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lunedì 10 giugno 2013

400 blog senza adesivi

«400 blog con l'adesivo del Fatto Quotidiano sono il Fatto Quotidiano. Il lettore li percepisce come Fatto Quotidiano». Leonardo Tondelli

Sarà forse per questo che, dei quattrocento, io non ne seguo nemmanco uno? Ma non solo perché sono del Fatto Quotidiano: io, a parte alcune meritevole eccezioni (Giglioli, per esempio), non seguo alcun blogger che scrive sotto l'egida di un giornale importante, perché il blog dev'essere indipendente da tutto, giusto la piattaforma che ne consente in modo neutro (non so fino a che punto) la pubblicazione, e poi via, avanti, si facciano le pubblicazioni io sposo l'idrolitina del cavalier cazzoni.

Vedete a cosa serve uno spazio personale che non deve sottostare, per principio, a qualche censura? Anche lo scrivere cazzate come quella sull'idrolitina, per esempio, se io fossi un blogger che scrivesse per il Fatto non avrei potuto scriverla, me la sarei dovuta ingoiare; invece a me piace buttare (quasi) tutto fuori, l'autocensura avvenga su basi nobili, non su quelle ignobili, tipo trattenersi per ragioni di decoro di testata.

A cosa servono Quattrocento blog e, in fondo, chi davvero si perita di seguirli tutti perché hanno un determinato sigillo editoriale? Non lo so, ma io, contrariamente a Leonardo, mi sforzo di credere che non esista il lettore medio, io non ci penso ne esista uno al quale rivolgersi in determinati modi che solletichino il suo essere nella media, se dovessi scrivere pensando al lettore medio gli farei il dito medio,
- Maestro, Peter mi ha fatto il terzo dito.
- Quale sarebbe?
- Questo.
- Bene, rifaglielo.
«Quando pubblicare – l’atto di rendere pubblico qualcosa – smette di essere complicato e diventa facile, la gente abituata al vecchio sistema spesso considera la pubblicazione da parte di dilettanti frivola, come se pubblicare fosse un’attività intrinsecamente seria. Peccato che non lo sia mai stata. La pubblicazione andava presa sul serio quando i costi e l’impegno richiesto costringevano la gente a prenderla sul serio – se commettete troppi errori fallirete, proprio come nel Cinquecento. Ma se questi fattori scompaiono, allora scompare anche il rischio. Un’attività che sembrava intrinsecamente preziosa si è rivelata solo accidentalmente preziosa, come ha dimostrato il cambiamento nel sistema economico.» Clay ShirkySurplus cognitivo, Codice edizioni 2010, p.45 
La citazione di sopra è presa da un Bimbo Sumero restato un paio d'anni sotto la sabbia - adesso è felicemente riemerso con un post che invito a leggere e dal quale prendo spunto per lanciare una definizione (abborracciata) di blogger come colui, o colei, che, dopo aver raccolto “dati” tutta la vita, sente l'urgenza di esprimere/pubblicare la sua visione (un modo più raffinato per dire che ha voglia di sparare cazzate in pubblico).

In fondo rendere pubblico qualcosa non è più complicato, anche per gli analfabeti di ritorno pubblicare non è mai stato così facile: c'è spazio per tutti. In fondo, quand'anche pubblicisti professionisti, dalle loro postazioni editoriali, scrivono banalità e insulsaggini, è giusto - per chi non s'accontenta, a chi sta stretto il ruolo di lettore medio - provare a dar aria alle parole facendole uscire dalla gabbia dei luoghi comuni del pensiero confezionato apposta per rincoglionire.

