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giovedì 27 agosto 2015
lunedì 4 novembre 2013
Desiderio e potere
«Hanno detto a chi le interrogava e le assisteva nell'interrogatorio, non vogliono essere chiamate né bambine né prostitute: non si sentono né l'una né l'altra. Gli psicologi forensi hanno scritto nelle loro relazioni, dopo i colloqui, più o meno così: “L'idea di sé di queste ragazze corrisponde ad un'età molto maggiore di quella anagrafica. Anche l'aspetto - l'abbigliamento, gli accessori, i tatuaggi, il trucco - tradisce l'ansia di apparire adulte. In ogni caso non si percepiscono come vittime di violenza sessuale, hanno al contrario l'impressione di dominare la situazione. Sono loro che tengono in pugno le persone che incontrano e a cui chiedono denaro, pensano. Sono loro che decidono che cosa fare e con chi, percepiscono gli uomini come deboli, ne parlano con disprezzo e sarcasmo, non attribuiscono al fatto di cedere il corpo in cambio di denaro nessun disvalore. Considerano anzi il fatto di suscitare desiderio una forma di potere”. È un potere, suscitare desiderio.» Concita De Gregorio, “Gli amori disperati”, La Repubblica.
L'intera storia della vicenda la trovate nell'articolo. Una storia molto triste. Provo a uscirne, dalla tristezza, e a concentrarmi sull'estratto riportato, in particolare su questa frase: le ragazze «considerano [...] il fatto di suscitare desiderio una forma di potere». Boom. Tanta saggezza e non hanno ancora conseguito il diploma di maturità. Dove avranno imparato tale segreto? Chi glielo avrà rivelato? Quali modelli avranno seguito - perché di una cosa siamo sicuri, è vero: non lo avranno scoperto da sole questo segreto, ma lo avranno visto in azione da qualche parte il potere del desiderio. Dove? In televisione (un video maialotto su mtv), al cinema, ai concerti, su facebook? Non ha importanza, basta poco, basta il fiuto, come accadde a Salomè, il desiderio è come un'onda radio che trova sempre antenne capaci di ricevere e trasmettere, alla propria mente, il segnale.
Altra cosa. Prendiamo due estremi, questo delle due ragazze minorenni che facevano sesso a pagamento di loro spontanea volontà (lasciamo perdere quanto la volontà di una minorenne possa risultare “spontanea”), e quello di due ragazze della stessa età, ad esempio pakistane o indiane (di religione o musulmana o indù) che sono costrette a sposarsi per procura e a diventare schiave dei loro mariti. Bene, quale dei due destinacci infami è meno peggio?
Sarò un irresponsabile¹, tuttavia mi sembrano meno vittime le due regazzine di Roma perché, apparentemente, hanno scelto loro come usare e sfruttare il capitale costituito dal loro corpo; insomma, sono state libere di e non costrette a prostituirsi² (nondimeno, vanno perseguiti senza equivoci coloro che le hanno coadiuvate a svolgere tali pratiche prostitutive, e altrettanto tanto gli utilizzatori finali).
¹Irresponsabile perché ho due figlie (terza media, quinta elementare: non sono i loro nomi e cognomi), le quali, dato il contesto storico-sociale, hanno molta più probabilità di comportarsi come le due ragazze di Roma, di quanta invece io le costringa a sposare per procura un un imam, un brahmano, un rabbino o un pastore anglicano. Potrei, ancor più irresponsabilmente, pormi questa domanda: tra una figlia che decide di diventare puttana per mantenersi il
telefono e una figlia che mette il velo perché si è innamorata di un imam, cosa preferirei scegliere? Faccio prima a rinunciare alla patria potestà.
²Come sono state (e sono) costrette, invece, moltissime giovani peripatetiche dell'Europa dell'Est o di altrove.
sabato 5 gennaio 2013
Animal capax gaudium
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| Geoffroy de Boismenu, A short history of sex |
I blog hanno perso consistenza e due blogger (un giornalista professionista, Vittorio Zucconi, e uno no, anche se scrive editoriali per testate online, ma bravo, molto bravo, Leonardo Tondelli) scrivono che i blog sono destinati a morire, dato il loro declino in termini di chiusure o inattività (del blog).
Sarà vero? Sarà vero.
Twitter adesso la fa da padrone nello spazio memetico del dire.
Twitter è più immediato, veloce e dà l'illusione, mediante la brevità del dire, che una sentenza, aforisma, massima, battuta (tweet) riesca a definire, a catturare, a sputtanare il mondo là fuori, che si subisce o si osserva. Ogni tweet è un giudizio sommario, a volte anche geniale, sulla realtà.
