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lunedì 5 dicembre 2016

Che giocatore

«Domani, domani tutto finirà».
Fëdor Dostoevskij, Il giocatore

Dice: «Ho perso» e quindi. Quindi stava giocando. Giocando una partita da solo. Solo perché non ha parlato al plurale, bensì alla prima persona singolare. Singolare ch'egli considerasse la riforma costituzionale proposta una specie di gioco. Gioco che aveva proposto a un Parlamento per sua natura poco costituzionale, giacché formatosi in vizio di una legge elettorale affatto incostituzionale. Incostituzionale era quindi in un certo senso pretendere di giocare la partita sino in fondo, come una sfida personale. Personale perché si è trovato in una posizione di giocatore forzato, buttato in campo da Giorgio Napolitano perché l'ex presidente della repubblica vide in lui,  piuttosto che in Letta, il campione che avrebbe realizzato la riforma della Costituzione meglio di chiunque altro. Altroché.
Dice: «Ho perso» e quindi. Quindi giocava soltanto lui, gli altri al governo erano tutti in panchina, soprattutto i parlamentari che approvarono, a maggioranza qualificata, la riforma bocciata ieri dal referendum, quei parlamentari che dovrebbero rassegnare le dimissioni seduta stante, col cazzo che lo faranno, ancora due anni di pacchia capitolina.
«Capito, Lina?».
Lina: «Sì, ho capito. Capito per esempio che considerare la politica un gioco è una cazzata. Cazzata perché immagina per assurdo se avesse vinto che cosa avrebbe vinto e che cosa la Repubblica italiana avrebbe guadagnato?».
«Guadagnato un cazzo, altroché».

mercoledì 2 novembre 2016

Un etto di politica

Uno degli effetti (non la causa) più sorprendenti dovuti a Renzi, da quando è diventato segretario del PD prima e presidente del consiglio poi, è stata una perdita repentina di quei pochi grammi di passione politica che tenevo di conserva da qualche parte ben nascosta nelle mie zone ossute. Ho constatato: non c'è più niente, neanche mi avessero fatto una liposuzione. Da quando c'è egli (dire lui è improprio), il discorso politico si è trasformato in un completo flatus vocis, quello che viene detto è insignificante, pur avendo dalla sua (dalla loro) la logica del potere che impone e dispone. È un parlare del cazzo di un cazzo di niente. Slogan, frasi fatte, frasi marce, pensierini da svilimento testicolare e ovarico, senza neanche avere la dignità o il merito dell'evasività, della circonlocuzione anodina che impone alla discussione politica un divertissement ermenutico.
Renzi si capisce, si capisce subito quello che dice e quello che dice è così irritante che si vorrebbe far finta di non aver capito. Fosse un amico, gli si direbbe: «Ma non t'accorgi quanto ti atteggi a stronzo, quanto la fai facile, quanto riduci la complessità a suppostina di malva e glicerolo? Smetti con quella finta faccia seria stringendo le labbra a culo di gallina, non fare il brillante a tutti i costi, ché la situazione è assai opaca, dismetti quel tono di sfida a chi ce l'ha più lunga, la lingua. Renditi conto. Fatti una doccia, mettiti il pigiama Urge, dormi e sogna di essere quello che non sei mai stato».
Consigli inutili che è valso la pena esprimere per ingrassare un po'.

sabato 1 ottobre 2016

La sostanza della politica

Durante il confronto tra Renzi e Zagrebelsky, c'è stato un momento in cui l'autorevole costituzionalista, dopo aver ricordato la nota similitudine che le costituzioni sarebbero come i vestiti (sintetizzo: per quanto belle e fatte su misura esse siano, se a indossarle sarà un corpo sociale deforme, anche «i vestiti prenderanno una forma deforme», vale a dire non si noterà lo splendore dell'abito, ma si denuncerà la ridicola miseria di chi lo indossa), e dopo aver chiesto al presidente del consiglio se, a tal riguardo, lui preferisce la forma o la sostanza (e Renzi ha risposto che preferisce la sostanza, ma poi, prendendo la palla al balzo, ha cercato di divagare iniziando un discorso con: «L'Italia è un paese meraviglioso». Al che Zagrebelsky l'ha guardato e gli ha detto «Ma che c'entra, non divaghiamo»), il professore ha dichiarato quanto segue:
«Io sostengo che una vera riforma della costituzione, intesa non soltanto come foglio di carta, ma della nostra vita costituzionale deve partire, deve procedere da una riforma della sostanza delle forze politiche, delle forze di governo, delle forze di opposizione, dalla capacità di chi governa» 
In precedenza, per evidenziare una delle maggiori pecche dell'attuale proposta di riforma, Zagrebelsky ha rilevato che essa non è una riforma condivisa, ma che si innesta in una profonda divisione delle forze politiche. La ricerca della stabilità “forzata” dalle regole è frutto di una «illusione di chi si sente debole e vuole delle regole che lo rendano forte».