sabato 5 gennaio 2013

Animal capax gaudium

Geoffroy de Boismenu, A short history of sex
I blog hanno perso consistenza e due blogger (un giornalista professionista, Vittorio Zucconi, e uno no, anche se scrive editoriali per testate online, ma bravo, molto bravo, Leonardo Tondelli) scrivono che i blog sono destinati a morire, dato il loro declino in termini di chiusure o inattività (del blog).
Sarà vero? Sarà vero.
Twitter adesso la fa da padrone nello spazio memetico del dire.
Twitter è più immediato, veloce e dà l'illusione, mediante la brevità del dire, che una sentenza, aforisma, massima, battuta (tweet) riesca a definire, a catturare, a sputtanare il mondo là fuori, che si subisce o si osserva. Ogni tweet è un giudizio sommario, a volte anche geniale, sulla realtà.
Anch'io uso twitter, con parsimonia, soprattutto per rimandare ai miei post, compiendo così atti di autocompiacimento (uso meno facebook, se non per rimandare automaticamente quanto condivido su twitter).
Non mi piace la costrizione delle battute, non mi piace la rincorsa alle battute.
Il mezzo non è il messaggio.
I blog destinati a scomparire sono quelli che si prefiggono uno scopo che vada aldilà del mero principio di piacere  (piacere inteso come godimento personalissimo).
I blog servono a dare voce a una concatenazione di pensieri che sarebbero destinati o a non essere espressi, o a esserlo, però sotto forma di quaderni o moleskine o documenti di testo elettronici.
Ma se sono e rimangono luogo di letture piacevoli, di argomentazioni che vanno di palo in frasca, di opinioni che cercano volutamente di sfuggire al canone degli editoriali giornalistici, i blog conservano il loro fascino, la loro attrattiva.
I blog come luogo di pensiero che si fa corpo, di pensiero che si vuole cosa, oggetto, «sostanza godente» (J. Lacan, Le Sèminaire, Livre XVIII).
«Il desiderio, afferma Lacan, “viene dall'Altro nel senso che la sua è una dialettica che per quanto “infinita” implica l'Altro come destinatario fondamentale. Diversamente, afferma sempre Lacan, il godimento “viene dalla Cosa”. Siamo dunque messi di fronte a una opposizione binaria netta: desiderio/Altro, godimento/Cosa. Il godimento, infatti, in contrasto con il desiderio, non manca di nulla. La sua esperienza è piuttosto quella di una abolizione della mancanza». Massimo Recalcati, “Il fondo oscuro del desiderio. Note su Sartre e Lacan”, Aut Aut, n. 315, anno 2003, pag. 113
Capisci a me, direbbe Di Pietro. Io continuo a scrivere perché, me tapino, scrivendo godo. Seghe mentali, ordunque. Ma scrivendo do corpo al godimento e tengo a bada il desiderio (che non è definibile se non al prezzo di una seria auto-analisi che non è il caso di fare ora), quindi faccio finta di non avere l'Altro che mi scandalizza e mi rompe le balle con la sua bella vita realizzata, mentre la mia, la mia, piena di contraddizioni e compromessi, di uggie e ubbie, di vuoti e di pieni, Parmenide aiuto, fammi diventare un eleatico.

sabato 3 novembre 2012

Un tumblr di mestiere

Un Leonardo in grande spolvero scrive in chiusura di un divertentissimo post:

In un vecchissimo romanzo Urania, L'occhio del purgatorio, un pittore soffriva di una sindrome che non gli consentiva più di vedere gli oggetti nel loro presente, ma solo in un futuro che accelerava sempre più: dopo qualche tempo vedeva solo scheletri al posto delle persone, solo macerie al posto delle case, eccetera. L'unico sistema per vedere le cose intorno a sé era scattare fotografie: le vedeva già invecchiate, ingiallite, ma erano le uniche immagini del presente che riusciva a percepire. Ecco, se compro Repubblica ormai ci trovo qualcosa del genere: mi parlano del mondo in cui vivo, un mondo in cui ci sono i social network, c'è youtube, ci sono anche i tumblr, insomma ci sono anch'io... ma tutto è stranamente ingiallito, virato seppia, come se Wells fosse arrivato qui con la sua Macchina del Tempo vittoriana, avesse scattato una foto, e dopo un secolo io vedessi la foto su un tumblr. Un futuro anteriore.

