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martedì 26 aprile 2022

Il penultimo capo indiano

Acquisto rubli, me ne bastano pochi, cento euro, una volta tanto voglio essere previdente nel caso debba attaccarmi alla canna del gas. 

Non avrei mai creduto che la storia in diretta mi facesse patire così tanto, che l'Italia soprattutto - lo Stato, le istituzioni, i partiti, i giornali, il mondo della cultura ufficiale - riuscisse a diventarmi così schifa e intollerabile. Io non mi sento italiano in quel senso lì, in quella appartenenza lì. Senza purtroppo e senza fortuna lo sono. Ma lo sono in quanto nativo, e basta. E cerco una riserva.

Ma come si fa, com'è possibile che il mondo delle relazioni umane, dei rapporti politici ed economici sia pressoché interamente gestito da folli testedicazzo senza un minimo di senso di umana compassione e benevolenza per i propri simili che dicono mamma, babbo, vaffanculo?

Domande inutili. Occorre disobbedire. In questo momento è l'unica azione che ritengo possibile. Il problema è che dovrebbero cominciare a disobbedire là dove la disobbedienza provocherebbe non dico un deragliamento (in questo momento non oso sperare tanto), ma almeno un rallentamento della macchina lanciata verso la catastrofe.

Domanda ingenua: perché la propaganda hollywoodiana, riguardo alla situazione di conflittualità e di rischio bellico mondiale, non produce film preventivi, ad esempio un rifacimento di The Day After? Anche se all'epoca, molti intellettuali ritennero che quel film non fosse altro che una metafora di quello che sarebbe accaduto agli Stati Uniti dinnanzi all'invasione commerciale dei prodotti made in Japan e al conflitto conseguente con la nazione del Sol Levante... E vabbè, sbagliarono paese d'Oriente, ma come sostiene Olympe de Gouges, la vera causa della crisi in corso, oltre che alla crisi sistemica del capitalismo, è dovuta a uno scontro tra imperi.

giovedì 24 febbraio 2022

Nobel della pece

Ci sono spiegazioni, lo so, sebbene io non abbia mai visto pieghe, piuttosto piaghe, e so che la notte ha un debito con me. Non si possono, infatti, disturbare i sogni che si vorrebbero tranquilli, o quantomeno svincolati dall'orrida realtà, cariatide e geremia e qui, purtroppo, non c'è traccia di alcun numero uno. E invece si piombano, i fantasmi, a perturbare il riflesso autonomo della respirazione notturna, la agitano e s'insinuano per cacciarmi in una semi-veglia in cui l'impotenza manifesta mi fa scoprire dal caldo, costringere ad alzarmi con solo mezza voglia di orinare e voglia di bere poca, gli occhi stanchi, il buio triste, e l'impossibilità di divagare con altri sollazzi, comprese le meditazioni della vita offesa. Niente. Oh, come vorrei saper odiare, esprimere questo sentimento naturalmente compresso in noi miti in attesa del regno dei cieli. Ahimè, maledire senza essere profeti è come sputare contro vento. Vi benedico, allora, nel nome dei signori della distruzione creatrice, soprattutto quelli finti, incravattati, funzionari d'alto loco al servizio dell'informe massa di capitale in cerca di valorizzazione, i quali richiamano le parti in lotta a ritrovare calma e moderazione, che non ricordano quanto fu bello bombardare Tripoli senza prima scrivere punte lettere ai governatori di laggiù. 

Quest'anno vincerò il nobel della pece, conferito dall'accademia del bitume.

lunedì 15 novembre 2021

Controversie a parte

Poi ci fu un giorno in cui decisi di mettere da parte le controversie. Andai in banca e chiesi informazioni se ci fosse stato un apposito conto deposito, anche a interessi bassi. «Sì», mi rispose un consulente finanziario «ne abbiamo uno specifico per esse, dal canone di cento euro al mese, una tredicesima, il mese inesistente». Capii. Asserii. Rifiutai e decisi di tenermi le controversie in tasca. Il consulente finanziario, contrariato, mi chiese quindi se fossi interessato a una polizza. «Non mi sono mai piaciuti i questurini», risposi. Esitò. Prese in mano il telefono; io mi tirai su la cerniera dei pantaloni che avevo distrattamente lasciato mezza aperta senza accorgemene. Il consulente conferì con il direttore e questi si presentò al mio cospetto. «Massaro, che mi dice di comprare un'azione?». «No, mi rincresce; ho paura del fuorigioco». Rimase un attimo immobile, come un guardialinee. Quindi mi congedò in fretta, dovevano sbrigare delle pratiche. «Io, invece, devo ritardare delle teorie». Non capirono neanche questa volta, ma dovevo aspettarmelo. Non si va in banca per fare filosofia. 

