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giovedì 13 giugno 2013

«Per restare sospesi da un'altra parte»

La ragione fondamentale per cui un vip dell'informazione come Mentana ha abbandonato un social network come Twitter ce la spiega qui Luigi Castaldi con un post magistrale.
Per parte mia, ne intravvedo un'altra: i vip dell'informazione, ne siano consapevoli o meno, fanno da filtro tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Essi sono mediatori, mezzani che cercano di accordare la voce del padrone e la voce del popolo, nella corale del sistema dove tutto è sapientemente organizzato perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (cit.).
Spesso, i prosseneti, dopo aver consumato opulente libagioni ai banchetti top del top dei Signori, scendono in piazza a far due passi, per digerire: e subito vanno a braccetto col popolo, perché loro sono dalla parte della gente, dell'informazione, del cittadino che dev'essere informato sui fatti della politica e dell'economia. E quanto sono disposti a convenire col pubblico che il sistema è da riformare, che lo Stato non funziona a causa dei politici ladri e buoni a niente, che parassitano denaro pubblico per i loro viaggi alle Maldive o case a Montecarlo! Come sono brutti questi politici qua, arrivano a dire dalle loro tribune, come non riescono a risolvere i problemi della gente, come bisognerebbe fare piazza pulita, per dare al paese un efficiente Servizio Pubblico.
Pensiamoci bene: da quanti anni in Italia vengono denunciati i misfatti della pubblica amministrazione, della malagiustizia, malasanità, malaistruzione, della criminalità organizzata e affini, dell'evasione fiscale? A che pro? Perché tutto cambi affinché tutto resti come prima (ricit.)
Ma per ritornare alla mia idea su Mentana e il suo abbandono di Twitter:  se usato in modo intelligente (non alla Pigi Battista, per intenderci), Twitter consente un migliore feedback tra informatore e informato, tra battitore e ricevitore: cosa c'è di meglio che fare una battuta, scrivere un tweet veloce che vieppiù dimostri ai miei follower la brillantezza e l'acume che certificano il mio essere vip? Il problema è che le battute non vengono solamente ricevute, applaudite ed emendate, ma anche criticate, controbattute, a volte, con delle risposte che offuscano la brillante intelligenza del professionista dell'informazione. Ed ecco: non sono gli insulti e le offese ad infastidire il vip, no: è lo scoprire che niente giustifica il fatto che lo sia.

martedì 21 maggio 2013

Io non sono un noto scrittore*

*
Ma ho sempre preferito la Tour Eiffel a Notre-Dame per morire.

*Né tantomeno di estrema destra (nemmanco di destra semplice).

P.S.
Continuo la polemica contro quei cervelloni dei giornalisti nostrani che definiscono l'odierno suicida di Notre-Dame, un «noto scrittore». Scrive Le Monde:
«Dominique Venner s'est suicidé, mardi 21 mai, à Notre-Dame-de-Paris, à l'âge de 78 ans. Peu connu du grand public, ancien soldat perdu de l'Algérie française ayant renoncé à l'activisme au milieu des années 1970, il demeurait une figure influente et emblématique de l'extrême droite française ainsi qu'une référence pour plusieurs générations de ses militants»

Uomo, figura, scrittore


Le Figaro
Le Monde
La Repubblica
Corriere della sera
Dai soli titoli, in Francia «un uomo»; oppure: «una figura [un esponente] dell'estrema destra si suicida a Notre-Dame de Paris».
In Italia, invece, uno “scrittore si suicida” e nel titolo anche le motivazioni cubitali.

Anche a livello giornalistico, tra Francia e Italia, esistono diverse gradazioni di laicità.