Mi limito soltanto a far notare che il tumblr bellino, ieri lodato in modo sperticato da Enrico Deaglio con un'articolessa culturale su Repubblica, è tenuto - come lo stesso Deaglio scrive - da
«Ivan Carozzi, 40enne di Massa, una tesi in filosofia su Philip Dick e Jean Baudrillard, attualmente redattore di trasmissioni di intrattenimento de La 7. Per mestiere, Carozzi consulta le pagine di archivio dei quotidiani italiani, in formato pdf»
Per mestiere, ecco tutto.

domenica 22 maggio 2011

Futuri incarichi di governo

Per la prossima legislatura, vedrei bene Leonardo candidato a sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico.

sabato 16 aprile 2011

La meccanica dei bloggers


Mio padre faceva il meccanico. Riparava le auto. Era dipendente e non aveva un'autofficina tutta sua, e forse anche per questo non ambiva che mio fratello e io facessimo, a nostra volta, i meccanici. Così non ci ha trasmesso l'amore per il suo mestiere. Anche perché poi noi figli non siamo mai stati molto portati per la meccanica. Soprattutto io, che so a malapena montare le catene da neve o controllare l'olio motore (a proposito, bisogna che guardi il livello). E pensare che ho anche il diploma professionale di congegnatore meccanico. Mi sono diplomato sul tornio, sulla rettifica, sul ferro battuto con scarsissimi risultati (fui persino rimandato ad aggiustaggio! Ovvero il lavoro su pezzi di acciaio da limare in modo da ottenere un piano quasi perfetto. Ero pessimo con il labor limæ. Non conoscevo ancora Orazio). Ma di questo – magari se ci sarà l'occasione – parlerò meglio un altro giorno.

Ma perché ho ricordato il mestiere di mio padre? Perché certe volte vorrei tanto esserlo anch'io un meccanico. Ma non per riparare, quanto per far inceppare il motore di una macchina famosa, molto in voga¹ negli ultimi periodi della cronaca politica e sociale italiana. La macchina del fango.

Leonardo spiega, con un post perfetto, le ragioni per cui l'articolo di Marco Pasqua (in un giorno di quaresima) costituisce un mirabile esempio di come funziona l'oliatissimo meccanismo del discredito gratuito, dell'additamento a pubblico ludibrio di qualcuno che esprime le proprie opinioni, giuste o sbagliate che siano, senza commettere alcun reato.

Ecco, se io fossi un meccanico, addetto al funzionamento della macchina dell'informazione, porterei il motore in officina per un tagliando approfondito riparando, ove possibile, o sostituendo (extrema ratio) le parti soggette a usura. In altri termini, io non sostengo che Marco Pasqua vada licenziato (anche se resterebbe poco senza lavoro: Il Giornale, Libero o il TG Com lo accoglierebbero a braccia aperte): soltanto, fossi il direttore responsabile, costringerei l'autore ad una rettifica a caratteri cubitali, in cui dovrebbe ammettere di avere sbagliato e in cui dovrebbe chiedere scusa a colei che ha “infangato”. Solo se si rifiutasse di farlo, provvederei a licenziarlo.

Premetto: io mi fido di quanto dicono Leonardo e, di passata, anche Cloro al Clero. Non ho certo letto tutti i post di costei e, in linea di massima, non sono tanto d'accordo col suo antisionismo. Ma mi sembra che la sua risposta, nel merito all'accusa ricevuta, sia sufficiente a coprire di ridicolo Marco Pasqua.

Ma perché Marco Pasqua ha scritto un articolo del genere? Forse perché ha l'obbligo contrattuale di proporre un articolo al giornale ogni tot giorni; egli non sapeva cosa scrivere, e – come ha scritto bene Leonardo – ha scritto fandonie. Ma poffarbacco! Pasqua è pagato per i suoi articoli e ha il dovere di informarsi e di essere il più completo ed esaustivo possibile. Non è mica un editorialista di fondo, non è mica un elzevirista, non è mica un blogger! Loro sì che si possono permettere il lusso, a volte, di essere approssimativi. I giornalisti devono essere precisi e riportare, per quanto possibile, notizie che hanno riscontro con la realtà.