***
Se me ne ricordo, durante le festività natalizie cercherò di redarre il mio testamento biologico: lo fece anche Ceronetti dopo i cinquanta, mi pare nel suo La carta è stanca. Io ho le palle sgonfie, ma questo è un altro discorso. 


***
Avete vinto; avete ragione; hanno ragione Fabio Fazio e i suoi illustri ospiti; hanno ragione il governo e il Presidente Mattarella. Chiudiamola qui: quando ci concederete la grazia (Graziella)? Quando potrò rigonfiarmele?

sabato 30 ottobre 2021

Subire, capire

C'è stato un giorno, non ricordo quale, in cui ho subito capito che subire è un po' capire a scoppio ritardato, un meglio tardi che mai, anche se non mai capito perché il mai non sia mai meglio del tardi, in fondo restare nell'incoscienza spesso aiuta, soprattutto la classe che subisce senza saperlo, con classe, senza acqua, senza idranti che la polizia ti spara addosso coi cannoni ad acqua senza un perché, ovvero perché lo dice la legge; e chi è la legge, tua sorella? Il più che prefetto è un trapassato che non ama il prossimo suo come se stesso, perché lui stesso si fa schifo da solo? E ci credo: se fossero dei narcisisti avrebbero pietà degli altri considerando se stessi impareggiabili modelli da imitare; invece, proprio perché lo specchio riflette il loro fallimento, per non spaccarlo portandosi sfortuna, preferiscono spaccare i coglioni altrui: non si diventa governanti per caso, c'è sempre dietro una motivazione edonistica. Chi se lo inculerebbe un beccamorto se non diventasse ministro o un sottosegretario, per esempio del contrario della salute? 
Ma lasciamo stare le circostanze; apriamo le finestre, cambiamo aria, che entri in casa un po' di bruma di fine ottobre a decomporre e disfare pensieri con poca linfa che, stanchi, si staccano dalla testa e cadono al suolo, come foglie senza clorofilla. Bello sarà camminarci sopra per udire il fruscio.

venerdì 8 ottobre 2021

Lo sai: debbo riperderti e non posso

Avevo un cazzo, me lo guardavo, me lo toccavo, ci facevo delle cose che sarebbe tedioso riportare qui. Lo avevo e, a un certo punto, non mi ricordo quale esattamente, uno a caso della retta che a ognuno di noi è destinata dal punto n della nascita al punto m de li mortacci vostra, me lo sono rotto e l'ho dovuto portare a riparare presso un'officina specializzata in cazzi altrui, la ditta Cazzaniga: ripara cazzo e figa, a Crescenzago. Oggi ho telefonato per sapere se i lavori previsti rientrassero nella garanzia, ma l'impiegata, con tono perentorio, mi ha risposto: «Col cazzo».

Ci sono rimasto male: pensavo che, come ogni organo, soprattutto se caldo (Bukowski), anche il cazzo avesse un'estensione della garanzia a vita; invece, come mi hanno fatto gentilmente notare, sul contratto c'è scritto solo estensione, ma senza precisare quanto a lungo per un verso o per un altro. 
Giorni fa, ne ho parlato con un mio amico medico e lui mi ha risposto, tra il serio e il faceto, che me lo smanettavo troppo mandandolo spesso fuori giri. «Bisognava tu facessi attenzione: oramai è notorio che tecnologia del cazzo è superata. Adesso esistono copie assai più performanti dell'originale, con il vantaggio che queste si regolano facilmente tramite app». 

Anche per pisciare?

Certo, niente di più facilmente programmabile, con il vantaggio che non hai bisogno di cercare un cesso o un albero. Il cazzo finto contiene un serbatoio al suo interno che, al momento, può contenere sino a mezzo litro di orina.

La tecnologia ci sopravanza, ci atterra, ci fa guardare i propri arti e i proprio organi con occhio diverso e tanta, tanta melanconia. 