Alla replica di Renzi che, invece, la stabilità di governo è un bene ripensando ai 63 governi in 70 anni di storia politica repubblicana, Zagrebelsky replica che il susseguirsi improprio dei governi a guida democristiana, era caratterizzato tuttavia da una indubbia continuità della politica della DC, partito che riusciva - coi suoi limiti enormi - a tenere comunque unite le varie anime del Paese - cosa che non riesce affatto all'attuale presidente del consiglio.

Ma ora basta riassumere, vengo al punto, pardon: alla sostanza.
Che cosa si intende realmente con «sostanza politica»? La capacità delle forze politiche, in particolare quelle di governo, di esercitare le funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione (formula del giuramento dei ministri).

Fino a che punto oggi tale esercizio è possibile? 

Premesso che l'interesse esclusivo della Nazione è sempre stato un pio desiderio, in quanto si sono privilegiati, fin dal principio, interessi particolari e non generali, c'è da considerare che quando c'era più trippa per gatti, qualche avanzo c'era persino per i sorci. Dato che ogni tipo di esercizio deve essere finanziato e che l'unico sistema per ottenere finanziamenti costanti per uno stato come l'Italia sono le tasse (di ogni genere); considerato inoltre che l'imposizione fiscale è rivolta al capitale (buona questa), al lavoro e al consumo, i quali fanno capo ad un unico modus operandi: il sistema economico e produttivo capitalista. E dato che, oggettivamente, tale sistema è in crisi, una inesorabile crisi di valorizzazione, allora - finalmente ci sono arrivato - la sostanza della politica è talmente aleatoria e inconsistente che sono soltanto i palloni gonfiati a dar l'impressione di incarnarla e di poterla esercitare.

La vera sostanza della politica oggi dovrebbe essere la constatazione che dentro questo sistema economico e produttivo, dentro un'organizzazione della vita sociale che è di fatto schiava del lavoro salariato e della produzione fine a se stessa, non ci sono più i margini per una politica che abbia realmente a cuore l'interesse generale del Paese. Più che attardarsi al tavolo delle riforme, la sostanza della politica reclama di imbandire la mensa della rivoluzione. 

martedì 27 settembre 2016

Ponti elettorali.

Dopo che, un mesetto fa, ne ha inaugurato uno Erdogan, sul Bosforo.
Mentre ne prepara un altro Putin, in Crimea.
Ecco che arriva un boccaperta a dire: «Perché no? Facciamolo, ché crea centomila posti di lavoro*». 

Pensavo voti.

domenica 25 settembre 2016

Alla Calenda greca

Mario Seminerio schernisce la richiesta del governo italiano di usare per un altro anno – ancora uno – lo strumento della flessibilità (che in soldoni significa un aumento della spesa pubblica e uno sforamento dei parametri imposti dal fiscal compact). In sostanza:
«nuovo deficit di pessima qualità con cui impiccare il paese».
Tuttavia, molto probabilmente, tale proroga sarà concessa, tanto che il ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, ha già individuato come spendere quel gruzzoletto a deficit, che serve per rilanciare, a suo dire, l'economia nostrana: dare soldi alle imprese, in primo luogo, secondo le modalità da lui elencate durante un'intervista concessa a Maria Latella:
«Ci saranno 13 miliardi di incentivi automatici: un imprenditore potrà portarsi come credito di imposta il 50% dei nuovi investimenti. Se cambierà macchinario e andrà verso industria 4.0 avrà un fortissimo sconto fiscale con un superammortamento al 250%. Se le imprese investono si creano lavori più specializzati e quindi più remunerati». [Le banche] «hanno criteri stringenti per erogare finanziamenti. Abbiamo tanta liquidità ma non arriva alle imprese. Per questo - ha aggiunto il ministro - rafforzeremo anche il fondo di garanzia alle imprese. Lo Stato garantirà fino all'80% dell'erogato. Non per tutti allo stesso modo. Lo focalizziamo sugli investimenti: se ad esempio sei una start up innovativa vieni prima di tutti gli altri».
È notorio che le start up, essendo giovani imprese, vengano prima.

