Visualizzazione post con etichetta Obama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Obama. Mostra tutti i post

martedì 9 maggio 2017

Educare alla leadership

Ma quello che mi ha colpito è il progetto che Obama ha per i prossimi anni [è] soprattutto un lavoro strutturato e capillare di formazione di giovani leader in tutto il mondo. Perché questo è il punto chiave per il futuro: nel mondo della post-verità e delle fake news educare all'approfondimento, alla leadership, allo studio una generazione di persone che sono già interconnesse e che insieme possono cambiare la società globale. La nuova generazione, insomma, è quella che può sconfiggere il populismo con il proprio impegno. I ragazzi come i depositari della sfida più intrigante del nostro tempo: persone su cui scommettere, facendo leva sull'ottimismo e sulla tenacia. 

Educare alla leadership.
Io non lo credo - anche se molti lo attestano - che Matteo Renzi sia un leader. Orbene: ammesso e non concesso che lo sia, chi lo avrebbe educato, lui, alla leadership? I’ su’ babbo?

Nessuno. Non si può educare nessuno a essere un leader. È probabile che leader sia chi crede di esserlo, ma può esserlo (o diventarlo) un leader, soltanto  se vi sono (o vi saranno) persone disposte  a credere che lo sia. 
Il problema, dunque, è ribaltato: per Obama, come per tutti quei cazzoni più o meno simpatici, più o meno affabili e forbiti che sono (stati) considerati leader, non è tanto importante formare leader,  piuttosto è educare le persone a credere che vi sia bisogno di un leader, uno che ci guida e ci conduce, basta fare una croce sulla casella giusta il giorno delle elezioni e poi il resto è fatto, viva la democrazia.

lunedì 28 settembre 2015

Tiranni senza memoria

«C'è qualcuno che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l'alternativa è molto peggio», 
ha detto il presidente Obama, all'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

«La mia memoria è labile» canta Paolo Conte, quindi mi limiterò a ricordare soltanto pochi tiranni sostenuti dagli USA, dal dopoguerra ad oggi: 

  • Franco
  • Batista
  • Pinochet
  • Videla
  • Noriega
  • Somoza
  • Sukarno
  • Saddam Hussein (finché gli faceva comodo)
  • Mubarak
  • Salman, attuale monarca assoluto d'Arabia
  • Altri monarchi o emiri o sultani o salcazzo arabi,
  • [...]
Tanta brava gente che andava e che va sostenuta perché l'alternativa, foss'anche democratica, era ed è molto peggio. Per gli americani, dunque per leggi puttane della democrazia e della libidinosa libertà.

§§§

È indubbio che le mosse di Putin mirano a salvaguardare e/o potenziare il tornaconto della propria nazione. Ma gli interessi della potenza russa si avvicinano più o meno all'interesse generale rispetto all'interesse particolare degli USA?
Sarò improvvido, ma io credo che, nella situazione data, meriterebbe anche Putin, quanto e più di Obama, di avere il premio nobel per la pace.

martedì 9 giugno 2015

Le decisioni della Casa Bianca colpiscono chi?