Tutto quello che si è formato, evolutivamente, in milioni di anni, adesso è sostituibile con un click che dà l'avvio a una sequenza algoritmica espressa dalle nanotecnologie e si resta a bocca aperta e a cazzo perso, in riparazione. Eppure io avevo (ho?) un cazzo intelligente, una sorta di terzo cervello grazie al quale, talvolta, mi erano consentite lucide deduzioni. Spero proprio che me lo riparino in fretta, almeno per San Silvestro, per brindare insieme e godere un po'.

mercoledì 6 ottobre 2021

E meno male che c'è qualcuno che canta

Mi piace cantare, ma non lo dico in giro perché sono stonato e non mi va di ammetterlo. Sicché canto da solo, in auto, senza mascherina: apro il finestrino e canto. Se c'è una fila nei due sensi, a volte, la gente che passa accanto nella direzione opposta dice: «Canta che ti passa». Ma se è tutto bloccato? Di lì a poco, passa un'ambulanza in mezzo alle due file, a sirene spiegate bene, come quelle del Post, così non mi si sente più cantare. «Cosa stavi cantando?» mi chiede una signora dal finestrino della macchina successiva. «Che sto bene, signora, che sto bene come uno che si sogna».

È una bugia: sembra assurdo, ma sono passate delle notti che i pezzi di merda che di lassù decidono come rompere le palle alla gente in modo perfidamente ricattatorio (secondo alcuni stronzi di Bologna, frutto del genio italico), hanno disturbato anche i sogni, con le loro facce livide, mefitiche, racchie, brutte e tumefatte. Dio quanto fanno schifo. Ma pazienza.

È un mondo sempre più difficile e la gente si sta attrezzando, come i parlamentari del M5S: ancora un paio d'anni di godimenti poi, malchevada, la pensione non ci sarà da dividerla con nessun firmamento.

Mi piace anche pregare, leggere i Salmi nella versione di Ceronetti e affidarmi a Yawheh. 


Santità false inondano la terra
Potenze che tutti venerano

E innumerevoli siano pure
I loro idoli di sciagura
E con tanti a corrergli appresso!
Io trincate di sangue non gli verso
Né la bocca m'infetto coi loro nomi¹


_________
¹ Salmo 16, preghiera notturna di Davide, 3,4

venerdì 1 ottobre 2021

Che cosa c'è di buono

Sono indaffarato, senza affari correnti, quindi non ministro, senza portafoglio sempre, una carta di debito, due euro, funziona? Potrebbe anche pagare in contanti, li avessi, signora, li avessi, con tanto piacere pagherei per offrirle un caffè al banco e poi sedere su una panchina assolata, in questo primo giorno d'ottobre del Ventuno, primo anno (o secondo) della nuova era della repubblica sanitaria-malaria italiana, non per fare chissà che d'indecente pubblicamente, giusto leggere a bassa voce delle poesie, per esempio Walt Whitman, Ahimè, ah vita, giusto per darsi delle risposte consolanti la misura di un pomeriggio.

È bello ascoltarsi, avere l'impressione che la voce trovi una corrispondenza, un recapito, un corpo che la riceva e assuma trasformandola in tanti piccoli impulsi che cominciano a viaggiare in testa, velocissimi, per illuminare il pensiero e scaldare il cuore.