Breve inciso a parte, il ministro Calenda, mosso da gratitudine verso Renzi per averlo scelto al posto della Guidi, in conclusione d'intervista sostiene che:
«Ancor più della finanziaria il nostro appuntamento importante e cruciale è il referendum. E lo è perché noi abbiamo bisogno di una governance forte e di più investimenti» [dato che] «siamo di fronte alla più grande crisi delle democrazie occidentali dal dopoguerra. E la globalizzazione ha creato vincenti e perdenti, tanta esportazione e molte aziende morte».
A margine di tali letture, due notarelle, spero poco confuse:

1. Sia che la vediamo dal lato dell'inflazione o da quello della deflazione, dal lato della flessibilità o da quello della rigidità della spesa pubblica, la situazione economica non troverà mai un equilibrio virtuoso in cui tutti bellamente guadagnano, fanno profitti e prosperano felici e contenti, perché - se non si fosse capito - la vittoria di uno equivale necessariamente alla sconfitta di un altro. Se uno vince la partita della bilancia delle partite correnti è perché c'è qualcuno - l'altro concorrente - che la perde.

In Europa le nazioni giocano tutte in ordine sparso per garantire al meglio i propri interessi che chiaramente quasi mai coincidono con gli interessi degli altri. Se va bene la Germania non vanno bene le nazioni del sud Europa. E viceversa: ci siamo forse dimenticati della Germania grande malato d'Europa di qualche tempo fa? Ora, è del tutto evidente che le élite funzionali del capitale tedesco abbiano saputo approfittare al meglio delle regole che hanno stabilito insieme alle élite funzionali delle altre nazioni europee, Italia compresa. L'euro, che secondo i piani doveva servire per tenere a freno la potenza tedesca, in realtà è stato lo strumento per dispiegarla. Ma uno strumento non è la causa: e soprattutto: la Germania ha semplicemente fatto quello che sapeva fare: diventare il führer la guida dell'Europa.
Il punto comunque è uno solo: riuscire a vendere. Che cosa? La produzione che il capitale di ogni nazione produce per il fine unico di ottenere il profitto.
Riesci a produrre a pieno regime e a piazzare la merce? Hai vinto.
Hai magazzini pieni d'invenduto? Hai perso.
«Tutte le gravi crisi precapitalistiche della storia dell'uomo erano crisi di penuria. Non è così in questo caso: domina una crescente miseria proprio perché possono essere prodotte sempre più merci in tempi sempre più ridotti e con l'impiego sempre più ridotto di forza lavoro. Il sistema è soffocato dalla sua produttività». Tomasz Konicz, Ascesa e caduta dell'Europa tedesca, Stampa Alternativa, 2016.
 2. Alla luce di questa folle contraddizione che poi porta, insieme, la merce al macero o inutilizzata e la gente affamata e senza casa, il ministro del ristagno economico propone di dare soldi - e tanti - alle imprese affinché, in pratica, creino lavori più specializzati (leggasi: espellano quanto più possibile forza lavoro automatizzando tutte le fasi della produzione) e più remunerati (per quei pochi tecnici ancora indispensabili per oliare il meccanismo). Lavori destinati alla produzione di merci che poi dovranno uscir di fabbrica per andare sul mercato nella speranza di realizzare la ragione sociale per la quale sono state prodotte. Merci che hanno incorporato sempre meno lavoro vivo e sempre più lavoro morto. In attesa che si apra il mercato degli zombi.