Intendiamo: non è che i bloggers si situino fuori della realtà. Ci mancherebbe. Ma non sono giornalisti. I blogger, qualsiasi mestiere facciano, nel loro blog sono prima di tutto bloggers. Anche i giornalisti che tengono un blog, quando ci scrivono, diventano blogger. Ognuno nel proprio blog in un certo senso si spoglia e indossa una nuova veste di pensiero. Certo, ci trasciniamo dentro il nostro mestiere, il nostro essere, il nostro portato sociale e culturale. Ma nel blog escono parole, immagini, note che costituiscono, anzi: costruiscono un nostro sé particolare che là fuori nel mondo, forse, non avrebbe voce. Meglio: non avrebbe essere perché, forse, non sarebbe riconosciuto. 
«Chi apre un blog molto spesso sta cercando proprio una valvola di sfogo, un posto confortevole dove gestire le proprie opinioni, lontano dalla classe e dal mestiere quotidiano: che non è quello di catechizzare classi di discepoli adoranti.» (Leonardo).
Valvole di sfogo. Anche qui: se il blogger, invece che insegnante, fosse un meccanico, si intenderebbe molto di più di valvole. Le famose sedici valvole.
Ma, scherzi a parte, il punto è che noi bloggers (scusatemi se parlo al plurale: chi non si sente compreso in questo noi protesti pure) siamo tali perché nel nostro mestiere, nel nostro fare quotidiano (intellettuale o meccanico che sia) non abbiamo molto spazio per esprimere le nostre opinioni. Opinioni che dobbiamo esprimere perché, se restano chiuse dentro la gabbia del nostro pensiero, ci provocano ruggini, risentimenti, acidità: in breve, senza dire la nostra patiamo il mondo. E noi vogliamo compatirlo, toccarlo, viverlo, non restare solo in superficie, vogliamo connetterci, arrampicarci sulla scala della nostra finitudine.

¹Purtroppo non si tratta di un modello Fiat.

lunedì 4 aprile 2011

La risposta di Euclide

Venerdì sera, ospite di Lilli Gruber a , c'era Vittorino Andreoli a parlare del suo ultimo saggio edito da Rizzoli, Il denaro in testa. Dalla presentazione del libro, sul sito della casa editrice milanese, estraggo:
Vite che ruotano intorno ai soldi, al desiderio di possederli, alla paura di perderli: l’ossessione, la dipendenza, l’angoscia, il lutto… si finisce per ridurre una società al denaro come misura del valore non solo delle cose, ma della stessa persona.
Andreoli parlava con passione di tutte le storture che l'«ossessione» per il denaro provoca nell'uomo contemporaneo. Secondo me era convincente, ma fino a un certo punto. Per carità, concordo in gran parte con le tesi da lui sollevate. E mi appassionava il suo accalorato argomentare e la sua critica radicale al potere. Tuttavia, quello a cui purtroppo lo psichiatra non ha accennato, forse impedito dalle ristrettezze dei tempi televisivi, è il perché il denaro oggi si è trasformato in un dio. Perché, cioè, il denaro sia diventato la «misura dell'uomo». Perché, da mero strumento al servizio dell'uomo per realizzazione dei progetti e la soddisfazione dei bisogni, il denaro è diventato «il bisogno».