mercoledì 15 settembre 2021

Come un pino su un piazzale d'asfalto

Un piazzale pubblico d'asfalto, con al centro un pino alto trenta metri al quale hanno lasciato circa cinquanta metri quadrati di terra, per respirare. Un terra scura, dura forse più dell'asfalto, con gli aghi di pino che la coprono come un sudario. Fa caldo, non si respira, tanto meno sotto l'ombra dei suoi rami. Due panchine di legno martoriate da dei giovani con i soliti graffiti inutili, bruciature di sigarette, fango e una gomma da masticare cementata, accolgono passanti bisognosi di un attimo di riposo mentre aspettano il turno per riempire due bottiglie di plastica alla fontanella di acqua pubblica refrigerata. Un gatto magro attraversa lentamente un tratto di piazzale. Una macchina, parcheggiata in lontananza, si accende e se ne va. In cielo si alza Pegaso che, in un batter di eliche, invade l'impero del silenzio. Occhi che inevitabilmente lo seguono finché non restano abbagliati dal sole. La conquista è stata breve. Il silenzio, il quasi niente, riprende il potere subito.
***
Hanno imposto l'obbligo di vaccinazione al personale sanitario e non abbiamo detto niente, forse pio, e nemmeno la maggioranza del personale sanitario ha detto niente ed è stata (è) solidale con chi questo obbligo lo combatte sino a farsi sospendere. Hanno imposto l'obbligo di Certificato Verde per lavorare al personale scolastico e non abbiamo detto niente, né pio né dio, e neanche la stragrande maggioranza del personale scolastico ha detto niente, anzi: una parte di questa maggioranza ha detto pure che era contenta di mostrare il Certificato Verde, come aveva mostrato contenta il braccio con il cerotto dopo la puntura in una foto che aveva fatto stampare con la scritta Io sono vaccinata con lo sfondo arcobaleno e l'aveva - udite, udite - appiccicata sulla porta dell'aula così che tutti vedessero, e figuriamoci dunque se è disposta a essere solidale con quei quattro gatti che, magri, passano nei piazzali scolastici d'asfalto dopo aver lasciato quindici euro in farmacia per svolgere il proprio lavoro. Imporranno l'obbligo di Certificato Verde per tutti i lavoratori dipendenti, del pubblico e del privato, e non sarà detto niente, neanche porc'oddio, perché no, non si bestemmia, né contro il governo, né - figuriamoci - contro i quei compagnoni dei sindacati che tanto hanno a culo cuore la salute e la tutela generale dei lavoratori. Ci chiuderanno di nuovo in casa, come nella primavera del '20, e non diremo niente, niente diremo. Canteremo, anzi, dalle terrazze se abbiamo terrazze, dalle finestre altrimenti se non le abbiamo e, se non abbiamo vie d'uscita, canteremo andrà tutto bene fratelli d'Italia dentro il buco del cesso, così, con la possibilità concreta che l'eco del nostro canto finisca, con un colpo di sciacquone, nelle fogne comunali e, poi, previa depurazione, giunga fino al mare azzurro dei nostri cuori tanto innamorati di questo paese amorevole, solidale, premuroso, fraterno, che sgambetta sul debito come una ballerina di un teatrino di Pigalle. 

***
Se almeno fossero puttane, ci sarebbe la soddisfazione di sceglierli, prima di pagarli.

lunedì 30 agosto 2021

Ad ascoltarli er’io del tutto fisso

Stavo computando, allorquando un dito ha preso la via maestra e si è sottoposto all'attenzione dello schermo ergendosi, come una lancia, per significare massimo sdegno nei confronti dei tanti pixel che andavano a formare una testadicazzo vagante che partecipava a un dibattito sulla necessità di utilizzare il certificato verde per lavorare. Lo guardavo, il dito, e mi dispiacevo di avergli poco prima tagliato e limato l'unghia, che cominciava a esser lunga, anche troppo, non sono mica un pizzicagnolo o un chitarrista; ebbene, se l'unghia fosse stata lunga - riflettevo - essa avrebbe, in questo caso, aumentato la significazione di sdegno perché sarebbe stata essa per prima a graffiare dentro il luogo ove si suppone il dito avrebbe desiderato allocarsi, alla maniera d'indagine urologica, senza la barriere confortevoli di lattice e senza l'ausilio di unguenti atti a rendere meno sgradevole l'introduzione e lo spingimento.
«Povero dito, però», pensavo, allo stesso tempo. «Perché fargli fare un lavoro così sporco? Non sarebbe più d'uopo un querciolo nodoso, con tutta la corteccia ruvida, magari un po' ammuffita? Sì, ne convegno. Andrò a procurarmelo, il querciolo». 
E così ho spento lo schermo e mi sono addentrato nel bosco. Il terreno è ricoperto da un leggero strato di foglie e si inizia persino a sentire un primo, tenue odore di funghi. I neuroni qui non hanno a che fare con i pixel e i bit. Ho raccolto un ramo divelto dal vento ma, dato che in quest'angolo analogico testedicazzo non ci sono, anziché tonfare un albero, l'ho rilasciato a terra, ho cercato di mettere in moto il diaframma per un ciclo di venti respirazioni, ed eccomi qua, tutto rosso come Dante, allorquando Virgilio lo rimproverò di essersi attardato a guardare due falsari che si azzuffavano e insultavano senza tregua. 
Sinceramente, mi sono rotto i coglioni di questo Inferno, di questi falsari al potere. Proverò a camminare nel bosco di più, ma Virgilio, fa' presto, fa' presto, su.

mercoledì 23 giugno 2021

Stile semi-libero

Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.