giovedì 29 novembre 2012

Caccia al movente giornalistico

*
Il titolo e il catenaccio dell'articolo sopra linkato spingono il lettore a chiedersi perché l'Unione Europea sia così masochista.
Poi uno legge l'articolo e, da un punto di vista prettamente economico liberista, uno si accorge che questa volta i politici europei tanto coglioni non sono, giacché
«Secondo Bruxelles un trattato con il Giappone potrebbe aumentare il pil Ue dell'1% e aumentare le esportazioni europee di un terzo con un incremento addizionale di 400mila posti di lavoro in Europa.»
Dunque, l'ipotesi occupazione del libero scambio tra Ue e paesi asiatici è 400 000 lavoratori probabili in più, meno i 73 000 lavoratori “a rischio” del settore automobilistico, vale a dire tale accordo rischierebbe di “creare” 327 000 in più nella zona euro. Certo, a soffrire sarebbe l'industria dell'automobile, che già soffre di suo; infatti
«L'accordo di libero scambio Ue-Corea del Sud del luglio 2011 è stato contestato apertamente da mezzo mondo industriale europeo (specie dalle case automobilistiche di fascia medio bassa come le francesi e la Fiat). Sergio Marchionne, in quanto presidente Acea, aveva chiesto un congelamento dei negoziati commerciali in attesa del superamento dell'attuale fase di difficoltà del settore auto europeo.»
Perché le case automobilistiche europee, la Fiat in testa, contesta tale accordo di libero scambio? L'articolo lo sottintende ma non lo dice apertamente, forse perché non vuole mettere il dito nella piaga dei produttori automobilistici europei, i quali sono incazzati perché gli europei comprano abbastanza automobili giapponesi e coreane, mentre i giapponesi e i coreani comprano pochissime auto europee. 
E allora, donde sorgerebbe l'eventuale saldo attivo nella bilancia commerciale europea che consentirebbe la crescita occupazionale nel vecchio continente?
La Commissione, però, aveva contestato le valutazioni Acea stimando che complessivamente la Ue stia ottenendo risultati buoni: in nove mesi le imprese europee, indica l'esecutivo Ue, hanno risparmiato 350 milioni in diritti doganali dalle vendite di vino e prodotti di alta qualità.»
Ecco gli asiatici comprano vino o altri prodotti alimentari europei, mentre noi europei del vino o altri prodotti alimentari giapponesi compriamo molto poco. Tuttavia, questo è sufficiente a creare circa trecentomila posti di lavoro? Forse andrebbero considerate altre produzioni, non necessariamente del settore primario. L'articolo non ne cita alcuna. Il tessile, il calzaturiero, cosa diamine riusciamo a vendere agli asiatici? Gli spartiti di Claudio Cecchetto?

Per concludere, tornando al movente di questo post, credo che l'articolo redazionale senza firma di Repubblica.it dia più risalto al danno che subirebbero le case automobilistiche, anziché ai vantaggi che otterrebbero altri settori produttivi, perché i costruttori di automobili sono i principali acquirenti di pagine pubblicitarie dei giornali (cartacei od online). 
Ho vinto qualcosa?

mercoledì 28 novembre 2012

domenica 18 novembre 2012

D'Orrico è il più piccolo recensore scrivente

Leggere le recensioni (farcite di citazioni) di D'Orrico è un'esperienza migliore, da un punto di vista del torcimento di budella, che ascoltar i discorsi di Briatore (in televisione l'altra sera da Santoro).
Io come cazzo fanno quelli del Corriere a tenere uno come D'Orrico non lo so, proprio non lo so, tanto quanto non so come Santoro abbia fatto a dare così tanta autorevolezza all'imprenditore Briatore. Misteri. Forse c'è una precisa strategia per tenere sottoterra lo stato intellettuale della nazione. Boh.
Certo che se uno pensa a quante firme autorevoli, del panorama culturale italiano del Novecento, abbiano scritto per il Corriere, uno si domanda per quali vie santissime uno come D'Orrico continui a sproloquiar citando passi altrui (che poi, sia detto per inciso, fanno veramente pena), senza alcun costrutto, su tale quotidiano. Uno si domanda e poi, facilmente, trova, grazie ad Aldo Busi la risposta: «Milano, avendo il Corriere della sera, non ha un quotidiano».

giovedì 1 novembre 2012

Cinque a geografia


Riguardo all'accorpamento od unione (“taglio” mi sembra termine improprio) di alcune province italiane previsto dal decreto di riforma delle stesse approvato ieri dal governo, Repubblica intervista oggi due esperti sull'argomento, gli scrittori Sandro Veronesi e Antonio Pennacchi. Ognuno a domanda risponde, ma Veronesi - nell'esercizio del suo sapere - intoppa in una svista e l'intervistatrice ci casca come una pera cotta, giacché a) non fa notare a Veronesi che quella d'Arezzo è l'unica provincia che non sarà toccata dalla riforma e b) che il territorio del Monte Amiata (i suoi versanti) si trovano già a essere gestiti da due province, Siena e Grosseto. In buona sostanza: Arezzo non c'entra nulla col monte Amiata.

