Visualizzazione post con etichetta facezie funebri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta facezie funebri. Mostra tutti i post

venerdì 25 aprile 2025

Esequie semplici

Dalle scale in pietra che conducono al poggiolo, contornato di cipressi, dove la chiesa è ubicata, spuntano, tra gli interstizi del mattonellato, consunto e sconnesso, tarassachi, gramigna, digitarie e fienarole pieni di vigor primaverile. Non è caldo. La bara viene condotta in chiesa dal personale delle pompe funebri, una sola donna della fratellanza militare, che necessariamente si fa aiutare dai parenti e da alcuni amici di famiglia. La campana suona le dieci e il prete africano dà le ultime indicazioni ai lettori della Parola di Dio. Figli e nipoti si siedono nelle prime file. Inizia la celebrazione funebre, pacata, rapida, riscaldata soltanto da alcuni raggi di luce che entrano dal rosone dietro l'altare. Chissà se le nuove chiese le orientano sempre così, tenendo conto del sorgere del Sole, oppure se le costruiscono orientate verso Wall Street. 

Il mercedes carro funebre color avorio (è strano vedere un carro funebre con quel colore là), accoglie nuovamente la bara per il trasporto al cimitero comunale. La pura materia viene seppellita e gli involucri che la avvolgevano s'involano, la salutano senza troppo rimpiangere quel che resta chiuso dentro a un forno o sottoterra, con una croce e una fotografia per salutare chi passerà di là.  

lunedì 14 marzo 2022

Esame finale

Mi è giunta voce che stamani qualcuno si è buttato sotto al treno e che questo abbia provocato forti ritardi al traffico ferroviario della linea locale. Non mi è giunta voce di alcun passeggero, visibilmente irritato dei disagi provocati dal blocco dei treni e dai conseguenti ritardi, che si sia per un attimo preoccupato per chi si è fatto arrotare e perché, se avesse un nome, un indirizzo, una tessera sanitaria, un certificato verde anti covì. 
E chissà se, da qualche parte, quella persona che si è fatta arrotare dal treno - un treno merci di quelli che passano veloci dentro le stazioni senza fermarsi - avrà lasciato un biglietto con delle spiegazioni e qualche saluto, magari pure delle disposizioni per il suo corpo sfracellato, raccattato chissà come dagli addetti al recupero salme sfracellate dai treni. Chissà se le Ferrovie dello Stato hanno un reparto apposta ai recuperi di brandelli umani dispersi lungo le vie ferroviarie; e, se sì, se per entrare a occupare quei posti, gli addetti abbiano dovuto seguire il corso di specializzazione, su base semestrale, dal titolo: “Il recupero dei corpi umani arrotati dai treni: dalla scomposizione alla ricomposizione del cadavere”.  Mi pare sia tenuto alla Bicocca e alla Luiss. 
Povera persona che si è buttata sotto al treno stamani, chissà con quali pensieri nel cuore, con quale digestione di quale ultimo pasto, quale sapore in bocca e quali suoni nelle orecchie abbia avuto, quali profumi e quali carezze si sono orchestrati nella sua mente per offrirgli gli ultimi scampoli di vita. E poi il treno è passato sopra il suo corpo e lui, o lei, un attimo dopo non c'era più. 
C'è rimasto quel corpo completamente disfatto e i ritardi dei treni e gli umori della gente incazzata ché faceva tardi al lavoro, a scuola o era pronta per partire e fare una gita a cento giorni dagli esami di maturità. Chissà se lui, o lei, aveva fatto la maturità. O se era questo il suo esame finale.

martedì 9 luglio 2019

Il passaggio all'elettrico


In Norvegia sono più avanti.

Sicuramente, durante il corteo funebre a piedi, si respira meglio a stare in coda al Tesla. E tuttavia, da un punto di vista ecologico, credo che il vecchio Fiat 132 a benzina della Misericordia paesana abbia avuto, complessivamente, nel suo arco di vita (credo sia stato rottamato), un minore impatto ambientale. 

giovedì 24 novembre 2016

In memoria





Ho conosciuto Dante attraverso la sua mediazione (e la supervisione di Gianfranco Contini). La sua voce mi ha accompagnato per cento volte cento nei percorsi casa lavoro casa lavoro casa lavoro casa lavoro sogno. Ho provato a emularlo, balbettando Dante a un pubblico benevolente che avrebbe fatto bene a tirarmi una scarpa. L'altra me la tirino ora. 
Penna raffinata, istigatore al vizio della lettura, gran signore.