Patrizia Cavalli, Vita meravigliosa, Einaudi, Torino 2020

Data la mia magrezza, andare in piscina con il mio fisico, ci vuole fisico; ma per fortuna la piscina dove vado è un luogo in cui, tendenzialmente, ognuno fa i fatti suoi e, poi, non ho dei tatuaggi che calamitano gli sguardi altrui. Le regole attuali non consentono di lasciare alcunché negli spogliatoi (adibiti soltanto per cambiarsi e fare la doccia), sicché, messo il costume, infilo l'accappatoio e mi avvicino alla vasca. Tolgo l'accappatoio prima del getto d'acqua pre-ammollo, lo recupero poi insieme alla borsa, appoggio il tutto in angolo dove possa buttarci un occhio durante la pausa a sponda e, via, giù in acqua, senza tuffi, ché non mi so tuffare, possibilmente in una corsia libera, e via andare, bracciata dopo bracciata, fermandomi a ogni sponda per recuperare un po'.  
Considerando che vado in piscina da pochi anni, sono piuttosto soddisfatto del risultato raggiunto, anche se dovrei migliorare lo stare a galla senza la fatica del movimento e potenziare la respirazione. L'acqua clorata mi costringe a portare il tappanaso, per evitare di starnutire un secolo a fine nuotata. Oggi ho fatto trenta vasche in mezz'ora: non sono niente, ma questo niente è molto per me. È il secondo ingresso in piscina dallo scorso settembre, va bene così.

venerdì 11 giugno 2021

Basta un Seneca

«...al punto di ridurmi in un'estrema magrezza». 
Seneca, Epistole a Lucilio

Potrei dilungarmi. Invece no. Sarò stringente. Avvitante. Ma non riesco più, più a essere come vorrei. Neanche ci provo, cosicché ne esce un essere come viene viene, un va e vieni generale nei giorni che, come buchi spanati, vanno, soliti, insoliti, noti e - non nuoto più da un pezzo: sarò ancora capace di stare a galla? Ve lo dirò appena sarà caldo abbastanza per andare a fare un bagno in una piscina all'aperto ché quelle al chiuso sono ancora chiuse, le apriranno a luglio.
Mi piacerebbe dare uno schiaffo, ma non so a chi. Lo do a me stesso, così esso non avrà bisogno di essere morale.

mercoledì 14 ottobre 2020

Uscita di sicurezza

 

1. Durante una corsetta d'una decina di chilometri su e giù per questi colli, volgo il guardo a est ove i «raggi serotini e lucenti» illuminano un trapezio di terra arata trapassando la fitta coltre di nubi cobalto. Mi fermo, ẽstraggo un apparecchio che consente di fonare e fotografare e, clic, colgo l'attimo. E me lo friggo.
 
2. Amo il vialone nano. Oggi ho preso un porro, una salsiccia e una pesca cotogna e, prima tostando e poi sfumando con un po' di vernaccia, e quindi aggiungendo brodo vegetale a poco a poco, ho cucinato un risotto commovente (come direbbe Giorgione).

3. Faccio finta di non accorgermi che fuori soffia il vento, fischia la bufera. Ma non sono indifferente. Faccio finta. Ma questa volta non posso non chiedermi perché i vari accademici che assegnano il Nobel per ogni categoria, compresa quello della Pace, non abbiano pensato di assegnarne uno alla Svezia per come sta affrontando quello che c'è da affrontare, senza tante rotture di coglioni, di invasioni mentali di mentecatti prezzolati e non, di brutti censori a prescindere, di invasati, di menefreghisti e salcazzisti, di burini, di ebeti e gradassi, di repressi e represse e La Presse tutta, finanziata pubblicamente e non.