domenica 18 settembre 2016

Si smarca

Il Sole 24 Ore titola che Renzi si smarca da Merkel e Hollande su austerità e migranti. 
Che significa «si smarca»? Restando dentro la metafora (ahimè!) calcistica, interpretiamo.
Se si smarca, significa che era marcato: a uomo?
Se si smarca, vuol dire che, liberandosi dalla marcatura, si mette in una condizione favorevole per segnare un punto (goal) per la propria squadra (o per se stesso, magari per guadagnare qualche consenso in vista del referendum). Ma c'è qualcuno dei partecipanti al vertice dei ventisette in grado di passargli la palla per segnare? Non sembra. O forse nessuno gliela passa perché si è smarcato in una posizione di fuorigioco? Se così fosse, si è smarcato male, dunque dovrebbe risalire al di sopra della linea segnata dall'ultimo difensore. E chi sarebbe l'ultimo difensore, lo stopper insuperabile che con consente al centravanti italiano di segnare? 
Qui la risposta.
Resto tuttavia convinto che, seppur segnasse (uscendo di metafora: riuscisse a imporre la fine del Fiscal Compact e, di seguito, ad abolire l'abominevole legge costituzionale, approvata ai tempi del governo Monti, dell'obbligatorietà del pareggio in bilancio), Renzi - o chiunque altro al posto suo - non vincerebbe la partita della crescita e del rilancio dell'economia, dacché nel perimetro del capitalismo l'unica cosa che è possibile rilanciare - soprattutto per lo stato italiano - sono i debiti.

sabato 13 agosto 2016

Il clima geopolitico mondiale

"Signor sindaco - scrive in una lettera l'Anpi - per la prima volta nelle ricorrenze della giornata della Liberazione di Firenze dall'occupazione tedesca (11 agosto 1944, ndr), nessun rappresentante dell'Anpi, erede dei partigiani che combatterono per la cacciata dell'esercito nemico, lasciando sul terreno, secondo le cronache, 205 morti e 435 feriti, è stato invitato a prendere la parola in ricordo di quella giornata, che meritò alla città la prima medaglia d'oro della storia repubblicana da parte del capo del Governo Ferruccio Parri. Riteniamo incomprensibile e grave tale scelta in primo luogo verso le partigiane ed i partigiani che hanno combattuto per la città di Firenze".
A replicare è Cristina Giachi, vicesindaco di Palazzo Vecchio: "Nessuna dimenticanza e nessuna volontà di escludere, il Comune di Firenze è orgoglioso e fiero della propria storia antifascista e della medaglia d'oro conquistata durante la Resistenza". Quest'anno, ricorda Giachi, "il clima geopolitico mondiale e i recenti accadimenti terroristici hanno suggerito al sindaco di affrontare i temi della libertà religiosa e della convivenza civile tra popoli, collegandoli alla Liberazione".

Dato che più e più volte i rappresentanti dell'Anpi hanno dichiarato che voteranno No al prossimo referendum sulle riforme costituzionali¹; e, inoltre, dato che forse avrebbero ricordato ad alta voce ai fiorentini tale intendimento, allora il sindaco Nardella ha deciso di non dargli voce e parlare  di altre cose, tra le quali di «libertà religiosa», in particolare della sua professione di fede. Indovinate quale.
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¹«È un obbrobrio dal punto di vista della democrazia ed è scritta male tecnicamente. Cos'altro possiamo fare se non dire no?». Il numero uno dell'associazione dei partigiani, Carlo Smuraglia, ha poi aggiunto: «Tolgono potere di rappresentanza ed esercizio alla sovranità. Siamo obbligati a impegnarci perché la Costituzione non venga stravolta».

venerdì 29 luglio 2016

Il giardino dei semplici

A margine del CDM di ieri, alcune annotazioni:

a) Camminando per boschi, alcuni alberi mi hanno rivelato che i forestali avrebbero gradito non "finire" dentro i carabinieri per non diventare un corpo militarizzato, cioè a dire, avrebbero preferito entrare nella polizia di stato. Sono stati i carabinieri (gli alti comandi) a fare carte false per accorparli (non accopparli) perché la benemerita, porella, in parecchi casi, paga l'affitto delle caserme, mentre i forestali hanno un grande patrimonio immobiliare che - si vocifera tra latifoglie e aghifoglie - finirà nelle braccia dell'arma (gioco parole bilinguistico).

b) Riguardo a un possibile rinnovo contrattuale degli statali, il presidente del consiglio ha affermato che il governo è pronto «a mettere più denari purché sia chiaro che chi lavora in Pa deve essere premiato e chi fa il furbo va punito». Domande: chi lavora con furbizia, va punito con arguzia? Cosa s'intende esattamente con fare il furbo? Trovare espedienti per non lavorare, come ad esempio timbrare il cartellino e poi non andare in ufficio bensì a fare i cazzi propri? Se sì, secondo me questa non è furbizia, bensì delinquenza semplice perché chi la compie mette in atto una condotta illegale, commette cioè un reato. Ora, secondo me, a chi delinque e la fa franca, se gli dici furbo, gli fai un complimento. Chiamiamolo stronzo, ché forse, avendosene a male, potrebbe ingenuamente scoprirsi e quindi autodenunciarsi di presunta furbizia e beccarsi da solo con le mani nel sacco.

