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sabato 28 agosto 2021

Regardez le monde

 « LE CLIENT - Dieu a fait le monde en six jours, et vous, vous n'êtes pas foutu de me faire un pantalon en six mois.
LE TAILLEUR - Mais, Monsieur, regardez le monde, et regardez votre pantalon. »

Samuel Beckett, Le Monde et le Pantalon, (1945), Les Éditions de Minuit, 1989


giovedì 2 ottobre 2014

Una intelligenza tornata sulla terra


CLOV Perché questa commedia tutti i giorni?
HAMM La routine. Non si sa mai. (Pausa). Stanotte mi sono visto dentro. C'era un grosso bubù.
CLOV Ti sei visto il cuore.
HAMM No, era una cosa viva. (Pausa. Con angoscia) Clov!
CLOV (irritato) Che c'è?
HAMM Non può darsi che noi... che noi... si abbia un qualche significato?
CLOV Un significato Noi un significato! (Breve risata) Ah, questa è buona!
HAMM Io mi domando. (Pausa). Una intelligenza tornata sulla terra non sarebbe tentata di immaginarsi delle cose, a forza di osservarci? (Assumendo la voce dell'intelligenza) Ah, ecco, ho capito com'è, sì, ho capito cosa fanno! (Clov trasalisce, depone il cannocchiale e comincia a grattarsi il basso ventre con le due mani. Voce normale) E senza arrivare a tanto, noi stessi... (con emozione) … noi stessi... a tratti... (Veemente) E dire che tutto questo non sarà forse stato invano!
CLOV (con angoscia, grattandosi) Ho una pulce!
HAMM Una pulce? Ci sono ancora delle pulci?
CLOV (grattandosi) A meno che non sia una piattola.
HAMM (molto preoccupato) Ma a partire di lì l'umanità potrebbe ricostruirsi! Per amore del cielo, acchiappala!
CLOV   Vado a prendere la polvere (Esce).
HAMM   Una pulce! Ma è spaventoso! Che giornata!
CLOV (entra con in mano una scatola di cartone) Sono tornato con l'insetticida.
HAMM  Dagliene una buona dose!

Samuel Beckett, Finale di partita, Einaudi, Torino 1961 (traduzione di Carlo Fruttero).

Non so quanto sia ozioso immaginare un'intelligenza esterna alla nostra che conduca sulla nostra specie e il suo spazio di azione, un'indagine scientifica analoga a quella che gli umani svolgono da quando hanno iniziato, appunto, a conoscere il mondo fuori di sé. Un'intelligenza che, senza che noi ce ne accorgiamo, ci analizza con specifici strumenti, ci misura, ci seziona, ci cataloga e definisce. Curiosità conseguente a tale ozioso immaginare: in fondo, noi matematizziamo il mondo e anche noi stessi, in modo da formulare ipotesi che hanno lo scopo di spiegare come funziona la natura (materia ed energia) e noi stessi compresi; bene, tale eventuale intelligenza esterna quale scopo conoscitivo avrebbe nello studiare noi e il resto? In altri termini: per l'intelligenza superiore conoscerci avrebbe la stessa valenza epistemologica degli esperimenti che noi conduciamo con le cavie animali?


venerdì 29 luglio 2011

Polmoni d'acciao


«L'ultima volta che lo vidi, – disse Neary, – faceva economia per potersi comprare un polmone d'acciaio, il giorno che fosse stanco di respirare».
Samuel Beckett, Murphy, Einaudi, Torino 1962 (traduzione di Franco Quadri).