A parte.
Riguardo alla Toscana, mi sembra un'operazione abbastanza razionale, aldilà dei campanilismi che non saranno sopiti da queste unioni. Si tratta di unire enti e di gestire meglio le competenze (ho fatto il mio discorsino da bravoragazzo). Arezzo è un bene sia restata a sé, altrimenti sarebbe diventata, logisticamente, la periferia di tutto (essa è già composta di quattro vallate più la zona del capoluogo e fare un'unica provincia, da Badia Tedalda a Orbetello, sarebbe stato irragionevole). Vedo bene anche la zona metropolitana di Firenze, nonostante le manifestazioni del cesso del sindaco di Prato. Infine, un consiglio a coloro ai quali non andrà bene questa ristrutturazione degli assetti provinciali italiani: inizino la raccolta di firme per un referendum abrogativo.

sabato 22 settembre 2012

I pilastri della Stampa

Oggi ho comprato La Stampa. L'avrò comprata due o tre volte da quando è direttore Mario Calabresi; questo perché mi sta antipatico, come Luca Sofri e quasi tutti i figli di. Lo so, non è una colpa essere figli di. Accade. In Italia accade troppo. Per carità, qualcuno si affranca, ma è faticoso, bisogna davvero avere talento, non è facile. Forse, se anch'io fossi figlio di, non farei questi discorsi, ma mio padre non era un blogger.
C'è persino un editoriale di Calabresi, oggi, meno bello addirittura di un editoriale di De Bortoli. Madonna quanta intelligenza sprecata per raccontare l'ovvio, mai una sorpresa, una scorreggia che esca dalle parole di prassi. Bisogna «mettere al centro la trasparenza e il principio di responsabilità» eccheccazzo. Ma a chi sta parlando il direttore? Al popolo o alla classe dirigente del Paese, proprietari de La Stampa compresi? 
Questa vacua voglia di mettere la roba al centro. Al centro c'è un buco, eccetera, come scriveva l'indimenticato Cuore.
E poi, come a farlo apposta, Calabresi, tra i “tre pilastri” in cui sperava perché in Italia si verificasse una “politica nuova”, metteva persino «il ricambio generazionale, con l'ingresso di giovani e volti nuovi non compromessi». Il guaio è che in Italia, per avere un serio ricambio generazionale, occorrerebbe fare tabula rasa della generazione in corso, saltare alla prossima con dei figli in provetta o presi alla Ruota degli Innocenti. 
Scrive Calabresi:
«Essere giovani non significa necessariamente essere onesti e il ricambio generazionale ha un senso solo se la casa viene ripulita prima di dare ospitalità a nuovi occupanti e se questi mostrano di essere fatti di una pasta diversa. Per scoraggiare approfittatori e sciacalli in cerca di scorciatoie verso la ricchezza basterebbe ridurre drasticamente stipendi e indennità così da spingere in politica chi ha a cuore la cosa pubblica più di chi ha a cuore il proprio portafoglio.»
A parte il fatto che la pasta italiana è sempre la stessa, mi domando chi dovrebbe ripulire la casa «prima di dare ospitalità ai nuovi occupanti». Gli attuali inquilini? Ma in che senso? Non si accorge Calabresi che quanto scrive equivale a dire che lui, in quanto giovane occupante, avrebbe potuto occupare il posto di direttore de La Stampa soltanto dopo che la famiglia Agnelli si fosse sbarazzata (nettata) dei capitali del giornale torinese di cui è proprietaria? In buona sostanza: come fa l'attuale classe dirigente ad auto-epurarsi? Ci vorrebbe una Katyn italiana? Ah bè, sì bè.
Infine, lascio Calabresi con quest'altro suo paragrafo, da incorniciare:
«Perché il sistema funzioni è però necessario che non solo i cittadini ma anche l’informazione svolga il suo ruolo di controllore, di «cane da guardia» del potere. Se però scopriamo che in molte realtà locali i politici hanno l’usanza di fare veri e propri contratti con le televisioni, versando migliaia di euro in cambio di interviste, allora si capisce che il meccanismo di controllo non esiste più.»
Pissi pissi o bau bau?

P.S.
Il Buongiorno di Gramellini oggi è veramente loffio, tipo una merda di vacca (o di giraffa) secca, che quando la pesti senti pfffff (immagine presa da Beckett; ma ora mi sfugge il luogo, troverò).

domenica 19 agosto 2012

I'm Englishman in Costa Smeralda

Chissà, forse un giorno, da rockstar in pensione, anche le Pussy Riot* saranno invitate in Sardegna a tenere un concerto privato per il compleanno di qualche magnate russo. Sempre che tutta la merda del mondo non abbia, enorme tsunami, allagato le più amene località in riva al mare d'Europa.