4. Coop, supermercato solito in orario non di punta. Automatismi di spesa soliti. Cassa. Uscita. Hanno cambiato l'uscita, deviandola lontano dall'entrata. Dieci secondi davanti alla vecchia uscita, il tempo per rendermi conto e vedere un cartello che indica la nuova uscita. Al sesto secondo, una signora che sta entrando in quel momento, forse temendo che non rispetti il distanziamento sociale, mi si rivolge dicendo: «L'uscita è là, c'è il cartello, c'è scritto uscita, almeno a casa mia si legge così». Rimango sorpreso dalla reazione dato che ero fermo e distante da lei e per questo vorrei mandarla direttemante a cagare.  Ma evito. Rilancio soltanto un risentito «Si calmi, signora, si calmi». Ed esco. E penso ad Altuna e Trillo, alla loro Uscita di sicurezza.


domenica 27 settembre 2020

Alle Murate!

La realtà si fa sempre più pesante, tanto che commentarla affatica solo al pensiero, come caricarsi due ballini di cemento sulle spalle senza avere il fisico da muratore.
Sarebbe bello murarla viva, la realtà, e poi lasciare un messaggio preciso alla prossima generazione su dove trovarla, perché se ne spaventino e si offendano di aver avuto avi così stupidi e rincoglioniti da consentirla - con la speranza non fondata che, murata viva, la realtà così come appare, non si presenti come realtà futura, capace di insinuarsi nelle ninnenanne dei piccoli virgulti per persuaderli che il mondo deve essere questo e non un altro, un mondo incantato, incatenato, incastrato e ancora poco incazzato.

***
Povero Tridico! A lui darei la scorta, se non ce l'avesse, altro che a quel carciofo lesso di Gilet. Per un incarico così importante centocinquantamila euro annue non sono granché, se - in paragone - un direttore di una azienda pubblica della Regione Sicilia piglia tre volte tanto. Ma detto ciò: come mai - capro per capro, agnello per agnello - non si seleziona mai un John Elkann?

***
E la vita, la vita, e la vita l'è bela, l'è bela, basta avere l'ombrela che ripara la testa, sembra un giorno di festa.

giovedì 17 settembre 2020

Protocollo rondine

Stormo di rondini di passaggio, che avete deciso una sosta sospesa sopra il mio cielo, mangiando plancton volatile che si credeva libero dalle predazioni delle sorelle vostre che vi hanno preceduto e che, da alcune settimane, hanno lasciato i nidi delle tettoie dei paraggi, grazie di essere passate di qua e, se non vi incomoda, restate pure qualche giorno prima di riprendere il viaggio verso la probabile meta africana dove svernerete. Fateci compagnia coi vostri saliscendi bianchi e neri che sfiorano i fili della luce e gli aghi dei pini assetati, coi garriti coi quali raccontate le regole del volo, liberandoci sicuramente da qualche zanzara o moscerino che si aggiungono al fastidio di questa afa insolita, di questo vento del Sahara occidentale, di questa sensazione di impotenza di fronte ai protocolli decisi in una stanza da teste che magari fossero di cazzo, almeno avrebbero in mente qualche volta di godere, non solo pisciare norme costringenti, aggiungere paure inutili, dare fiato a uomini e donne che si credono politici in grado di gestire nazioni e intanto vanno in giro a fare della storia una parentesi sospesa tra la rassegnazione e la voglia di rovesciare il tavolo.

- Con le ruote? - ridono le rondini e ci lasciano quaggiù.

giovedì 28 maggio 2020

Stante

Quando si nasce, non si sa mai bene dove si va a parare, in quale porta. Sarà per questo che, a volte, mi piace organizzare barriere di pioppi e lecci di una certa età.
Altre volte, invece, mi piace tirare, se posso forte, anche se la mia ambizione è colpire a foglia morta, come certe punizioni battute nel corso della vita. 
Se non fossi nato a chi le avrei raccontate queste cose? Al Signor Nessuno? Ma è una supposizione lecita prendere in considerazione quella di non essere nati, dopo che nati lo si è? Sì, perché nel computo generale del tempo, qualsiasi individualità va a puttane, senza soldi, gira al largo, gode niente, fame tanta.
Mille anni fa, per esempio, a parte il fatto che di esseri umani ce n'eran parecchi meno a consumare ossigeno e a produrre escrementi di vario genere, anidride carbonica compresa, oggigiorno ingiustamente trattenuta dentro mascherine usa e getta (respirarsi non è mai stato tanto salubre, ma tant'è), a quei pochi, dei quali molti scolastici, ai quali era dato il tempo e la condizione principe di perdigiorno, ossia quella di riflettere sul senso della vita, prendere in considerazione il non essere nati da nati era cosa piuttosto comune, anche perché supporre l'esistenza o la non esistenza di un esistente o di un non esistente, li teneva occupati nelle notti insonni di tarda primavera. 
Va da sé che il vantaggio di una comunicazione non istantanea, bensì meditata, ponderata garantiva loro di scrivere meno cazzate, che sono invece utili, per il sottoscritto, per aiutarlo a tergiversare e non andare dritto alla questione che lo assale e che solo il pudore (o la vergogna?) gli impedisce di esporre a chiare lettere, senza infingimenti e deliberate elusioni.
È il tempo dell'attesa che sfinisce. Attesa di che? Di uno stante, inteso come contrario di movente.
Tutta una questione di participio presente che non può essere rappresentata da uno stato su whatsapp.