Grazie Vittorio. Riposa in pace.


________________
P.S.
Dopo aver tentato di registare le puntate direttamente da Radio Tre, (all'epoca il podcast era fantascienza), comprai la raccolta dell'Inferno direttamente dalla Rai, mi sembra intorno all'88 od '89. Ancora non era neanche uscita l'edizione cartacea.Telefonai a via Teulada e, non so più bene attraverso quali fortunati interstizi, trovai l'ufficio giusto. Mi dissero di fare un bonifico, all'incirca di novantanovemila lire. Dopo un mesetto le cassette arrivarono. Ne ho persa una porca puttana. Comunque, se qualcuno fosse interessato a comprarle, le metto all'asta: a novantanovemila euro.

lunedì 3 ottobre 2016

Effelunga

E Caprotti, Caprotti qui, Caprotti là, Milano dà l'addio a Caprotti, quanto è stato bravo Caprotti, che genio, che datore di lavoro, che formidabile recettore di grandi quote di reddito destinato alla sussistenza.

Chapeau Caprotti, una prece.

E tuttavia: pur comprendendo e approvando per certi versi quanto da lui esposto in Falce e carrello, se egli fosse morto da presidente di una cooperativa, non si sarebbe aperto alcun rebus sulla successione. 
Fottuti miliardi guadagnati succhiando plusvalore... E sia: fanculo Caprotti, foss'anche ti fossi guadagnato il regno dei cieli.

sabato 21 maggio 2016

È morto un bischero

È morto Pannella: Apizteotl, il dio della fame, l'abbia in gloria.

Ho letto pochissimi necrologi, lamentazioni funebri sulla di lui ingombrante figura, politicamente morta da almeno un quarto di secolo giù per su. Poi, vabbè, i politici di professione sopravvivono a se stessi, non vanno mai in pensione realmente, anche quando ne ricevono i copiosi emolumenti: i politici stanno sul pezzo finché non muoiono, tanto la politica è un mestiere morbido, leggero, oserei dire lieve, insomma, sangue e merda una bella sega: tutti i politici di professione muoiono (tardi) sul lavoro (chissà se anche tali decessi rientrano nel computo delle morti bianche).

Tra i tanti meriti, Pannella va ricordato anche per i suoi dimenticati discorsi a pioggia monsonica, di quelli che quando attaccava, ti potevi chiudere in camera, metterti le cuffie, ascoltare I Mastri cantori di Norimberga e poi tornare a sentire se aveva finito con la prima risposta alla domanda di Bordin.

E, secondo me, il vero rimpianto non l'avrà la politica italiana per non averlo fatto senatore a vita, ma il Vaticano per non averlo fatto diventare Vescovo e, di poi, presidente della Cei: armeno poteva contà quarcosa in stocazzo de Paese.

giovedì 24 marzo 2016

Cruyff


Nella fase della mia vita in cui il calcio faceva parte della mia vita perché quasi tutti i giorni, bambino, lo giocavo in piazza, nella piazza della chiesa ancora libera dall'invasione delle auto, io mi ricordo che, molto spesso, coi miei coetanei facevamo a gara per interpretare i nomi dei calciatori più famosi, pur rispettando la regola non scritta che i primi a scegliere i migliori fossero quelli più bravi tra di noi.

A me, nove volte su dieci, toccava essere Neeskens.

lunedì 2 novembre 2015

Un'ombra di pietà

Quando in un punto del suo giro
un tram che viaggia in senso orario
sfiora per un istante uno di quelli
che viaggiano in senso antiorario
anche a noi passeggeri
dalle opposte destinazioni
càpita di sfiorarci
con brevi occhiate da cui sbucano
malinconia e stanchezza
e un'ombra, solo un'ombra di pietà
simili a quelle che si scambiano
chi entra al Pini o in via Pace e chi ne esce
per pratiche attinenti
alla propria o all'altrui sopravvivenza.


Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori, Milano 2003

martedì 21 maggio 2013

Io non sono un noto scrittore*

*
Ma ho sempre preferito la Tour Eiffel a Notre-Dame per morire.

*Né tantomeno di estrema destra (nemmanco di destra semplice).