Giornalisticamente addolora molto il fatto che il massacro degli operai in Sudafrica non abbia avuto una copertura mediatica pari al caso Pussy Riot*. Forse perché quello che è accaduto è lo scenario terribile che si prospetterà alle nostre forze dell'ordine quando la rabbia (ecco la merda che dicevo, quella buona) invaderà le strade e le piazze delle città d'Europa? Spareranno ad alzo zero contro i loro fratelli? Fino a quando saranno sufficienti i black bloc per giustificare la reazione?

Per tornare a Sting: di primo acchito, anch'io ho avuto un moto di indignazione che uno come lui si abbassi a certi livelli. Ma poi mi dico che, tutto sommato, qualche milionata di euro presa così ai russians non è malaccio, chissà, egli la potrebbe persino dare in beneficenza per farsi bello agli occhi del pubblico di Fabio Fazio, il prossimo inverno, alla prossima presentazione di rincover suonate col piffero.
Voglio dire: fino a che punto siamo disposti a non farci comprare? E se il mio prezzo è più basso di quello di Sting questo vuol dire che sono moralmente peggiore (più fragile) di lui?

*Segnalo questo post di Federica Sgaggio sulla vicenda.

martedì 7 agosto 2012

Recessione! Recessione!

Più o meno in questi minuti, sia il Corsera che Repubblica online, danno spazio nella loro homepage al “calo record” del PIL


Nessuno dei due giornali però ha il coraggio di pronunciare la parola nefasta che sta dietro a questi dati.
Lo fa per loro

Poi, siccome è un giornale conservatore e moderato, amico del governo Monti, Le Figaro cerca di riparare il colpo riportando sotto la notizia che il fisco italiano sta facendo un'efficace caccia ai falsi invalidi, così per far credere ai suoi lettori che, una volta scovati tutti i bricconi, il nostro Pil tornerà a crescere. Aha... aha... (sarebbe una specie di risata).

Prime pagine dopate


Per la Repubblica di oggi la notizia principale è “Schwazer dopato, shock azzurro”.
Era meglio se Ezio Mauro, ieri sera, si fosse somministrato dell'EPO così da far circolare più ossigeno nel sangue e quindi nel cervello. Si sarebbe accorto che, non dico in Italia, ma in Europa e nel mondo intero, ben altre cose avrebbero meritato il titolone.

A scanso di equivoci, non discuto i gusti di alcuno in fatto di interessi. Se alla gente piace vedere lo sport lo veda. Se un direttore rileva che a numerose persone interessa leggere queste notizie, fa bene a dare spazio ad esse. Ma anch'io faccio bene a pensare che la mediasfera sia terribilmente dopata e che i memi da essa prodotti siano terribilmente vocati a rincoglionire il popolo. E agosto non è una giustificazione valida per mandare la mente in ferie.

A parte.
In un primo momento, letto questo titolo in colonna, mi sono domandato come il celebre filosofo statunitense si potesse occupare di Ligresti. Poi ho visto che era uno che si chiama Alberto e non Thomas.