«Vladimir Putin - ammonisce il presidente degli Stati Uniti - deve scegliere se continuare a isolare il suo Paese e a distruggere la sua economia, nello sforzo sbagliato di ricreare i fasti dell’impero sovietico. Oppure se riconoscere che la grandezza della Russia non dipende dalla violazione dell’integrità territoriale e della sovranità di altri Stati». Una violazione che - sostiene Obama - nel caso dell’Ucraina non è mai cessata. Per questo gli Usa e l’intero G7 si dicono pronti non solo a prolungare oltre il prossimo luglio le attuali sanzioni verso la Russia, ma anche a decidere nuove misure restrittive se ciò si renderà necessario. «Ci sono già discussioni a livello tecnico, anche se non ancora a livello politico», spiega il presidente americano, sottolineando l’esigenza di «essere preparati» di fronte a un Cremlino che dovesse insistere con quella che a Washington viene considerata una politica di aggressione. 
La risposta di Mosca non s’è fatta attendere. «Ci riserviamo il diritto di reagire conseguentemente a tutte le iniziative “non amichevoli” compiute contro di noi dagli Usa», si legge in un rapporto del ministero degli Esteri, diffuso non a caso nelle ore conclusive del G7. Per le autorità russe l’obiettivo dell’amministrazione Obama è solo quello di «aumentare la pressione delle sanzioni contro la Russia, per indebolire la sua economia e creare le condizioni per destabilizzare la situazione politica interna del Paese». 
È lo stesso presidente Usa a fare il quadro delle conseguenze, a suo dire devastanti, delle sanzioni: «La Russia è in profonda recessione. Il rublo e gli investimenti stranieri sono in calo. L’inflazione sale. La banca centrale russa ha perso riserve per oltre 150 miliardi di dollari. Le banche e le imprese russe sono virtualmente fuori dai mercati internazionali. Le società energetiche faticano a importare i servizi e le tecnologie di cui hanno bisogno». Dunque - le conclusioni di Obama - le decisioni del Cremlino «stanno colpendo innanzitutto il popolo russo». E su questo Putin dovrebbe riflettere. 

Da premio nobel per la pace a premio nobel per la brace. Nel senso che - di questo passo - basterà una scintilla e il mondo riprenderà fuoco. 
Fatta la battutina del cazzo che non serve a niente, voglio rincrescermi pubblicamente per quanto segue: se sette/otto anni fa mi avessero detto: vedrai cambierai idea su Obama e su Putin, avrei risposto: impossibile: come poter preferire la democrazia all'autoritarismo l'autoritarismo alla democrazia?
Nello specifico della su riportata dichiarazione di Obama: è palese che le accuse che rivolge a Putin dovrebbe rivolgerle in primo luogo alla nazione che presiede; infatti: come cazzo si fa ad accusare uno Stato di “ricreare i fasti dell'impero sovietico” senza riconoscere che, per mantenere la propria posizione imperiale, gli USA stanno mandando a puttane la presunta pace mondiale auspicata dopo la fine della caduta dell'URSS? Obama è un bue che dice... eccetera.
La Russia viola l'integrità territoriale? Porcadellamericaputtana: è da più di un secolo che gli USA sono presenti  ovunque a violare l'integrità territoriale altrui - si ricorda di striscio quello che fecero a Sigonella. 
Infine, la colpa della recessione russa è di Putin o di coloro che hanno preteso e pretendono l'embargo? 

venerdì 17 aprile 2015

Hanno parlato anche del caciocavallo

Considerato che, come è stato ammesso in conferenza stampa, durante il bilaterale hanno affrontato l'argomento, sarei curioso di sapere se Renzi ha chiesto a Obama dell'opportunità d'inviare istruttori militari USA in Ucraina ( i paracadutisti americani della 173ma brigata aviotrasportata) per addestrare le truppe dell'esercito ucraino.

Vana curiosità retorica, lo ammetto, che mi serve tuttavia per domandare, riguardo agli omicidi politici che decimano gli oppositori al governo di Kiev, perché lo sdegno mediatico internazionale è estremamente più contenuto in rapporto all'omicidio Nemcov? In altri termini: se putacaso Renzi avesse in calendario una visita ufficiale in Ucraina, andrà a depositare fiori sul luogo dov'è stato assassinato Oles Buzina

- No, opere di bene.

domenica 18 dicembre 2011

In a paradoxical way

Ha un bel dire Obama nel vietare Facebook alle figlie, tanto le figlie cosa gliene importa di Facebook, mica devono fare tanto per essere qualcosa, sono già le figlie di Obama e questo basta per renderle aristocratiche in automatico.
Le figlie di Obama sono già vive, non hanno bisogno di surrogati virtuali, di protesi esistenziali. Sono già belle presenti nella memoria collettiva come figlie del primo presidente di colore della storia degli USA. In fondo, poi, sono giovani; è sufficiente che non si annoino troppo del loro troppo avere, ché il loro essere vivrà bene senza tanti sforzi per dimostrarlo.