P.S.
Continuo la polemica contro quei cervelloni dei giornalisti nostrani che definiscono l'odierno suicida di Notre-Dame, un «noto scrittore». Scrive Le Monde:
«Dominique Venner s'est suicidé, mardi 21 mai, à Notre-Dame-de-Paris, à l'âge de 78 ans. Peu connu du grand public, ancien soldat perdu de l'Algérie française ayant renoncé à l'activisme au milieu des années 1970, il demeurait une figure influente et emblématique de l'extrême droite française ainsi qu'une référence pour plusieurs générations de ses militants»

domenica 25 marzo 2012

Chi vive come me non muore

Ad Antonio Tabucchi, una requie.
«Mi sembra una sorta di mancanza di igiene, questa inerte permanenza della mia vita uguale e identica nella quale giaccio, rimasta come polvere o sporcizia sulla superficie del non cambiare mai.
Così come laviamo il nostro corpo dovremmo lavare il destino, cambiare vita come cambiamo biancheria: non per provvedere al sostentamento della nostra vita, come col cibo e col sonno, ma per quell'estraneo rispetto per noi stessi che giustamente si chiama pulizia.
C'è gente per la quale la mancanza di pulizia non è una disposizione della volontà ma un'alzata di spalle dell'intelligenza. E ci sono anche persone per le quali lo squallore e l'uniformità della vita non sono una forma di volontà o un naturale adeguamento a ciò che non volevano, ma una cancellazione della comprensione di se stessi, un'ironia automatica della conoscenza.
Ci sono persone sporche che detestano la loro sporcizia ma non se ne allontanano per quell'attrazione dell'abisso grazie al quale chi è terrorizzato non si allontana dal pericolo. Esistono persone sporche di destino, come me, che non si allontanano dalla trivialità quotidiana per il medesimo fascino che provano per la propria impotenza. Sono uccelli ammaliati dall'assenza di un serpente; mosche che volano cieche sui rami fino ad arrivare alla portata della lingua vischiosa del camaleonte.
Così porto a spasso lentamente la mia consapevole inconsapevolezza sul mio ramo d'albero dell'abitudine. Così porto a spasso il mio destino che avanza senza che io avanzi; e il mio tempo che procede senza che io proceda. E niente mi salva dalla monotonia, se non questi brevi commenti che tesso intorno a lei. Mi basta che la mia cella abbia delle vetrate dietro le grate, e scrivo sui vetri, sulla polvere del necessario, il mio nome in lettere maiuscole, la firma quotidiana del mio contratto con la morte.
Con la morte? No, nemmeno con la morte. Chi vive come me non muore: finisce, appassisce, cessa di vegetare. Il luogo dove egli fu resta senza che egli vi sia, la strada dove camminò resta senza che egli vi sia visto, la casa dove abitò è occupata da non-lui. È tutto e lo chiamano nulla; ma questa tragedia della negazione non può essere recitata neppure fra gli applausi, perché non sappiamo di sicuro se essa è nulla, noi, vegetali della verità come della vita, polvere depositata sull'esterno e sull'interno dei vetri, nipoti del Destino e figliastri di Dio che sposò la Notte Eterna quando essa restò vedeva del Caos che ci ha creati.»

Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine, Feltrinelli, Milano 1986, pag. 125-6, traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi.

Nell'86, ancora quasi vergine di letteratura e non solo, comprai questo libro perché lessi buone critiche e io non conoscevo ancora Pessoa e i suoi eteronimi, né tanto meno Tabucchi, nome che lessi per la prima volta in tale libro, insieme a quello della moglie (seppi poi che Maria José era sua moglie). Ci credete che io questo libro non l'ho ancora letto tutto? Lo leggo a sorsi, come un whisky d'annata fortissimo che ti apre lo coronarie, che ti sbatte in faccia una scrittura e un pensiero che ti attraversa e ti s'infila nelle vene. Non commettete l'errore di leggerlo a mezzavoce, con le labbra che si muovono e pronunciano piano parola per parola: rischiate di prendere una sbronza, cadere per terra, spaccarvi i denti sullo stipite della porta. Pessoa fa male, è radioattivo, bisogna farne un uso distante e dimenticarlo, sennò ti paralizza, ti impedisce di scrivere, di essere uno dei tanti nomi che compongono il libro dell'inquietudine.