domenica 5 agosto 2012

Intervistamelo

Come ogni domenica che si rispetti, i grandi quotidiani italici (Repubblica e Corriere della sera) danno ampio spazio per un'intervista a uno dei protagonisti della scena politico-economica italiana. Gira e rigira intervistano sempre le stesse persone. Cazzo vuoi che dica per esempio il governatore della Banca  d'Italia di diverso da quanto detto alcune domeniche fa se non rivedere, in peggio, le sue previsioni? E cosa vuoi che modifichi il suo dire della sciagurata crisi che coinvolge l'Europa? Niente. Non importa niente a nessuno, tanto più quello che dicono è sempre terribilmente vago, oracolare, che non serve nel concreto a me, a te, a voi, che non saremo mai intervistati nelle prime pagine dei giornali per dire lo stesso genere di cazzate, magari un pochino più condite di vita.
La vita, già. Non la conoscono. Catricalà la conosce? La sua, certo, e quella della sua partita di giro.
E penso a quanto sarebbe bello se invece di questi tromboni inermi col culo al caldo (o al fresco - a seconda dei gusti e delle stagioni) intervistassero chiunque preso dalla strada, ma così estesamente, con lo stesso genere di domande, non domande a pipa di cocco come quelle delle telegiornaliste sfuggenti che vanno dai pensionati rimasti in città a domandare se fa caldo
- Fa caldo una sega brutta scema te e il tuo cazzo di direttore che ti manda a fare queste domande di merda.
Insomma, se al pensionato o alla signora con la borsa della spesa domandassero per esempio
Deflagrano crisi industriali, come l'Ilva o la Fiat. Ci aspetta un autunno caldo, sul versante del lavoro e dell'occupazione, il vero dramma per i giovani. Lei cosa prevede?
indovinerebbero più loro la risposta che il rigovernatore della banca d'Italia, non ci sono dubbi, perché Visco non li vive sulle pelle e sulle palle tutte quelle angosce che la domanda descrive. Ci vuole poco, no? Vai Giannini a domandarlo a un metalmeccanico cassintegrato, vai da un lavoratore dell'Ilva, vai da un giovane disoccupato e confronta le risposte. Visco dice:
«Io vedo senz'altro un tema di breve periodo, cioè l'esigenza di difendere il lavoratore che perde il posto. Ma in prospettiva vedo la necessità di rimuovere gli atteggiamenti di conservazione. Noi dobbiamo innovare moltissimo: norme, contratti, tecnologie, processi produttivi, produttività nei servizi ancora dominati da troppe rendite di posizione. Il capitale umano va valorizzato, bisogna imparare a studiare lungo l'intero ciclo della nostra vita. I giovani sono la categoria sociale che oggi soffre di più, certo. Ma per i giovani non dobbiamo trovare un posto, bensì creare le condizioni perché possano lavorare. Serve un modo nuovo e inesplorato di affrontare i problemi. Serve quello che io chiamo 'uno spirito nuovo'. La capacità di reagire, del resto, viene fuori nelle difficoltà».
Capito? Visco vede «senz'altro un tema di breve periodo». Che cazzo vuol dire? Ah, che nel breve ci saranno parecchie perdite di posti di lavoro da difendere. Bravo. Però, per difenderli, occorre rimuovere l'articolo 18 che li difende in modo conservativo, retrogrado. Occorre abolirlo, così si consente al capitale di schiavizzare meglio i lavoratori che hanno troppe rendite di posizione, non io, che infatti alla banca d'Italia è facile entrarci, basta il concorso vero, ah ah. Bisogna studiare tutta la vita non per il proprio gusto e piacere, perché per esempio leggere o apprendere una tecnica gratificando l'esistenza dell'individuo, no, ma per servire meglio quella classe d'individui che vive senza lavorare a spese dei lavoratori. I giovani non gli dobbiamo trovare un posto, o meglio, un posto glielo avremmo anche trovato, quel posto, sì, il Vaffanculo. Ce li mandiamo facilmente senza essere maleducati, cioè senza bisogno di dirglielo, questo è lo spirito nuovo. E la capacità dei giovani di sortirne dal buco è testimoniata soltanto dalla loro capacità di adeguarsi e servirci e proteggerci. Abbiamo bisogno di guardie del corpo non di una generazione di scavezzacollo indipendenti, intesi?

Ecco, decriptato il messaggio, mi congedo dacché ho smarrito il filo del discorso. Non importa, non importa, tanto, gira che ti rigira, il discorso è sempre quello: «Adda passa' 'a nuttata».

giovedì 26 luglio 2012

Una raccomandazione


Via fb ho saputo che Federica Sgaggio s'è “liberata” da 
«la prigione del [suo] posto di lavoro, del luogo dove per anni hanno invano tentato di far[la] sentire impotente».
Non la conosco abbastanza intimamente per sapere cosa abbia in mente, quali progetti, ambizioni, cose da fare avrà. Ma so una cosa e la dico/scrivo, per quel che vale: se fossi il direttore di la Repubblica (e dico la Repubblica di proposito) io una scrittrice-giornalista professionista come la Sgaggio farei carte false per averla come firma costante del mio giornale, altro che riprendersi la Concita due palle De Gregorio, tanto brava per carità, ma con uno spessore intellettuale pari a uno spillo di fronte alla colonna portante del pensiero di Federica.
Leggasi questo post di alcuni giorni fa e poi venitemi a dire se.
Ma la Repubblica è pur sempre un giornale dell'establishment e figuriamoci se un De Benedetti si concede il lusso di un pensiero zanzara che punge anche le icone sacre del politicamente corretto. Però sarebbe bello che una voce così, con una - lasciatemela dire per una volta questo schifo di parola - professionalità del genere, trovasse una ampia platea di lettori come, in fondo, la Repubblica garantisce. 

