonte, Credere e non credere, Il Mulino, Bologna 1993 (pag. 124)

venerdì 20 novembre 2009

Una morale per tutti



Presto, dunque sono.

P.S.
La soluzione ai problemi del mondo non è data «da nessun individuo in particolare, ma deve emergere dalla vita di tutti, esser vissuta prima che formulata; e potrebbe anche darsi che [stia] emergendo senza che noi ce ne avvediamo¹».

¹Nicola Chiaromonte, Credere e non credere, Il Mulino, Bologna 1993

sabato 2 maggio 2009

«Essere uno fra tutti»

«Così dice Sartre, e a questo si riduce tutto considerato l'engagement. Si parla e si scrive - quando si ha il privilegio di poterlo fare - per solidarietà con i propri contemporanei».

[Questo è per me uno dei motivi del tenere un blog]

«Certo, e altro motivo non c'è - ove per "solidarietà" s'intenda sentirsi legato agli altri non solo da qualche vago "amore" e "pietà", ma anche dall'odio, dalla collera, dal disprezzo per tutto ciò che manca agli uomini attorno per farne degli uomini».

[L'obiettivo pedagogico del blogger]

«Solidarietà, dunque. Ma solidarietà in che? qui sta il busillis. Nel "reale"? Questo vuol dire tutto o nulla. In un'esperienza comune, dunque. Sì, ma quale? Quella delle angustie quotidiane? Quella della politica? Quella dei sentimenti e delle passioni individuali? Quella del lavoro? Quella del gioco?
Oppure quella "realtà" difficile e oscura che sta in fondo a tutto questo? Una certa "unità" o "struttura" dell'uomo da ricostruire e di cui si pensa che noi tutti abbiamo bisogno e andiamo in cerca?»

[Ecco, la lettura di questo prezioso brano pone bene la questione: di che cosa "abbiamo bisogno e andiamo in cerca" con questo esercizio, pressoché quotidiano, del blog? Esporre i nostri io come esempi sui quali "ricostruire" l'uomo? Ma se il mondo ci assomigliasse, saremmo più contenti e soddisfatti?]

brano tratto da Nicola Chiaromonte, Che cosa rimane - Taccuini 1955-1971, Il Mulino, Bologna 1995 (pag. 141)