Di Tabucchi ho un bel ricordo del Pereira. Un cattivissimo ricordo ho del film che ne fece Faenza nonostante uno straordinario Mastroianni. Così come mi ricordo che vedere i libri di Tabucchi in bella mostra nelle vetrine delle librerie francofone mi dava un certo orgoglio patrio, molto più di quello che mi dà vedere altri (non fo nomi) – ma questo è un altro discorso.

venerdì 21 ottobre 2011

Disonoranze funebri

Stamani sono stato alle Nuove Cappelle di Commiato a cercare un morto, così, giusto per sentirmi vivo. Mi sono presentato e l'usciere, come se mi conoscesse da anni, mi ha chiesto: 
«Chi cerchi?».
«Cerco il morto», gli ho risposto, ma lui voleva sapere nome e cognome, però me li sono scordati e lui ha detto che forse doveva arrivare, il morto, dato che l'ultimo carico dall'ospedale non è ancora arrivato, «oggi è tutto ritardato, c'è lo sciopero dei treni, piove come Dio la manda, l'è tutto un macello, guarda che acqua, le fogne non ce la fanno più ad inghiottirla».
Aspetto il morto allora. L'usciere mi fa accomodare nella saletta d'attesa, situata al centro delle due ali adibite, appunto, per le varie cappelle. A una colonna vi è affisso un elenco dei morti presenti, scritto con una biro dall'inchiostro nero. Dev'essere la calligrafia dell'usciere, lo si nota dall'inclinazione dello stampatello maiuscolo. L'uscire è basso, come Scilipoti, ma coi capelli più lunghi e molto più simpatico, per questo inclina la scrittura, mica come quei tapini presuntuosi alti un metro e un cazzo che scrivono grosso e disteso per darsi un tono. 
Mi sono seduto e mi sono messo a leggere delle istruzioni appese a un'altra colonna. Non si possono accendere lumini, ma si possono dire preghiere, e ceri di madonne
Tre signore anziane mi passano accanto cogli impermeabili fradici di pioggia e una di loro mi sgocciola sulle scarpe il suo ombrellino portatile. 
«Dio bestia signora, stia attenta, non vede cosa sta facendo?». 
«Oh, mi spiace, abbia pazienza, non l'avevo vista, mi perdoni» e subito s'infila nel corridoio, inseguendo le altre due che manco si sono accorte di questo dialogo su una riva dello Stige. 
Passa un'ora. Meno male avevo un salvagente.

«Tutti muoiono, ma non tutti sono d'accordo su che cos'è la morte. Alcuni credono che sopravviveranno alla morte dei loro corpi, per andare in Paradiso, o all'Inferno o in qualche altro luogo, diventando uno spirito, o ritornando sulla terra in un corpo differente, forse non più come essere umano. Altri credono che cesseranno di esistere - che il sé si estingue quando il corpo muore. E tra coloro i quali credono che cesseranno di esistere alcuni pensano che questo è un fatto terribile, e altri no.
Si dice talvolta che nessuno può concepire la sua non esistenza e che quindi non possiamo davvero credere che la nostra esistenza arriverà a un termine con la nostra morte. Ma questo non sembra vero. Naturalmente tu non puoi concepire la tua non esistenza dall'interno; non puoi concepire come sarebbe l'essere completamente annullato perché non c'è niente del genere dall'interno. Ma in questo senso non puoi concepire come sarebbe essere incosciente, anche temporaneamente. Il fatto che tu non possa concepirlo dall'interno non significa che tu non possa concepirlo affatto: devi soltanto pensarti dall'esterno, dopo essere stato messo fuori combattimento, o immerso in un sonno profondo. E anche se devi essere cosciente per pensarlo non significa che tu stia pensando a te stesso come cosciente».*

Niente da fare. Un'ora dopo il morto non era ancora arrivato. Forse ho sbagliato Cappelle di Commiato. Forse ho sbagliato città, nazione. Forse ho sbagliato presidente.

*Thomas Nagel, Una brevissima storia della filosofia, Il Saggiatore, Milano 1989

venerdì 1 luglio 2011

Una carriera inquieta e travagliata


Mi sembra disdicevole che il Corriere della Sera dedichi un così minimo trafiletto per la morte di un suo ex prestigioso collaboratore. 
Sarei curioso di sapere cosa abbia provocato un simile risentimento.
«Una carriera inquieta e travagliata». Che merde, nemmeno le condoglianze alla famiglia hanno fatto.
Una piccola requie porgiamo nel ricordo di alcuni suoi pregevoli articoli.