E così m'è venuta in mente questa cosa - e tenete presente che Federica non ne sa niente e potrebbe potenzialmente anche non essere interessata a.

lunedì 23 luglio 2012

Meglio Marzullo

«Sia il verso sardonico di Zeichen sia quello respirante di Anedda hanno uno statuto retorico debole: non sono insomma l'architrave del loro pensiero poetico. Da parte sua, Giampiero Neri [...] passa francamente alla prosa, seppure di rara icasticità e di chiara disposizione strofica».
Paolo Fabbroni, «Che si vede dietro lo “Specchio”», Domenica de Il Sole 24 Ore, 22 luglio 2012.

Questo estratto, che si trova nella pagina Poesia del suddetto inserto culturale, mostra bene perché i libri di poesia di autori contemporanei hanno vendite così esigue. Infatti, ce lo vedete voi qualcuno che ama leggere poesia entrare in una libreria e dirigersi verso lo scaffale apposito tenendo conto delle indicazioni del recensore? 

- Mi scusi, cercavo il verso sardonico di Zeichen.
- No, guardi, ha sbagliato. Le guide turistiche della Sardegna si trovano vicino all'ingresso.

- Mi aiuta a cercare per favore il verso respirante di Anedda?
- Non credo sia qui: la meditazione yoga è al piano superiore.

- Bisogno di aiuto?
- Sì, cercavo la rara icasticità e la chiara disposizione strofica di Neri.
- Uhm, credo che dovremo ordinarlo: di solito non teniamo libri di medicina specialistica in scaffale.

Si badi che il linguaggio del Fabbroni (che non so chi sia, forse è pure un prof. ordinario di filologia romanza o di letteratura contemporanea) è di prassi in quasi tutte le recensioni, soprattutto in quelle che parlano di due, tre, quattro (o più) libri di poesia insieme.
Tali recensioni - se non è stato capito, è bene ripeterlo - fanno bene, economicamente, solo a chi le scrive. A proposito: qualcuno sa dirmi quanto paga Il Sole per questi articoli? Quanti €? Un migliaio? Non venitemi a dire che rosico, perché io tanto non scrivo per la Domenica del Sole e loro sì, chissene, non ho certe ambizioni di scrittura obbligata. Il punto è che peggio di una recensione letteraria di questo tipo c'è solo la recensione musicale di Christian Rocca (che ha una rubrica marginale - oramai è sotto contratto dai tempi del Riotta, che vo' fa' - chiamata Gommalacca); a proposito, conoscete mica qualcuno che è entrato in un negozio di dischi è ha comprato l'ultimo cd di... (non lo so chi, mica lo leggo Rocca).

sabato 21 luglio 2012

Quasi ironico

Sfogliando Repubblica in piedi, appoggiato a dei titubanti portici di paese, in una posa da perfetto e scafato intellettuale di provincia, arrivando alla sezione culturale di R2, e trovandomi di fronte tre pagine dedicate al prossimo matrimonio di Michele Placido con una donna più giovane di tre decenni, della qual cosa profondamente me ne sbatterei le palle in terra, proprio davanti al portone dell'estetista portandole via lavoro, ma lasciamo perdere, mantengo u pelu, insomma, in tali pagine che m'affretto a girare scorgo, riportata in grassetto accanto a una foto dell'attore, la seguente sua dichiarazione:
«Federica è la compagna della mia vita. Il padreterno si è divertito a mandarmela in modo quasi ironico nel momento della mia vecchiaia. E allora? Perché rifiutare un dono del genere?»
Ecco, lì per lì mi sono sentito spaesato, meno male c'era la colonna. Di poi, ho alzato gli occhi al cielo, ho pronunciato: padreterno, e ho pensato: “Curioso che il padre di Federica Vincenti si chiami Eterno”.
Sono stato quasi ironico, vero?