Facebook oggi, e insieme tutti i social network, sono dei grandi calderoni dove l'individuo cerca faticosamente di emergere, tirando su la testa, o facendo vedere al mondo (dieci, cento, mille che siano gli "amici") che cosa e come egli pensa, parla, viaggia, legge, ascolta, vede, mangia, respira, in una parola: vive. 

Non ci si accontenta più di vivere nel nostro piccolo, occorre affacciarsi alla finestra-mondo per farsi notare, vedere, perché sono gli occhi e le orecchie degli altri che ci garantiscono l'esistenza. Noi siamo affamati d'essere, ognuno in vario modo, chi più chi meno, d'accordo, ma comunque, tutti noi patiamo il male ontologico.
«So far as we are human, what we do must be either evil or good: so far as we do evil or good, we are human: and it is better, in a paradoxical way, to do evil than to do nothing: at least we exist.» T.S. Eliot
«È meglio, paradossalmente, fare il male che non far niente: almeno esistiamo». C'è un'enorme carica di risentimento individuale là fuori, e sono convinto che, non so quanto consapevolmente, il Potere cerchi di canalizzarla verso forme depotenziate che non rischino di scalfirlo*. La guerra tra poveri, per esempio.
Non so dire se anche con i social network il medium sia il messaggio. Tuttavia, essi sono molto meno controllabili della televisione. Il problema è la dispersione, il fatto che tutti noi, chi più chi meno, siamo lanciati verso un'autoaffermazione che assomiglia alla gara degli spermatozoi durante un'eiaculazione. Vogliamo essere i primi e i soli. Ma contrariamente a quanto accade al vincitore della gara del concepimento, nel mondo dei viventi adulti e vaccinati succede che chiunque vinca non partorisca niente se non l'effimero successo del suo piccolo-grande sé. Ma a cosa serve tutto ciò? Cosa serve applaudire l'uno per la sua genialità, per la sua presunta esistenza moltiplicata? 

E se invece provassimo a esistere insieme? Se infatti, come per magia, curassimo la nostra malattia ontologica per sovvertire l'ordine delle cose, per autodeterminarsi interamente senza farci prender per il culo da un potere che, in ogni parte del mondo, scova modi sibillini per perpetuare se stesso, facendo godere un piccolo numero di benestanti che vogliono continuare a mangiare brioches calde alla mattina?

*Federica Sgaggio e Olympe de Gouges se ne sono accorti da tempo e oggi svelano molti arcani del pensiero emergenziale del governo salva-Italia e, nella fattispecie, del ministro Fornero. È un caso, o il Veneto è una buona culla per i rivoluzionari?

giovedì 6 ottobre 2011

Aspettando un altro tipo di rivoluzionari

L'unanime riconoscimento del valore di Steve Jobs e della sua influenza nel mondo dell'informatica e, di conseguenza, nel mondo della comunicazione e del pensiero, è ampiamente giustificato. Niente da aggiungere su questo, se non che tutte le sue invenzioni rientrano pacificamente all'interno del sistema. Steve Jobs, per quanto grande e "profetico", non ha, coi suoi prodotti, spinto l'umanità verso un immaginario diverso da quello del sistema di produzione capitalistico. Voglio dire: nessun iMac, iPod, iPhone, iPad ha consentito sinora all'umanità di risolvere il problema principale che mette a repentaglio la vita del pianeta: il fatto che una stronzissima minoranza di fottuti pezzi di merda possegga una quantità di capitale, indescrivibilmente enorme, in rapporto alla moltitudine - ricreando di fatto le condizioni per la rinascita di nuove forme di schiavitù.