sabato 14 settembre 2019

Dello sfinimento

Egon Schiele, Composition with Three Male Nudes, 1910, Leopold Museum, Vienna

Sfinirsi: andare aldilà della fine, disfatto o fatto finito, perché preso da sfinimento. Cosa vedi oltre la linea che traccia la fine? La sfinitezza? O l'infinità moltiplicata per zero? Senza punto di riferimento sentirsi sfinito, gettato là nello spazio più vuoto del vuoto, roteando come un'astronauta che si stacca dalla base spaziale e si allontana verso un punto perduto laggiù. E, infine, come in una pausa infinita che finisce, riprendere quota in vista di un vuoto maggiore del vuoto più vuoto, fino alle fine, a sfinirsi di vita che, meno male, non è infinita - solo sfinita, soprattutto quella delle ore vissute perché altrimenti non sarebbe concesso il vivere, solo il finire, tra massi di spazzatura che straborda nelle vie delle città. Una vita sfinita, a frinire, a brusire, a dirugginire, a dire: fine, mentre scorrono i titoli di coda. 

venerdì 10 maggio 2019

Salute maggio

Mi addentro, fuori restando, in questioni superficiali, dove le ali sbattono solo per alzare la polvere, come quelle della gallina. 
Quando mi chiamano in causa rispondo di no, non sono interessato all'offerta, grazie lo stesso, la prego di non insistere. 
Oramai ho fatto il callo, mi è facile sopportare i miei difetti così come sono, tanto nessuno li ama, posso anche fare a meno di coltivarli, come certi formicai con certi funghi.
Scrivo per immagini perché immagino quello che scrivo; prima che me ne dimentichi, scatto: vengo sempre mosso. Frasi brevi, senza subordinate: non amo servire, ma neanche essere servito (laudato sia il self service). E vado avanti finché.
Non ho risposte, ma non importa: tanto nessuno fa domande, intelligenti o no che siano. Non c'è più curiosità, ecco tutto. Devono essere i lustri che, da soli, sono sufficienti a illustrare la questione: avere più anni che soldi fa il resto, dentro gli stretti confini della propria condizione sociale. Ma non dispero. Diospero semmai, anche fuori stagione. E poi, in fondo, se non sei al o non sei escluso dal Salone del Cazzo non t'incula più nessuno (fuor di metafora un cazzo, s'intende).
E si prosegue senza preavvisi, bastano facce predisposte ad accogliere i propri pensieri.
Aldilà di tutto: mi piace il tempo variabile, come il maggio di quest'anno offre. Piove, poi no. Nuvole che vanno e vengono in molteplici forme e colori. E poi il sereno. E poi di nuovo nuvolo. Soffia un vento propizio alla masturbazione dei soffioni. Dna che vola come se ci fosse un domani per tutto. E mi ricordo proprio adesso che sono vivo e che è bene esca, porti a spasso me stesso e il cane, respiri e saluti il senso della vita con uno starnuto.
Salute.

martedì 9 ottobre 2018

Essere repentini

È un po' di giorni che lascio la realtà al suo corso. Beh, anche prima, da tutti i giorni, da sempre, l'ho lasciata correre, tanto essa corre come suole indipendentemente dai miei desiderata, anche se, ovviamente, ci sono momenti in cui ho creduto di deviarne il corso con azioni minime, tipo uno starnuto che fa sobbalzare una signora di Chicago che ascolta Rtl 102.5 in poadcast per imparare l'italiano stronzo, intervista ai protagonisti del giorno compresa.