sabato 7 aprile 2012

Aridatece Ricucci

Fabrizio Massaro, mio cugino (sto scherzando, claro), racconta un po' del troiaio in cui sguazzano gli azionisti della Rcs Media Group, coloro i quali, in pratica, sono proprietari del Corriere della Sera e annesso comparto editoria.
Giuseppe Rotelli, un avvocato imprenditore della sanità lombarda, ha rilevato il cinque e rotti per cento delle azioni da una famiglia romana, i Toti, diventando il maggior azionista del gruppo col sedici e passa per cento di azioni.
Questo acquisto è avvenuto subito dopo che Della Valle è uscito dal Patto di sindacato (formato dai soci di maggioranza che esprimono l'amministratore delegato e il direttore del Corsera); un Della Valle che, tra l'altro, pare sia notevolmente adirato con John Elkann (presidente di Fiat Group).
John Elkann, invece di star a pensare al comparto auto, con quel tono da pesce lesso che lo contraddistingue, dice che non ci sono problemi, che il mercato ha approvato il cambiamento. 

A mio avviso, queste manfrine finanziarie, hanno il solo merito di garantire continuità alla linea cerchiobottista del quotidiano: quando si hanno troppi padroni, occorre essere gentili e servizievoli con tutti. De Bortoli, sinora, ci è riuscito sempre benissimo.

venerdì 30 marzo 2012

La seconda rivoluzione di stocazzo

È da salutare con favore la visita di Tim Cook, ad di Apple, alla fabbrica cinese Foxxcon produttrice materiale di tutti gli apparecchi informatici dell'azienda americana con sede a Cupertino.
Indubbiamente, è un atto di riconoscenza e attenzione, seppur minimi, che vengono date ai lavoratori bellamente sfruttati in onore e gloria del capitale. Va reso merito, quindi, alla stampa americana che ha, come si suol dire - scusate lo stereotipo giornalistico - “puntato i riflettori” sulle condizioni schiavistiche che si celavano dietro la capacità produttiva di tale fabbrica.
L'inviato a New York di Repubblica, Angelo Aquaro, ne parla con entusiasmo, scrivendo che tale evento sarebbe da considerare come «la seconda Rivoluzione cinese». 
Confesso che non capisco il senso di questa sua affermazione. Può darsi che mi sfugga qualcosa e, per questo, riporto per prima cosa il paragrafo finale del suo articolo, dove si legge che Apple
ha promesso adesso di riportare in linea con la legge cinese gli orari di lavoro entro la prossima estate: nel 2013. Ma ha anche promesso di ricompensare il milione e passa di operai per le ore perdute. A spese di chi? Le multinazionali che vengono a operare qui devono farsi più carico dei nostri problemi: questa la ramanzina che il buon Cook si è sentito fare in questi giorni dai politici cinesi durante la visita. Come se gli occhi davanti a quell'orrore non li avessero chiusi anche loro. Le violazioni alla Foxconn erano così tante che adesso la fabbrica dovrà assumere decine di migliaia di lavoratori in più per rispettare le consegne di Apple, HP; Packard e Dell. Aumentando naturalmente le paghe. Che qui partivano da 1800 yuan: cioè quei 285 dollari al mese che erano molto al di sotto dei 2687 yuan pagati regolarmente nello Shenzen, dove ha sede la fabbrica principale. Insomma la seconda Rivoluzione Cinese sembra iniziata per davvero. E come la prima, la pagheremo - stavolta giustamente - davvero tutti.
Quale sarebbe stata la “prima” rivoluzione che tutti avremmo pagato? Quella di Mao, quella di Deng o il fatto che la Cina sia entrata nel 2001 a far parte dell'OMC? E poi, perché questa supposta “seconda rivoluzione” - che presumo sia dovuta al fatto che d'ora innanzi i lavoratori della Foxxcon saranno trattati più umanamente - dovremmo pagarla «davvero tutti» e «giustamente»? E come poi, pagando di più i prodotti Apple e affini? Ok, spenderemo volentieri cinquanta o cento, euro o dollari, in più per far star meglio gli operai cinesi. Ma questo sarebbe davvero “giusto”, anche a fronte di quanto in precedenza Aquaro scrive? Leggete qua
«Sono almeno una cinquantina le violazioni alla legge sul lavoro nella fabbrica che ha permesso alla Apple di sfornare i suoi apparecchi magici con la puntualità e la funzionalità che hanno regalato alla Mela margini di guadagno netto da capogiro: saliti dal 12 per cento del 2005 al 31 per cento dell'ultimo atto.»
Dove sia la «seconda rivoluzione» non so proprio. Chissà, forse quando Aquaro farà la distinzione tra capitalisti e non allora ne comincerà davvero una. Magari la terza, e internazionale.