Già, perché è avvenuta questa trasformazione? Chi o che cosa l'ha causata?
Queste domande mi sono tornate in mente stasera quando ho aperto un libro di Nicola Chiaromonte, Che cosa rimane, Taccuini 1955-1971, Il Mulino, Bologna 1995, ove ho trovato questo breve brano che dà il titolo al post:
Quando un giovanottello venne a chiedergli che cosa avrebbe guadagnato a studiare la geometria, Euclide si volse a un servo e gli disse: «Dai tre oboli a costui, visto che ha bisogno di guadagnare da quel che impara...». Oggi, il mondo occidentale è percorso da torme di giovanottelli che fanno del guadagno (in denaro o in istruzione per l'azione...) il principio di ogni apprendimento. E sono stati i loro maestri a insegnare loro tale principio.
Allora, abbiamo trovato un responsabile: i maestri, gli insegnanti hanno insegnato il principio che il denaro è la misura di tutte le cose. Ma è realmente così? Le nostre scuole, e in ispecie quelle pubbliche, insegnano da trent'anni a questa parte agli studenti che lo scopo principale della vita è fare il denaro? Perché il denaro è l'unico mezzo che dà potere? Perché il denaro è l'unico dio da venerare? No, non è così. Anzi, sarebbe meglio che lo fosse stato. Almeno tale insegnamento perverso avrebbe avuto una sua "struttura" e non si sarebbe imposto nelle menti delle nuove generazioni con tanta forza, con tanta suggestione. Il problema di fondo è che i maestri, i veri maestri, non sono, paradossalmente, i docenti. Ma sono i modelli imposti dal mercato dei media. E i media, in Italia soprattutto, dagli anni 80 dello scorso secolo ad oggi, hanno fatto trionfare un modello di successo sulla cui fronte ha impresso il simbolo del denaro. Perché il denaro è l'unico mezzo per ottenere potere, dominio, riconoscimento, identità. La conoscenza e la sapienza, l'abilità in un qualsiasi campo dello scibile umano non sono più i crismi per accedere al potere. Ogni sapere, qualsiasi esso sia, deve essere teleologicamente orientato verso il denaro in vista del potere altrimenti non viene riconosciuto come tale, non viene considerato. È assurdo che (come accade in Italia) un fisico teorico guadagni meno di Simona Ventura, ma soprattutto: che abbia meno potere di lei.
Il potere muove dal denaro e il denaro vuole essere mosso dal potere. Un cortocircuito che porterà inesorabilmente a fare della Terra un deserto senza oasi.

mercoledì 23 febbraio 2011

Interventismo

Un grande Leonardo
Ma possibile che questa idea minima non balzi nelle menti di chi è al potere in Italia, in Europa, nel mondo? Possibile stare con le mani in mano di fronte a una simile carneficina? Possibile discutere di "processo breve" e decreto "milleproroghe" in certi allucinanti frangenti? Ricordiamolo: Gheddafi sta massacrando il suo popolo con mercenari pagati duemila dollari al giorno. Se qualcuno fa una controfferta doppia, questi assassini a pagamento potrebbero anche consegnare il dittatore già impacchettato e imbalsamato. 
E ancora: che senso ha l'impegno militare in Afghanistan della comunità (democratica) internazionale, quando ora -  foss'anche per le stesse sporche ragioni strategiche di petrolio - ben più urgente e pressante sarebbe l'intervento diretto e immediato in Libia? A cazzo ci servono l'aviazione e la marina, visto che, appunto, si spendono 20.494.600.000 di euro annui per la Difesa? Fatevi dire dai servizi segreti in quale endroit si trova il Colonnello e date ordine ai cacciabombardieri di agire. In fretta. Sono i momenti che rimpiango Reagan.

lunedì 4 gennaio 2010

Doppio cervello

«La scienza sempre più, - col gettare il sospetto su fonti di consolazione come la metafisica, la religione e l'arte, - toglie gioia: quella grandissima fonte di piacere, alla quale gli uomini devono quasi tutta la loro umanità, si impoverisce. Perciò una cultura superiore deve dare all'uomo un doppio cervello, qualcosa come due camere cerebrali, una per sentirci la scienza, un'altra per sentirci la non scienza».

Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano.

Riporto questa citazione nietzschiana per confrontarla con quanto scrive Leonardo a proposito del terrorista nigeriano bloccato fortunatamente prima che potesse far saltare in aria l'aereo.
Non credo che Nietzsche abbia ragione. O meglio: non può averla dato che l'uomo ha da sempre avuto un doppio cervello. Il problema è semmai sfatare il mito che la scienza, la razionalità, la riflessione - tout court: il pensare non consolino l'umanità e la impoveriscano; il problema da risolvere è come gettare un ponte stabile¹ tra i due cervelli, in modo che essi comunichino e non si facciano paura a vicenda. Giacché quando il doppio cervello funziona all'unisono è più facile inciampare nella verità di questo mondo: cadere, toccare terra, alzare lo sguardo al cielo, respirare aria, non il contrario.

¹Spero che Paolo conforti questa ipotesi...