c) Durante la conferenza stampa, il presidente del consiglio si è lasciato andare alla seguente, roboante dichiarazione:
«Quello che sembrava impossibile sta accadendo, semplificare questo Paese. E invece andiamo in quella direzione, rendere sempre più semplice governare il nostro Paese».
La semplificazione di «questo Paese» è relativa alla modalità con la quale sarà - a suo dire - «più semplice governare il nostro Paese». E da cotanta semplicità che cosa consegue? Sarebbe bello rispondere: un cazzo, invece tocca, ahinoi, rispondere: tanta complicazione, giacché la semplicità, nella presente azione di governo, comporta quasi sempre faciloneria, pressapochismo, fretta nel prendere provvedimenti, nello stabilire decreti, nel formulare leggi che poi, puntualmente, si verificano essere delle grandi sciagure per i (ri)governati, ossia per i cittadini che subiscono la semplicità al governo. 

mercoledì 15 giugno 2016

Siano crocifissi

«Chi volete che vi rilasci: il parlamentare che ha dato la tessera a un collega perché voti al suo posto mentre lui è andato a fare i cazzi sua, o il furbetto che ha timbrato ed è andato a fare la spesa per non perdere la promozione sottocosto?» 
Bizio Capoccetti, Sulle tracce di Tiziano Terziani, Edizioni Stocazzo, Roma 2016.




La storia insegna che in ogni società, nei momenti di crisi, chi è al potere, per ingraziarsi il beneplacito del popolo, dia volentieri luogo a pratiche sacrificali. Ma se una volta si aveva la tragedia dei sacrifici umani dei prigionieri di guerra o nemici del popolo, oggi si ha la farsa del licenziamento dei furbetti.
A me, cristianamente parlando, dispiace che il Consiglio dei ministri del Governo Renzi non abbia preso questi provvedimenti in tempo per la settimana santa. Almeno dopo tre giorni qualche furbetto avrebbe potuto risorgere alla faccia di madonna Madia.

martedì 14 giugno 2016

Pensione revolving

La rata del prestito pensionistico per chi dovesse anticipare volontariamente l'uscita dal lavoro di 3 anni rispetto all'età di vecchiaia potrebbe arrivare al 15% della pensione per i vent'anni nei quali si ripaga il prestito. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del consiglio Tommaso Nannicini rispondendo ai cronisti su quale possa essere la rata massima per l'anticipo della pensione. [Ansia]
Poniamo che, se va in porto questo progetto, un lavoratore scelga di anticipare di tre anni il congedo pensionistico e che l'importo netto della sua futura pensione sarà intorno alle 1.000/1.200 euro (considero le vacche grasse del sistema contributivo).
In tal modo, dovrà restituire all'Inps i contributi mancanti ricevuti in anticipo, con un piccolo prestito ventennale pari al 15% dell'assegno mensile percepito.

O vediamo: il 15% di 1.000 euro è 150€, mentre di 1.200 è 180€.

Dunque

a) 150€ al mese per 12 che sono i mesi che ci sono in un anno per 20 che sono gli anni = 36.000€
b) 180x12x20 = 43.200€

Un modo da figli di puttana per far pagare la liquidazione ai lavoratori.

domenica 17 gennaio 2016

Etica vuole

Come ripete spesso Olympe de Gouges, lo stato italiano starà in piedi finché saranno pagate le pensioni e gli stipendi statali (e parastatali), più finché una certa quota di imprese riuscirà a reggere alla competizione internazionale. Dal ponte di comando sanno tutto ciò e, per sostenere il sistema, fanno principalmente due cose: legiferano per rendere più schiavo il lavoro e più libero il capitale; continuano a indebitarsi vendendo titoli del tesoro a un ritmo forsennato.