Mi adeguo, ovvero: ho fatto l'adeguamento, un mutuo condono, una pace abissale, tipo quella dei sommozzatori. Ho ricavato dei buoni del tesoro che ho subito commutato con quelli cattivi, aventi interessi con il segno meno, ci rimetti la pazienza. Il tempo va comunque ammazzato, senza tirare in ballo la giustizia, mica siamo americani che ci possiamo permettere la cauzione. No. Il fatto è che non riesco più a stare sul pezzo, a stare nel mezzo, in provincia di Arezzo senza esercitare quotidianamente il dono della prospettiva. 

E ti vedo lontana, realtà, punteggiata come gli alberi minuscoli che fanno da sfondo al doppio ritratto dei duchi di Urbino: cari musoni, stagliatevi con le vostre a facce a culo, tanto io guardo oltre, nello sfogo. 

Confido nei rapporti orali: io ti parlo, tu parli a me. Ne escono discorsi da rimanere a bocca aperta, senza fiato. Tanti omiodio, gesù, gesù. 

Essere repentini, inaspettarsi. E sonnolenti, perché chi dorme può essere, legittimamente, un dormiente. E chi è dormiente, non piglia il niente.

venerdì 15 dicembre 2017

Dicevamo?

Approfitto della non voglia per non essere me, per allontanarmi dal posto in cui verso conti senza corrente, cioè quella parte di me stabile, stabilita dal flusso organico di pensieri che si facevano o venivano fatti, provocati, ricercati: ecco: li cercavo, mentre adesso non riesco a fargli subire lo stesso trattamento - processo di doppia concentrazione - ed essi evaporano, si disperdono e rarefanno. È un bene, giacché quando non si ha niente da dire e si tenta di accordare la scrittura a questo niente, il vaniloquio prende forma, la faccia si contrae in una smorfia, la stessa di chi credendosi valente, si accorge, in un tratto pen, che la sua moneta, il suo conio, il suo coin in bit non è Eldorado, inadatto allo scambio e quindi goffamente inutile, pigramente sovversivo, lievemente patetico. 

Dicevamo?



lunedì 23 ottobre 2017

Che barba, che noia

Non è che ci si può mettere a fare letteratura tutti i giorni che dio mette in terra, impossibile, oltreché tedioso, neanche fossi pagato per farlo, ma forse, in questo caso, due fregnacce. E anche la diaristica: non è che ci si può mettere a raccontare i cazzi propri tutti i giorni, tedioso, oltreché impossibile, mica vivo toccando solo la tastiera, ho anche da fare altro, da mangiare, da comprare da mangiare e riduco tutto lì, alla sussistenza - e meno male l'aria è ancora gratis. Cosa dire della politica, poi? Meglio tacere, giusto ogni tanto bacchettare il babbeo di turno quando la spara troppo grossa da non resistere all'idea inutile di sbertucciarlo, la bertuccia, fargli capire che ha il culo rosso più della faccia, come il culo. Mentre dal lato spirituale, filosofico, che cosa resta da raccontare più? Bazzecole. La gratuità non ha prezzo. Come la fellazione che Valentina Nappi ha praticato a un gruppetto di suoi fans. Se lo saranno fatto il bidet prima di? Una bella raspata di sapone di marsiglia? Una spruzzatina di citronella? Ma io, nel caso in cui, avrei partecipato se? Ci ho riflettuto sopra e sono addivenuto a una conclusione: sono schizzinoso, e mi farebbe specie che una me lo prendesse in bocca subito dopo che l'ha preso a un altro senza discontinuità igienica, un gargarismo, una sorsatina di aranciata equosolidale. Boh. Sono poco orgiastico, lo ammetto, forse perché con Dioniso ho leticato da bambino, o perché pavento che questo stanco rituale conduca, alla fine, a un sacrificio cui non voglio partecipare, né come carnefice, né tantomeno come vittima.
Quindi, che cosa mi resta da scrivere? Le recensioni degli articoli acquistati su Amazon? Fatto. Che barba, che noia, eccetera.
Epperò, alla fine ci sono riuscito anche questa volta a trasformare per iscritto le insensatezze di una vita che dimostra di essere qualunque.