È così. Lui non ha fatto economia, il mio amico intendo. Se li è spesi tutti, i soldi, fino all'ultimo centesimo. D'accordo, alle Poste deve ancora ritirare la paga della minima di questo mese; ma era già ricoverato all'ospedale e non ha potuto, non ha nessuno cui dare la delega. Ricoverato, già: la cannula che l'aiutava a respirare non era più sufficiente, frequenti attacchi respiratori lo colpivano durante la giornata, soprattutto nelle ore più calde. Per questo gravitava ormai sempre nei dintorni dell'ospedale. «Non posso spostarmi», mi diceva sconsolato; e sì che sarebbe andato volentieri a prendere una boccata d'aria lontano dalla città.
Adesso è lì, disteso, bello pulito, con la pelle fresca, il volto sbarbato e i baffi come un attore francese che ora non ricordo il nome.
«Dorme», mi dicono le infermiere «non è propriamente in coma». Dorme da dieci giorni, qui, in terapia intensiva, con i tubi del macchinario che l'aiuta a respirare. È sedato leggermente, ma non patisce. Ci sono dei parametri che vedono se un paziente soffre o meno. «E poi stamani», mi dice l'infermiera, «facendogli un prelievo in un'arteria ha fatto una smorfia di dolore».
Dicono i medici che ha subito anche un parziale danneggiamento cerebrale, che hanno riscontrato con un elettroencefalogramma. Pare sia stata decisiva in tal senso l'ultima crisi, quella che l'ha condotto qui, poco prima di essere attaccato a questo polmone d'acciaio.
«Il cancro avanza qui sul petto» mi indica il medico che gli tiene il polso, e le speranze sono minime. «Quante, all'incirca?», chiedo così per rompere il silenzio dopo quella sentenza. «Beh, in questi casi, non si può mai dire esattamente, ma non più di una su diecimila».
E perché dovresti essere te il "fortunato", amico mio senza fissa dimora da vent'anni, pensionato con la minima da quasi due, che dormivi sulle sedie della sala d'aspetto della stazione e che quando la città era rovente o diaccia ti rifugiavi nell'aria “confezionata” o “riscaldata” del Circolo di quartiere?
«Ah, maremma maiala la Fiorentina ha perso».
«Ma guarda, Ciccio, a me non importa più una sega del calcio».
«Fai un salto al Saltino; va' a mangiare ceci alle Sieci; Sesto, Peretola e Campi la peggio genìa che Iddio gli stampi» e vieni via di qui, caro A., ma non troppo che tu puzzi, da quanto tempo è che non ti lavi, ma monta in macchina lo stesso che domani andremo alla sagra del cocomero in Valdichiana in Valtiberina in Valdarno in Valfanculo, si trovano i bagni diurni e si va a fare una bella doccia – anche se, beninteso, ci porterei più volentieri quella bionda.
«Quale bionda?»
«Quella, non la vedi, giù coi piedi a mollo in Arno?».
«Oh, bionda! Quanto l'è fonda?», e lei: «Mezzo braccio, bischeraccio».
Tutto qui.

Ma adesso almeno, caro A., sei nelle mani di qualcuno, hai sott'al culo un materasso comodo antidecubito e soprattutto puoi dormire, tanto, e avere sonno quanto ti pare e, forse, puoi sognare qualcosa che ti stia facendo ridere e stare bene.
Vai avanti ancora quanto più ne hai voglia. Stai meglio ora che in quell'albergo dove in due giorni ti sputtanavi la pensione per recuperare il sonno arretrato.
Ecco che cos'è dottore questo stato di dormiveglia; mi dia retta, le macchine non conoscono la situazione e non lo possono scoprire: il suo è sonno arretrato, sonno di vent'anni, di voglia di un letto comodo e pulito, di un posto caldo e confortevole, di mani care che si posano addosso su una pelle triste.
Signora infermiera la saluto. È stata molto gentile. Questo è il mio numero, nel caso... Posso chiamare di tanto in tanto? Lo so, la privacy impone che per telefono non si possano dare notizie. Ok, tornerò. Tornerò a vederti dormire, caro A. Non ho voglia di seppellirti ancora.
Ciao, alla prossima. Intanto se ce la fai conta le pecore. Quante? Diecimila.

sabato 12 marzo 2011

L'immagine (Fine)

Man Ray, Photomontage with Nude and Studio Light 

...questo sedere che mi ritrovo tra due uno sinistra destra eccoci partiti naso nero e rosa nemmeno la forza di leccarlo noi al contrario mezzo giro verso l'interno spostamenti ricongiungimento delle mani dondolio delle braccia degustazione in silenzio del mare e delle isole teste che si girano all'unisono verso i fumi della città localizzazione in silenzio dei monumenti teste che ruotano di nuovo si direbbero unite da un assale insomma nebbia e rieccoci qua mentre mangiamo i sandwich a bocconi alterni ciascuno il suo scambiando parole dolci cara io do un morso lei inghiotte caro lei dà un morso io inghiotto non tubiamo ancora la bocca piena amore mio do un morso lei inghiotte tesoro mio lei dà un morso io inghiotto insomma e rieccoci qua che ci allontaniamo di nuovo per campi la mano nella mano le braccia dondolano la testa alta verso le cime sempre più piccole non vedo più il cane non vedo più noi la scena si vuota qualche animale i montoni si direbbe granito che affiora un cavallo che non avevo visto in piedi immobile dorso curvo testa bassa le bestie sanno azzurro e bianco del cielo mattino d'aprile sotto il fango è finito fatto ecco che svanisce la scena rimane vuota qualche animale poi svanisce via l'azzurro io resto là laggiù a destra nel fango la mano si apre e si richiude questo aiuta che lei se ne vada mi accorgo che sorrido ancora non ne vale la pena ormai da tempo non ne vale la pena la lingua riesce fuori va nel fango resto così più sete la lingua torna dentro la bocca si richiude deve fare una linea dritta adesso fatto ho fatto l'immagine.