Anch'io uso twitter, con parsimonia, soprattutto per rimandare ai miei post, compiendo così atti di autocompiacimento (uso meno facebook, se non per rimandare automaticamente quanto condivido su twitter).
Non mi piace la costrizione delle battute, non mi piace la rincorsa alle battute.
Il mezzo non è il messaggio.
I blog destinati a scomparire sono quelli che si prefiggono uno scopo che vada aldilà del mero principio di piacere (piacere inteso come godimento personalissimo).
I blog servono a dare voce a una concatenazione di pensieri che sarebbero destinati o a non essere espressi, o a esserlo, però sotto forma di quaderni o moleskine o documenti di testo elettronici.
Ma se sono e rimangono luogo di letture piacevoli, di argomentazioni che vanno di palo in frasca, di opinioni che cercano volutamente di sfuggire al canone degli editoriali giornalistici, i blog conservano il loro fascino, la loro attrattiva.
I blog come luogo di pensiero che si fa corpo, di pensiero che si vuole cosa, oggetto, «sostanza godente» (J. Lacan, Le Sèminaire, Livre XVIII).
«Il desiderio, afferma Lacan, “viene dall'Altro” nel senso che la sua è una dialettica che per quanto “infinita” implica l'Altro come destinatario fondamentale. Diversamente, afferma sempre Lacan, il godimento “viene dalla Cosa”. Siamo dunque messi di fronte a una opposizione binaria netta: desiderio/Altro, godimento/Cosa. Il godimento, infatti, in contrasto con il desiderio, non manca di nulla. La sua esperienza è piuttosto quella di una abolizione della mancanza». Massimo Recalcati, “Il fondo oscuro del desiderio. Note su Sartre e Lacan”, Aut Aut, n. 315, anno 2003, pag. 113
Capisci a me, direbbe Di Pietro. Io continuo a scrivere perché, me tapino, scrivendo godo. Seghe mentali, ordunque. Ma scrivendo do corpo al godimento e tengo a bada il desiderio (che non è definibile se non al prezzo di una seria auto-analisi che non è il caso di fare ora), quindi faccio finta di non avere l'Altro che mi scandalizza e mi rompe le balle con la sua bella vita realizzata, mentre la mia, la mia, piena di contraddizioni e compromessi, di uggie e ubbie, di vuoti e di pieni, Parmenide aiuto, fammi diventare un eleatico.
giovedì 22 novembre 2012
Ho le palle sgonfie
Oggi, dopo tanto tempo, ho incontrato casualmente un'amica.
Con quest'amica parliamo di tutto, ma soprattutto: pochi convenevoli, andiamo dritti al punto di quello che ci preme dire e sapere.
Difficile nascondersi tra noi.
Così ci riveliamo e ci diciamo come stiamo realmente, quali cose veramente abbiamo vissuto con consapevolezza e non presi, come spesso accade, dall'inerzia.
Sempre di fretta, purtroppo, presi dagli impegni quotidiani, sappiamo benissimo che la promessa di un caffè preso con calma non avrà facile luogo.
Comunque è sempre un piacere vederci, perché la mia amica, tutte le volte, mi sorprende, anche con un'apparente sciocchezza, tipo questa: dato che ci scriviamo poco, se non rare mail e sporadici sms, ella mi ha chiesto: «Scrivi quali sono i tuoi veri desideri, quelli che riguardano te e non il mondo, perlomeno quelli che sai riconoscere come tali».
Io le ho domandato: «Quanti devono essere? Dieci come i comandamenti o sette come i peccati?».
E lei: «Boh, quanti ne vuoi, basta che li esprimi».
E così sono qui adesso, a cercare di raccoglierli, selezionarli, eventualmente elencarli (non ora).
Un'operazione della mente complicata, anche perché il desiderio ha molto a che vedere con l'essere. Mi torna in mente, come sempre, la lezione girardiana che fa, più o meno, così (cito a braccio): Una volta soddisfatti tutti i bisogni primari, l'essere umano desidera ancora, ma non sa esattamente che cosa. È l'essere che desidera, l'essere di cui si sente privo e di cui gli altri sembrano forniti. Egli soffre, (ripeto: una volta soddisfatti i bisogni primari) di una sorta di vuoto ontologico. Così l'essere umano si rivolge intorno a sé e inizia a guardare cosa gli altri desiderano; perché è attraverso i desideri che gli altri manifestano (più o meno direttamente) che essi indicano dove si trova l'essere. Il problema sorge quando i desideri convergenti entrano in conflitto scatenando, necessariamente, odî e rivalità. (vedasi La violenza e il sacro, cap. VI).