Ma la sostenibilità ha un prezzo che, per il momento, chi è sul ponte di comando (renziani e affini) pensa di pagare anche abbaiando contro gli sprechi, quelli degli statali soprattutto.
Spiega a Repubblica il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia: «Brunetta e i sindacati dicono sempre che le norme già ci sono. Ma a noi non interessa la norma come esercizio accademico, le leggi, secondo noi, devono incidere sulla realtà delle cose: chi truffa va a casa senza stipendio in 48 ore». E il diritto – come sottolineano in particolare i sindacati – di difendersi? «Se ti ho filmato che timbri per un altro, se timbri e vai a fare un altro lavoro oppure te ne torni a casa tua cosa c’è da difendersi? Etica vuole che in 48 ore sei fuori dalla pubblica amministrazione senza retribuzione».
Bu-bu, bu-bu. Abbaiatori.
Certo, qualche morso sarà dato e qualcuno - ahiloro - sentirà male: ben gli stava, visto che potevano timbrare e stare in ufficio a leggersi Aristotele o Spinoza (tanto chi gli rompeva i coglioni, la Madia?).
A ogni buon conto, tra un quarto di secolo o giù di lì, stante il blocco delle assunzioni, i demagoghi al potere non potranno né abbaiare né tantomeno mordere nessuno.
Pubblicato il Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato relativo al 2014 sugli stipendi degli statali. Le retribuzioni medie annue pro capite sono scese dello 0,5% rispetto all'anno prima. L'importo medio annuo si ferma a 34.348 euro, con 175 euro in meno rispetto al 2013. Solo nel 2008 troviamo un valore più basso (nel 2009 era a 34.522 euro).
L'età media dei dipendenti pubblici ha raggiunto nel 2014 i 49,2 anni, in aumento di quasi sei anni rispetto ai 43,5 del 2001.La Ragioneria generale dello Stato spiega che questo è l'effetto del blocco del turn over e della stretta sui pensionamenti; con la prosecuzione della stretta sulle nuove assunzioni "è pressoché certo che l'età media complessiva supererà i 50 anni forse già a partire dal 2016". Secondo la Rgs nel 2019 l'età media dei dipendenti statali sarà di oltre i 53 anni.

Morderanno se stessi, forse.

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A scanso di equivoci: so benissimo che, in rapporto ai dipendenti privati, i dipendenti pubblici hanno maggiori diritti (qualcuno potrebbe dire a giusto titolo: privilegi). So benissimo che tra lavorare per un prenditore di lavoro e lavorare per lo Stato ci sono delle differenze innegabili. Si potrebbero fare numerosi esempi. Ma questa storia del ciccino bello che fa la voce grossa sui singoli mentecatti che timbrano e poi non vanno al lavoro ha veramente fracassato i coglioni. Dirò di più: perché non osano i politici fare un discorso generale sul pubblico impiego? Perché rappresenta il più grande bacino elettorale di riserva. E non solo: vedete quell'importo di trentaquattromila e rotti euro (lordi) annui? Servono per: una partita di giro per finanziare lo Stato; per pagare la propria sussistenza (grande e piccola distribuzione, mobilità - domandate a Marchionne chi cazzo compra le Panda -), il turismo stagionale di massa; e, per i più parsimoniosi, per comprare obbligazioni subordinate all'Etruria. Rarissimi comprano kalasnikov.

Il punto è che lo Stato potrebbe anche fare a meno della metà dei dipendenti pubblici attualmente in carica (e in effetti almeno la metà è in sovrappiù soprattutto in certe zone e in certi enti di straordinaria produttività fancazzista) ma... e poi? Sarà questa la vittoria?

Manco per il cazzo, ciccini.

