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lunedì 9 novembre 2015
sabato 11 aprile 2009
Buona Pasqua
A René Girard, a Silvio Morigi
Se esiste una verità cristiana, questa è la verità della vittima. Verità di portata universale inchiodata una volta per sempre nella croce. Verità che svela le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo. Perché gli uomini non hanno saputo e non sanno ancora riconciliarsi se non a scapito di una vittima, di un capro espiatorio. Verità difficile da portare sulle spalle, difficile altresì da comunicare. Ci si accorge di essa per intero solo quando si diviene o consapevoli persecutori o vittime. Ossia: o Grandi Inquisitori (le Gerarchie i Poteri forti - Caifa per intenderci) o poveri cristi silenziosi, inermi. Il resto è pubblico che sbraita, moltitudine che grida, massa che segue il fiume della persecuzione che porta, inevitabilmente, al bagno di sangue, alla carneficina.La verità cristiana è la verità dell'individuo, della sua solitudine di fronte alla folla. Al di là di quello che Gesù possa esser davvero stato, è innegabile che la sua vita, le sue opere e parole e, soprattutto, la sua morte rappresentino una chiave di volta nella storia dell'umanità. Da quel momento in poi, gradualmente, senza interventi magici, la verità della vittima è emersa nel mondo - con fatica, stupore e anche dispetto, soprattutto in chi voleva incatenare tale verità sotto una squallida dottrina di potere. Cristo non è di nessuna di Chiesa. Cristo è il figlio dell'uomo, è il figlio dell'impotenza, della sconfitta, della derisione di ogni potere persecutorio e carnefice, è lo sguardo dell'altrove e della consolazione.
Questo è quello che penso: che l'amore è solo una carezza, solo una mano di donna che si posa sopra la fronte addolorata. E la mia massima ambizione è saper scrivere come Gesù sulla sabbia, con la minima speranza far evitare a ogni puttana la lapidazione. Buona Pasqua.
mercoledì 28 gennaio 2009
Il rombo della sedizione

Stasera è tardi per infrenarmi in un difficile discorso sulla giustizia. Mi limito dunque a dire due o tre cose, a margine di quando detto qui da Ivo, che spero un giorno di poter rielaborare alla luce di quei pochi studi fatti in merito.
Succede un crimine, vergognoso e terribile come lo stupro. Si trovano quasi subito i responsabili. Siamo in uno stato di diritto: si arrestano, si conducono in carcere, li si accusa del reato suddetto, gli si affida un avvocato per difendersi, si stabilisce un processo che, prima o poi, si terrà. Si differisce la vendetta, ovvero si cerca la giustizia che si basa sul nostro codice penale. La vittima, vedendo questo, si sente ancor più impotente e non può che essere desiderosa di vendetta immediata; la folla bramosa reclama lo scalpo, si foga in un vero e proprio linciaggio. Ma siamo in uno stato di diritto. La giustizia deve essere amministrata da un organo statale quale la magistratura. I presunti colpevoli devono essere sottratti dalle mani della folla inferocita, pena il ritorno allo stadio primitivo dell'uomo, dove la catena delle violenze portava alla catastrofe comunitaria.
Le Erinni devono necessariamente trasformarsi in Eumenidi. Le Erinni infatti rappresentano l'omicidio collettivo; e se, in questo caso, il linciaggio avesse avuto luogo, cosa sarebbe restato nelle mani dei linciatori se non brandelli insanguinati dei presunti colpevoli, trasformando questi in ulteriori vittime? L'euforia, l'effetto dionisiaco della vendetta tremenda che avrebbe calmato la folla non sarebbe durato che un istante, senza portare nessuna riconciliazione, macchiando per sempre le mani di altri individui. Oramai il meccanismo vittimario è una macchina imballata che non riesce più a riportare giustizia, a portare la pace, la riconciliazione. Le Eumenidi sono la nostra necessità per sfuggire al caos dell'indifferenziazione violenta.
giovedì 8 gennaio 2009
Fratelli nemici

Se ricerchiamo filosoficamente l'origine della guerra, non è nell'attacco che vediamo sbocciarne il concetto, poiché esso non ha per scopo assoluto la lotta quale presa di possesso; ma ha invece origine nella difesa, poiché questa ha per scopo assoluto la lotta, essendo il respingere l'attacco e il combattere una cosa unica... È dunque naturale che colui il quale introduce per primo nell'azione l'elemento della guerra, da cui scaturisce l'esistenza iniziale di due antagonisti, stabilisca anche le prime leggi della guerra; e questo è il difensore.
Carl von Clausewitz, Della guerra, (trad. it di A. Bollati e E. Cancevari) Mondadori, Milano 2007, pag. 473
Israele ha scatenato questa nuova (?) guerra per difesa. Tutte le guerre ormai sono condotte per difesa. Nessuna nazione nella nostra epoca scatenerebbe una guerra di conquista. Questo è il paradosso, la tragicità (se non ci fosse dolore, sofferenza morte potremo dire: la comicità) della guerra, della violenza oggi. Chi attacca lo fa per difendersi. Chi si difende vuole la guerra. Quello che sta accadendo in Israele e in Palestina è il laboratorio di sperimentazione apocalittica della nostra specie. È il luogo della tendenza all'estremo.
Ci troviamo di fronte a una scoperta antropologica della massima importanza: l'aggressione non esiste. Fra gli animali vi è la predazione e forse la rivalità genetica per le femmine. Ma se nessuno tra gli esseri umani prova la sensazione di aggredire è perché tutto si svolge sempre nella reciprocità, dove la minima differenza, in un senso o nell'altro, può provocare una tendenza all'estremo. L'aggressore è già stato aggredito, sempre. Perché i rapporti di rivalità non sono mai avvertiti come simmetrici? Perché le persone hanno regolarmente l'impressione che sia stato l'altro ad attaccare per primo, che non siano mai stati loro a farlo, quando invece, in un certo senso, sono sempre loro a incominciare.
René Girard, Portando Clausewitz all'estremo, (trad. it. Giuseppe Fornari), Adelphi, Milano 2008, pag. 49
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