Tuttavia, se un giorno tutti questi meravigliosi apparecchi della Apple diventassero strumento di conoscenza e non di ottundimento mentale, e si trasformassero in "visionarie" bombe a mano che abbattono i palazzi del potere (Wall Strett in testa), allora e solo allora potremmo dare a Steve Jobs la patente di rivoluzionario. 

Resta però il fatto che Steve Jobs sia riuscito sempre a indicare vie nuove per il mondo dell'informatica.
Mi piacerebbe che ci fosse, nei prossimi trent'anni, qualcuno che, in campo politico, possa essere ricordato, quando muore, nella stessa maniera in cui è ricordato ora Jobs. Speravo tanto in Obama ma, per ora, se si potesse paragonare la carriera politica del presidente americano a quella di Jobs, dovremmo pensare che egli si trova nella fase in cui è stato “emarginato” dalla sua stessa azienda (come accadde, in fondo, al fondatore della Apple). Bene, speriamo che anche Obama nei prossimi mesi (e spero anni) riesca a riprendere in mano il suo potere di presidente e a mettere in pratica quelle quattro o cinque idee per quali lo salutammo tutti come una speranza.
Pensaci Barack, provaci. Te ne saremo grati.

venerdì 10 luglio 2009

La stretta di mano



«La concezione mimetica è in grado di spiegare quei conflitti che sembrano scoppiare e aggravarsi con facilità sconcertante tra individui che nessun desiderio in comune divide o riunisce?
Per rispondere a questa obiezione, prendiamo un esempio insignificante e normale: voi mi tendete la mano e, di ricambio, io vi tendo la mia. Quello che compiamo insieme è il rito inoffensivo della stretta di mano. L'educazione esige che, davanti alla vostra mano tesa, io faccia lo stesso. Se, per una ragione qualunque, io rifiuto di partecipare al rito, rifiuto di imitarvi, qual è la vostra reazione? Anche voi ritirate subito la vostra mano, dimostrando nei miei confronti una diffidenza almeno uguale o probabilmente superiore a quella che io manifesto verso di voi.
Niente di più normale, di più naturale di tale reazione - pensiamo -, eppure basta una minima riflessione per scoprirne il carattere paradossale. Se io mi sottraggo alla stretta di mano, se rifiuto insomma di imitarvi, allora siete voi a imitarmi riproducendo il mio rifiuto, copiandolo.
L'imitazione che doveva concretizzare l'accordo risorge, cosa strana, per confermare e rinforzare il disaccordo. Una volta di più, in altri termini, l'imitazione trionfa, e allora si vede bene in quale maniera rigorosa, implacabile la doppia imitazione strutturi tutti i rapporti umani.
Nel caso che ho presentato, e che si verifica in ogni momento, l'imitatore diventa modello e il modello imitatore, e l'imitazione risorge precisamente da quello che essa si sforza di negare. Insomma, non appena una delle due controparti lascia cadere la fiaccola del mimetismo, l'altra la raccoglie, non per rinsaldare il legame in procinto di rompersi, bensì per confermare la rottura riproducendola mimeticamente».


René Girard, La pietra dello scandalo, Adelphi, Milano 2004 (pag. 27-28))


Obama, lì per lì un po' rigido, fa un passo avanti e tende la mano a Gheddafi. L'altro, forse più esitante, la prende tenendola vicino a sè. E Barack fa di più mette anche l'altra mano a stringere tra le sue quella dell'antico nemico, come si fa con un vecchio amico. La scena si è poi ripetuta durante la cena: Obama si è alzato, ha raggiunto Gheddafi e gli ha stretto di nuovo la mano, quasi a ribadire la cosa davanti a tutti.

domenica 22 febbraio 2009

Ingerenze giornalistiche



Gentili redattori del Time, potreste per favore farvi i cazzi vostri?

Non so nulla, ma secondo me può essere che il Renzi abbia qualche infiltrato nella redazione del settimanale statunitense.