Perché ho detto questo?
Perché cercavo di depurare ciò che desidero veramente dal desiderio mimetico.
Potrò mai arrivare a disgiungere in me i due tipi di desiderio? In buona sostanza: sono un animale capace di desiderio autentico e non mediato da un qualsiasi modello?
Saper individuare i propri desideri (autentici o mediati) non è uno scherzo.
Scoprirli per cercare di soddisfarli o tenerli al guinzaglio è una delle vie per una sorta d'interiore tranquillità esistenziale.
Io vivo un periodo tranquillo. Ho - come mi diceva un mio amico prete quando andavo a messa - le palle sgonfie.*
*Non perché me le toccasse, eh!
P.S.
La lista cercherò di comporla ma, credo, sarà destinata a una comunicazione privata.
mercoledì 13 giugno 2012
Il melo di Adamo
«Se fossimo decaduti da un'innocenza
completa, totale, insomma vera,
la rimpiangeremmo con una tale veemenza che nulla potrebbe avere la
meglio sul nostro desiderio di recuperarla; ma il veleno era già in
noi all'inizio, un male ancora indistinto che si sarebbe poi definito
impadronendosi di noi e ci avrebbe segnati, caratterizzati per
sempre.»
E. M. Cioran, La chute dans le
temps, Gallimard, Paris 1964,
ed. it. La caduta nel tempo,
Adelphi, Milano 1995 (traduzione di Tea Turolla)
Oggi pomeriggio ho telefonato a una mia amica. Quando le telefono lei sa benissimo perché le telefono. Pochi convenevoli, va dritta al punto.
- Allora, come vanno le cose?
- Male, c'ho il veleno in circolo.
- Desideri troppo, come sempre. Il desiderio va somministrato a piccole dosi.
- Eppure avevo imparato, mi sembrava di sapermi regolare.
- Non si è mai abbastanza prudenti.
- E ora che faccio? Hai un antidoto, tesoro?
- No, lo sai benissimo che non esistono antidoti. L'unica soluzione è il tempo. E i chilometri.
- Dio, sei una fissata della relatività.
- Sì, essere relativi è l'unico metodo per sconfiggere la malattia degli assoluti.
- Sei fantastica, lo sapevi?
- Sì, lo sapevo.
- Vorrei abbracciarti.
- Lo stai facendo. Alla prossima.
mercoledì 15 luglio 2009
L'anima del piacere
CRESSIDA [...] Quando son corteggiate, le donne paiono angeli. Ma una volta conquistate, non son più nulla. L'anima del piacere sta nel perseguirlo. Se una donna amata non sa questo, vuol dire che non sa nulla; gli uomini, infatti, stimano tutto ciò cui ancora non hanno attinto molto più di quanto esso valga. E non è ancora nata quella donna che gusti l'amore soddisfatto quanto il desiderio che si fa supplice. Onde io insegno questa massima insegnata a me dall'amore: una volta conquistate, gli uomini ci comandano, ma per tutto il tempo che dura la nostra resistenza, continuano a supplicarci.
William Shakespeare, Troilo e Cressida (Atto Primo, finale Scena 2), trad. Gabriele Baldini, Rizzoli, Milano 1988
William Shakespeare, Troilo e Cressida (Atto Primo, finale Scena 2), trad. Gabriele Baldini, Rizzoli, Milano 1988
mercoledì 26 novembre 2008
La coquetterie

La civetta la sa più lunga di Freud sul desiderio. Non ignora che il desiderio attira il desiderio. Per farsi desiderare, dunque, bisogna convincere gli altri che ci si desidera da sé (...) La civetta cerca di farsi desiderare, perché ha bisogno di questi desideri maschili, rivolti a lei, per alimentare la sua stessa civetteria*, per comportarsi da civetta. Non ha, in altri termini, maggiore autosufficienza dell'uomo che la desidera, ma il successo della sua strategia le consente di sostenere l'apparenza, offrendo anche a lei un desiderio che può copiare. Il desiderio che le è rivolto è per lei prezioso, perché fornisce l'alimento necessario a un'autosufficienza che verrebbe meno se fosse totalmente privata dell'ammirazione. Come, insomma, l'ammiratore preso nella trappola della civetteria imita il desiderio che egli crede realmente narcisistico, così la fiamma della civetteria, per poter splendere, ha bisogno del combustibile fornitole dai desideri dell'Altro. La civetta è tanto più eccitante, e tanto più forte è la sua seduzione mimetica quanto più numerosi sono i desideri che attira.
René Girard, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo, Adelphi, Milano, 1983.
*Questo discorso vale oggi anche per gli uomini
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