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sabato 4 settembre 2021

Quello che plasma

«Non importa ciò che l'uomo raggiunge per mezzo della televisione: se una esplosione atomica, l'incoronazione di una regina o un concorso di bellezza [o i reparti di terapia intensiva]; e non importa chi sta seduto davanti allo schermo televisivo: se il contadino di un kolkoz siberiano o un sarto londinese o il proprietario di un distributore di benzina nel Colorado; il fatto che gli eventi ci giungano in stato fantomatico, privato di realtà, che il consumo di fantasmi si sostituisca a una reale esperienza del mondo resta in ogni caso lo stesso; esso, ed esso soltanto, è quello che decide; quello che plasma e trasforma l'uomo; quello che pregiudica il suo rapporto col mondo e il rapporto del mondo con lui.»

Günther Anders, "Il privato" (1958), in L'uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 1992 

lunedì 7 novembre 2016

Il congruista

«Esseri senza finestre», nel senso di Leibniz, naturalmente non sono mai esistiti. Ma noi, esseri «privi di pareti» non solo non siamo «monadi», ma addirittura i loro antipodi. E incomparabilmente più acuto del problema leibniziano – per quale miracolo gli esseri singoli, separati l’uno dall’altro, potrebbero tuttavia «armonizzare» l’uno con l’altro – è oggi il suo rovesciamento: cioè l’interrogativo, su quale base noi «congruisti» potremmo persuadere noi stessi che siamo ancora esseri singoli e ancora noi stessi.» Günther Anders, “L’individuo”, 1963, in L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 1992

Sarà banale, ma quando voglio convincermi di essere me stesso e non un altro, vado in bagno, mi spoglio, mi metto davanti allo specchio e riprendo coscienza di quello che sono. Talvolta mi tocco e mi conforto. Ho di nuovo contezza della mia estensione, del mio limite, dell'impossibilità di essere qualcun altro. Solo alcuni momenti circoscritti mi hanno consentito di varcare la soglia dell'io e non li citerò qui in giudizio perché sono già abbastanza senza pareti, in questa stanza fatta solo di finestre, il blog. 
La maggior parte della vita l'ho vissuta con me stesso, anche troppo. È che quelle poche volte che ho tentato di lasciarmi, ho provato quasi subito nostalgia di me e mi sono tornato in braccio. Non che non abbia mai litigato di brutto con me, dicendomi che non mi volevo più vedere: ma è durato poco, qualche ora e mi sono fatto la pace. Chi ama perdona, va da sé.

giovedì 4 giugno 2015

Prendere la penna in mano

« È sempre fuori discussione per noi, dato che le nostre “porte d'accesso” sono completamente aperte, dato che non esistono più “pareti” tra noi e il sistema, dato che viviamo “in conseguenza” con i suoi contenuti ancor prima di prendere la penna in mano, è sempre fuori discussione, per noi, ciò che possiamo e non possiamo farci venire in mente; quale registro vocale possiamo scegliere e quale no; fino a che punto possiamo allontanarci e fino a che punto no; e persino fino a che punto possiamo oltrepassare o no i limiti del sistema per assicurare, sia a noi che agli altri, l'illusione di libertà. E obbediamo tanto più volentieri in quanto non avvertiamo affatto le regole che ci vengono imposte, dato che restano camuffate, e precisamente perché non siamo capaci di desiderare nient'altro che quello che dobbiamo desiderare. No, il sistema conformistico non ha bisogno di fissare ogni singola mossa, di dettare ogni singola frase, di controllare ogni parola. Dato che esso ci ha già determinati avant la lettre, può sempre permettersi di essere generoso, può sempre restare liberale.
Tuttavia non è liberale nonostante che, ma perché è un sistema totale.
Non è terroristico nonostante che, ma perché è morbido.
E noi non siamo le sue vittime nonostante che, ma perché non avvertiamo la nostra servitù.
Ci lascia le mani libere per le nostre opere?
Sì. Perché le nostre mani sono opera sua. »

Günther Anders, L'uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, Torino 1992, (traduzione di Maria Adelaide Mori, pag. 171).

Appunti

Ci sono sere in cui, sul far della notte, a cielo sereno, quando l'oscurità dell'Ovest si spegne piano piano, getto lo sguardo in alto sulle prime lampade celesti accese a mi soffermo sovente su Venere, che sta lassù bello inutile come una lampadina led di una spia senza significato. 
Sto bene? Per saperlo, da Venere sposto lo sguardo dentro me, dove trovo una sorta d'interlocutore interno che non mi sa mai dire niente di preciso, di predeterminato, parla solo sotto dettatura, illuso della propria libertà di scrivere quello che gli pare. 
La domanda resta inevasa, anche perché lo stare bene dipende, io quando scrivo credo di stare bene, perché scrivendo apro porte che altrimenti starebbero chiuse - ma che cazzo metaforizzo a fare?
Porte? Pareti? Sistema? Libertà? 
Riflettiamo, anzi: sentenziamo: stare bene nella percezione minima del corpo, quando il pensiero si fa bolla protettiva e il corpo ci sta tutto dentro, ballonzolante come in una bolla di sapone in un bosco di acacie... 
Cadere di culo.

venerdì 11 gennaio 2013

L'impasse del contingente


«Un unico mezzo può guarirci dall'essere noi stessi».
«Sì, ma in fondo, importa meno essere guariti, che poter vivere».
Joseph Conrad, Lord Jim

«L'uomo che di continuo, e inutilmente, si perde nell'impasse della sua contingenza, e che si ritrova nel suo “essere-proprio-io”, come se non avesse una vita alle spalle, e come se, ogni volta, fosse appena nato, prosegue la sua vita. Quindi, il paradosso non sorge in un punto di partenza immaginario situato “prima” della vita, quanto piuttosto nel bel mezzo della vita stessa, della vita che continua a dispetto del paradosso e sotto di esso, nella misura in cui l'uomo non fa del paradosso un pretesto per porre fine a se stesso.»