sabato 25 luglio 2015

Ce la farete eccome

Ogni mese circa, Matteo Renzi scrive una lettera (enews) in cui elenca le cose fatte dal governo che presiede. Il tono è sempre quello di uno che scrive più per blandire che per interloquire con il lettore, che presume amico e sostenitore. Sono lettere patetiche, ma hanno il merito di definire con chiarezza lo stato di egolatria che affligge l'estensore.
«A chi dice: "non ce la farete mai", voglio che arrivi il mio grazie più sincero. Sono gli stessi che dicevano: 80 euro? Non ce la farete mai. Legge elettorale? Non ce la farete mai. JobsAct? Non ce la farete mai. Expo? Non ce la farete mai. Alto rappresentante UE? Non ce la farete mai. Divorzio breve? Non ce la farete mai. Responsabilità civile dei magistrati? Non ce la farete mai. Centomila assunzioni sulla scuola? Non ce la farete mai. Questo ritornello ormai ci fa compagnia. E ci porta fortuna. Quindi, grazie.»
Chi sono coloro che dicono «Non ce la farete mai»? Secondo me, coloro che lo dicono, se ci sono, non sono necessariamente detrattori dell'azione di governo. Anzi. L'affermazione «Non ce la farete mai», in potenza, potrebbe persino racchiudere un auspicio: che il governo possa farcela, speriamo ce la faccia. Casomai, coloro che paventavano la realizzazione dei vari provvedimenti governativi avranno detto di volta in volta: «Sta' a vedere che alla fine ce la faranno davvero a far approvare quella merda legge».
Là dove uno vede intorno a sé dei gufi, i gufi vedono davanti a sé soltanto un topo (cacche annesse).

Inoltre: delle riforme elencate in forma interrogativa, ne spicca una che viene definita in modo parziale, esaltando soltanto uno dei provvedimenti ad essa collaterali: specificamente, anziché dire «Riforma della scuola», Renzi ha preferito scrivere «Centomila assunzioni sulla scuola». Ebbene, si è limitato a ciò perché della riforma nel suo complesso non osa vantarsi?

Io capisco che da uno così può capitare a chiunque di comprare una pentola; però se torna l'indomani a venderti il coperchio uno compra anche quello, sì, ma per darglielo in testa.

sabato 22 febbraio 2014

Non facciamo tante cerimonie

Edward Gorey

Ho letto e ascoltato alcuni lamentarsi che Renzi avrebbe potuto confermare questo o quel ministro (Kyenge, Bray, Bonino, i più gettonati per le lamentazioni; mi stupisce, altresì, che alcuno pianga l'assenza di Cancellieri). Il fatto è che Renzi si è trovato davanti a una scelta: tenersi il meno peggio oppure il peggio e basta. Ha scelto la seconda opzione. D'altra parte doveva accontentare a pieno il Nuovo Centro Destra (e infatti, per un Quagliarello che è uscito, tre enneciddini hanno ritrovato la riconferma del ministero che già ricoprivano nel precedente governo) e promuovere due ministri del Pd: Orlando dall'Ambiente alla Giustizia e Franceschini dai Rapporti col Parlamento ai Beni Culturali [*].
Inoltre, la scelta di Renzi nel cambiare i ministri che non avevano demeritato è motivata dal fatto che, se avessero continuato il loro “buon” lavoro, il merito sarebbe stato ancora di Letta nell'averli precedentemente scelti, e non suo.

Interessante è stato anche aver dato l'incarico di un ministero senza portafoglio a una donna in stato interessante; per di più, se non ho capito male, all'ottavo mese, proprio per dimostrare al mondo del lavoro che le donne possono andare a lavorare anche in quelle particolari condizioni, mica come tante fichelesse che non fanno a tempo a concepire che, zacchete!, ti mandano il certificato e stanno a casa quindici mesi [**]. Vedrete, Madia farà meglio di Rachida Dati, ministro francese ai tempi di Sarkozy, la quale dopo due o tre settimane dal parto, fu di nuovo pronta per svolgere la sua attività di ministro - e ci mancherebbe altro, sennò Marianna Madia che diamine di semplificatrice sarebbe? Anche in virtù del fatto che, quando uno diventa ministro, naturalmente si forma attorno una cerchia di sottosegretari e assistenti vari che ti vegliano la notte al posto tuo, volendo. 

Infine, una particolare menzione al booty di Maria Elena Boschi: la penserò, con tutte le conseguenze del caso.
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*Spero il ministro Giannini mi suggerisca per il Cern.
**Questo fenomeno accade particolarmente nel settore pubblico. A scanso di equivoci: io non metto in dubbio la validità delle ragioni che certificano il congedo maternità delle lavoratrici. Di più: se fossi io il legislatore, aumenterei considerevolmente i giorni di astensione “obbligatoria” retribuita al 100% sia durante la gravidanza che post parto - e ai prenditori di lavoro (pubblici o privati) che fanno pressioni di qualsiasi tipo alle donne incinte (o che vorrebbero rimanerlo ma che rimandano per paura di perdere il posto di lavoro) per non avvalersi degli imprescindibili diritti della maternità, ecco... gli farei baciare non la croce, no: ma la Costituzione.