Samuel Beckett, L'immagine
traduzione dal francese di Chiara Agostini, Leggere, Mensile per i libri, n° 7, dicembre 1988 - gennaio 1989.

giovedì 10 marzo 2011

L'immagine (3)


...a giudicare da certi particolari come una staccionata bianca e una tribuna d'un rosso delicato siamo in un campo di corse la testa buttata indietro guardiamo immagino dritto davanti a noi immobilità di statua a parte che dondolano nella mano che mi resta libera ossia la sinistra un oggetto indefinibile e quindi nella destra di lei l'estremità di un corto giunzaglio che arriva a un cane terrier color cenere di grossa taglia seduto di sghimbescio testa bassa immobilità di queste mani e delle braccia corrispondenti si tratta di sapere perché un guinzaglio in quest'immensità di verde e apparizione a poco a poco di macchie grigie e bianche non ci metto molto a dire che sono agnelli in mezzo alle loro madri non so da dove tiro fuori queste storie di animali le tiro fuori punto e basta quando sono in vena so dire il nome di quattro o cinque cani di razze completamente diverse li vedo non sforziamoci di capire soprattutto sullo sfondo del paesaggio a una distanza di quattro o cinque miglia a lume di naso la massa azzurrognola d'una lunga montagna di altezza modesta con le teste ne oltrepassiamo la cima come mossi da un unico e identico impulso o se si vuole da due sincronizzati ci lasciamo la mano e facciamo un mezzo giro io a destra lei a sinistra lei trasferisce il guinzaglio nella mano sinistra e io nel medesimo istante nella destra l'oggetto ora un pacchettino biancastro a forma di mattone dei sandwich molto probabilmente tanto per poter unire di nuovo le mani è quel che facciamo le braccia dondolano il cane non s'è mosso ho l'assurda impressione che guardiamo me tiro dentro la lingua chiudo la bocca e faccio un sorriso vista di faccia la ragazza sembra meno brutta non è lei che m'interessa io scialbi capelli a spazzola faccione rubizzo con foruncoli pancia straripante bottega aperta gambe storte che paiono stecchi allargate per maggior stabilità molli ai ginocchi piedi divaricati centotrentacinque gradi minimo mezzo sorriso beato verso l'orizzonte posteriore figura della vita che si leva tweed verde stivaletti gialli primula o qualcosa del genere all'occhiello ancora un mezzo giro verso l'interno cioè in modo da ritrovarci in un attimo in capo a novanta gradi non culo a culo ma faccia a faccia spostamenti ricongiungimento delle mani dondolio delle braccia immobilità del cane...

Samuel Beckett, L'immagine
traduzione dal francese di Chiara Agostini, Leggere, Mensile per i libri, n° 7, dicembre 1988 - gennaio 1989.



mercoledì 9 marzo 2011

L'immagine (2)

Man Ray, Obstruction, 1920

...anche andando rasente ai muri sotto il cielo incerto dovevo farmi furbo già lei non dev'essere molto lontana neanche un metro ma la sento lontana un giorno se ne andrà da sola sulle sue quattro dita contando il pollice perché ne manca uno non il pollice e mi abbandonerà la vedo che lancia in avanti le quattro dita come rampini le estremità fanno presa tirano e così si allontana con piccoli assestamenti orizzontali il fatto è che mi piace andarmene così a piccoli tratti e le gambe che fanno le gambe oh le gambe e gli occhi che fanno gli occhi chiusi senza dubbio ebbene non perché a un tratto là sotto il fango vedo me dico me come dico io come potrei dire lui perché la cosa mi diverte mi do non più di sedici anni e per colmo di felicità è una giornata incantevole cielo azzurro e accavallarsi di nubi leggere mi volto e anche la ragazza che tengo per mano il culo che ho a giudicare dai fiori che smaltano l'erba smeraldo siamo nel mese di aprile o di maggio non so e con che gioia da dove tiro fuori queste storie di fiori e di stagioni le tiro fuori punto e basta...