domenica 25 marzo 2012

Scherza coi santi


La Lettura, supplemento domenicale culturale del Corriere della sera, offre oggi un articolo di Edoardo Camurri, «La guerra santa degli atei», che fa felice di essere, noi italiani, degli emarginati culturali, degli inascoltati e, quindi, illeggibili polemisti che nessuno si prende la briga di considerare e discutere (salvo rarissime eccezioni, beninteso). Ma la colpa, sia chiaro, non è di Camurri, bensì del direttore editoriale de La Lettura che avrebbe il dovere di leggere prima di pubblicare siffatti, riprovevoli, articoli. Peccato che non sia online perché merita leggerlo per capire di cosa sto parlando. Per rimediare, cercherò di riportare alcuni stralci scannerizzati.
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Allora, secondo Camurri, Dawkins sarebbe intollerante perché «ha ribattuto inorridito» a de Botton che sarebbe preferibile raccogliere fondi per altri scopi (come l'insegnamento), anziché costruire un tempio. Ora, se al ribattere (rispondere, replicare, obiettare) corrispondesse sempre l'essere intollerante, beh, credo che nessuno si salverebbe da tale accusa. Lo stesso Camurri, infatti, con un tono che si pretende ironico, ma che sta all'ironia come Massimo Boldi sta a Woody Allen, appare un divertito censore di queste bagatelle in campo ateo. Bagatelle che non sono certo quel tipo di contese che lui e altri neocon e teocon (loro sì intolleranti) pretendono che siano.
«Gli atei radicali hanno reagito con incredibile violenza: insulti e minacce di morte» scrive Camurri, riportando solo la divertente offesa di P.Z. Myers, ma nessuna minaccia di morte, giacché nessun intellettuale ateo, radicale o non, ha minacciato di morte alcuno, tanto meno de Botton. Se così fosse, Camurri aveva il dovere di riportare la fonte precisa della minaccia*. Ma non ha potuto farlo, dato che, tra gli atei, nemmeno tra i più agguerriti, si nasconde la stessa intolleranza e la stessa malafede di un ayatollah o di un reverendo fondamentalista americano.

Dopo questo tentativo mal riuscito di mostrare una contesa aleatoria e insussistente, Camurri dà sfoggio del suo nozionismo sulla materia con un piccolo, succinto, bignamino sui protagonisti che compongono la galassia atea.**
c.s.
D'obbligo è stato citare il suo mentore ufficiale, Gianni Vattimo, in compagnia di uno che ateo non è (Vito Mancuso). Ma a parte ciò, la cosa che più merita leggere è il finalino da pointe assassine di Camurri, il quale prima rammenta un episodio polemico tra la femminista Watson e lo stesso Dawkins di cui sarebbe stato necessario riportare almeno una fonte (un link) per capire come sono andate le cose; e, poi, scrive quella spettacolare frase su Dio, ad effetto boomerang come non mai, perché la sua è una battuta così arguta da essere divinamente ridicola. Già. Il ridicolo... 
Tutto l'articolo di Camurri è permeato da una spiritosaggine mal posta e inopportuna che andrebbe presa a esempio nelle scuole di giornalismo per distinguere chi è veramente un giornalista d'informazione culturale (quali che siano le sue opinioni in merito agli argomenti trattati) e chi invece no... come Camurri***, il quale occupa per grazia ricevuta (da chi?) uno spazio che nuoce a La Lettura stessa.


*Mi sembra pacifico che per minaccia di morte debba intendersi un vero e proprio editto e non un commento minaccioso, magari di un lettore che augura a qualcuno di morire. In fondo - ricordate? - anche Sgarbi al Maurizio Costanzo Show cercò di farsi notare al grande pubblico augurando la morte a Federico Zeri. Eppure nessuno lo arrestò.
**Tra l'altro, in testata, v'è un grafico ove viene appunto mostrata tale Galassia.
***Anche se è stato anche un personaggio televisivo, e pur essendo, per formazione, un filosofo, io non so quali galloni abbia conquistato sul campo Camurri per meritarsi il privilegio di tale spazio. Inoltre, visto che tratta un argomento particolare come l'ateismo, sarebbe stato opportuno ch'egli avesse detto come la pensa lui circa la credenza o meno in Dio;  noi, così, possiamo soltanto presumere che sia un pensatore debole o un neocon alla cazzo di Rocca (Christian).