Günther Anders, Patologia della libertà, (Paris, 1936), Palomar, Bari 1993, traduzione di Antonella Stricchiola.

Innanzitutto, per restare all'attualità politica. Il titolo del Saggio sulla non identificazione di Anders, se reso sotto forma di acronimo, rende un PdL: quasi quasi vado a Roma al Ministero degli Interni e presento la mia bella lista civetta (coquette) usando, come logo, un toupet color catrame con sfumature rossastre a mo' di effetto olografico, tipo le banconote.

Di poi, per entrare senza troppi riguardi in un'approssimativa analisi critica del suddetto testo, penso: alzi la mano chi non è perso nell'impasse della propria contingenza.
Il paradosso della mia vita non è tanto da ricercare nella mia infanzia, nella mia giovinezza, al tempo della formazione dei miei desideri primi, quanto nell'hic et nunc di quanto sto vivendo, e me lo trascino, un giorno dopo l'altro, senza il coraggio o la forza di entrare in conflitto con le mie insoddisfazioni. La quotidianità si deposita sull'io come sabbia e lo copre a tal punto che, da una certa età in poi, si stenta a individuarne i contorni. Passano gli anni e si pensa che ci sia il bisogno di diventare archeologi del proprio io, per riscoprirsi, portarsi alla luce. Ma è un compito inutile, o quasi, dato che in pochi casi l'io si ripresenta in un perfetto stato di conservazione. Allora, per approssimazione, ci inventiamo la storia della nostra età dell'oro – da cui deriva, necessariamente, una sorta di rimpianto per ciò che abbiamo perduto. L'ipocondria attanaglia la mente e paralizza l'azione. Che fare? Prendere un bulino e provare a incidere una traccia di ciò che desideriamo.

P.S.
Se un giorno, passasse il caso, mi prendesse voglia di farmi un tatuaggio (cosa improbabile, ma non voglio escludere niente a priori), beh l'incisione di Dürer offre numerosi simboli da prendere in considerazione.

martedì 10 luglio 2012

But not my balls

*
«A causa dell'inarrestabile perfezionamento della razionalizzazione e dell'automazione, il numero dei lavoratori necessari un tempo per una determinata mansione va diminuendo. Il postulato della piena occupazione sarà dunque tantomeno realizzabile, quanto più alto è lo status tecnologico di una società. Se certi politici mitteleuropei [e latini nota mia] fanno credere di voler accrescere il livello tecnologico dei loro paesi perché solo così potrebbero garantire la piena occupaione, essi sono o incapaci di pensare o demagoghi. Non è possibile programmare la più alta razionalizzazione, che fa diminuire il numero dei lavoratori richiesti, e al tempo stesso la piena occupazione. In nessun altro luogo tranne che nella politica ci si potrebbe permettere un tale strafalcione logico. La dialettica odierna consiste in questa contraddizione tra razionalizzazione e piena occupazione. Ma nessun politico ha il coraggio di ammetterlo pubblicamente».
Günther Anders, L'uomo è antiquato, “La terza rivoluzione industriale”, Il lavoro (1977), Bollati Boringhieri, Torino 1992

Ragionavo prima, con un'amica, su questo dato di fatto (su cui già altre volte, mi pare, di avere parlato): se l'Italia diventasse un paese politicamente (moralmente, civicamente) irreprensibile come la Finlandia o la Danimarca, questo - forse - sarebbe sufficiente ad abbassare lo spread, ma non certo a rilanciare l'economia e a “creare” posti di lavoro. 
Per quanto fortemente auspicabile sarebbe liberarci dalla corruzione, dai soprusi, dalla criminalità, dalle raccomandazioni, dal familismo, tutto questo ci farebbe forse più presentabili ai mercati internazionali, i quali sicuramente comprerebbero più volentieri (a interessi più bassi) i nostri titoli di Stato. Ma poi? Si continuerebbe a campare a debito, no?
Il turismo, le belle arti, la ricerca, la scuola in generale, un'amministrazione pubblica efficiente, non producono ricchezza sufficiente per risollevare la nostra economia.
E, altresì, pensare che a rilanciare la produzione sia lo stesso sistema capitalistico che la sta affossando, mi sembra paradossale. 
Ho paura davvero che occorra rompere qualcosa.
E il problema principale è che, per rompere, occorre essere enormemente più intelligenti che per costruire.

P.S.
Personalmente, io saprei solo lanciare cavalletti fotografici e madonnine (di Milano). Qualche móccolo, anche.