Samuel Beckett, L'immagine
traduzione dal francese di Chiara Agostini, Leggere, Mensile per i libri, n° 7, dicembre 1988 - gennaio 1989.


L'immagine (1)

Man Ray, Élevage de poussière, 1921

La lingua si copre di fango un solo rimedio allora tirarla dentro e rigirarla nella bocca il fango inghiottirlo o sputarlo si tratta di sapere se è nutriente questione di punti di vista senza esservi costretto da fatto di bere spesso ne prendo un boccone è una delle mie risorse una difesa bene si tratta di sapere se inghiottito mi nutrirà prospettive che si aprono non sono brutti momenti darmi da fare tutto qui la lingua riesce fuori rosa nel fango che fanno le mani nel frattempo bisogna sempre guardare quel che fanno le mani eh sì la sinistra s'è visto regge sempre il sacco e la destra eh sì la destra nel giro di un secondo la vedo laggiù in cima al braccio steso in tutta la sua lunghezza nell'asse della clavicola se così si può dire anzi se si può fare che si apre e si richiude nel fango si apre e si richiude è un'altra delle mie risorse un piccolo gesto che m'aiuta non so perché conosco dei trucchetti come questo che sono davvero un conforto...

Samuel Beckett, L'immagine
traduzione dal francese di Chiara Agostini, Leggere, Mensile per i libri, n° 7, dicembre 1988 - gennaio 1989.

P.S.
Trovata piccola pila di tale rivista. Riscopro tale racconto. Due pagine. Lo trascrivo a puntate. 

giovedì 9 dicembre 2010

Col bel tempo e col cattivo


ainsi a-t-on beau
par le beau temps et par le mauvais
enfermé chez soi enfermé chez eux
comme si c'était d'hier se rappeler le mammouth
le dinothérium les premiers baisers
les périodes glaciaires n'apportant rien de neuf
la grande chaleur du treizième de leur ère
sur Lisbonne fumante Kant froidement penché
rêver en générations de chênes et oublier son père
s'il était bon de quoi il est mort
on n'en est pas moins mangé sans appétit
par le mauvais temps et par le pire
enfermé chez soi enfermé chez eux

per esempio
col bel tempo e col cattivo
chiusi in casa propria chiusi in casa loro
si ha un bel ricordare come se fosse ieri il mammut
il dinoterio i primi baci
i periodi glaciali che non portano niente di nuovo
la grande calura del tredicesimo della loro era
su Lisbona fumante Kant freddamente chinato
sognare generazioni di querce e dimenticare suo padre
i suoi occhi se aveva i baffi
se era buono di cosa è morto
si è ugualmente mangiato senza appetito
col cattivo tempo e col peggiore
chiusi in casa propria chiusi in casa loro

Samuel Beckett, Poesie, Einaudi, Torino 1980 (traduzione di Giovanni Bogliolo)

giovedì 26 novembre 2009

Contrizioni & Costipazioni

A Piero Marrazzo: su col morale, suvvia! (1, 2, 3, 4,)

«Un giorno, ritornando dal W.C., trovai la porta della mia camera chiusa a chiave, e le mie cose ammucchiate davanti alla porta. Questo vi dice quanto ero stitico a quell'epoca. È l'ansietà che mi rendeva stitico, credo. Ma ero davvero stitico? Non credo. Calma, calma. Eppure lo dovevo essere, perché altrimenti come spiegare quelle lunghe, quelle atroci sedute al gabinetto, al water? Non leggevo mai, là non più che altrove, non fantasticavo né riflettevo, guardavo vagamente l'almanacco appeso a un chiodo davanti ai miei occhi, ci si vedeva l'immagine a colori di un giovane barbuto circondato di pecore, doveva essere Gesù, mi aprivo le natiche con le mani e spingevo, uno! ah! due! ah! con dei movimenti da vogatore, e non avevo che una preoccupazione, rientrare in camera mia e sdraiarmi. Era proprio stitichezza, vero? O forse confondo con la diarrea? Mi s'imbroglia tutto nella testa, cimiteri e nozze, e le diverse specie di scariche».

Samuel Beckett, Primo amore, Einaudi, Torino 1972